Silvia Moretti
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE
NEL XVII SECOLO
ESTRATTO
da
L’ARCHITETTURA MILITARE
DI VENEZIA IN TERRAFERMA
E IN ADRIATICO
FRA XVI E XVII SECOLO
Atti del convegno internazionale di studi
Palmanova, teatro Gustavo Modena
8-10 novembre 2013
a cura di
Francesco Paolo Fiore
Leo S. Olschki Editore
Firenze
L’architettura militare di Venezia
in terraferma e in Adriatico
fra XVI e XVII secolo
A cura di
Francesco Paolo Fiore
BIBLIOTECA DELL’ «ARCHIVUM ROMANICUM»
Serie I: Storia, Letteratura, Paleografia
436
L’ARCHITETTURA MILITARE
DI VENEZIA IN TERRAFERMA
E IN ADRIATICO
FRA XVI E XVII SECOLO
Atti del convegno internazionale di studi
Palmanova, teatro Gustavo Modena
8-10 novembre 2013
a cura di
Francesco Paolo Fiore
LEO S. OLSCHKI EDITORE
MMXIV
Tutti i diritti riservati
Casa Editrice Leo S. Olschki
Viuzzo del Pozzetto, 8
50126 Firenze
www.olschki.it
Cura redazionale: Flaminia Bardati
Organizzazione: Gabriella Del Frate
Volume realizzato con il contributo di
Comune di Palmanova
ISBN 978 88 222 6371 1
INDICE
Programma del Convegno
Premesse
Introduzione di Francesco Paolo Fiore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » XXV
L’ARCHITETTURA DELLE DIFESE: MODELLI E FRONTIERE
Simon Pepper, Defending the Frontiers of Venice: Fortification and
Defensive Strategy in the Friuli before Palmanova. . . . . . . . . . . » 3
Martha Pollak, The ‘Palmanova effect’ and fortified European cities
in the seventeenth-century . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 21
Enrico Lusso, Riflessioni su un trattato militare di ambito venezia-
no e il suo ignoto autore attivo in Monferrato a cavallo dei secoli
XVI e XVII. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 37
Marino Viganò, L’altra riva dell’Adda: fortificazioni nel Milanesado
degli Absburgo di Spagna (1535-1706). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 61
Paola Bianchi, Repubblica veneta e Stato sabaudo: due realtà a con-
fronto fra internazionale delle armi e tradizione militare italiana
(secoli XVI-XVII). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 77
LE DIFESE VENEZIANE IN TERRAFERMA
Guglielmo Villa, All’origine del fronte bastionato nella Terraferma
veneziana: il contributo di Francesco Maria della Rovere e Pier
Francesco da Viterbo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 99
Giuliana Mazzi, Michele Sanmicheli, la cosiddetta scuola sanmiche-
liana e le difese della Repubblica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 119
— VII —
INDICE
Stefano Zaggia, Fortitudo e Maiestas Reipublicae. Le porte ur-
biche delle città venete nel Rinascimento: evoluzione strutturale
e formale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 143
Alessandro Brodini, Da Bergamo a Peschiera: gli Isabello e le fortifi-
cazioni di Terraferma nel Cinquecento. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 167
Antonio Manno, Palma, la nuova Aquileia, specchio di Venezia e del
Rinascimento. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 191
Francesco Paolo Fiore, Palmanova e la fortificazione in terra . . . » 221
Silvia Moretti, Palmanova e la via del mare nel XVII secolo. . . . . » 241
LE DIFESE VENEZIANE IN ADRIATICO
Vanja Kovačić, Città fortificate in Dalmazia: modelli di difesa del
territorio e dell’ambito insulare dal XVI al XVII secolo. . . . . . . » 263
Andrej Žmegač, Fortezze venete in Dalmazia. . . . . . . . . . . . . . . . . » 283
Elisabetta Molteni, Le opere militari del Seicento tra aggiornamen-
to tecnico e nuovi sistemi di fortificazione. Un progetto dell’inge-
gner Verneda per Zara. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 305
Ilija Lalošević, Bay of Kotor Venetian Period (1420-1797) Military
Architecture. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 335
Darka Bilić, I protagonisti dell’edilizia militare in Dalmazia nei se-
coli XVII e XVIII. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 359
Piero Cimbolli Spagnesi, In Levante. Le difese della Serenissima in
Mediterraneo orientale, paradigmi di una cultura militare. . . . . » 381
TAVOLA ROTONDA
Obiettivo UNESCO: processo di gestione e valorizzazione
dei beni architettonici
Adele Cesi, Le opere di difesa veneziane tra il XV ed il XVII secolo.
Un progetto transnazionale per l’iscrizione nella lista del patrimo-
nio mondiale UNESCO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 415
Gianpaolo Carbonetto, Un patrimonio dell’umanità in casa propria » 417
Roberto Grandinetti, L’unicità di Palmanova al centro di un pro-
getto di marketing territoriale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 421
— VIII —
INDICE
Alessandro F. Leon – Paolo Leon, Palmanova e l’UNESCO: il nes-
so tra sviluppo economico e politiche per la conservazione. . . . . » 431
Maria Giulia Picchione, Messa in sicurezza di un tratto di mura del-
la prima cinta fortificata di Palmanova (da Porta Udine a Baluar-
do Grimani) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 439
Barbara Pessina, Il degrado della prima cinta fortificata e primi in-
terventi per la messa in sicurezza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 445
Crediti fotografici. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 457
— IX —
Silvia Moretti
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
La costruzione di un edificio comporta sempre una riflessione rispetto
al rapporto instaurato con il contesto, urbano o rurale. Nel primo caso ci si
deve confrontare con dinamiche di carattere legale o normativo legate allo
spazio occupato e con le conseguenti negoziazioni avvenute tra le parti inte-
ressate.1 Nel secondo caso le regole da osservare sono le medesime ma ad esse
si aggiungono ulteriori considerazioni e preoccupazioni, come tenere conto
della precedente suddivisione delle terre e delle colture, dell’estensione delle
proprietà fondiarie, della presenza o meno di servitù di passaggio e, come
in ambito urbano, della presenza di contenziosi. Questo è tanto più valido
esaminando la realizzazione della fortezza di Palmanova, posta al di fuori da
ogni condizionamento urbanistico e topografico e che sin dalla scelta del sito
ha posto questi problemi, non secondari, tutti insieme aggiungendovi la ne-
cessità di autosufficienza alimentare e approvvigionamento di acqua potabile,
della presenza di collegamenti viari o idrici per il rifornimento di materiali da
costruzione ma anche della possibilità di ricevere rinforzi da terra o da mare.
Il mio contributo si concentra principalmente sull’analisi della situazione
logistica e sulla disamina degli aspetti progettuali relativi alla realizzazione
di un desiderio molto forte che partiva da un’esigenza altrettanto sentita: il
collegamento della fortezza con il mare.2
Le vicende relative alla costruzione della nuova fortezza di Palma nel
Friuli orientale, agli estremi confini dello Stato da Terra veneziano con il ter-
ritorio dominato dalla Casa d’Austria sono però anche un buon esempio della
1 Un’interessante riflessione a questo proposito – che è possibile generalizzare – si trova nel
libro di A. Torre, Luoghi. La produzione di località in età moderna e contemporanea, Roma, Donzelli
2011.
2 Cfr. Pietro Foscari (Commissario in Campo a Palmanova) Dispacci 1617-1618, a cura di F. Sar-
tori, Venezia, La Malcontenta, 2010, p. xvi; che anche più tardi vi fossero problemi di collegamento
lo dimostra il fatto che durante la guerra di Gradisca gli approvvigionamenti arrivassero a Palma via
terra dai porti di Portobuffolé e di Concordia.
— 241 —
SILVIA MORETTI
complessità di gestione dei rapporti con l’entroterra da parte della Repubbli-
ca di Venezia. Queste vicende aggiungono elementi all’elenco delle proble-
matiche legate alla dominazione veneziana in età moderna: la questione della
politica del territorio, quella dei rapporti tra centro e periferia, quella della
connessione con gli interessi economici di Venezia e dei collegamenti con le
rotte commerciali che si inseriscono nei paesi di lingua germanica. A questa
già cospicua serie si aggiunge, non ultimo, il dilemma che permeava ogni
azione dei nobili friulani (ben espresso ultimamente da Antonio Conzato) su
«come servire l’Austria e contemporaneamente giustificarsi con Venezia».3
Compito, quest’ultimo, tra i più ardui. I rapporti con la nobiltà erano piut-
tosto delicati, era necessario lasciare loro un certo grado di indipendenza,
come avveniva già in altre aree di confine. Esemplari a questo proposito sono
i casi della Lombardia e del cremasco o ancora del Piemonte dove tuttavia la
situazione era meno ingarbugliata che in questa zona.4
È partendo da queste considerazioni che è possibile trattare una vicenda
apparentemente marginale come quella della costruzione di un canale navi-
gabile tra la laguna di Marano e Palmanova. I progetti, in grande quantità,
nati contestualmente alla città fortezza, sono rivelatori di forti volontà con-
trapposte. Da parte della Serenissima, costituirono un freno alle attività una
generale difficoltà a realizzare opere di irrigazione e di bonifica in questo
territorio e la peculiarità dei rapporti con i castellani. Venezia man mano ri-
uscì a controllare più strettamente i nobili friulani aggregandoli al patriziato.
Tant’è vero che l’ultimo Doge di Venezia fu un friulano, Ludovico Manin,
con residenza nella maestosa villa di Passariano di Codroipo, non lontano
dallo scenario della nostra vicenda.
La dominazione veneziana in Terraferma è, ovviamente, cambiata nel cor-
so del tempo e si è adattata alle differenti realtà incontrate. Lo schema adot-
tato dalla Repubblica nei confronti dei territori conquistati nell’entroterra
(dalla dedizione di Vicenza del 1405 a quella di Udine del 1420) prevedeva il
riconoscimento degli usi e costumi delle città soggette.5 Tuttavia proprio per
questa ragione nulla mutava nella sostanza degli statuti già vigenti nelle varie
3 A. Conzato, Dai castelli alle corti: castellani friulani tra gli Asburgo e Venezia 1545-1620,
Sommacampagna (Verona), Cierre 2005, introduzione, p. 11.
4 Ivi, p. 34; M. Knapton, Venezia e la Terraferma: economia e società, Bergamo, Comune di
Bergamo 1989, pp. 45-79.
5 Id., Venezia e la Terraferma, 1509-1797, in 1509-2009. L’ombra di Agnadello, Venezia e la
Terraferma, a cura di G. Del Torre e A. Viggiano, Venezia, Ateneo veneto 2010, e la bibliografia
precedente sui rapporti tra Venezia e il suo Dominio di Terraferma; G.M. Varanini, La terraferma
veneta nel Quattrocento, in 1509-2009. L’ombra di Agnadello, cit., pp. 13-64: 25, 26.
— 242 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
comunità e di conseguenza gli equilibri preesistenti tra i ceti non venivano in-
taccati se non in realtà urbane già fortemente mature dal punto di vista com-
merciale e manifatturiero e dotate quindi di potere contrattuale.6 Dunque nel
Veneto – dove esistevano centri come Treviso, Verona, Brescia, Vicenza, si
era creato una sorta di policentrismo con città soggette che ‘pesavano’ sia dal
punto di vista demografico sia dal punto di vista fiscale7 – la Serenissima era
portata a creare o ad agevolare delle sinergie con i relativi sistemi produttivi.
In Friuli al contrario, la situazione economica era più arretrata perché meno
disponibile a mutamenti per varie ragioni.8 La nobiltà feudale friulana, «scar-
samente coinvolta in dinamiche mercantili o quantomeno industriali, non op-
pone a questo proposito resistenza alla politica veneziana di controllo»9 sul
tipo di economia da sviluppare nella regione. Il controllo era facilitato dalla
puntiforme presenza di realtà urbane; in più era particolarmente condizio-
nante dato che il Friuli produceva molto legno e permetteva l’importazione
delle materie prime essenziali alla vita dell’Arsenale.10
Le maggiori preoccupazioni della Dominante erano legate alla sicurezza
dei commerci, quindi anche alla navigabilità dei fiumi, ma queste preoccu-
pazioni si andarono consolidando e maturarono nel corso del tempo, con la
formazione di magistrature appositamente create per la gestione di un terri-
torio sempre più vasto e per sopperire a carenze contingenti di cibo. Le ma-
gistrature create sono tutte tardocinquecentesche (alle fortezze, 1542, sopra
feudi, ai confini, sopra beni inculti e deputati all’agricoltura 1556, sopra beni
comunali, 1582) e sono lo specchio di questo consolidamento e dell’avvio
verso la presa di coscienza dell’importanza della Terraferma nelle sue diffe-
renti dimensioni.
Anche in età veneta dunque i centri di commercio, collocati sulle vie di
comunicazione acquee e stradali, rivestivano grande interesse nei confronti
6 G. M. Varanini, La terraferma veneta nel Quattrocento, cit. Cfr. P. Lanaro, Periferie senza
centro. Reti fieristiche nello spazio geografico della Terraferma veneta in età moderna, in La pratica
dello scambio. Sistemi di fiere, mercanti e città in Europa e in Italia, 1400-1700, a cura di P. Lanaro,
Venezia, Marsilio 2003, pp. 21-51.
7 Cfr. G. M. Varanini, La terraferma veneta nel Quattrocento, cit., p. 30.
8 Si veda infra a proposito della composizione del latifondo e della disponibilità a eseguire
bonifiche.
9 P. Lanaro, Periferie senza centro, cit., pp. 21-51.
10 Il riferimento qui va agli scritti di P. Braunstein, De la montagne à Venise. Les reseaux de bois
au XVe siècle, «Melanges de l’Ecole francaise de Rome. Moyen Age – Temps modernes», 1988, 100,
pp. 761-799 e in Dai monti alla laguna: produzione artigianale e artistica per la cantieristica veneziana,
a cura di G. Caniato, M. Dal Borgo, Venezia, Stamperia di Venezia 1988 e ora F. Bianco, L’ imma-
gine del territorio. Società e paesaggi del Friuli nei disegni e nella cartografia storica (secoli XVI-XIX),
Udine, Forum Edizioni 2008, pp. 145-152.
— 243 —
SILVIA MORETTI
della vallata del Canal del Ferro attraversata dal fiume Fella e per le vie di
transito con la Baviera, dove si incontra per primo il villaggio di Raibl con le
miniere di piombo e zinco del monte Re, di antichissima origine.
La costruzione della fortezza
Analizzando i dati a disposizione ci si rende conto delle incertezze che han-
no preceduto la costruzione vera e propria della fortezza, in numero maggiore
rispetto ad altre imprese architettoniche. Le resistenze riguardavano la linea di-
fensiva proposta dai singoli nobili, specchio della diversa posizione politica, del
grado di indipendenza dalla Dominante e del livello di litigiosità della nobiltà
locale.11 La gestazione della nuova fortezza è nota, altri ne parleranno ma vale
la pena sottolineare che in un primo momento Francesco Maria della Rovere e
Giulio Savorgnan avevano affermato la necessità di un «risoluto arretramento
della linea di difesa sul Livenza, abbandonando il Friuli» (ma il Savorgnan nel
1570 propone di fortificare Motta e Sacile e in aggiunta le rocche avanzate di
Brazzano (Cormons), sul colle Sant’Elia (sopra Sagrado, oltre l’Isonzo, di fron-
te all’attuale sacrario di Redipuglia) e Strassoldo (vicino a Palma).12 Si era pen-
sato anche di fortificare Udine, ma presto vi si rinunciò. Ufficialmente la causa
venne attribuita al terreno troppo roccioso e costoso da lavorare, motivazione
cui si aggiunse quella di non voler rovinare un centro storico già strutturato.13
L’idea di costruire questa nuova fortezza era stata esposta per la prima
volta in Senato da Jacopo Foscarini nel 1570 assieme a Marcantonio Barbaro.
Ad una fase interlocutoria corrispose, dopo più di dieci anni, la necessità di
riprendere in considerazione il rinforzo dei confini orientali di fronte all’a-
vanzare dell’armata turca. Nell’ottobre 1587 Carlo Cornaro rimise quindi
la delibera all’ordine del giorno in Senato. L’anno successivo i Procuratori
di San Marco Jacopo Foscarini, Marcantonio Barbaro e Francesco Duodo
vennero inviati in Friuli come Procuratori generali e quando tornarono a ri-
ferire proposero la creazione di una grande fortezza tra Palma, Ronchis e S.
Lorenzo, escludendo l’erezione della rocca sul Carso goriziano, a Sant’Elia.14
La posizione era strategica: da quel punto si poteva sfruttare al meglio il terri-
11 Su cui hanno scritto E. Muir, Mad blood stirring: vendetta and factions in Friuli during the
Renaissance, Baltimore – London, John Hopkins University Press c1993.
12 P. La Penna, La fortezza e la città: Bonaiuto Lorini, Giulio Savorgnan e Marcantonio Marti-
nengo a Palma (1592-1600), Firenze, Olschki 1997, p. 141. Nella citazione il corsivo è mio.
13 Ivi, p. 16.
14 Ivi, p. 17.
— 244 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
torio veneziano e controllare l’intera area mantenendosi a ridosso del confine
fluviale naturale costituito dall’Ausa.
Il sito
Per la scelta del sito era stata nominata una commissione apposita: la
decisione finale era anche il frutto di un compromesso raggiunto con fatica
dopo una serie di ipotesi alternative tramontate per diverse ragioni. Le di-
scussioni avvenute all’interno della commissione coinvolsero diversi aspetti,
da quello puramente tecnico relativo alla forma da dare ai bastioni e alla scar-
pa della fortezza al bisogno di trovare una collocazione in un’area specifica. L’
unico sito possibile sembrava essere l’area tra S. Lorenzo e Palmada (Fig. 1),
dato che più a sud il terreno diventava troppo paludoso (e già durante i lavori
a Palmanova si verificarono problemi).
In ottobre del 1593, quando venne posata la prima pietra di fondazio-
ne della nuova fortezza di Palma in un territorio impervio e quasi vergine,
l’intera area era sprovvista di centri abitati di una certa importanza ma era
solcata da vie di comunicazione di antica origine e caratterizzata da grande
instabilità idrica. I fiumi che la percorrevano erano infatti di grande portata
(Piave, Livenza, Tagliamento, Isonzo) ma vi si aggiungevano numerosi fiumi
di risorgiva (Zellina, Castra, Corno, Stella, Ausa, Lemene) che, a seconda
delle stagioni, rendevano difficoltoso il transito.
In effetti anche Marc’Antonio Barbaro, nel 1593, in un suo dispaccio al
Senato, aveva sottolineato i punti critici di questa localizzazione:
La strada di Marano e poi per Cervignano per il fiume commodamente vi può
venire ogni sorte di buoni burchi, così come perpetuamente vengano, sino a dui mi-
glia lontano da Strasoldo, et dui altri ne sono sino a Palmada, questo sarebbe il più
corto e commodo viaggio, ma vi sono dui contrario, l’uno è che nel verno con i tempi
pluviosi la strada di Cervignano a Strasoldo per queste dui miglia è intransitabile per
le acque, che vi concorrono, che apena con cavali si vi può andare; l’altro è che anco a
questi tempi considerabile è che Cervignano è di Austriaci, per il qual loco si convien
passare, ne so quello, che potesse succedere a questi tempi, come ho detto, che si son
fatti tanto zelosi di questa forteza, sopra’l che da parole però communi straparlano
assai.15
15 Archivio di Stato di Venezia (d’ora in poi ASVe), Senato, Secreta, Dispacci dei Rettori da
Palma, Dispaccio di Marcantonio Barbaro, Udine, 28. 10. 1593.
— 245 —
SILVIA MORETTI
Barbaro come percorso alternativo proponeva la strada «per Portogruaro
per acqua, sino a’ S. Vido [al Tagliamento], poi miglia otto per terra, et di
la a Codroipo e a Palmada, che vi sono da 20 miglia per la strada alta tutto
buon camino e sempre per il suo territorio».16 Ma neanche questa soluzione
sembrava sufficientemente confortevole.
Dopo le note vicende della guerra di Gradisca, il Trattato di Worms aveva
stabilito una bizzarra linea confinaria tra i due territori veneziano e asburgi-
co che risultava molto irregolare e seguiva il corso dei fiumi: una situazione
che aveva condotto i due territori ad intersecarsi l’uno con l’altro (Fig. 2). Il
fatto che il confine si trovasse lungo un fiume implicava una serie di azioni di
disturbo da parte degli austriaci contro i trasporti dei veneziani e viceversa.
Mude, dazi e tasse erano praticate allo scarico delle merci e costituivano un
vero e proprio intralcio per i mercanti da ambedue le parti.17
La soluzione che all’epoca pareva più agevole era la costruzione di un
canale che da Palmanova si immettesse direttamente nella laguna di Marano
inserendosi nell’Ausa o nel Corno, lasciando quindi fuori Cervignano.
L’iniziativa mirava ad inserire la nuova fortezza in una rete di collegamen-
ti atti a farne un centro rilevante anche dal punto di vista economico. Palma
non aveva un proprio territorio e la città non ebbe la possibilità di svilupparsi
economicamente nonostante lo sforzo enorme per la sua costruzione e i nu-
merosi privilegi elargiti a partire dal secondo decennio del Seicento, come
il tentativo di favorire la lavorazione della seta e la possibilità di ospitare un
tribunale d’appello per le sentenze dei rettori friulani nelle cause civili il cui
valore non superasse una certa cifra (100 ducati).18
Alle autorità, poi, non sfuggiva l’importanza di poter sfruttare le pecu-
liarità dell’assetto idrografico della zona per trasportare le merci su barca,
utilizzando un percorso sicuro per raggiungere la laguna di Marano «senza
toccar punto li luochi arciducali».19
A questo scopo sin dall’epoca della fondazione della città nel 1594 Mar-
cantonio Barbaro, nominato Provveditore Generale, in una lettera inviata a
Venezia invitava i «Signori all’Acque» a mandare degli esperti «per trattar nei
16
Ibid.
17
Le merci che venivano scaricate sulla sponda veneta riconoscevano il daziere di Muscoli, le
altre, scaricate sulla sponda austriaca, pagavano la ‘muda’, una tassa a beneficio della sede vescovile di
Cervignano, cfr. L. Morassi, 1420/1797. Economia e società in Friuli, Udine, Casamassima 1997, p. 63.
18 G. Trebbi, Il Friuli dal 1420 al 1797. La storia politica e sociale, Udine, Casamassima 1998, cap.
V. Tra ’500 e ’600. La società friulana e la politica di Venezia ai tempi dell’Interdetto, pp. 193-284: 241.
19 Venezia, Biblioteca Civici Musei Correr (d’ora in poi BMC), Codici Cicogna, 3249, Benoni
Giuseppe Proto alle acque. Scrittura sulla navigazione di Palma.
— 246 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
1
2
Fig. 1. Territorio da Palma a Marano (Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei Rettori,
Palma, filza 19, dis. 1, allegato al dispaccio 30 maggio 1620). Fig. 2. Angelo Vassor, Zona
del Friuli che si estende da Palma alla laguna di Marano con località e corsi d’acqua a cavallo
del fiume Ausa (Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei Rettori, Palma, filza 74, dise-
gno 1 e particolari, allegati al dispaccio del 20 ottobre 1748).
partiti di questo cavamento».20 Capi da guerra, proti e ingegneri, tra i quali
Marc’Antonio Martinengo (il governatore del cantiere), Cataldo Moscardi,
20 G. Benzoni, voce Marcantonio Barbaro, in Dizionario Biografico degli Italiani, 6, 1964, pp.
110-114: 110. Sul Barbaro a Palmanova cfr. A. Manno, Il governo del cantiere: istituzioni, patrizi,
soldati, tecnici e operai durante la costruzione di Palmanova, «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze,
Lettere ed Arti», CLI, 1992-1993, pp. 1062-1102. Più di recente cfr. il contributo di A. Manno in
questo stesso volume.
— 247 —
SILVIA MORETTI
Giovan Battista Spinelli, Alfonso Moscatelli, Giuseppe Benoni, Antonio Gu-
berna ed anche Bonaiuto Lorini presentano tra fine Cinquecento e inizi Sei-
cento propri studi e progetti.21
Tuttavia le diverse proposte dovettero comunque far fronte a priorità di
spesa, alle esigenze contrastanti delle diverse comunità interessate al commer-
cio con i paesi del nord-Europa e alla difficile situazione politica di quest’area
di confine.22 Di alcune delle maggiori difficoltà furono responsabili comu-
nità come Gemona che nel 1527 si oppose ad un progetto di collegamento
tra Udine e il mare – già approvato dalla Signoria – per i propri interessi
commerciali, e anche Portogruaro che avrebbe perso il suo ruolo principe di
snodo portuale.23
La risoluzione dello spinoso problema infrastrutturale impegnò per quasi
due secoli tecnici e politici invischiati in una ragnatela di interessi particolari
cui solo la conquista napoleonica diede nuovo assetto. Tuttavia per una rior-
ganizzazione definitiva dei confini in questa zona si dovette attendere ancora
molto, e non finì sin dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le motivazioni per
questa situazione difficile risalgono alle caratteristiche peculiari della regione
che, come nel Seicento, costituiva un crocevia di popoli culturalmente diversi
dal punto di vista linguistico e di tradizioni e costumi sulla quale le tre nazioni
confinanti uscite dalla guerra accampavano diritti. I confini, come sempre,
sono porosi, e questo non fece eccezione. Solo con il Trattato di Osimo, nel
1975, come si sa, venne ceduta formalmente all’Italia quella parte del Ter-
ritorio Libero di Trieste che era stato diviso in due zone alla nascita della
Repubblica italiana.24
21 BMC, Codici Cicogna, 3249, Benoni Giuseppe Proto alle acque. Scrittura sulla navigazione di
Palma cit., per le proposte di Lorini 23 agosto e 6 dicembre 1600, 27 settembre 1602. La maggior
parte dei progetti elaborati nell’arco di circa un cinquantennio, a partire dal 1594, per mettere in
comunicazione Palmanova con il mare è contenuta in questo codice. Cfr. anche Asve, Senato Secreta,
Dispacci dei rettori da Palma, dispaccio scritto a Udine il 20 ottobre 1593 da Marc’Antonio Barbaro
«Fra tanto Capi da guerra, et ingegneri di nostro ordine mettono in scrittura i loro pareri separata-
mente uno dall’altro, et fanno anco li dissegni delle loro proposte, et speramo, che dimani haveran-
no interamente soddisfatto al nostro desiderio, et potremo cominciare le nostre consultationi […]».
22 A. Tagliaferri, Aspetti storici dell’occupazione veneziana del Friuli, in Palmanova fortezza
d’Europa. 1593-1993, catalogo della mostra (Palmanova, 1993), a cura di G. Pavan, Venezia, Marsi-
lio 1993, pp. 53-56: 53.
23 Vedi, da ultimo, il saggio di P. Paronuzzi, Le acque, in Il Tagliamento, a cura di F. Bianco et
alii, Sommacampagna (Verona), Cierre 2006, pp. 165-206: 184; sul ruolo di Gemona e di Venzone
vedi il sempre valido saggio di U. Michele, Venzone, in Storia dell’arte italiana, 3 Situazioni momenti
indagini, I Inchieste su centri minori, a cura di E. Guidoni, Torino, Einaudi 1980, pp. 39-68 e L.
Morassi, 1420/1797. Economia e società, cit., pp. 22-27.
24 Cfr. Storia d’Italia: Le regioni dall’unità a oggi. Il Friuli-Venezia Giulia, a cura di R. Finzi,
C. Magris, G. Miccoli, I, Una tormentata regione “artificiale”, Torino, Einaudi 2002, pp. xxi-xxvi.
— 248 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
Questi i dati di partenza per ragionare sulla storia e sulle problematiche
concernenti la fortezza che la storiografia ha tramandato sin qui. Sappiamo
molto sulle vicende relative alla fortificazione, sui diversi pareri degli architet-
ti, sulla costruzione in varie fasi dell’ennagono formato dalla città di Palma-
nova. Molto meno conosciuto è l’intenso dibattito scaturito dalla necessità di
collegare la città-fortezza al mare.
Ma per considerare la mole di problemi suscitati dalla sua realizzazione è
necessario analizzare la situazione dei collegamenti viari e l’idrografia preesi-
stenti la nascita della fortezza.
I collegamenti viari
La situazione viaria della piana
dove sorge la città fortificata di Pal-
manova risale per la maggior parte
all’epoca romana: nel loro insieme,
le strade romane hanno costituito
l’ossatura portante della viabilità
fino alla caduta della Repubblica
di Venezia senza grandi cambia-
menti, e, escluse le autostrade, la
compongono ancora oggi (Fig. 3).
Le vie romane che attraversano la
zona sono sostanzialmente: la via
Postumia, tracciata nel 142 a.C.
dal console Sp. Postumio Albino a
percorrere in linea orizzontale l’I-
talia settentrionale da Genova ad
Aquileia, nuovo e importante porto
della romanità (181 a.C.). Arrivata
a Codroipo (l’antica Quadruvium),
la strada passava ‘alta’ sino all’area Fig. 3. I collegamenti viari preesistenti alla fon-
dazione di Palmanova (elaborazione di V. Mez-
dove sorge l’attuale Palmanova e zelani sulla base del catasto austriaco e della
proseguiva seguendo un percorso carta tecnica regionale).
precedentemente aperto da Lepido
sino ad Aquileia. La cosiddetta ‘Stradalta’ diventò percorso privilegiato per
le invasioni a partire da quella longobarda del 568 d.C.: dal valico sloveno
giungeva a Codroipo e si collegava con Treviso saltando Oderzo che all’epoca
— 249 —
SILVIA MORETTI
era sotto il dominio bizantino.25 Più a sud scorre la via Annia, tracciata nel
131 a.C. dal pretore Tito Annio Rufo: parte da Ravenna passando per Adria e
Padova e di qui arriva ad Aquileia. La via Annia è, a partire dalla seconda metà
del II secolo a.C., uno degli assi portanti della viabilità del Nord-Est; nasce
riprendendo, almeno per alcuni tratti lungo la costa lagunare, un itinerario più
antico risalente all’età del bronzo.26 A queste si aggiunge la via Iulia Augusta27
che congiungeva Aquileia con il Noricum, l’attuale Baviera. Quinto percorso,
non proprio una strada dunque, ma una via commerciale molto antica che uti-
lizzava sia strade che corsi d’acqua, era la via del Fella, che collegava i territori
di lingua tedesca con Venezia passando per Osoppo e Portogruaro. Il tragitto
toccava i paesi di Tomba, Maiano – con il ponte di pietra sul Ledra –, Co-
merzo, S. Tommaso, S. Daniele, Carpacco, Vidulis, Dignano – punto in cui si
attraversava il Tagliamento con la barca – Gradiscutta, Provesano, Cosa. Poi in
direzione sud proseguiva per Portogruaro passando per Cosa, Pozzo, Aurava,
Postoncicco, Valvasone, S. Vito (nei pressi del santuario di Madonna di Rosa,
il più vicino al Tagliamento), Braida, Gleris, Ramuscello, Bagnarola, Sacudello,
Cordovado, Cintello, Portovecchio e Fossalta.28 A Portogruaro vi era il fonda-
co dove potevano essere stoccate le merci e, via terra e via acqua, lungo il corso
del Lemene, si raggiungeva la laguna di Caorle e di qui quella di Venezia.
Abbiamo dunque un reticolo viario che dimostra l’importanza rivestita
da questa zona dal punto di vista politico e commerciale sin dall’antichità;
alle vie di attraversamento si incrociavano le vie di penetrazione verso gli altri
paesi, soprattutto di area germanica.
Il collegamento con il mare: i progetti
La situazione del territorio in cui si insedia Palmanova è, in questo pre-
ciso momento storico di fine Cinquecento-inizio Seicento, particolarmente
25 Ivi, p. 531. Ma vedi anche G. Rosada, La via Postumia da Verona ad Aquileia: un percorso
in terre umide, in Tesori della Postumia. Archeologia e storia intorno a una grande strada romana alle
radici dell’Europa, Milano, Electa 1998, pp. 242-248: 245.
26 Una dettagliata descrizione della situazione viaria e idrografica di quest’area si trova in L.
Bosio – G. Rosada, Le presenze insediative nell’area dell’alto adriatico dell’epoca romana alla nascita
di Venezia, in Da Aquileia a Venezia. Una mediazione tra l’Europa e l’Oriente dal II secolo a.C. al VI
secolo d.C., Milano, Garzanti, Scheiwiller 1980, pp. 505-563: 530.
27 Da non confondere con la Julia Augusta, tracciata nel 13 a.C. dall’imperatore Claudio che
congiungeva Piacenza con la Gallia. Questa Iulia Augusta era in realtà una via priva di nome ma
che esisteva sin dalla preistoria a collegare la piana alluvionale dove sorge Aquileia romana e il nord.
Denominata come tale nell’Ottocento, oggi corrisponde alla SS 352, con la medesima direzione.
28 L. Morassi, 1420/1797. Economia e società in Friuli, cit., p . 19.
— 250 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
complessa. Guardando la cartografia storica dell’area, si rileva che la zona
a Est del fiume Ausa appartiene all’arciduca d’Austria, tuttavia il territorio
veneziano rimane stretto anche da ovest da alcune aree che, pur essendo
feudi indipendenti di proprietà di nobili friulani, passarono all’Austria. Un
esempio tra questi è Torri di Zuino (l’antica Torviscosa), proprietà della fa-
miglia Savorgnan, acquistata da Arrigo di Strassoldo nel 1344 assieme alla
villa di Fornelli e ad altri beni.29 La famiglia Savorgnan le possedette fino al
1866 salvo una breve interruzione dal 1411 al 1420. La pace di Worms (1520)
determinò l’assegnazione di Zuino alla casa d’Austria e l’aggregazione alla
contea di Gorizia e Gradisca, con la quale restò, tranne la breve parentesi
napoleonica, fino al 1866. È utile ricordare che già nel 1690 anche il conte
Antonio Savorgnan aveva progettato un piano di bonifica e colonizzazione
delle sue terre, allora dominate dalla palude.30 Solo con la bonifica del ven-
tennio fascista Zuino diventa Torri di Zuino, in ricordo della torre dell’antico
maniero sui cui resti nel 1714 era stata edificata la nuova villa padronale an-
data distrutta durante la prima guerra mondiale.31
A sud di Torri di Zuino si trovava l’area paludosa di Malisana, caratteriz-
zata, come tutta la fascia circumlagunare della Bassa Friulana fino a prima del-
la bonifica del 1927, da una situazione critica per le colture e per la salute degli
uomini. Le cause di tale degrado dell’ambiente naturale erano diverse: i terre-
ni presentavano una giacitura ad un livello così basso da non permettere uno
scolo naturale delle acque; non esisteva un’organizzazione funzionale della
rete idraulica, costituita da numerosi corsi d’acqua discendenti dalla pianura
soprastante (Ausa, Corno, Zumello, Zuina, Storta, ecc.) e neppure sufficienti
difese arginali per impedire le frequenti inondazioni dell’acqua della laguna.
Il territorio paludoso e malsano preesisteva alla conquista del 1420. Chie-
dersi che cosa cambia con la conquista veneziana sotto il profilo della ge-
stione del territorio è abbastanza interessante. Si sa per certo che la realtà
agraria del Friuli era nella sua maggior parte di carattere feudale con una
grande preponderanza di latifondo e la situazione non cambia con i secoli;
Ciriacono cita i dati del catastico 1661 secondo il quale i nobili possedevano
29 L. Casella, I Savorgnan. La famiglia e le opportunità del potere, Roma, Bulzoni 2003, pp.
47, 48: 189-195.
30 S. Ciriacono, Acque e agricoltura. Venezia, l’Olanda e la bonifica europea in età moderna,
Milano, FrancoAngeli editore 1994, pp. 77-84: 79.
31 Associazione PRIMI di Torviscosa, www.primiditorviscosa.it, Cenni storici sul territorio di
Torre di Zuino ora Torviscosa, Il territorio di Torre di Zuino. Sulla città di fondazione fascista di
Torviscosa, cfr. ora il libro di P. Nicoloso, Mussolini e il paesaggio: propaganda e paesaggio urbano
nell’Italia fascista, Torino, Einaudi 2008, in part. p. 57; e da ultimo, D. Pizzi, Città nuove. Innovazio-
ne e idealità nelle città di fondazione, Milano, Skira 2004.
— 251 —
SILVIA MORETTI
l’equivalente del 66,5% di terreno contro il 29,5% posseduto dai non nobili
della superficie agricola totale.32 La vasta estensione dei beni comunali poi
rappresenta un’altra spiegazione dell’assenza di una proprietà individuale
sensibile a opere di drenaggio, di irrigazione e di miglioramento fondiario
in genere. Vi erano, certo, oggettive difficoltà di carattere idrogeologico, ma
queste non avrebbero costituito un ostacolo insormontabile se solo vi fosse
stata la volontà di attuare una politica rispondente ad un preciso piano di
intervento dopo aver individuato la chiave del problema. E neppure sembra
accettabile la tesi che attribuisce alla maggior concentrazione della politica
veneziana nei confronti della cura della propria gronda lagunare di questi
anni di costituire un ostacolo alla diffusione dell’irrigazione in Terraferma
veneta di età moderna. Per accreditare questa opinione vi sarebbe necessità
di trovare negli atti un numero maggiore e più costante di interventi da parte
veneziana di quanto non ve ne sia traccia.33 Sempre Ciriacono sostiene che,
al contrario, l’assenza di volontà politica della Dominante nell’unificare la
politica agricola della Terraferma e nell’attuare le fondamentali opere irrigue
necessarie all’aumento della produttività si intrecciò all’assenza nella regione
di forze autonome direttamente interessate a tali trasformazioni fondiarie. La
frase di Giulio Savorgnan «Val più un campo in Bresciano che dieci in Friu-
li»,34 dopo aver visto l’immagine del bergamasco, del bresciano, del veronese,
tutte province agricole rese vitali e arricchite dalla presenza dell’acqua, trova
in questo modo la più ampia giustificazione. Se fosse stata messa in opera
secondo i suoi piani, tuttavia, anche la proposta di Giulio avrebbe ricevuto
un finanziamento, da parte dei commercianti di legname.
Inizialmente dunque i veneziani avevano ritenuto poco importante essere
circondati da acquitrini, mentre a fine Cinquecento sentono l’esigenza di bo-
nificare le terre anche per poter utilizzare i campi.
Le alternative progettuali non potevano dunque variare di molto, dato
che il canale avrebbe dovuto attraversare un corridoio di territorio veneziano,
32
S. Ciriacono, Acque e agricoltura, cit., p. 83.
33
Cfr. ad esempio, R. Vergani che nel suo recente Venezia e la terraferma: acque, boschi, ambien-
te, in 1509-2009. L’ombra di Agnadello, cit., pp. 172-183: 179 conferma studi precedenti tra i quali S.
Ciriacono, Acque e agricoltura, cit., pp. 77-84; R.Vergani, Problemi d’acque e scavo di canali nell’alta
pianura veneta dei secoli XIV-XVI, in La civiltà delle acque tra Medioevo e Rinascimento. Atti del Con-
vegno (Mantova, 2008), a cura di A. Calzona, D. Lamberini, II, Firenze, Olschki 2010, pp. 507-527.
34 S. Ciriacono, Acque e agricoltura, cit., p. 80, ma anche G. Savorgnan, Scritture di Giulio Sa-
vorgnano del 1592 sul canale Ledra, Udine, tipografia Seitz 1876 (per nozze Occioni Bonaffons-Cri-
sicopulo); Il canale Ledra-Tagliamento : Scritti vari di Giulio Savorgnano, G. B. Bassi, Carlo Cattaneo,
Udine, [s.e.] 1949, p. 45-60; cfr. anche Il canale Ledra-Tagliamento e la trasformazione fondiaria della
pianura friulana in relazione alle vicende storiche, sociali ed economiche del Friuli, C. Grinovero,
Udine, Tipografia G.B. Doretti 1931, pp. 17-24.
— 252 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
Fig. 4. I progetti di canale di collegamento tra Palmanova e il mare stilati dai periti tra il 1594
e il 1670 (elaborazione di V. Mezzelani sulla base del catasto austriaco e della carta tecnica
regionale).
stretto sia a ovest (Torre di Zuino – il feudo Savorgnan assegnato all’Austria)
che a est (l’Ausa appena sotto Cervignano) dal territorio austriaco (Fig. 4).
La Serenissima per realizzare il canale intreccia le competenze tecniche
con la conoscenza del territorio propria della nobiltà locale: il fiorentino
Buonaiuto Lorini, traendo profitto dall’idea del 1566 di Giulio Savorgnan,
suggerisce di costruire un canale di comunicazione fra Venezia e la nuova
piazzaforte. Il tragitto avrebbe dovuto essere il seguente: da Venezia a Latisa-
na, oltre la laguna di Caorle e quella di Marano, poi lungo il fiume Ausa fino
a Cervignano e Strassoldo e, con un nuovo tratto, direttamente nel fossato
della fortezza. Il progetto avrebbe consentito di ottenere notevoli risparmi
sui costi di trasporto per i materiali da costruzione della nuova città attra-
verso la laguna di Marano, il fiume Ausa fino a Cervignano e, di lì, a Palma.
Già nella scrittura del 1595 Buonaiuto Lorini aveva sottolineato l’importan-
— 253 —
SILVIA MORETTI
za dell’operazione per lo sviluppo economico della regione e di Palma in
particolare.35
L’idea venne nuovamente ripresa dal Barbaro e da Martinengo di Villa-
chiara conducendo alla realizzazione nel 1597 del canale navigabile per il solo
primo tratto fino a Strassoldo con l’escavo del fiume Imburino.36 Tuttavia nel
corso del Seicento questa porzione si interrò rapidamente per mancanza di
manutenzione e la mancata costruzione del segmento finale, necessario per
dare vita all’economia della città, condusse l’operazione all’insuccesso nono-
stante nel 1604 fossero già stati spesi 74.216 ducati.37
Uno dei progetti che Marc’Antonio Martinengo aveva presentato già dal
1595 prevedeva di unire le acque del fiume che scorre a Strassoldo, passando
per Muschis e giungendo nell’Ausa a circa 1 km sopra Cervignano, costruire un
ponte a Strassoldo e arrivare fino a Cisis (in una fossa chiamata Bucina), andan-
do poi verso Sud-Ovest (Ostro Garbino) per quasi 2 km e sboccando in uno
specchio d’acqua che nello spazio di un miglio sarebbe sfociato poi di nuovo
nell’Ausa a poco meno di 4 km da Cervignano. Il fiume poi si sarebbe rivolto
verso sud-est curvando sinuosamente e approfondendosi per circa 20 km fino
a entrare nella laguna a 7 km di distanza da Marano. Martinengo prevede già
il taglio di circa tre chilometri e mezzo che fu poi effettivamente realizzato nel
Tagliamento a Bevazzana per poter giungere di là, oltre il porto di Baseleghe,
con una navigazione tranquilla, sino a Venezia.38 La deliberazione del Senato
risale al settembre 1600, completando così la ‘litoranea veneta’ (Fig. 5).39
Da Venezia però, vi erano forti dubbi sulle proposte di Martinengo e la
controproposta, di cui vennero incaricati nel 1599 Orazio Guberna, con un
altro ingegnere, Gerolamo Fontana, fu di approfondire il primo tratto della
canalizzazione del torrente Imburino, raggiungendo la fossa Bucina sino alla
Roja di Castions.40
Cataldo Moscardi, in uno scritto del 1602 rilevava alcuni problemi relativi
all’escavazione dei due canali, Imburino e Bevazzana. I problemi erano quelli
35
Ivi, p. 141.
36
D. Frangipane, Cause per le quali la Maestà dell’Imperatore per interesse suo e della Sere-
nissima casa d’Austria non può permettere ai Signori veneziani di fabricar la nuova fortezza di Palma
in Friuli, in G. Benzoni – P. Renier – D. Frangipane, Palma, scudo ad oriente, atti della giornata di
studio (Palmanova, 1993), S.l., Emme Studio 1995, pp. 63-73: 66. Su Marcantonio Martinengo, cfr.
G. Benzoni, in Dizionario Biografico degli Italiani, 71, 2008, pp. 345-370: 355.
37 A. Manno, Il governo del cantiere, cit., pp. 1081, 1082.
38 BMC, Codici Cicogna, 3249, lettera di Marc’Antonio Martinengo dalla Zecca, 5 giugno 1594.
39 Ibid.. Ma 1600. Cfr. anche ASVe, Senato, 1 settembre 1600; vengono stanziati nuovi finan-
ziamenti (2000 ducati) il 27 febbraio 1602 (ASVe, Senato).
40 P. La Penna, La fortezza e la città, cit., in particolare pp. 141 e sgg.
— 254 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
Fig. 5. La litoranea veneta (elaborazione di V. Mezzelani sulla base del catasto austriaco e della
carta tecnica regionale).
che tipicamente si possono incontrare nel corso di operazioni questo genere:
strade storte, paludi, inclinazione troppo elevata o, al contrario, sua mancan-
za. Moscardi si reca in sopralluogo in loco e propone di risolvere con i mez-
zi abituali eventuali perdite («scolador della fossa d’essa»), o acque correnti
troppo velocemente tra Strassoldo e Muscoli, «per il quale ..[ha]..pensato di
condur la navigazione». Per la carenza d’acqua a Muscoli, in sostituzione del
piccolo lago prosciugatosi, propone di costruire un bacino artificiale con un
fondo di cassoni di rovere, rinforzandone le pareti con muratura.41 Il peri-
to proponeva di utilizzare la macchina volante, una sorta di pompa mobile
inventata da Leonardo da Vinci e utilizzata anche agli inizi del Cinquecen-
to quando quest’ultimo studiò, per la Repubblica di Venezia, il regime idro-
41
BMC, Codici Cicogna, 3249, lettera di Cataldo Moscardi, 3 ottobre 1602.
— 255 —
SILVIA MORETTI
grafico dell’Isonzo.42 Per quanto riguarda la necessità di aggiungere acqua
a quella già fornita dall’escavazione del canale, si rese necessario creare un
collegamento tra Strassoldo e una piccola ancona che al tempo si trovava in
situ, e che distava dalla fortezza mille quattrocento passi. Tutti i periti erano
d’accordo su questa operazione; oltre all’acqua così ottenuta, si sarebbero ag-
giunti anche due alvei artificiali per poter deviare le acque durante le piene e
far funzionare alcuni mulini.43
Anche Giambattista Spinelli suggerisce di utilizzare il ‘taglio’ della fortez-
za per giungere a Privano, poi a San Gallo ma, al contrario degli altri periti,
da lì svoltare poi in direzione Sud-Ovest (Ponente Garbino) fino al fiume
Castra passando accanto al feudo Savorgnan e, attraversate le paludi di Ma-
lisana, sbucare nel fiume Corno, approfittando anche per bonificare i cam-
pi.44 Questa soluzione, la più drastica, avrebbe consentito non solo di evitare
Cervignano e le minacce arciducali, ma, con un percorso più retto di quello
proposto da Martinengo, di passare unicamente in territorio veneto. In real-
tà, essendo anche la più costosa, probabilmente anche per questo motivo non
venne approvata e condotta a termine.
Il progetto di Giuseppe Benoni nel 1652 prevedeva invece di unire le
acque che sorgono sotto Privano e quelle che escono da Palma con il fiume
Castra che scende da Sevegliano (immediatamente a Sud della fortezza), for-
mando così un bacino che, approfondito di qualche metro, avrebbe permesso
la sosta delle barche; questo tratto, collegato con il fiume Ausa tramite San
Gallo e Strassoldo, avrebbe collegato la città-fortezza con il mare. La propo-
sta corrispondeva alle esigenze di lancio economico della comunità di Palma-
nova. Ma anche questa rimase lettera morta, tant’è che nel 1567 gli abitanti
di Palma lamentavano che i lavori iniziati si fossero fermati a Strassoldo e che
non fossero stati prolungati sino a Privano, con grave danno della città e la
conseguenza che «Cervignano ha la felicità rapita a Palma».45 Si sarebbe trat-
42 Codice Atlantico, f. 638 r-v, poi anche nel Codice Leicester; cit. in B. Marani, Leonardo
da Vinci, in Dizionario Biografico degli Italiani,. 64, 2005, pp. 69-78, e C. Pedretti, Leonardo archi-
tetto, Milano, Electa 1988, pp. 76-81. Nella Banca Dati http://archimedes2.mpiwg-berlin.mpg.
de/archimedes_templates/project.htm mancano ancora purtroppo, i disegni di Leonardo, ma un
congegno similare può essere visto in A. Ramelli, Le diverse et artificiose machine, Parigi, in casa
dell’Autore 1588, ed. anast. Westmead, Gregg international 1970. Ringrazio E. Molteni per la
segnalazione.
43 Chiamati ‘sboradori’. BMC, Codici Cicogna, 3249, lettera di Cataldo Moscardi, 3 ottobre 1602.
44 BMC, Codici Cicogna, 3249, Palma, 4 maggio 1670.
45 BMC, Codici Cicogna, 3249, Benoni Giuseppe Proto alle acque. Scrittura sulla navigazione di
Palma, s.d. [ma 1652] Delle opere iniziate e finanziate dalla Serenissima per lo scavo del canale si ha
notizia anche in Palmanova congiunta al mare, ricerche di Anonimo (nel n. unico pel III centenario
della fondazione di Palma compl. Dott. S. Bortolotti), Udine, Del Bianco 1893, dal quale risulta
— 256 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
tato di utilizzare le risorgive insieme all’acqua della roggia, per raggiungere
senza una grossa spesa una larghezza sufficiente a costruire un sostegno con
il riordino delle ‘porte’ della chiusa a Muscoli.46 I cittadini di Palma facevano
riferimento al progetto del proto Benoni.
Benché non sia tra i più conosciuti, Giuseppe Benoni ha lavorato molto a
Palmanova tra il 1645 e il 1657, ed è stato tra i periti incaricati di sovrinten-
dere i lavori più disparati, in genere di ‘governo del territorio’ unendo archi-
tettura, restauro (con sopralluoghi a Udine, Monfalcone, Marano) e gestione
delle acque e dei fiumi. Ha stilato disegni e proposte, che purtroppo sono
rimasti solo in parte.47 È sintomatico tuttavia che nella pianta della fortezza
di Marano del 1654 fosse previsto anche un piano di intervento all’esterno,
elemento che conferma il suo abituale approccio globale ai problemi.48
Nella relazione del 1657 sui lavori necessari per il perfezionamento della
piazzaforte di Palma Benoni aveva fornito le prime informazioni sulle proprie
conoscenze tecniche e teoriche. Nella scrittura adopera agevolmente il lessico
militare, dimostrando di aver familiarità con la trattatistica sull’argomento e
con i meccanismi idraulici applicati.49 Il proto si serviva di modelli o di disegni,
ma anche di entrambi, sia per indicare soluzioni per la manutenzione delle car-
ceri nel Castello di Udine sia per illustrare dettagli delle fortificazioni di Palma.
Tuttavia, pur disponendo di un ventaglio di conoscenze assai ampio, del
resto tipico dei proti veneziani e veneti, la sfera di competenza principale fu
quella che gli permise di avere un ruolo fondamentale nell’ufficio alle acque:
parafrasando la felice espressione di Brusatin, la progettazione in un sistema
completo dell’intera unità territoriale di Venezia.50
che Venezia nel 1808 riprese in esame il progetto di Benoni ma lo abbandonò pur avendo già speso
molto per la sua realizzazione.
46 Ibid.
47 Cfr. S. Moretti, «Fondamenti sodi e non pensieri vani». Giuseppe Benoni ingegnere e archi-
tetto tra Venezia e Friuli nella seconda metà del Seicento al servizio della Dominante, in «Architetto sia
l’ingegniero che discorre». Ingegneri, architetti e proti, nell’età della Repubblica, a cura di G. Mazzi,
S. Zaggia, Venezia, Marsilio 2004, pp. 153-199 e Ead., L’attività di Giuseppe Benoni in Friuli nel
Seicento. Storia di un funzionario della Repubblica di Venezia, in Artisti in Viaggio 1600-1750. Pre-
senze foreste in Friuli Venezia Giulia, atti del III Convegno (Udine, 2004), a cura di M. P. Frattolin,
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Itineraria/Cafoscarina 2005, pp. 371-388; BMC, Codici
Cicogna, 3249, Benoni Giuseppe Proto alle acque. Scrittura sulla navigazione di Palma, [1600-1666],
sul ruolo di Benoni nella sistemazione della fortezza, del tutto trascurato nell’ambito della mostra
per le celebrazioni della fondazione, cfr. le osservazioni di M. Frank, Un’occasione perduta. Il IV
Centenario della fondazione di Palmanova, «Venezia Arti», VIII, 1994, pp. 127-128.
48 ASVe, Senato, Dispacci Rettori Palma, filza 40, dis. 1, 12 ottobre 1654, allegato a dispaccio
17.10.1655 [ma 1654].
49 BMC, Mss. Morosini – Grimani. busta 536/X [ex XIII] Scrittura per li bisogni della fortezza
di Palma, 21 marzo 1657 [ma scritta a Palma il 15 agosto 1656]. Il corsivo è mio.
50 M. Brusatin, Venezia nel Settecento. Stato, architettura, territorio, Torino, Einaudi 1980, p. 217.
— 257 —
SILVIA MORETTI
La ‘Patria del Friuli’ e il mare
Come si sa, il collegamento di Udine con il mare rispondeva ad una serie
di esigenze di antica data: già alla metà del Quattrocento l’erudito udinese
Jacopo Valvasone di Maniago aveva avanzato questa rivendicazione51 unita
alla richiesta di essere maggiormente protetta da eventuali aggressioni. En-
trambe queste istanze non avevano avuto esito, tanti erano i fattori contrari di
carattere sociale e politico di cui si è già parlato. Tuttavia, altrettanti furono i
tentativi per realizzare almeno il primo desiderio: nel 1592 il nobile friulano
e futuro Soprintendente generale delle artiglierie e delle fortezze veneziane di
Palma Giulio Savorgnan52 aveva ripreso e approntato una possibile soluzione
tecnica in uno scritto sull’incanalamento del Ledra prospettando l’eventua-
lità di contribuirvi personalmente.53 Il progetto aveva coinvolto il Consiglio
Minore, il Parlamento udinese ma anche alcuni luogotenenti in disaccordo
con il Governo veneziano. L’obiettivo di Giulio era di natura strettamente
economica e si riprometteva di rendere fertile il Friuli attraverso l’escavo di
un canale sulla scorta di un’analoga realizzazione portata a termine nei pressi
di Bergamo da un altro condottiero veneziano, Bartolomeo Colleoni.54 Il ca-
nale, partendo dal Tagliamento all’altezza di Osoppo, avrebbe dovuto transi-
tare per Udine e sfociare nella laguna di Marano.
51 Cfr. A. Fornasin, Tra Vienna e Venezia, la viabilità della Patria del Friuli in età moderna,
«Studi Veneziani», XXXVIII 2000, pp. 15-36: 22.
52 A. Manno, Il governo del cantiere, cit., p. 1066. Su questa prima fase della stagione fortifica-
toria veneziana cfr. anche La Penna, La fortezza e la città, cit., e E. Molteni, La scienza del fortificare,
in E. Concina – E. Molteni, “La fabrica della fortezza”. L’architettura militare di Venezia, Verona,
Banca Popolare di Verona 2001, pp. 185-292: 185-208; su Giulio Savorgnan cfr. da ultimo L. Casel-
la, I Savorgnan, cit., specialmente pp. 163-171 e 166n.
53 Scrittura di Giulio Savorgnano nel 1592 sull’incanalamento del Ledra, cit., pp. 3-9; G.C. Ber-
tozzi, Relazione al commissario del Re commendatore Quintino Sella sul divisamento di formare con
le acque dei fiumi Tagliamento e Ledra una rete di canali d’irrigazione, Torino, Stamperia dell’Unione
Tipografica – Editrice 1866.
54 B. Belotti, Vita di Bartolomeo Colleoni, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche 1923,
pp. 279-340 e, da ultimo, M.E. Mallett, Colleoni, Bartolomeo, in Dizionario Biografico degli Italiani,
27, 1982, pp. 430-457, ad vocem, in part. p. 450; Colleoni fu fautore di una lungimirante politica
di gestione delle acque nella provincia di Bergamo. Volle innanzitutto migliorare l’irrigazione delle
campagne della media pianura bergamasca, soprattutto quelle che appartenevano ai suoi possedi-
menti feudali. Ampliò canali già esistenti e ne fece costruire di nuovi, creando una fitta rete irrigua
che garantiva il fabbisogno idrico ai campi dell’intera pianura compresa longitudinalmente tra il
Brembo e l’Oglio ed in latitudine tra la fascia pedemontana ed il limite delle risorgive. Uno dei
primi interventi fu l’incanalamento delle acque in una roggia chiamata Colleonesca, utilizzata per
l’irrigazione delle campagne attorno a Cavernago, borgo dove il condottiero aveva il suo quartier
generale. Molti progetti di irrigazione e di deviazione di corsi d’acqua non vennero realizzati, come
quello che prevedeva la creazione di un grande canale derivato dal fiume Brembo o un collegamento
con quest’ultimo e il Po per aiutare la navigazione fino a Venezia.
— 258 —
PALMANOVA E LA VIA DEL MARE NEL XVII SECOLO
Settant’anni dopo, nel
1666, il Consiglio di Udine
invitò proprio uno dei proget-
tisti del canale sotto Palma,
Giuseppe Benoni, alla realiz-
zazione con altre modalità e in
territorio udinese di quel col-
legamento con il mare iniziato
ma non portato a compimen-
to a Palma.55 L’idea di Beno-
ni era di deviare le acque del
Tagliamento sotto Osoppo, di
introdurle, assieme a quelle
del Ledra, nel torrente Corno
in un antico alveo all’altezza
di Coseano e di lì farle giun-
gere a Muscoli e all’Ausa e
quindi al mare (Fig. 6).
L’ingegnere non è scelto a
caso: egli univa la competen-
za della tradizione venezia-
na a proposito di acque e di Fig. 6. Il progetto di Giuseppe Benoni per il collega-
diversioni di fiumi ai contat- mento tra Osoppo, Udine, Palmanova e il mare (ela-
borazione di V. Mezzelani sulla base del catasto au-
ti con la famiglia Manin del striaco e della carta tecnica regionale).
ramo di Udine e Passariano.
Chiaramente la nascita di Palmanova aveva riattivato l’esigenza di un gruppo
di città di essere inserite all’interno della rete infrastrutturale friulana. Udine
infatti, nonostante fosse la prima città della Patria, era tagliata fuori sia dalle
vie di penetrazione Nord-Sud (Pontebbana) sia dall’asse Est-Ovest (Stradal-
ta). Questa situazione rappresentava un grave ostacolo al suo sviluppo econo-
mico e politico, di qui l’urgenza di ovviare alla mancanza di strade e di fiumi
navigabili.
Sta di fatto che entrambi i collegamenti, per ragioni diverse, non vennero
portati a termine, anche se l’idea di una connessione della terraferma con il
55 G.B. Bassi, Memorie sull’antico divisamento di costruire un canale navigabile da Udine al
Mare, Udine, Mattiussi 1829; I. Benoni, Progetto del 1666 pel canale Ledra – Tagliamento [Narratione
fatta dall’Egregio Sig. Iseppo Benoni Ingegnere alle Acque di S. Serenità circa il Disegno dell’Alveo na-
vigabile del Tagliamento e Ledra a questa Città, e da qui al mare; inherendo alla parte presa nel Maggior
Consiglio a 26 di Maggio 1666], Udine, Tipografia del Patronato 1886 (per nozze Ghidetti-Serravalle).
— 259 —
SILVIA MORETTI
mare fu riproposta un’altra volta alla fine del Seicento con l’incarico da parte
della Repubblica a Geminiano Montanari ancora per un canale che collegasse
Udine, Palmanova e il mare, inaugurando una collaborazione più stretta tra
governo della Repubblica e mondo universitario.56
La situazione di abbandono della Patria del Friuli non si risolse comple-
tamente neppure con Napoleone, tant’è che ancora a fine Ottocento il Nievo
poteva descrivere la regione come
solcata ad ogni passo da torrenti e da fiumane sulle quali scarseggiano, nonché i pon-
ti, le barche; e fatta dieci volte più vasta che ora non sia da strade distorte, profonde,
infamissime, atte più a precipitare che ad aiutare i passeggieri…e ognuno si può figu-
rare quale dovesse essere la forza esecutiva delle autorità sopra persone difese d’ogni
parte da tanti ostacoli naturali.57
È quindi solo in un processo di lungo periodo scandito da provvedimenti
legislativi napoleonici e austriaci – e non grazie alla Dominante – che il Friuli
riuscì ad integrarsi nella rete viaria nazionale, ed è solo nel ventesimo secolo
che la zona dell’Ausa-Corno ha raggiunto una certa importanza economica
nella regione.
56 R. Rusconi – P. Ventrice, Magistrato alle Acque: lineamenti di storia del governo delle acque
venete, Roma, Dei Tipografia del Genio Civile 2001, p. 129.
57 I. Nievo, Le confessioni di un italiano, a cura di M. Gorra, Milano, Mondadori 1981, p. 125.
— 260 —
FINITO DI STAMPARE
PER CONTO DI LEO S. OLSCHKI EDITORE
PRESSO ABC TIPOGRAFIA • SESTO FIORENTINO (FI)
NEL MESE DI DICEMBRE 2014
Le architetture militari che Venezia realizza nella seconda metà del Cinquecento
sono frutto di scelte strategiche e nuove tecniche costruttive che, partendo dalla
visione territoriale e dai sistemi bastionati di Francesco Maria Della Rovere, defi-
niscono nuove dimensioni, forme e soluzioni per rispondere alla crescente potenza
degli eserciti e delle armi da fuoco.
Il volume affronta il tema della difesa degli estesi confini della Repubblica venezia-
na discutendo gli scambi di modelli che coinvolgono militari, ingegneri e architetti,
portatori di esperienze europee. Esamina le principali architetture costruite a di-
fesa di luoghi, porti e città, da Bergamo all’estremità della Dalmazia, e le soluzioni
originali proseguite e incrementate sino al Seicento e oltre. Ne risulta un inedi-
to quadro d’insieme dovuto al contributo di studiosi di vari paesi entro il quale
spicca Palmanova, città-fortezza di nuova fondazione che unisce alla novità delle
fortificazioni in terra il perimetro geometricamente perfetto e l’impianto radiale,
celebre caso storiografico qui discusso e aggiornato anche per alcuni aspetti della
conservazione.
ISBN 978 88 222 6371 1