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UNIVERSITÀ DI PISA Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica Corso di laurea magistrale in Filologia e Storia dell’Antichità LA TRADUZIONE DELLE ORAZIONI A NICOCLE DI ISOCRATE DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE. EDIZIONE CRITICA E INTRODUZIONE. CANDIDATA: PRIMO RELATORE: Irene Regini Prof. Paolo Pontari SECONDO RELATORE: Prof.ssa Gabriella Albanese Anno accademico 2016/2017 1 SOMMARIO INTRODUZIONE ................................................................................................................................. 4 1. LA FORTUNA DI ISOCRATE E LA TRATTATISTICA DE PRINCIPE NELL’UMANESIMO .................... 4 2. LA TRADUZIONE DELL’AD NICOCLEM DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO: FORTUNA E DIFFUSIONE ............................................................................................................... 12 3. CONTESTO CULTURALE, STORICO E BIOGRAFICO (1434-1435) ................................................ 18 4. QUALCHE OSSERVAZIONE SUL METODO VERSORIO DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO: LA LEZIONE DI LEONARDO BRUNI E IL MAGISTERO DI FILELFO .................................................... 25 NOTA AL TESTO ................................................................................................................................ 34 1. LA TRADIZIONE MANOSCRITTA ................................................................................................ 34 2. DESCRIZIONE DEI MANOSCRITTI .............................................................................................. 38 3. CLASSIFICAZIONE DEI TESTIMONI MANOSCRITTI ...................................................................... 89 3. 1. Ricostruzione dei rapporti stemmatici tra i testimoni della dedicatoria ................... 96 3. 1. 1. Esiste un archetipo? ..................................................................................... 96 3. 1. 2. La ricostruzione storica alla prova dei dati di collazione ............................ 98 3. 1. 3. Datazione delle tre redazioni della dedicatoria ........................................... 110 3. 1. 4. V1 come codice idiografo (o autografo?) dell’autore .................................. 114 3. 2. Ricostruzione stemmatica dei testimoni di Nicocles e Ad Nicoclem ........................ 118 3. 3. Ricostruzione stemmatica della traduzione dell’orazione Nicocles ......................... 122 3. 3. 1. Ricostruzione delle quattro fasi redazionali dell’opera ............................... 122 3. 3. 2. Individuazione delle famiglie di manoscritti ............................................... 135 3. 4. Ricostruzione stemmatica della traduzione dell’orazione Ad Nicoclem ................... 149 3. 4. 1. Ricostruzione delle quattro fasi redazionali dell’opera ............................... 149 3. 4. 2. Individuazione delle famiglie di manoscritti ............................................... 162 4. CRITERI ORTOGRAFICI ED EDITORIALI ..................................................................................... 177 TESTO CRITICO ................................................................................................................................. 181 EPISTOLA DEDICATORIA AL PANORMITA (ms. Vat. Lat. 3422) .................................................... 182 EPISTOLA DEDICATORIA (seconda redazione, ms. Pisano Cath. 37) ........................................... 186 EPISTOLA DEDICATORIA A FRANCESCO CONDULMER (mss. London, British Library, add. 11760; Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, ms. 47) ............................................................................ 188 2 ISOCRATIS NICOCLES .................................................................................................................. 192 ISOCRATIS AD NICOCLEM ........................................................................................................... 211 APPENDICE: CINQUE EPIGRAMMI ATTRIBUITI AL PANORMITA NEL CODICE VAT. LAT. 3422 ............ 228 RINGRAZIAMENTI ............................................................................................................................. 231 BIBLIOGRAFIA .................................................................................................................................. 233 3 INTRODUZIONE Per le traduzioni isocratee di Lapo da Castiglionchio il Giovane emerge, dalla recensio, il quadro di una diffusione che – pur senza mai approdare alla stampa – fu certo non indifferente. Questa tendenza sembra confermare la grande fortuna che Isocrate ebbe nell’epoca umanistica, e – in particolare – l’enorme diffusione delle sue orazioni riguardanti la precettistica de principe che, a partire dal XV fino al XVIII secolo, godettero di vastissima fortuna, prima in Italia e poi in Europa, e furono pertanto oggetto di numerose traduzioni dal greco in latino prima, e poi in volgare italiano. Furono in particolare quattro orazioni di Isocrate (Ad Nicoclem, Nicocles, Evagoras e Ad Demonicum), indirizzate le prime tre ai re di Salamina di Cipro Evagora I e suo figlio Nicocle e la quarta – considerata quasi sicuramente spuria – contenente alcuni precetti morali rivolti agli adolescenti, che affrontano da diversi punti di vista il tema della delineazione dell’uomo e del sovrano perfetto, il buon modo di governare ed il giusto rapporto del sovrano con i sudditi, ad aprire la strada, già in età tardoantica e poi medievale, ad una variegata serie di Specula principum. Nell’Umanesimo e nel Rinascimento, quando si venne a creare l’ideale di humanitas, la teorizzazione isocratea della filosofia e della παιδεία – intesa come l’ideale di una formazione a tutto tondo, incentrata però sulle lettere e sull’arte retorica – parve particolarmente consonante non solo con la pedagogia umanistica, ma anche con l’esigenza di formare un modello di optimus princeps verso il quale i regnanti potessero tendere ed essere ammaestrati. 1. LA FORTUNA DI ISOCRATE E LA TRATTATISTICA DE PRINCIPE NELL’UMANESIMO La fortuna di Isocrate nell’umanesimo fu in generale molto grande, e si sviluppò su due principali canali, riflettenti ognuno un diverso aspetto della sua produzione: il primo, che senz’altro ha goduto di maggiore attenzione nella storia moderna degli studi, è quello della retorica, intesa sia nel senso di una ripresa scolastica dei discorsi e delle orazioni isocratee sia – soprattutto – in quello dell’idealizzazione e dell’imitazione della prosa dell’autore, fin dall’antichità considerata modello di eleganza e di buon uso della lingua; il secondo canale riguarda invece la riproposizione – anche e soprattutto a livello pedagogico e didattico – dei contenuti dell’opera isocratea. Come nota Lucia Gualdo Rosa nell’introduzione al suo volume,1 che al momento è l’unica opera che consenta una visione d’insieme esauriente, ancorché non approfondita in tutte le sue articolazioni, della fortuna di Isocrate nel XV e nel XVI secolo, gli studiosi dell’umanesimo non hanno ancora preso 1 L. GUALDO ROSA, La fede nella “Paideia”. Aspetti della fortuna europea di Isocrate nei secoli XV e XVI, Roma 1984. 4 sistematicamente in considerazione il problema. Gli ideali isocratei di παιδεία e di filosofia mostrano, in effetti, sorprendenti affinità con quelli umanistici, e pertanto non c’è da stupirsi se proprio Isocrate fu l’autore privilegiato alla scuola di Guarino e se egli godette per tutta l’età umanistica, fin dal suo avvio, di un’enorme fortuna. Tra i principali elementi di contatto tra la filosofia isocratea e quella umanistica c’è senz’altro quello che è stato definito scetticismo epistemologico, ovvero il rifiuto di ogni indagine puramente speculativa a favore di un insegnamento retorico che mantenga allo stesso tempo un valore etico e politico; c’è poi l’idealizzazione della παιδεία, intesa come perseguimento di una cultura completa, a tutto tondo, basata però sui cardini di un insegnamento letterario-retorico; da qui deriva anche l’esaltazione della parola, intesa come strumento di civilizzazione e base per la concordia tra gli uomini (l’esaltazione del λόγος si trova, per elempio, in Nic. 5-7). L’elemento per noi più rilevante, però, è il fatto che il messaggio della παιδεία di Isocrate – un messaggio, come quello trasmesso dagli umanisti, aristocratico e moderato – fonda la sua teoria sull’imitazione di modelli morali, rappresentati principalmente dai grandi eroi del passato; l’élite destinataria delle opere di Isocrate, la stessa élite alla quale si rivolgeranno gli umanisti riprendendo l’autore greco, è composta da due categorie di persone: quella dei figli dei sovrani, destinati al governo e dunque bisognosi di essere istruiti con insegnamenti pratici e con la proposizione di modelli comportamentali ai quali conformarsi, e quella di chi nel regno è tenuto a svolgere funzioni amministrative, di educatore o di funzionario di cancelleria, e insomma di consigliere del principe. L’ideale del principe perfetto, in Isocrate e poi nell’ideologia umanistica, è fondamentalmente caratterizzato da humanitas, clementia (mitezza, misericordia) e pietas verso gli dèi e nei confronti delle leggi della città. Le opere isocratee che contengono i concetti appena espressi, quelle quindi che costituirono la base per i medievali specula principis2 e per lo sviluppo umanistico della trattatistica de principe, sono principalmente le tre orazioni ‘cipriote’, ovvero Evagoras, un trattato composto in forma epistolare e destinato al re di Salamina di Cipro Evagora I, Ad Nicoclem, anch’essa un’epistola indirizzata a Nicocle, sovrano figlio di Evagora, e Nicocles, un opuscolo costruito come un discorso fittizio che Isocrate immagina pronunciato dal sovrano davanti all’assemblea dei suoi sudditi. Tutte e tre le orazioni affrontano, in modo diverso, il tema della delineazione del sovrano ideale, forniscono precetti di buon governo e modelli morali di comportamento cui il principe si deve conformare, e infine – fatto non meno importante – definiscono i doveri reciproci dei sudditi e del sovrano, e il giusto rapporto che tra essi si deve creare. A queste opere bisogna aggiungere una quarta, la pseudo- isocratea Ad Demonicum, nella quale si offrono precetti di buona condotta rivolti agli adolescenti; la 2 Per il genere degli specula principis, si vedano P. HADOT, Fürstenspiegel, in Reallexikon für Antike und Christentum, VIII, Stuttgart 1972, pp. 555-632; Lo spazio letterario del Medioevo. I, Il Medioevo latino, a cura di G. Cavallo, C. Leonardi, E. Menestò, Roma 1992-1998. 5 sua fortuna in età umanistica, infatti, fu legata al nome di Isocrate e andò spesso di pari passo con quella delle altre tre orazioni. Il successo di queste opere nell’umanesimo si esplicò in una vera e propria gara di traduzioni tra gli intellettuali italiani ed europei, che si moltiplicarono per tutto il XV e nei primi decenni del XVI secolo, in latino e poi anche in volgare; tali traduzioni, quasi sempre dedicate ai vari e più o meno importanti principi, signori locali o potenti esponenti del clero, rappresentavano un omaggio e un effettivo sostegno al governo ma anche – come risulta evidente fin dalla scelta dell’opera da tradurre – uno strumento tramite il quale gli intellettuali umanisti miravano ad accreditarsi presso i dedicatari, proponendosi nella veste di precettori e consiglieri del principe; inoltre, il genere panegiristico-precettistico ha offerto ai letterati di corte, fin dall’antichità, un’arma a doppio taglio: elogiare il sovrano, identificarlo con i migliori modelli morali, significa legarlo indissolubilmente a quei modelli, ai quali chiunque voglia esser definito un buon governante dovrà conformarsi. La pratica isocratea di proporre illustri personaggi del passato come exempla morali, inoltre, fece sì che gli umanisti si cimentassero nella traduzione anche di molte delle Vite di Plutarco, che facevano capo alla stessa tematica de principe e non di rado si trovano associate, nelle miscellanee manoscritte, alle tre orazioni cipriote.3 In aggiunta e a completamento di queste operazioni versorie, le orazioni isocratee fornirono nell’umanesimo la base per l’elaborazione di opere autonome ed originali, che, prendendo da esse l’avvio, declinavano la tematica de principe nei suoi due sottogeneri: quello dell’institutio principis, un insieme di norme comportamentali dedicate dai precettori ai futuri sovrani, e quello delle virtutes principis, un elenco elogiativo delle qualità del sovrano, ideali ma spesso concretizzate nel destinatario di turno; illustre esponente di questa produzione è il Principe di Machiavelli, che non a caso si apre con una parafrasi dell’inizio dell’orazione Ad Nicoclem.4 La stessa sorte, del resto, toccò ai concetti fondanti della παιδεία di Isocrate: ne è un esempio la Comparatio studiorum et rei militaris di Lapo da Castiglionchio il Giovane. All’interno del panorama delle traduzioni umanistiche delle orazioni di Isocrate, vasto e variegato,5 bisogna chiedersi di quale fortuna e diffusione abbiano effettivamente goduto le versioni 3 Oltre alle Vite plutarchee, altre opere classiche e tardoantiche condivisero la fortuna manoscritta di Isocrate, proprio per la loro affinità con la tematica de principe; questo è il caso, per esempio, del dodicesimo dei Dialogi mortuorum di Luciano. Della fortuna Vite di Plutarco nell’umanesimo si è occupato ampiamente G. Resta; si vedano, per esempio, G. RESTA, Antonio Cassarino e le sue traduzioni da Plutarco e Platone, «Italia medioevale e umanistica» II (1959): 207-283; G. RESTA, Le epitomi di Plutarco nel Quattrocento, Padova 1962. 4 Le due tipologie dell’institutio e delle virtutes principis si ritrovano nell’opera di Bartolomeo Facio per i sovrani d’Aragona, espresse nelle epistole dedicatorie e significativamente accompagnate dal volgarizzamento dell’A Nicocle isocratea; cfr. G. ALBANESE, L’esordio della trattatistica de principe alla corte aragonese: l’inedito Super Isocrate di Bartolomeo Facio, in L. Geri, Principi prima del Principe, Roma 2012, pp. 59-115. 5 Per una trattazione generale di questa tematica, si consulti L. GUALDO ROSA, cit., Roma 1984. 6 di Lapo da Castiglionchio, guardando ai dati emersi dal censimento dei testimoni manoscritti in un’ottica comparativa. Data l’assenza di studi specifici anche a proposito di Nicocles, la valutazione di tale fortuna potrà essere condotta, per il momento, sulla sola traduzione dell’A Nicocle, che dei due discorsi isocratei fu il più fortunato;6 può comunque essere utile, prima di tutto, ricordare brevemente le principali traduzioni latine delle due orazioni cipriote; in questa rassegna cercherò, per quanto possibile, di seguire l’ordine cronologico. Nella prima metà del XV secolo, le traduzioni latine dell’A Nicocle furono soltanto tre, e la loro composizione circoscritta nel breve arco di tempo tra il 1430 ed il 1436. Il primo a cimentarsi nella versione dell’Ad Nicoclem fu Carlo Marsuppini, che aprì la fortunata serie delle traduzioni nel 1430:7 in quegli anni, il Marsuppini si trovava ospite di Galeotto Roberto Malatesta, signore di Rimini, presso il quale si era rifugiato per sfuggire ad una pestilenza; la traduzione nacque in questa circostanza, e fu dedicata dal Marsuppini al suo illustre ospite in segno di riconoscenza. Carlo Marsuppini era stato allievo di Guarino, alla cui scuola aveva imparato il greco; può essere, dunque, che la scelta del testo sia stata ispirata dalle lezioni del maestro, che delle due orazioni cipriote – e delle opere isocratee in generale – aveva fatto uno dei cardini del suo insegnamento, e – come si vedrà – suggerì ad alcuni suoi allievi di cimentarsi proprio nella loro traduzione; il Marsuppini tradusse anche la Batracomiomachia nel 1429, e nel 1452, su commissione di Niccolò V, due passi dall’Iliade. Dal punto di vista stilistico, la traduzione dell’A Nicocle del Marsuppini è fedele al testo greco, mentre la resa latina appare talvolta viziata da una certa pesantezza e goffaggine. L’opera dovette godere di una discreta diffusione, dal momento che ci è pervenuta in undici manoscritti. All’anno successivo, il 1431, risale la traduzione dell’Ad Nicoclem del veneziano Bernardo Giustiniani, dedicata a Ludovico Gonzaga, il futuro marchese di Mantova e allievo di Vittorino da Feltre. La prova del giovane Giustiniani piacque molto al Guarino, il quale probabilmente l’aveva commissionata al suo allievo, ed egli la presentò in termini altamente elogiativi e la lesse al suo discepolo Leonello d’Este.8 Forse anche grazie a questo illustre e positivo giudizio, la traduzione 6 Si confronti L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973. 7 I manoscritti presentano problemi di attribuzione: il Müllner attribuiva la traduzione a Guarino Veronese, datandola al 1442 (K. MÜLLNER, Zur humanistischen Übersetzungsliteratur, «Wiener Studien» 24 (1902), pp. 216- 230); fu invece il Kaeppeli ad individuare l’autore in Carlo Marsuppini (T. KAEPPELI, Le traduzioni umanistiche di Isocrate e una lettera dedicatoria di Carlo Marsuppini a Galeotto Roberto Malatesta (1430), «Studi romagnoli» 2 (1951), pp. 57-75); per le traduzioni dall’Iliade, si veda invece A. ROCCO, Carlo Marsuppini traduttore d’Omero. La prima traduzione umanistica in versi dell’Iliade, Padova 2000, e poi G. BUCCHI, Animali in guerra: una rara Batracomiomachia cinquecentesca in ottava rima, «Rivista Svizzera di Letterature Romanze», 55 (2) (2008): 21-34 e R. M. ZACCARIA, Il carteggio della Signoria fiorentina all’epoca del cancellierato di Carlo Marsuppini (1444-1453), Firenze 2015. 8 Per l’apprezzamento di Guarino, si veda la sua lettera del 7 marzo 1436 al padre di Bernardo, Leonardo Giustiniani, in R. SABBADINI, Epistolario di Guarino veronese, II, Venezia 1916, p. 134 n. 597 e III, Venezia 1919, pp. 7 del Giustiniani ebbe un’enorme diffusione: di essa si contano ventisette manoscritti, e l’opera fu data alle stampe due volte, una – quella ufficiale – a Venezia nel 1492, e un’altra – di qualità inferiore – nel 1511 a Parigi. La traduzione latina si presenta scorrevole alla lettura ed elegante, ma rispetto al testo greco è molto libera e talvolta sovrabbondante. Guarino stesso, che fu prolifico traduttore dal greco, in particolare delle opere di Luciano e Plutarco, si cimentò nel 1433 nella traduzione del Nicocles, che dedicò al suo allievo Leonello d’Este.9 La versione di Guarino – pur non approdando mai alla stampa – dovette godere di un notevole successo, tanto che Gualdo Rosa conta una ventina di testimoni manoscritti dell’opera. La studiosa offre inoltre un confronto testuale della prima sezione della traduzione di Guarino con quella di Lapo,10 che risolve tutta a favore di quest’ultimo, notando nel maestro veronese un certo impaccio nell’uso del latino, aggravato dal gusto eccessivo per l’amplificatio e per le circonlocuzioni; la resa latina del Castiglionchio, invece, è molto più elegante e concisa, pur restando aderente all’ipotesto greco. Gualdo Rosa è convinta che Lapo conoscesse bene la traduzione di Guarino, e che la sua traduzione del Nicocles sia motivata dalla volontà di dimostrare la propria superiorità, rendendo la stessa orazione in un modo ostentatamente diverso. L’ultima di queste prime tre versioni dell’A Nicocle è quella di Lapo da Castiglionchio il Giovane, concepita probabilmente a partire dal 1434, ma rielaborata dall’autore fino alla fine del 1437, e dedicata – come vedremo – a tre personaggi differenti in momenti successivi: inizialmente fu indirizzata al cardinale Giovanni Casanova; successivamente ad Antonio Beccadelli Panormita, il quale dal 1434 prestava servizio alla corte di Alfonso I d’Aragona; infine, essa fu ridestinata al cardinale Francesco Condulmer. Lapo acquisì un’eccellente conoscenza del greco seguendo le lezioni di Filelfo durante il periodo del suo insegnamento fiorentino (1429-1434); la padronanza della lingua appare dalle molte versioni greco-latine prodotte dal Castiglionchio, tutte di altissimo valore: le sue traduzioni riescono ad essere eleganti e fedeli al tempo stesso. Sulla base del confronto testuale di una breve sezione, Gualdo Rosa avanza l’ipotesi che Lapo potesse aver presente la traduzione di Carlo Marsuppini, il quale era senza dubbio un intellettuale autorevole a Firenze, e la cui versione era abbastanza diffusa, ma è difficile verificare, data l’esiguità dei dati, questo rapporto di dipendenza; se questo esistesse, bisognerebbe pensare che Lapo si sia accostato al testo con la volontà di migliorare e correggere la traduzione precedente. Il grande valore della versione di Lapo è testimoniato dal 289-290. Dopo questa prova versoria giovanile, il Giustiniani si dedicò alla carriera politica; sebbene ci restino molte sue orazioni ed opere storiche, non abbiamo notizia di altre sue traduzioni. Per la biografia di Bernardo Giustiniani, si cfr. la voce a lui dedicata a cura di G. Pistilli, in Dizionario Biografico degli Italiani, LVII, Roma 2001. 9 Cfr. R. Sabbadini, cit., II, pp. 258-260 n. 675. 10 Cfr. L. Gualdo Rosa, cit., pp. 34-35. 8 numero relativamente alto di testimoni che tramandano la sua opera, per i quali si cfr. la Nota al testo del presente lavoro. Nella seconda metà del XV secolo, le traduzioni dell’A Nicocle si moltiplicarono, tanto che se ne contano più di una decina tra il 1460 ed il 1490; a questo grande successo contribuì certamente il magistero di Guarino, grazie al quale Isocrate era ormai diventato testo didattico, posto a fondamento della nuova pedagogia umanistica. Le traduzioni, alcune delle quali ci sono giunte in forma anonima o sono di dubbia attribuzione, furono quasi tutte dedicate a sovrani e personaggi regali. Apre la serie il vicentino Leonello Chieregati,11 che nel 1463 dedicò le sue versioni di Ad Nicoclem e Nicocles a Niccolò d’Este, il figlio del marchese Leonello; esse sono precedute da un dialogo in stile ciceroniano, che offre un interessante documento dell’ambiente universitario e culturale padovano. Come si deduce dalla lettera dedicatoria, il Chieregati aveva studiato a Vicenza, alla scuola di Ognibene da Lonigo, a sua volta discepolo e continuatore della scuola di Vittorino da Feltre. Appare significativo il fatto che egli dedichi a Niccolò d’Este la stessa opera – l’A Nicocle – che il Guarino aveva precedentemente fatto leggere a Leonello nella versione di Bernardo Giustiniani; la scelta ha probabilmente anche un significato politico, volendo significare che il Chieregati reputava il giovane Niccolò adatto al governo di Ferrara. Allo stesso Niccolò, l’umanista inviò nel 1469 la traduzione del De electro di Luciano. Un ulteriore legame con Guarino è rappresentato dal fatto che, nella dedicatoria delle traduzioni isocratee, il Chieregati riprende testualmente quella che lo zio materno Niccolò Loschi – che di Guarino era stato allievo – aveva premesso alla sua traduzione della pseudo-isocratea Ad Demonicum. L’A Nicocle di Leonello Chieregati ci è pervenuta in quattro manoscritti, in due soli il Nicocle. Altre traduzioni dell’Ad Nicoclem furono quella di Alamanno Rinuccini, risalente all’incirca al 1467, testimoniata da tre manoscritti e dedicata prima al duca di Calabria Alfonso d’Aragona e poi (il 4 novembre 1471) a Federico da Montefeltro, futuro duca di Urbino; quella di Martino Filetico, allievo di Guarino Veronese, dedicata all’imperatore Federico III nel 1468 in occasione di una sua visita solenne a Roma, tramandata da un manoscritto e stampata a Strasburgo nel 1514, e quella di Lorenzo Lippi da Colle, composta tra il 1464 ed il 1475 e dedicata al viceré di Sicilia Lope Ximénex de Urrea; lo stesso autore tradusse anche il Nicocles per Cosimo de’ Medici. Ciascuno di questi intellettuali produsse, nel corso della sua vita, numerose traduzioni dal greco, tanto che si può affermare a buon diritto che essi furono traduttori di professione; la motivazione di tali opere, 11 Lucia Gualdo Rosa, nel suo articolo sulle traduzioni quattrocentesche dell’A Nicocle, è la prima ad individuare quella del Chieregati. Per la biografia dell’umanista, si veda la voce di A. Foa in Dizionario Biografico degli Italiani, XXIV, Roma 1980. 9 comunque, fu sempre e prima di tutto l’opportunità di fare carriera politica e di accreditarsi presso potenziali protettori e mecenati, come risulta evidente dalla fama e dai nomi dei dedicatari. La traduzione del siciliano Giacomo Mirabella,12 trasmessa da un solo manoscritto, il Vaticano Reginensis 1411, fu composta tra il 1468 ed il 1479 e dedicata al re di Sicilia Ferdinando d’Aragona. L’eleganza e la raffinatezza del codice, che contiene soltanto la versione dell’A Nicocle con la lettera dedicatoria e sembra rimandare – per la fattura della decorazione e della rilegatura – all’ambiente napoletano, farebbero pensare che si tratti dell’esemplare di dedica; tuttavia lo stemma presente sulla legatura non è identificabile. Il manoscritto non presenta indicazioni cronologiche, ma il fatto che Ferdinando sia definito soltanto re di Sicilia, e il padre re d’Aragona, dà qualche indizio circa la datazione (nel 1479, Giovanni II diede al figlio il titolo di Siciliae rex et conregnans). Dell’epistola comitatoria è notevole la descrizione del viaggio per mare di Isocrate, con allusione al fatto che il Mirabella ha intenzione di inviare in Spagna la sua traduzione; colpisce anche il tono autorevole con cui un modesto insegnante di greco si rivolge al potente Ferdinando. Agli anni tra il 1475 ed il 1479 risale la traduzione ferrarese di Rodolfo Agricola, studente alla scuola del figlio di Guarino, Battista; olandese d’origine, l’Agricola ricoprì la cattedra di filosofia ad Heidelberg; traduttore anche dell’Ad Demonicum e di altre opere greche, egli svolse un ruolo decisivo, con la sua versione dell’A Nicocle data alle stampe, nel diffondere nell’università di Ferrara prima, e poi nelle scuole europee, quell’Isocrate che il Guarino aveva scelto come testo didattico privilegiato; fu probabilmente per questo canale che si arrivò alle traduzioni di Erasmo, di Vives e degli altri umanisti europei. Ci sono poi giunte, per lo più in manoscritti unici o soltanto in edizione a stampa, alcune traduzioni dell’Ad Nicoclem databili alla fine del XV secolo, delle quali fornisco un semplice elenco: Francesco Buzzacarini a Federico Corner, podestà uscente di Padova, 1480-81 (ed. 1482); fra Girolamo a Federico da Montefeltro, allora duca di Urbino, 1480-81; Carlo Valgulio da Brescia a Felino Sandei, 1484-92 (lo stesso autore tradusse anche Nicocles); infine due traduzioni anonime, una attribuita ad Urbano Bolzanio e una verosimilmente attribuibile a Niccolò Modrussiense e indirizzata ad un giovane principe non identificato. Volendo ampliare l’indagine ai primi decenni del XVI secolo, si possono citare per l’Ad Nicoclem le traduzioni di Bartolomeo Zamberti a Girolamo Quirini del 1506 e quella di Stefano Negri, allievo di Demetrio Calcondila e professore a Milano, dedicata nel 1521 ad Ottaviano Arcimboldi; per la Nicocles, la versione di Michele Sarzanella Manfredi per Borso d’Este. Per quanto riguarda le due orazioni cipriote in versione latina attribuite all’umanista padovano Lucio Paolo Roselli, e da lui dedicate prima a Giovanni Argentino vescovo di Concordia (1542) e 12 Anche questa traduzione è segnalata per la prima volta nell’articolo di Lucia Gualdo Rosa. 10 poi al cardinale di Mantova Ercole Gonzaga, sembra che esse siano in realtà quelle del Chieregati, così come la dedica ed il dialogo che Roselli premette alle traduzioni. Le traduzioni latine delle due orazioni secondo questa rassegna si possono dunque sintetizzare come segue: Ad Nicoclem: 1. Carlo Marsuppini a Galeotto Roberto Malatesta (1430) 2. Bernardo Giustiniani a Ludovico Gonzaga (1431) 3. Lapo da Castiglionchio il Giovane a Giovanni Casanova, al Panormita e a Francesco Condulmer (1436) 4. Leonello Chieregati a Niccolò d’Este (1463) 5. Alamanno Rinuccini ad Alfonso d’Aragona (1467 ca.) e Federico da Montefeltro (1471) 6. Martino Filetico a Federico III (1468) 7. Lorenzo Lippi a Lope Ximénex de Urrea (1464-75) 8. Giacomo Mirabella a Ferdinando d’Aragona (1468-79) 9. Rodolfo Agricola (1475-79) 10. Francesco Buzzacarini a Federico Corner (1480-81) 11. Fra Girolamo a Federico da Montefeltro (1480-81) 12. Carlo Valgulio a Felino Sandei (1484-92) 13. Urbano Bolzanio (?) (1480 ca.) 14. Niccolò Modrussiense (?) ad un giovane principe 15. Bartolomeo Zamberti a Girolamo Quirini (1506) 16. Stefano Negri ad Ottaviano Arcimboldi (1521) Nicocles: 1. Guarino Veronese a Leonello d’Este (1433) 2. Leonello Chieregati a Niccolò d’Este (1463) 3. Lorenzo Lippi a Cosimo de’ Medici (1464-75) 4. Carlo Valgulio a Felino Sandei (1484-92) 5. Michele Sarzanella Manfredi a Borso d’Este 11 2. LA TRADUZIONE DELL’AD NICOCLEM DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO: FORTUNA E DIFFUSIONE Tradizione manoscritta e riprese successive Bisogna interrogarsi, a questo punto, circa la fortuna e la diffusione di cui godettero le due orazioni cipriote tradotte da Lapo da Castiglionchio; come anticipato, l’indagine sarà principalmente incentrata sull’A Nicocle, che delle due orazioni isocratee fu sicuramente la più fortunata per numero e varietà di traduzioni. La fortuna di un’opera si può misurare in base a diversi indicatori; in questo caso si terrà conto principalmente di due di essi: la valutazione della tradizione manoscritta e la quantità delle riprese attestate, nell’epoca immediatamente successiva, nelle traduzioni di altri autori. Per quanto riguarda la fortuna manoscritta delle traduzioni dell’Ad Nicoclem, dalla rassegna appena conclusa si osserva che, tra le sedici versioni delle quali abbiamo notizia, due si distinguono nettamente dalle altre per il numero di manoscritti che le tramandano: quella di Bernardo Giustiniani (1431) e quella di Lapo da Castiglionchio il Giovane (1436), testimoniate la prima da 27 manoscritti e due edizioni a stampa, la seconda – come è emerso dal censimento – da 16 manoscritti. La versione di Lapo primeggia, quanto al numero di copie prodotte, anche tra le traduzioni del Nicocles: i quattordici manoscritti che la tramandano attestano una diffusione paragonabile soltanto a quella della versione di Guarino, giunta fino a noi in venti manoscritti. Fermo restando che l’Ad Nicoclem tradotta da Bernardo Giustiniani – probabilmente anche grazie alla promozione che ne fece il suo autorevole maestro, Guarino Veronese – ebbe un successo ed una diffusione straordinaria per tutto l’umanesimo, i dati numerici dimostrano che anche la versione di Lapo dovette usufruire di una fortuna significativa. Se prendiamo ora in considerazione il secondo indicatore, quello delle successive riprese dell’opera, saremmo inizialmente portati ad accordare la supremazia al Giustiniani: nel primo e precoce volgarizzamento italiano dell’orazione, composto da Bartolomeo Facio nel 1444 e dedicato ad Alfonso d’Aragona, l’autore, che, troppo inesperto della lingua greca per basarsi direttamente sul testo originale, è costretto a ricorrere ad una traduzione latina, nella lettera prefatoria dichiara apertamente la propria dipendenza dalla versione di Bernardo Giustiniani; parrebbe inoltre che anche un volgarizzamento più tardo, quello portato a termine nel 1532-34 da Giovanni Brevio, sia partito dalla stessa traduzione latina. La composizione del Super Isocrate di Bartolomeo Facio, recentemente studiato ed edito da Gabriella Albanese,13 è collocabile al 1444; questo testo aprì la strada, nella corte aragonese di 13 G. ALBANESE, cit., pp. 59-115. 12 Napoli, al filone della trattatistica de principe, in latino e in volgare, destinato ad un enorme sviluppo nei decenni successivi.14 Si tratta di un’opera bilingue e composita, dedicata a Ferdinando, figlio naturale di Alfonso il Magnanimo (ovvero Alfonso V d’Aragona, Alfonso I di Napoli dal 1442 al 1458) conosciuto anche come Ferrante I, che dopo la conquista di Napoli del 1443 era l’erede al trono designato; Facio, giunto a corte per una missione diplomatica, vi svolse poi di fatto la funzione di storico personale di Alfonso, e fu da lui incaricato – proprio intorno al 1444 – della formazione del giovane duca di Calabria. L’attività versoria di Facio fu strettamente legata alla committenza del re Alfonso; l’altra sua traduzione fu infatti quella delle Storie di Arriano, fatta a partire dal testo greco e iniziata intorno al 1454 su esplicita richiesta di re Alfonso, il quale, rimasto insoddisfatto dalla versione compiuta da Pietro Paolo Vergerio per l’imperatore Sigismondo del Lussemburgo, ne commissionò un’altra all’intellettuale di corte. Pare che il Facio, che a portare a termine la traduzione impiegò tre anni, fosse affiancato durante il lavoro da Niccolò Sagundino e da Teodoro Gaza; ciononostante l’opera rimase incompiuta, e per di più fu molto criticata, soprattutto a causa dell’eccessiva libertà nella resa dell’ipotesto greco. Il Super Isocrate si apre con un proemio latino, cui segue il volgarizzamento dell’isocratea A Nicocle; vi si trovano poi due orazioni – anch’esse latine –, che rappresentano l’attualizzazione dei concetti espressi nel testo di Isocrate: la prima è un elogio di Ferrante, il discepolo di Facio, e si configura pertanto come un’institutio principis; la seconda è invece composta in lode del padre Alfonso, del quale si enumerano le virtutes principis; in conclusione si trova una postfazione rivolta a Ferrante, nella quale è descritta la struttura dell’opera. Nel proemio del Super Isocrate, Facio sente l’esigenza di giustificare la propria operazione di volgarizzamento, che egli definisce come un pervertere il testo originale e – scrive – inevitabilmente sottrarrà al testo greco dignità ed eleganza: essa è tuttavia motivata dalla committenza regale, e giustificata dal suo valore politico e precettistico. Come fa notare Albanese, nello stesso proemio Facio dichiara apertamente di aver attinto, per la sua traduzione italiana, alla versione latina approntata qualche anno prima da Bernardo Giustiniani, il quale era stato suo compagno alla scuola di Guarino: Quid enim absurdius aut inconvenientius dici potest quam Isocratem, qui fuit inter Grecos rhetor elegantissimus et a Bernardo Iustiniano, disertissimo viro, e greco in latinum ornate eleganterque traductus, a me rursus a latino in maternum sermonem conversum et evulgatum esse? Quod quidem fieri non posse intelligo salva auctoris gravitate: detrahitur enim et verbis dignitas et orationi splendor, ut que latine vel grece scripta prius enitebant, nunc vulgaria facta sordescant. Idque vel equius in me reprehendi poterit, quoniam semper solitus sum illos improbare qui latina – ea dico 14 Basti ricordare, tra le altre opere, il Memoriale sui doveri del principe di Diomede Carafa, databile ante 1476, il De principe di Giovanni Pontano, dedicato nel 1468 ad Alfonso duca di Calabria ed edito da G. M. CAPPELLI, Giovanni Pontano, De Principe, Roma 2003, e il De Maiestate di Giuliano Maio, composto nel 1492. 13 que graviter et copiose vel a nostris scripta vel e Grecia traducta – hoc modo pervertunt. Nam id plane pervertere est, non convertere, auctoris gravitatem dignitatemque labefactare. Ego quoque, illustrissime princeps, faterer a Bernardo Iustiniano hanc mecum iniuriam merito expostulari posse, quod labore suo abusus fuerim, nisi me iussus tuus excusaret, cui refragari, ut nec potui nec debui, ita certe nec volui. […] scito id summum precium fore si me tue voluntati hac in re satisfecisse cognovero: id quod ego unum omnium maxime exopto. Si viene così a tracciare un rapporto di dipendenza che, partendo dal Guarino, si trasmette nella versione di Bernardo Giustiniani – commissionatagli proprio dal maestro – e poi in quella di Bartolomeo Facio; alla fine della dedicatoria, questi attesta la sua fede guariniana anche per quanto riguarda il metodo versorio, improntato alla tecnica di una traduzione amplificatoria e libera, soprattutto nell’interpretazione dei passi più oscuri: Ut autem rei ordinem quo sum usus in interpretando opere intellegas, scito me non verbum verbo sed sententia sententiam reddidisse. Id enim puerile semper duxi, syllabatim, ut ita loquar, in aliam linguam auctoris textus convertere. Et preterea, si quid dubium vel obscurum ocurrit, illud subinde post interpretationem arbitratu meo latius exposui. Il volgarizzamento dell’A Nicocle di Giovanni Brevio è testimoniato dal solo manoscritto Mediceo Palatino 67, probabilmente l’esemplare di dedica.15 La traduzione fu inizialmente dedicata ad Alessandro de’ Medici, primo duca di Firenze, ma in seguito alla sua morte – sopravvenuta nel 1537 a causa di una congiura –, nel 1542 l’autore dovette ridestinare l’opera al giovane Francesco III Gonzaga, duca di Mantova, figlio e successore di Federico II; alla morte del padre, nel 1540, all’età di soli sette anni Francesco era stato acclamato duca di Mantova; gli erano stati dunque affiancati come tutori la madre Margherita Paleologa e gli zii Ercole e Ferrante.16 Nel 1549, tuttavia, anche il secondo dedicatario della traduzione di Brevio morì, ammalatosi durante una battuta di caccia.17 Dalla lettura dell’epistola dedicatoria, si deduce che Giovanni Brevio si servì – circostanza del resto frequente all’epoca – di una versione latina sulla quale condurre il proprio volgarizzamento. 15 Il volgarizzamento di Brevio è studiato in C. CIOCIOLA, Il volgarizzamento isocrateo di Giovanni Brevio nel manoscritto Mediceo Palatino 67, in Il ritorno dei Classici nell’Umanesimo. Studi in memoria di Gianvito Resta, a cura di G. Albanese – C. Ciociola – M. Cortesi – C. Villa Firenze 2015, pp. 129-149. 16 Nella dedica del volgarizzamento, il Brevio fornisce le motivazioni della scelta dell’opera e lo scopo del suo omaggio, facendo riferimento proprio alla giovane età del duca: leggendo spesso detta orazione in questa sua tenera età quella talmente a memoria mandi, che, pervenuta agli anni convenevoli al governo dello stato suo, possa quello più agevolmente et giustamente reggere. 17 Nel suo articolo, Ciociola dimostra che il volgarizzamento dev’essere retrodato di circa dieci anni rispetto alle proposte precedenti: poiché nella lettera dedicatoria l’autore si rivolge al destinatario con il titolo ducale, bisogna circoscrivere l’opera agli anni 1532-37; nella stessa dedica, inoltre, viene indicato come regnante Clemente VII, che morì il 25 settembre 1534. Ne consegue che la traduzione va datata tra l’aprile 1532 ed il settembre 1534, verosimilmente – secondo Ciociola - poco l’acquisizione del ducato da parte di Alessandro de’ Medici, come sembra potersi ricavare da alcune allusioni contenute nella chiusa della dedicatoria. 14 Questo modello latino sembra potersi individuare con sufficiente certezza nella traduzione dell’A Nicocle fatta all’incirca un secolo prima da Bernardo Giustiniani; il rapporto di dipendenza, verosimile se si pensa che il Giustiniani operava nello stesso ambiente di Brevio, quello cioè della corte mantovana, appare evidente dal raffronto di un passo delle dediche delle due opere: nella dedica del Giustiniani a Ludovico Gonzaga si legge infatti Cum Isocratem nuper…legerem atque in eum incidissem libellum qui de regno inscribitur, is mihi, vel institutionum gravitate, vel instituendi suavitate ita elegans visus est, ut dignum certe putarem […] 18 e nel passo corrispondente della dedicatoria del Brevio Leggendo io a questi dì, Magnanimo et Illustrissimo Signore Alessandro, una oratione di Isocrate il cui titolo è Di regno, ho giudicato quella sì per la gravità delle sentenze, sì etiandio per la soavità della eleganza sua, degno dono […] Se, dunque, la traduzione latina di Bernardo Giustiniani servì probabilmente da modello per due importanti volgarizzamenti dell’A Nicocle, nessun successivo traduttore dell’orazione dichiara esplicitamente il proprio debito nei confronti della versione di Lapo da Castiglionchio. Questa prima impressione, che farebbe pensare ad un successo molto minore di Lapo rispetto al Giustiniani, sembra però doversi quantomeno ridimensionare fortemente: proponendo il confronto testuale di una breve sezione dell’orazione nelle varie interpretazioni, Lucia Gualdo Rosa arriva infatti a postulare una dipendenza dalla traduzione di Lapo per ben tre delle versioni latine quattrocentesche, ovvero quelle di Leonello Chieregati a Niccolò d’Este (1463), Giacomo Mirabella a Ferdinando d’Aragona (1468-79) e Rodolfo Agricola (1475-79). Riporto di seguito, citando da Gualdo Rosa, la stessa porzione di testo nelle quattro diverse traduzioni umanistiche, così da poterle confrontare tra di loro e con il testo greco di partenza: Isocrate (Ad Nic. 2-3) Lapo Chieregati Mirabella Agricola [2] ἡγησάμην δ᾽ ἂν [2] Ego vero Ego vero optimum At ego id munus At ego pulcherrimum γενέσθαι ταύτην existimavi munus hoc et utile ac valde pulcherrimum et crederem donum καλλίστην δωρεὰν pulcherrimum decorum mihique donum utilissimum futurum simulque καὶ χρησιμωτάτην utilissimumque fore, danti tibique arbitrarer quodque utilissimum et καὶ μάλιστα et quod danti mihi et accipienti munus fore magis et danti mihi et maxime decorum πρέπουσαν ἐμοί τε tibi accipienti putavi, si quae studia tibi accipienti danti mihi tibique δοῦναι καὶ σοὶ maxime conveniret, appetens a quibusque conveniret, si accipienti, si possem λαβεῖν, εἰ δυνηθείην si definire possem rebus abhorrens, cum diffinire ac praefinire cuiusmodi ὁρίσαι ποίων quibus studiis atque summa integritate et constituere possem institutis insectandis ἐπιτηδευμάτων artibus instructus regnum et civitatem quibus abstinens et quibus vitandis ὀρεγόμενος καὶ quibusque declinatis gubernares succincta rebus, qua arte, operibus, optime et τίνων ἀπεχόμενος rebus optime et et absoluta oratione quibus intentus civitatem et regnum 18 Cito da C. Ciociola, cit., p. 135. 15 ἄριστ᾽ ἂν καὶ τὴν civitatem tuam et explicare valerem. studiis et civitatem et administrares. Nam πόλιν καὶ τὴν regnum constituere Multa enim sunt regnum quam optime privatos quidem βασιλείαν διοικοίης. possis. Nam privatos quibus privati gubernares. Sed sunt multa quae intra τοὺς μὲν γὰρ ἰδιώτας quidem multa sunt castigari possunt, permulta, quae modestiam ἐστὶ πολλὰ τὰ quae erudiant, ac cum praesertim hoc privatos homines contineant, idque παιδεύοντα, μάλιστα imprimis quod ipsis traditum sit ne erudire et a deliciis maxime quod non in μὲν τὸ μὴ τρυφᾶν luxuria prohibentur versentur (corr.: ac voluptatibus, tum voluptates ἀλλ᾽ ἀναγκάζεσθαι cogunturque victus idque in primis quod inopia et victus effunduntur, sed περὶ τοῦ βίου καθ᾽ comparandi gratia non versantur) in comparandi necesse habent ἑκάστην τὴν ἡμέραν continuo laborare; deliciis, sed quotidie necessitate, tum quotidie circa βουλεύεσθαι, [3] [3] leges praeterea, de victu suo caeteris humanae quaerendum victum ἔπειθ᾽ οἱ νόμοι καθ᾽ quibus singuli in decertare coguntur. vitae difficultatibus, decertare. Deinde οὓς ἕκαστοι civitate obtemperant. Leges deinde ipsis ad meliorem leges, quibus in πολιτευόμενοι late fuerunt, quas honestioremque civitate reguntur. τυγχάνουσιν. quilibet observans vitam revocare civiliter vivere possunt. Sunt conatur. praeterea leges, quibus parere in civitate maximopere oportet. Dal confronto di queste porzioni di testo, Gualdo Rosa ricava l’impressione che tutti e tre i traduttori abbiano tenuto presente la versione di Lapo, pur modificandola e rielaborandola in modo originale; il più forte elemento in base al quale postulare una dipendenza da Lapo sarebbe la ricorrenza – in tutte le traduzioni, seppur con qualche variazione – del chiasmo iniziale danti mihi et tibi accipienti per rendere il greco ἡγησάμην δ᾽ ἂν γενέσθαι ταύτην καλλίστην δωρεὰν καὶ χρησιμωτάτην καὶ μάλιστα πρέπουσαν ἐμοί τε δοῦναι καὶ σοὶ λαβεῖν. La scelta di latinizzare l’espressione isocratea con un chiasmo non è – effettivamente – scontata, e dunque dovrebbe far pensare ad un rapporto di dipendenza tra i testi (o, come postuliamo in questo caso, delle tre traduzioni a quella di Lapo da Castiglionchio), tanto più che essa implica anche il passaggio dagli infiniti greci ai participi latini – forse dovuto ad un fraintendimento dell’originale. Proprio questo passaggio, tuttavia, fa sorgere il sospetto che, più che ad un fraintendimento, si debba pensare alla possibilità che nel Quattrocento circolassero copie dell’orazione isocratea con un testo diverso da quello stabilito dalle edizioni moderne (un testo, quindi, con i participi in dativo di relazione al posto degli infiniti, e magari – ma questo è un ragionamento del tutto teorico – con la stessa disposizione chiastica tra pronomi e verbi che si riscontra nel latino, oppure semplicemente un testo corrotto); è infatti poco verosimile sia che l’errore si sia trasmesso dalla versione di Lapo alle tre successive senza che mai venisse corretto, sia che esso si sia generato indipendentemente nelle quattro traduzioni.19 19 La traduzione del Marsuppini, tra quelle che ho potuto esaminare per questo passo, è quella che più si accosta al testo che noi leggiamo: At ego hoc honestissimum ac utilissimum mihique ad tradendum tibique ad sumendum decentissimum donum fore putavi […]. 16 Dal punto di vista del metodo dell’indagine filologica, è chiaro che, se si arrivasse a dimostrare una situazione del genere, la ricorrenza del chiasmo in tutte le traduzioni non sarebbe sufficiente a rivelare un rapporto di dipendenza. La questione è interessante e meriterebbe di essere approfondita, anche con l’obiettivo di individuare la fonte greca che Lapo utilizzò per le sue traduzioni. Gualdo Rosa osserva che il più fedele al modello del Castiglionchio sembra essere Rodolfo Agricola (danti mihi tibique accipienti; nam privatos quidem multa quae), nonostante la sua versione appaia talvolta goffa e inferiore a quella del supposto modello; secondo la studiosa, l’uso del gerundivo strumentale cuiusmodi institutis insectandis et quibus vitandis operibus ed il verbo praefinire, “di sapore medievale”, denoterebbero una scarsa conoscenza del latino da parte dell’Agricola. Né il giudizio sul gerundivo strumentale – che, al contrario, presenta una raffinata costruzione chiastica – né quello sul verbo praefinio – ampiamente attestato, in questo significato, nella latinità classica – mi sembrano condivisibili. Inoltre, se è vero che la traduzione di Agricola mostra qualche affinità con la versione di Lapo, mi sembra che più numerosi punti di contatto si possano individuare in quella di Giacomo Mirabella: oltre al chiasmo iniziale (et danti mihi et tibi accipienti conveniret), potrebbero rimandare al Castiglionchio la scelta dei verbi definire e ed erudire (sed sunt permulta, quae privatos homines erudire…possunt). È abbastanza condivisibile, in questo caso, il giudizio della Gualdo Rosa, che riscontra nella traduzione di Mirabella una tendenza alla sovrabbondanza, alla variatio ed alla rielaborazione, che qualche volta sembra sconfinare nel fraintendimento dell’originale greco. Il rapporto tra la versione di Lapo e quella del Chieregati, che anche Gualdo Rosa nota essere più autonoma rispetto al supposto modello, andrebbe invece quantomeno verificato sulla base di un più esteso raffronto testuale: l’unico elemento di contatto tra le due traduzioni sembra essere, infatti, il chiasmo iniziale – con tutte le cautele che si sono esposte –, mentre per il resto la resa del Chieregati si pone in una posizione di estrema libertà rispetto al testo isocrateo, al quale spesso aggiunge intere espressioni (il greco ὁρίσαι, per esempio, diventa in latino succincta et absoluta oratione explicare). La questione delle riprese dell’Ad Nicoclem tradotta da Lapo da Castiglionchio nelle successive versioni, affrontata in modo cursorio nell’articolo di Gualdo Rosa, merita senz’altro di essere approfondita: questa mia edizione integrale del testo di Lapo potrà fornire il punto di partenza per un più ampio raffronto testuale con le tre versioni citate, finalizzato a verificare queste corrispondenze ed a metterne in evidenza altre, e per la ricerca di eventuali riprese non dichiarate anche in altre traduzioni coeve. Sarebbe in ogni caso interessante se la scelta del Chieregati, dell’Agricola e del Mirabella – o anche solo di uno di essi – fosse davvero ricaduta proprio sulla versione di Lapo, tanto più se si pensa che all’epoca erano già diffuse e disponibili le latinizzazioni 17 di Carlo Marsuppini (1430) e Bernardo Giustiniani (1431); l’acquisizione di questo dato, unito a quello già considerato della consistenza della tradizione manoscritta, delineerebbe per le traduzioni di Lapo un quadro di fortuna e successo considerevoli, e sicuramente dovuti – soprattutto per quanto riguarda le dipendenze versorie – all’alto risultato tecnico da lui raggiunto. Per quanto riguarda l’ambiente della corte aragonese, il discorso è particolarmente interessante e meriterebbe di essere approfondito: abbiamo visto che oltre alla copia donata da Lapo al Panormita nel 1436, infatti, altre tre traduzioni quattrocentesche dell’Ad Nicoclem furono in qualche modo legate alla corte: il volgarizzamento di Bartolomeo Facio, dedicato nel 1444 ad re Alfonso e a suo figlio Ferdinando, e le versioni latine di Alamanno Rinuccini per Alfonso (1467 ca.) e di Giacomo Mirabella per Ferdinando (1468-79). Mentre la versione di Facio dipende – come ha dimostrato G. Albanese – da quella latina di Bernardo Giustiniani, abbiamo osservato come quella di Mirabella derivi probabilmente da quella di Lapo da Castiglionchio; non solo questo dato potrebbe indicare che Giacomo Mirabella preferì tornare al modello di Lapo piuttosto che continuare a rifarsi al Giustiniani, ma potrebbe anche suggerire che il manoscritto Vat. lat. 3422 – probabilmente l’esemplare di dedica per Antonio Beccadelli – sia effettivamente pervenuto a Napoli, e vi si trovasse ancora negli anni 1468-1479, durante i quali potrebbe essere stato utilizzato direttamente dal Mirabella. Questo porterebbe a ridimensionare la sfortuna in area napoletana, presupposta finora dalla bibliografia, della traduzione di Lapo rispetto a quella di Bernardo Giustiniani.20 3. CONTESTO CULTURALE, STORICO E BIOGRAFICO (1434-1435) Non rientra tra gli scopi di questo lavoro presentare un profilo biografico di Lapo da Castiglionchio. Tuttavia, sarà utile offrire una sistematizzazione dei principali e dei più recenti contributi in tal senso. Per quanto riguarda le vicende legate alla biografia di Lapo (nato a Firenze nel 1406), sarà sufficiente soffermarsi sugli anni dal 1434 al 1438, gli ultimi cinque della sua breve vita. Come già notava il Luiso, infatti, sono questi i limiti cronologici entro i quali l’autore si dedicò alle proprie opere di traduttore; le ragioni di questa circostanza sono ben delineate in ciò che scrive Lapo all’amico e compagno Leon Battista Alberti: 20 Bisognerebbe, a questo punto, raffrontare la traduzione di Alamanno Rinuccini con quelle di Lapo e del Giustiniani, per verificare se essa mostri elementi di contatto con una delle due versioni. 18 [...] Ab initio, cum graecas litteras natu iam grandiores nec vacui animo attigissemus, ob rei magnitudinem ac difficultatem omne illud tempus nobis, quod reliquum erat a negotiis, in audiendo legendoque ponebatur, scribendi 21 otium non erat. Itaque nostrae litterae usque ad hanc diem perpetuo silerunt . Fu dunque soltanto dopo aver finito di frequentare le lezioni di Francesco Filelfo, che avevano impegnato Lapo tra il 1428 ed il 1434, che l’umanista poté trovare il tempo per l’attività di traduzione dal greco, che comunque fu assai ricca e variegata. In quest’arco temporale, Lapo riprese in mano, per rielaborarle ed affinarle dal punto di vista stilistico, alcune delle traduzioni che aveva probabilmente già abbozzato sotto la guida del maestro, e le pubblicò insieme a molti nuovi lavori. L’operosità e la solerzia con le quali Lapo si dedicò alla pratica versoria, e soprattutto la frequenza e l’acribia con cui egli tornò sulle sue opere in momenti successivi, per migliorarle sottoponendole ad un continuo labor limae (l’esempio più lampante è, per l’appunto, costituito dalle quattro redazioni delle orazioni a Nicocle), con ogni probabilità trova la sua motivazione nella funzione politica alla quale tali versioni dal greco dovevano assolvere. La maggior parte delle traduzioni di Lapo, infatti, fu corredata di magnifiche lettere di dedica, non di rado più d’una in momenti diversi, ed inviata dall’autore ai personaggi più influenti del momento: molti di essi facevano parte della Curia romana (come i cardinali Casanova e Condulmer, Eugenio IV e il cardinale Prospero Colonna); altri avevano fama di mecenati delle lettere, come Cosimo de’ Medici, Alfonso I d’Aragona o il duca Humfrey di Gloucester; altri ancora, infine, erano intellettuali come Lapo che però, per le loro conoscenze personali o il loro impiego, potevano essere da lui sfruttati come tramite per raggiungere personaggi potenti (questo è il caso del Panormita). La prassi di dedicare – e ridedicare – le proprie traduzioni dal greco al potenziale mecenate del momento, d’altronde, era assai diffusa a quell’epoca: dobbiamo immaginare che la competizione tra gli intellettuali per accattivarsi i favori dell’uno o dell’altro signore fosse serrata, come dimostrano le numerose traduzioni dell’A Nicocle di Isocrate che abbiamo appena ricordato. Non c’è quindi da stupirsi se un intellettuale come Lapo, consapevole dell’altissimo livello della sua istruzione greca e sempre in cerca di un protettore, si sentisse spinto a portare le sue opere ad un grado sempre più elevato di perfezione formale. La sua morte prematura, peraltro, offrì l’opportunità a qualche suo contemporaneo di sfruttare a proprio vantaggio la gran mole di traduzioni che egli aveva accumulato negli ultimi anni della sua vita. Gli ultimi anni della vita di Lapo da Castiglionchio si possono ricostruire grazie alla voce redatta per il DBI da Riccardo Fubini22 e da un articolo di Lucia Gualdo Rosa;23 a questi importanti 21 Queste parole si leggono nella lettera dedicatoria premessa alle traduzioni del De tyranno e del De sacrificiis di Luciano; essa è pubblicata in Bandini, Cat., III, pp. 362 sgg., e parzialmente trascritta dal Luiso, cit., p. 283 n. 1. 22 R. FUBINI, Castiglionchio, Lapo da, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXII, Roma 1979, pp. 44-51. 23 L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, pp. 505-522. 19 contributi per la biografia di Lapo bisogna aggiungere l’edizione del De curiae commodis di Christopher S. Celenza, che è accompagnata da una ricca introduzione nella quale lo studioso, basandosi in gran parte sul materiale epistolare pubblicato dal Luiso, contestualizza l’opera dal punto di vista storico e culturale.24 Inoltre, per questi anni possediamo la ricca documentazione offerta dalle lettere dell’umanista, sia le familiari sia le epistole di dedica premesse alle numerose traduzioni dal greco. Per l’epistolario di Lapo, e per le sue lettere di dedica, l’opera di riferimento rimane ancora quella del Luiso.25 Una data cruciale per la ricostruzione degli ultimi anni della vita di Lapo è il 26 settembre 1434, quando Cosimo de’ Medici, rientrato a Firenze dopo l’esilio, bandì dalla città gli esponenti della fazione oligarchica. Questa circostanza dovette danneggiare fortemente la famiglia di Lapo, che si era legata molto tempo prima al partito degli Albizzi; alle difficoltà economiche conseguenti alla perdita del patrimonio, l’autore allude con toni di lamento in tutte le sue lettere. Da quel momento, per Lapo cominciò un’affannosa ricerca di impiego e sostegno presso l’uno o l’altro protettore; questo fu certamente dovuto anche al fatto che nel dicembre dello stesso anno 1434 Francesco Filelfo, amico e maestro di Lapo, fu costretto a lasciare Firenze per andare ad insegnare retorica all’università di Siena; egli si era infatti inimicato Cosimo e molti degli intellettuali del suo entourage (tra gli altri Ambrogio Traversari, Carlo Marsuppini e Niccolò Niccoli).26 Nel 1435 Lapo tentò, senza successo, di guadagnarsi il favore dei Medici, dedicando a Cosimo la sua traduzione della Themistoclis vita di Plutarco. Nei primi mesi del 1435, l’umanista seguì il suo maestro a Siena, dove strinse amicizia con altri discepoli del Filelfo, con i quali instaurò anche una corrispondenza testimoniata da alcune lettere dell’epistolario: si trattava soprattutto di Francesco Patrizi e di Gaspare da Recanati. L’amicizia con Gaspare fu fondamentale per Lapo, che grazie a lui fu presentato al suo parente Angelo da Recanati, il quale lavorava a Firenze come segretario dell’influente e ricco cardinale Giovanni Casanova d’Aragona, del titolo di S. Sisto, confessore dello stesso Alfonso.27 Grazie alla raccomandazione di Angelo da Recanati, nell’estate 1435 Lapo entrò al servizio del Casanova, per conto del quale scrisse sei lettere indirizzate alle più importanti 24 C. S. CELENZA, Renaissance Humanism ant the Papal Curia. Lapo da Castiglionchio the Younger’s De curiae commodis, Ann Arbor 1999, pp. 1-29; si veda anche E. MAY MC CAHILL, Findig a Job as a Humanist: the Epistolary Collection of Lapo da Castiglionchio the Younger, «Renaissance Quarterly» 52/2 (2004): 1308-1345. 25 F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899): 205-299; il Luiso offre la trascrizione quasi completa di 46 lettere e 25 lettere di dedica. Altre epistole sono state pubblicate nella tesi di laurea, purtroppo inedita, di Rotondi: E. ROTONDI, Lapo da Castiglionchio e il suo epistolario, Università di Firenze, Facoltà di Magistero, anno accademico 1970-71. Alcune lettere private, in particolare quelle contenute nel codice di Como (Como, Biblioteca Comunale, 4.4.6, cc. 262-292), rimangono ancora inedite. 26 Si veda G. ZIPPEL, Il Filelfo a Firenze, Roma 1899. 27 Il Casanova fu eletto alla porpora da Martino V l’8 novembre 1430; si cfr. C. EUBEL, Hierarchia Catholica Medii Aevi, II, Monasterii 19142, p. 7 n. 1. 20 figure religiose e politiche dell’epoca. Com’era uso a quel tempo, attraverso la familiarità con il Casanova Lapo mirava ad accreditarsi presso il papa; ad Eugenio IV, infatti nel settembre 1435 fece pervenire le sue versioni del De fletu e del De somnio di Luciano, e successivamente quella della Solonis vita, attendendosi come ricompensa un impiego.28 Queste aspettative sono esplicitate nella lettera di presentazione che Lapo inviò al Casanova, nella quale l’umanista fa anche menzione delle traduzioni che intende inviare al pontefice.29 Nella stessa lettera, inoltre, Lapo promette al Casanova di ricambiare la sua intermediazione presso il papa inviandogli una traduzione dal greco che sta preparando e che spera di finire al più presto (opus quoddam lucubratur a nobis cottidie tuo nomine); come ha notato per prima Gualdo Rosa, la frase allude probabilmente ai due opuscoli Nicocle e A Nicocle. Lo studio filologico dei testi, e soprattutto l’analisi delle varie redazioni dell’epistola dedicatoria premessa a tali traduzioni, mi ha permesso di confermare tale ipotesi: la prima redazione delle due orazioni a Nicocle fu dedicata da Lapo proprio al cardinale Casanova. Di quest’epistola dedicatoria, tuttavia, non ci è pervenuta traccia; le ragioni di questa circostanza, sulle quali il primo e fondamentale studio è rappresentato da un articolo giovanile di Antonio Carlini,30 sono state approfondite grazie al presente lavoro. Lapo, che già aveva pronte le due traduzioni, le aveva fatte copiare su un codice, il manoscritto Vat. Lat. 3422 (V1 in questo studio), precedute dalla dedicatoria indirizzata a Giovanni Casanova. Proprio quando il manoscritto era ormai pronto, tuttavia, giunse l’inaspettata notizia della morte improvvisa del cardinale, occorsa il 1° marzo 1436. Lapo allora, vedendosi irrimediabilmente preclusa la strada verso il pontefice che finora gli era parsa così promettente, dovette pensare ad un altro modo per trovare protezione e sostegno. Per una felice circostanza, proprio tra il marzo e l’aprile di quell’anno 1436 si trovava in visita a Firenze, in qualità di ambasciatore di Alfonso il Magnanimo, il poeta Antonio Beccadelli detto il Panormita. Perciò Lapo, non avendo il tempo materiale di far allestire un altro codice, pensò bene di riadattare il testo dell’epistola dedicatoria (inizialmente concepita per il Casanova) al nuovo dedicatario, il Panormita. Le modifiche necessarie furono introdotte riscrivendo le porzioni di testo precedentemente eraso. Così Lapo ebbe modo di consegnare il codice direttamente nelle mani del Panormita, sperando in una sua intercessione presso Alfonso. In quella stessa occasione, inoltre, l’umanista dovette affidare al Panormita, perché la trasmettesse al re, la sua traduzione della Fabii 28 Per la lettera di Lapo ad Eugenio IV si vedano Luiso, cit., pp. 213 ssgg. Ed E. Rotondi, cit., pp. 40 ssgg. 29 Luiso, cit., pp. 211-212: Iampridem mihi proposueram, quibuscumque rebus anniti atque efficere possem, summo Pontifici gratificari; ob eamque causam, cum accepissem illum his nostris studiis admodum delectari, et quaedam ex graecis interpretatus essem, ad eum mittere statueram. Verum ad id mihi dux quidam et princeps opus erat qui pro me hoc onus laboris officiique susciperet, eaque ad summum Pontificem deferret meque sanctitati suae commendaret ac ei omnem statum fortunasque meas et studia declararet. Hunc mihi diu perquirenti tu solus occurristi qui ad id ita idoneus visus est, ut, si ex omnibus unus mihi deligendus sit, neminem profecto habeam qui tecum aut studio aut voluntate aut facultate aut gratia conferendus sit. 30 A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71): 302-309. 21 Maximi vita di Plutarco;31 dal Panormita, però, Lapo non ottenne i benefici sperati, e infatti pochi mesi dopo, il 30 maggio del 1436, gli inviò una lettera nella quale s’informava dell’accoglienza della sua Vita da parte del re, alludendo anche al dono delle due versioni isocratee: Tu velim pro tua humanitate et pro nostra iam instituta amicitia, cum primum otium nactus eris, ad me aliquid scribas et me de libello meo iamdiu ad Regem misso [= la traduzione della Vita plutarchea di Fabio Massimo], de quo vehementer sollicitus sum, deque omni statu tuo, ut vales, quid agas, quid speres, me tuis litteris certiorem efficias, in primisque ut me ames. Quod una re facillime iudicabo, si me aliqua ex parte tuis scriptis commendari intelligam; praesertim cum ego id prior, etsi non pari laude libenti tamen animo, in te facere sim conatus [con l’omaggio delle traduzioni di Nicocle e A Nicocle].32 Constatato il silenzio del Panormita, Lapo passò quindi sotto la protezione di un altro cardinale, Prospero Colonna; entrato al suo servizio a Firenze, approntò per lui la traduzione delle Vite plutarchee di Teseo e di Romolo e quella dell’Ad Demonicum pseudo-isocratea.33 Tuttavia, il 3 aprile dello stesso anno 1436, il cardinale Colonna si trasferì a Bologna al seguito del papa, lasciando il povero Lapo a Firenze, di nuovo privo di ogni protezione ed amicizia; anche Angelo da Recanati, infatti, si era recato a Bologna. La lettera che Lapo inviò il 4 maggio 1436 al suo amico Gregorio Correr, protonotario apostolico, descrive bene la disperazione che doveva provare Lapo in quel frangente:34 in quell’occasione Lapo alludeva, senza entrare nei particolari, ad un evento drammatico che lo aveva privato di un beneficio nel quale aveva riposto tutte le sue aspettative e che considerava ormai sicuro; attribuendo la disgrazia a malivoli alicuius hominis calumniis, egli esprimeva tutta la sua avversione per l’ambiente ecclesiastico. A quel periodo, infatti, risalgono molte lettere ed opere di Lapo che manifestano la sua insofferenza e il suo aperto disgusto per la curia pontificia. La risposta del Correr, tuttavia, fu molto dura: esortandolo alla sopportazione, egli lo ammoniva e gli rimproverava un comportamento poco consono alla morale cristiana. 31 Nella lettera dedicatoria ad Alfonso, Lapo allude alla morte del Casanova con toni di cordoglio: qui his diebus subito ereptus mihi suisque omnibus triste desiderium reliquit (Luiso, cit., pp. 266-268). 32 Luiso, cit., p. 222. 33 La dedicatoria delle Vite è pubblicata in Luiso, cit., pp. 268 ssgg.; Rotondi, cit., pp. 336 ssgg.; quella dell’Ad Demonicum si trova in Luiso, pp. 290-291. 34 Luiso, pp. 218-220; la lettera di Lapo e la risposta del Correr (Bologna, 1° luglio 1436 si leggono anche in Gregorio Correr, Opere, a cura di A. Onorato, II, Messina 1994, pp. 454-458. Al Correr, cugino di Eugenio IV ma a lui apertamente ostile, Lapo dedicò le versioni del De longaevis e della Patriae laudatio di Luciano (Luiso, pp. 278-280) e il trattatello Comparatio inter rem militarem et studia litterarum; questo, accompagnato dalle due orazioni isocratee (Nicocle, A Nicocle) fu successivamente dedicato al duca Humfrey di Gloucester; la lettera dedicatoria per questa versione si legge in A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1980, pp. 165-167. 22 Successivamente, Lapo cercò di succedere al Filelfo nel magistero senese; però anche questo tentativo si concluse in un fallimento, come dimostra una lettera dell’umanista ad Angelo da Recanati del 16 giugno 1436.35 A partire da questo momento, dunque, si riaprì per Lapo una disperata ricerca di impiego e di protezione: tale frenetica attività è testimoniata da molte lettere dell’umanista, ma soprattutto dalla gran mole di traduzioni dal greco che in questi anni l’autore produsse, e che, accompagnate da lettere di dedica, inviò ai personaggi più influenti del tempo. Soltanto tra il 1435 e la prima metà del 1436 si collocano la già citata dedica della Solonis vita di Plutarco ad Eugenio IV,36 della Publicolae vita al cardinale Giordano Orsini,37 della Periclis vita (ottobre 1435) e del De morte Macabaeorum di Giuseppe Flavio al potente cardinale di Alessandria Giovanni Vitelleschi. Intorno all’aprile 1436, come già anticipato, Lapo tentò inoltre di accreditarsi presso Alfonso d’Aragona, consegnando al Panormita la Vita di Quinto Fabio Massimo e i due opuscoli Nicocle e A Nicocle. Anche questo tentativo, come abbiamo visto, si risolse nel nulla. In questo momento di grande disperazione, l’amico Angelo da Recanati venne nuovamente in soccorso di Lapo: egli, infatti, riuscì a procurargli un impiego e l’ospitalità presso il cardinale Prospero Colonna, a Bologna.38 Lapo dunque vi si trasferì, e in segno di riconoscenza inviò la propria traduzione del De calumnia di Luciano allo zio di Angelo, Giovanni Moroni da Rieti. Dopo aver visto fallire il suo tentativo di occupare la cattedra del Filelfo a Siena, Lapo ottenne ora una seconda possibilità: grazie alle raccomandazioni del vescovo di Traù Ludovico Trevisan39 e di Ermolao Barbaro, Lapo ottenne infatti la cattedra di eloquenza e filosofia morale all’università di Bologna. Tuttavia, dopo aver pronunciato due prolusioni il 1° novembre del 1436,40 egli rinunciò all’incarico e lasciò l’insegnamento appena incominciato, adducendo a pretesto una malattia;41 la vera ragione della scelta di Lapo però era un’altra, ed essa si trova esplicitata soltanto in una lettera dell’umanista all’amico fidato Antonio Tornabuoni, in questi termini: quo ab eo ministerio servili quidem et questuoso plurimum abhorret animus, quod presertim laboris multum, premium vero quam minimum sit allaturum.42 Di nuovo disoccupato, Lapo si giovò ancora una volta del sostegno degli amici Gaspare ed Angelo da Recanati; essi, infatti, gli trovarono un impiego presso il loro concittadino Iacopo Venier, 35 Luiso, cit., pp. 223-227. 36 Luiso, cit., pp. 213-214. 37 Luiso, cit., pp. 263-264. 38 La lettera di Angelo a Lapo del 12 giugno 1436 si trova soltanto nel manoscritto di Como. 39 Al quale Lapo dedicò la traduzione della Demonactis vita di Luciano; la dedicatoria si legge in Luiso, cit., pp. 280-282. 40 Le orazioni sono edite in K. MÜLLNER, Reden und Briefe italien. Humanisten, Wien 1899, pp. 129-142. 41 Le lettere al Trevisan del 19 novembre e a Francesco Patrizi del 3 dicembre si leggono in Rotondi, cit., p. 169. 42 La lettera si trova soltanto nel codice di Como, alle cc. 316v-319; io cito da Gualdo Rosa, cit., p. 515. 23 chierico di camera e legato apostolico, prima come precettore dei nipoti, e poi come amministratore della casa, quando il Venier si recò ad Avignone nei primi mesi del 1437.43 Nel frattempo, sfruttando l’autorevole raccomandazione di Leonardo Bruni e la conoscenza del segretario apostolico Biondo Flavio, che gli era stato presentato dall’amico Giovanni Bacci d’Arezzo, anch’egli chierico di camera, Lapo riuscì ad accreditarsi presso il cardinale camerlengo, Francesco Condulmer. L’operazione sembrava esser andata a buon fine, e infatti il cardinale lo assunse in casa, a Bologna, entro il settembre del 1437;44 dalla lettera di Bruni al Condulmer risulta che già il 4 maggio del 1437 il cardinale lo aveva accolto come non familiarem modo...verum etiam domesticum et, ut dici solet, commensalem.45 A questo torno di tempo, e più precisamente ai mesi tra il maggio ed il settembre 1437, dev’essere quindi datata la terza fase redazionale delle orazioni a Nicocle; infatti Lapo, dopo aver apportato qualche miglioria al testo in due fasi successive ma molto vicine cronologicamente, riadattò nuovamente il testo dell’epistola dedicatoria a partire dalla sua forma originaria, quella per il cardinale Casanova, ed inviò dedicatoria e testi a Francesco Condulmer. Dal momento che l’epistola si conclude con la richiesta di ulteriori benefici (desque operam ut eam spem quam michi tue beneficentie attulisti tuis offitiis in posterum conservare possim), dobbiamo pensare che Lapo l’abbia inviata al Condulmer dopo essergli stato presentato dal Bruni (maggio 1437), ma prima che il cardinale lo assumesse in casa (settembre dello stesso anno). Ancora una volta, tuttavia, l’impiego presso il camerlengo si rivelò per Lapo una delusione, e le sue aspettative ne uscirono frustrate; l’apice fu raggiunto quando la Curia, nel gennaio del 1438, si trasferì a Ferrara in vista del Concilio; Lapo, in una lettera a Giovanni Bacci,46 lamenta di trovarsi rinchiuso nel palazzo pontificio a Ferrara, con il compito ingrato e mal remunerato di tradurre dal greco testi teologici e conciliari. Insoddisfatto dell’incarico presso il cardinale Condulmer, inoltre, qualche mese prima, nel gennaio 1437, Lapo aveva rivolto le proprie aspettative altrove. Era infatti noto, in quegli anni, l’atteggiamento mecenatesco del duca Humfrey di Gloucester, il quale si era proposto come patrono 43 Si vedano le lettere a Gaspare da Recanati del 28 gennaio 1437, e a Iacopo Venier del 19 marzo (Luiso, cit., p. 240; Rotondi, cit., p. 192). 44 La lettera a Biondo dell’8 aprile si legge in Rotondi, cit., pp. 200 ssgg.; si cfr. anche F. P. LUISO, Studi su l’epistolario di Leonardo Bruni, a cura di L. Gualdo Rosa, Roma 1980 (Studi Storici, fascc. 122-124), p. 134. Raccomandandolo al Condulmer, tra le altre cose Bruni loda di Lapo la grande conoscenza del greco. 45 Fubini riteneva che Lapo fosse ospite del Venier ancora nel novembre del 1437, e che si fosse trasferito dal cardinale solo successivamente; sulla base dell’epistola appena citata, tuttavia, Gualdo Rosa (cit., p. 520) fa notare che l’umanista doveva essere in rapporti abbastanza stretti con il Condulmer già nel maggio 1437, e nel settembre dello stesso anno doveva già alloggiare presso di lui. Infatti la versione del Praefectus equitum di Senofonte, dedicata a Gaspare da Villanova, è datata a Bologna, in domo reverendissimi Domini Francisci Cardinalis Venerabilis Sanctitatis Domini Nostri Camerarii (Luiso, cit., pp. 293-295). 46 Ferrara, 12 febbraio 1437; la lettera si legge in Rotondi, cit., pp. 263 ssgg. 24 per più di un umanista italiano,47 e Lapo, che aveva sentito parlar bene di Humfrey a Bologna da Zenone di Castiglione, l’arcivescovo di Bayeux, non volle lasciare intentata quella via. Incoraggiato da Zenone, dunque, nel corso del 1437 Lapo inviò al duca la Comparatio inter rem militarem et studia litterarum, insieme alle due traduzioni isocratee Nicocles e Ad Nicoclem;48 successivamente, nel dicembre dello stesso anno, dedicò ad Humfrey l’Artaxersis vita di Plutarco.49 Il mecenate inglese, tuttavia, non ebbe il tempo di prendere sotto la sua protezione Lapo, il quale sarebbe morto di lì a nove mesi. Secondo quanto scrisse nel dialogo De curiae commodis,50 dopo il gennaio 1438 Lapo si pose al seguito del cardinale Giordano Orsini, al quale aveva dedicato la Publicolae vita di Plutarco, forse dietro raccomandazione di Ambrogio Traversari. Dopo la morte del cardinale, il 29 maggio 1438, Lapo rientrò al servizio del Condulmer il 1° luglio 1438, e a quest’epoca gli dedicò il già citato dialogo De curiae commodis; quest’opera, secondo gli studiosi, non è altro che la segreta rivalsa di Lapo, travestita in termini elogiativi, di quell’ambiente curiale che l’aveva stomacato e più volte respinto. Lapo, tornato a Firenze dopo aver forse lasciato la Curia,51 morì malato poco tempo dopo, nell’ottobre 1438, a Venezia, all’età di trentatré anni.52 Negli ultimi mesi di vita, Lapo dovette lavorare nuovamente alle sue traduzioni a Nicocle, per le quali è testimoniata una quarta redazione; non possediamo notizie certe al riguardo, ma è probabile che l’umanista pensasse di dedicarle un’altra volta ad un potenziale protettore. 4. QUALCHE OSSERVAZIONE SUL METODO VERSORIO DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO: LA LEZIONE DI LEONARDO BRUNI E IL MAGISTERO DI FILELFO Allo stato attuale, la bibliografia specifica sull’attività di Lapo traduttore è purtroppo assai poco nutrita, se non del tutto inesistente. 47 Si vedano, a questo proposito, i lavori di A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1980; R. WEISS, Humanism in England during the Fifteenth Century, Oxford 1941. Leonardo Bruni aveva dedicato al duca la sua versione della Politica di Aristotele; tra il 1436 ed il 1437 avevano trovato protezione in Inghilterra Tito Livio Frulovisi (per il quale si cfr. C. COCCO, Tito Livio Frulovisi, Oratoria. Edizione critica, traduzione e commento, Firenze 2010) ed Antonio Beccaria. 48 C. S. Celenza, cit., afferma che Lapo entrò a servizio del Condulmer dopo il suo tentativo di entrare nei favori di Humfrey di Gloucester; questo è in contrasto però tanto con la ricostruzione di Fubini quanto con quella di Gualdo Rosa. 49 La lettera dedicatoria premessa a questa traduzione si trova in Luiso, cit., pp. 273-275. 50 Edito da C. S. Celenza, cit. 51 Filelfo, in una lettera del 30 settembre, lo raccomandava a Leonardo Bruni. 52 Questa notizia si ricava dall’iscrizione funebre contenuta nel frontespizio del codice Magliab. XXIII, 126: morì nella cità di Vinegia...del mese d’otobre [1438]...di morbo. 25 Tuttavia, gli studiosi moderni che – seppur sommariamente – si sono occupati delle traduzioni greco-latine di Lapo da Castiglionchio (Sabbadini e Lucia Gualdo Rosa) concordano su un giudizio altamente positivo dei risultati da lui raggiunti, e lo considerano il migliore tra i traduttori del primo Quattrocento, almeno per quanto riguarda Isocrate: secondo il Sabbadini, il Castiglionchio è il solo tra i primi traduttori umanistici ad avere una reale padronanza di entrambe le lingue classiche, quella di partenza e quella d’arrivo, cosa che gli permise di rendere il testo greco in modo ad un tempo stesso fedele all’originale ed elegante nella resa latina: “certo di tutti questi il più perfetto è Lapo, quegli che traducendo fedelmente fa ad un tempo opera d’arte”.53 Nel compiere le sue operazioni versorie, sembra che Lapo si conformasse alle linee teoriche predominanti nelle scuole dell’epoca, e seguite – pur con esiti diversi – da tutti i principali traduttori quattrocenteschi di Isocrate: la necessità, cioè, di tradurre non ad verbum ma ad sententiam, ammettendo la possibilità di rendere alcuni passi dell’originale greco con circonlocuzioni, e insomma di lasciare un posto all’interpretazione al fine di conservare il senso del discorso originale. Questa era la teoresi propugnata dal Bruni nel suo trattato De interpretatione recta del 1420, e nella stessa direzione si muovevano gli insegnamenti della scuola veronese di Guarino, i cui precetti abbiamo visto rispecchiati nelle traduzioni isocratee dei suoi alunni Bernardo Giustiniani e Bartolomeo Facio. Anche Manuele Crisolora, che, insieme a suo nipote Giovanni, fu il maestro di greco della prima generazione degli umanisti italiani del Quattrocento, rifiutava la traduzione parola per parola, invalsa nell’uso fino a quel momento, e invitava i suoi discepoli a tradurre ad sententiam; di questo siamo informati da una lettera del suo allievo Cencio de’ Rustici, nella quale si ricorda che il Crisolora condannava, tuttavia, le rielaborazioni eccessive ed arbitrarie del testo di partenza, che rendono il traduttore non più interpres, ma exponens del greco:54 Nam si quispiam, quo luculentius apertiusve suis hominibus loquatur, aliquid graece proprietatis immutarit (aiebat) eum non interpretis sed exponentis officio uti. È importante tenere presente, infine, che la prassi versoria di Lapo fu, com’è naturale, largamente influenzata da quella del suo maestro Francesco Filelfo, il quale a sua volta si conformava sostanzialmente alla teoresi bruniana.55 Anch’egli infatti propugnava un metodo di versione ad 53 R. SABBADINI, La scuola e gli studi di Guarino Veronese Veronese, Catania 1896, p. 134; a proposito della traduzione umanistica, si vedano anche E. BERTI, La traduzione umanistica, in M. Cortesi (a cura di), Tradurre dal greco in età umanistica, Atti del Seminario di studio (Firenze, Certosa del Galluzzo, 9 settembre 2005), Firenze 2007, pp. 3-15 e R. SABBADINI, Il metodo degli umanisti, Firenze 1922. 54 L. BERTALOT, Cincius Romanus und seine Briefe, «Quellen und Forschungen aus italianischen Archiven und Bibliotheken» 21 (1929-30), p. 210. 55 Per una puntuale trattazione dei presupposti teorici e della prassi versoria del Filelfo nel caso specifico della traduzione dell’Eutyphron platonico, si vedano le pp. 37-67 di S. MARTINELLI TEMPESTA, Platonis Eutyphron Francisco Philelfo interprete; Lysis Petro Candido Decembrio interprete, Firenze 2009; precisi rimandi testuali alla 26 sententiam, che fosse però assai fedele al testo di partenza, e come Bruni riteneva fondamentale la padronanza delle due lingue, quella di partenza e quella d’arrivo, finalizzata a rendere con estrema precisione le parole dell’originale, senza ricorrere a prestiti, calchi o goffe traslitterazioni. La fedeltà all’ipotesto greco, la precisione terminologica nella resa e l’applicazione costante delle proprie solide competenze di grecista per tradurre bene (l’habitus grammaticale, secondo la definizione della Cortesi), sono i fondamenti della teoresi versoria del Filelfo; ciascuna di queste caratteristiche si riscontra, nella pratica, nell’allievo Lapo. Può essere interessante, a questo punto, riproporre il confronto – già suggerito Gualdo Rosa – di un passo dell’Ad Nicoclem nella versione di Lapo e in quella, assai fortunata, di Bernardo Giustiniani. Isocrate (Ad Nic. 2-3) Lapo Giustiniani [2] ἡγησάμην δ᾽ ἂν γενέσθαι ταύτην [2] Ego vero existimavi munus Ego autem, quum mecum cogitarem καλλίστην δωρεὰν καὶ χρησιμωτάτην pulcherrimum utilissimumque fore, et quid ad te potissimum muneris καὶ μάλιστα πρέπουσαν ἐμοί τε quod danti mihi et tibi accipienti mitterem, nihil profecto honestius δοῦναι καὶ σοὶ λαβεῖν, εἰ δυνηθείην maxime conveniret, si definire videbatur aut utilius quodve ὁρίσαι ποίων ἐπιτηδευμάτων possem quibus studiis atque artibus utrumque nostrum deceret magis, et ὀρεγόμενος καὶ τίνων ἀπεχόμενος instructus quibusque declinatis rebus me qui darem et te qui acciperes, ἄριστ᾽ ἂν καὶ τὴν πόλιν καὶ τὴν optime et civitatem tuam et regnum quam definire quibus institutis ac βασιλείαν διοικοίης. τοὺς μὲν γὰρ constituere possis. Nam privatos artibus civitatem possis regnumque ἰδιώτας ἐστὶ πολλὰ τὰ παιδεύοντα, quidem multa sunt quae erudiant, ac tuum pulcherrime gubernare. Etenim μάλιστα μὲν τὸ μὴ τρυφᾶν ἀλλ᾽ imprimis quod luxuria prohibentur permulta sunt, o Nicocles, quae ἀναγκάζεσθαι περὶ τοῦ βίου καθ᾽ cogunturque victus comparandi gratia privatum quenque ad bene ἑκάστην τὴν ἡμέραν βουλεύεσθαι, continuo laborare; [3] leges praeterea, honesteque vivendum inducant. In [3] ἔπειθ᾽ οἱ νόμοι καθ᾽ οὓς ἕκαστοι quibus singuli in civitate primis, quod illorum vita non ocio, πολιτευόμενοι τυγχάνουσιν. obtemperant. non luxu, non delitiis frangitur, sed quotidiano pro victu comparando laboribus vigiliisque inserviunt. Legibus deinde, quibus immoderata hominum frenatur cupiditas, parere coguntur. Entrambe le versioni risultano, ad una lettura autonoma, eleganti e raffinate; se si confronta il latino con il testo originale greco, tuttavia, appare evidente come la traduzione di Lapo risulti molto più fedele, esatta e concisa nella resa, ottenendo allo stesso tempo un eccellente risultato nella prosa latina, mentre quella del Giustiniani è spesso sovrabbondante e si concede grande libertà rispetto all’originale, tanto che la sintassi greca risulta spesso completamente stravolta e arbitrariamente amplificata. Si osservi, per esempio, l’aggiunta enfatica dell’apostrofe al destinatario (o Nicocles), e la resa di τὰ παιδεύοντα con la perifrasi quae ad bene honesteque vivendum inducant; in alcuni casi, teoresi bruniana da parte del Filelfo sono stati individuati da Gualdo Rosa, Le traduzioni, cit., p. 118 nell’epistola prefatoria alla Rhetorica ad Alexandrum. 27 inoltre, l’ipotesto è rielaborato ed amplificato con l’inserzione di alcune notazioni moralistiche: quod illorum vita non ocio, non luxu, non delitiis frangitur come resa del semplice τὸ μὴ τρυφᾶν e legibus…quibus immoderata hominum frenatur cupiditas come ampliamento del termine νόμοι. Conciliare un’estrema fedeltà al testo greco da un lato, e dall’altro una notevole eleganza nella resa latina sembra essere stato il principio fondante della tecnica versoria di Lapo; un principio che è in larga misura derivato, come si è già detto, dal magistero del Filelfo. Gli interventi autoriali che caratterizzano le quattro redazioni dell’opera, infatti, vanno sempre in una di queste due direzioni (oppure in entrambe contemporaneamente): ottenere un testo più vicino a quello isocrateo, o uno stilisticamente migliore. Alcuni esempi di riallineamento della traduzione all’originale si possono osservare nel passaggio tra la prima e la seconda redazione: Ad Nic. 3: Accedunt veteres quidam poete, qui precepta vite scripta reliquerunt, ex quibus omnibus consentaneum est illos fieri quam optimos (cfr. ὥστ᾽ ἐξ ἁπάντων τούτων εἰκὸς αὐτοὺς βελτίους γίγνεσθαι), in cui omnibus viene integrato soltanto nella seconda fase redazionale; analogo è il caso di Ad Nic. 4: nam plurimis hominibus illos adire non licet (cfr. οἱ μὲν γὰρ πλεῖστοι τῶν ἀνθρώπων αὐτοῖς οὐ πλησιάζουσιν), dove hominibus è introdotto in un secondo momento. Così il cambiamento del verbo essere dal presente est al futuro erit in Ad Nic. 8: Nam qui privatos erudiunt eos tantummodo adiuvant; si quis vero illos qui multitudini presunt ad virtutem incitet atque impellat, utrisque emolumento erit, et his qui dominantur et his qui sub eorum iure et imperio sunt; nam illis tutius imperium, hiis mitiores administrationes efficiet (cfr. εἰ δέ τις τοὺς κρατοῦντας τοῦ πλήθους ἐπ᾽ ἀρετὴν προτρέψειεν, ἀμφοτέρους ἂν ὀνήσειε, καὶ τοὺς τὰς δυναστείας ἔχοντας καὶ τοὺς ὑπ᾽ αὐτοῖς ὄντας). In altri casi, tuttavia, l’autore ammette qualche leggero scarto rispetto all’ipotesto, a fronte di un miglioramento nella sua resa latina: un esempio è il passaggio da debere, corrispondente al greco δεῖν, a decere in Ad Nic. 14: Illud etiam cogites, te nec poetarum qui probantur nec rhetorum ullius inexpertem et rudem esse decere (debere ω1); cfr. καὶ μήτε τῶν ποιητῶν τῶν εὐδοκιμούντων μήτε τῶν σοφιστῶν μηδενὸς οἴου δεῖν ἀπείρως ἔχειν; e l’ampliamento in Ad Nic. 19: nam sumptus huiusmodi et tibi ipsi permanebunt, et ex his quam ex aliis sumptibus iocundiora et cariora (iocundiora ω1) posteris relinquentur (cfr. καὶ τοῖς ἐπιγιγνομένοις πλείονος ἄξια τῶν δεδαπανημένων καταλείψεις). La continua ricerca di perfezione stilistica, che spinse Lapo ad intervenire più volte sulle sue traduzioni con l’intento di migliorarle, si può apprezzare osservando alcune varianti redazionali: Ad Nic. 21 ex tuis bonis effundere (ω1, ω2) : tua bona effundere (ω3, ω4); Ad Nic. 37 eadem sentire quae dixeris (ω1) : eadem et sentire et loqui (ω2, ω3, ω4) (cfr. il greco ὅμοια τοῖς εἰρημένοις φρονεῖν); Nic. 42 sed eandem omnes naturae aequabilitatem sortiri (ω1) : sed eandem omnes naturam sortiri 28 (ω2, ω3, ω4); Nic. 43 viderem bonorum simul atque improborum complures participes esse (ω1, ω2) : bonorum simul atque improborum complures viderem participes esse (ω3) : bonorum simul atque improborum viderem complures participes esse (ω4); Nic. 46 laudibus atque admiratione digni sunt (ω1) : laude sunt hi quidem atque admiratione digni (ω2, ω3, ω4). Non sempre, comunque, il processo di limatura del testo comportò scelte nette e definitive; alcune varianti autoriali dovettero coesistere per tutta o per buona parte della tradizione dei due opuscoli, senza che Lapo prendesse una posizione; in questi casi si tratta di coppie sinonimiche di varianti, come edocemus / instruimus (Nic. 7), pervestigamus / investigamus (Nic. 8) o expertem / inexpertem (Ad Nic. 14), entrambi aggettivi col significato di “inesperto, ignorante”. Le traduzioni Nicocles e Ad Nicoclem denotano una conoscenza del greco, da parte dell’autore, assai approfondita e paragonabile, se non superiore, a quella del suo maestro; soltanto in due occasioni emergono alcune difficoltà nell’interpretazione del testo isocrateo. Il testo di Ad Nic. 45, corrispondente al greco ταῦτα δὲ διῆλθον ἡγούμενος σὲ δεῖν, τὸν οὐχ ἕνα τῶν πολλῶν ἀλλὰ πολλῶν βασιλεύοντα, μὴ τὴν αὐτὴν γνώμην ἔχειν τοῖς ἄλλοις, si presenta così nella sua prima fase redazionale (manoscritto V1): Hec attigi non arbitratus ex multitudine te esse unum convenire eadem mente esse qua ceteros; questa formulazione, che crea qualche aporia nella comprensione, riflette probabilmente una cattiva interpretazione del testo greco; nel corso della seconda redazione, però, l’autore dovette riprendere in mano l’originale e comprenderlo più a fondo, tanto che corresse la sua traduzione restituendo alla frase il suo significato corretto: Hec attigi arbitratus non te ex multitudine unum, sed multorum tyrannum, convenire eadem mente esse qua ceteros. Il secondo caso è quello di Ad Nic. 41, che Lapo traduce così: Nam, si universas hominum naturas considerare velimus, inveniemus plurimos qui non saluberrimis cibis nec pulcherrimis studiis oblectentur, nec etiam ex rebus optimas adament, nec ex disciplinis maxime conducibiles sequantur; sed voluptatis omnino utilitati contrarias consectantes; eosdemque (ac ω1 : eosdemque cett.) specie quidem tollerantes ac laboriosos, re autem vera nichil honeste decoreque agentes. Il testo greco corrispondente è il seguente: ὅλως γὰρ εἰ ‘θέλοιμεν σκοπεῖν τὰς φύσεις τὰς τῶν ἀνθρώπων, εὑρήσομεν τοὺς πολλοὺς αὐτῶν οὔτε τῶν σιτίων χαίροντας τοῖς ὑγιεινοτάτοις οὔτε τῶν ἐπιτηδευμάτων τοῖς καλλίστοις οὔτε τῶν πραγμάτων τοῖς βελτίστοις οὔτε τῶν θρεμμάτων τοῖς ὠφελιμωτάτοις, ἀλλὰ παντάπασιν ἐναντίας τῷ συμφέροντι τὰς ἡδονὰς ἔχοντας, καὶ δοκοῦντας καρτερικοὺς καὶ φιλοπόνους εἶναι τοὺς τῶν δεόντων τι ποιοῦντας. La traduzione della frase καὶ δοκοῦντας καρτερικοὺς καὶ φιλοπόνους εἶναι τοὺς τῶν δεόντων τι ποιοῦντας (“e scopriremo (εὑρήσομεν) che essi considerano instancabili ed operosi gli uomini che si occupano delle attività necessarie”) in latino, eosdemque (ac ω1) specie quidem tollerantes ac laboriosos, re autem vera 29 nichil honeste decoreque agentes, dà invece un altro significato (“e scopriremo (inveniemus) che essi appaiono esteriormente instancabili ed operosi, ma in realtà non fanno niente onestamente e come si conviene”). In questo caso, dunque, dobbiamo ipotizzare o che Lapo leggesse un testo isocrateo diverso da quello che conosciamo noi, oppure che non riuscisse ad interpretarlo correttamente. Se fosse vera la prima ipotesi, avremmo qui un potenziale indizio per cercare di identificare il manoscritto greco del quale si servì Lapo, o quantomeno una base da cui partire per provare a ricostruire il testo di Isocrate che egli leggeva. Un elemento più forte in questo senso si trova in Ad Nic. 39: il termine che Lapo, in questo passaggio, traduce con legum latores (“legislatori”) corrisponde infatti, nelle moderne edizioni di Isocrate, a νουθετοῦντας (“coloro che ammoniscono”); è evidente che Lapo traduceva non il verbo νουθετέω, ma νομοθετέω; data l’estrema somiglianza paleografica tra le due forme, non sorprende che il manoscritto greco che l’umanista aveva a disposizione riportasse la seconda invece che la prima. Uno studio più approfondito delle traduzioni di Lapo potrebbe portare ad acquisizioni utili e rilevanti non solo per la ricostruzione della biblioteca greca di Lapo e per lo studio della circolazione dei codici greci in età umanistica, ma anche per la tradizione manoscritta delle due orazioni di Isocrate. Il campo di ricerca in questo senso, tuttavia, è tanto interessante quanto sterminato ed insidioso, e dunque non è stato approfondito nel corso di questo lavoro. Lingua, stile e modello ciceroniano Le operazioni versorie portate avanti a partire dai primi decenni del Quattrocento miravano – oltre, naturalmente, a rendere fruibili dei testi greci il cui contenuto sembrava consonante con le nuove ideologie – a trovare e proporre dei modelli greci (per Leonardo Bruni, il modello privilegiato fu Demostene) per la costruzione della nascente prosa latina dell’umanesimo civile, ai quali si affiancavano i grandi modelli latini (Cicerone in primis), sui quali la lingua d’arrivo poteva informarsi e permettere, così, una resa non pedissequa ma originale dell’ipotesto greco. Come è stato possibile fare, per esempio, per la produzione latina di Bartolomeo Facio, anche per la prosa di Lapo da Castiglionchio si può cercare di individuare i modelli greci e – soprattutto – latini ai quali l’umanista guardava. Il modello di prosa latina che Lapo predilige nelle due traduzioni, nella sua ricerca della concinnitas e dell’armonia tra le parti del periodo, è senz’altro quello ciceroniano; tale modello si intravvede, in filigrana, anche in alcuni passaggi della dedicatoria premessa alle traduzioni. La scelta di rifarsi a Cicerone e di prediligere una sintassi di matrice classica, del resto, corrisponde alla prassi seguita dal Filelfo. Lapo riflette l’uso del maestro anche nel ricorso alle 30 figure retoriche (in particolare variatio ed endiadi), anche in questo caso accordando però sempre la priorità assoluta al rispetto, anche stilistico, del testo di partenza. Alcuni esempi di elaborazione formale, tra i più tipici dello stile di Lapo, sono i tricola asindetici, spesso organizzati secondo climax ascendenti (Nic. 3 soleo admirari quam ob rem non arguant divitias, robur, fortitudinem; Nic. 7 gravis prudens perpolitaque oratio boni ac fidelis animi simulacrum est; Nic. 40 in aliis quidem societatibus probos equos religiosos se prestarent; Nic. 49 ab alienis manus oculi mentes abstinendae; Ad Nic. 38 in quibus nihil inopinatum, nihil incredibile, nichil abhorrens a communi sensu licet invenire); le dittologie sinonimiche (Nic. 31 quum offendissem regiam pecuniis exhaustam atque exinanitam, res turbationis plurime et confusionis refertas et quae diligentia maxima presidio sumptuque indigerent); i parallelismi, talvolta impreziositi da variatio (Nic. 8 eloquentesque illos nuncupamus qui multitudinem queant tenere oratione, prudentes autem eos ducimus qui mente res optime perspicere possint; Nic. 21 Sed, quod maximum est omnium, alteri publicis negotiis ut propriis, alteri ut alienis inserviunt; hii audacissimos civium adhibent sibi in consilium, illi ex omni numero prudentissimos accersunt; Ad Nic. 14 atque ita te compara ut inferiorum hominum iudex, superiorum concertator sis; Ad Nic. 31 ac gloriam consequuntur divitie, gloria vero divitiis emi non potest; Ad Nic. 43 hec enim audientes exultant gaudio, quum vero certamina contemplantur et rixas incenduntur), e le costruzioni chiastiche (Nic. 44 Non enim virtutes omnes in hisdem nec pari ratione probande sunt, sed iustitia quidem in difficultatibus, in principatibus temperantia, pudicitiaque in iuniorum aetatibus et tolerantia; Ad Nic. 2 Nam privatos quidem multa sunt que erudiant, ac imprimis quod luxuria prohibentur cogunturque victus comparandi gratia quotidie laborare; Ad Nic. 19 ut in supellectilibus splendor, diligentia in rebus appareat). La norma classica è quasi sempre rispettata nelle scelte lessicali, che sono anch’esse compiute a partire da una base prevalentemente ciceroniana; Lapo non si permette mai alcun neologismo, ed è parimenti molto parco nel far concessioni al latino tardo o medievale. Tra i termini che compaiono nelle due orazioni, sono sconosciuti all’uso classico soltanto i due superlativi laudabilissimus (Nic. 43), forma attestata solo a partire dal XIII secolo, ed utillimus (Ad Nic. 43); questa forma alterna, nell’opera di Lapo, con il più usuale utilissimus (Ad Nic. 2), e risulta attestata per la prima volta nell’opera di Rutilio Tauro Emiliano Palladio (IV secolo). L’espressione innovandae res, col significato di “rivolta, sommossa sociale”, è usata in Nic. 55 (nec innovandarum rerum cupido vos teneat), in luogo del più comune novandae res (attestato soprattutto in Cicerone e in Livio). In due casi (talis in Nic. 49 e voluptatis in Ad Nic. 41), Lapo adotta la forma in –īs dell’accusativo plurale maschile e femminile di terza declinazione; questa si trova, fin dal latino di epoca classica, sia quando essa sia etimologicamente giustificata, sia, in altri casi, per analogia; è probabile che la 31 scelta di Lapo si determinata da un intento arcaizzante o di imitazione dello stesso Cicerone, che ne fece largo uso. Anche per quanto riguarda la sintassi e la morfologia, l’uso è per lo più quello classico; non manca, tuttavia, qualche costrutto che da quella norma si discosta leggermente. Sono assai frequenti, per esempio, le formulazioni ellittiche del pronome personale in funzione di oggetto: Nic. 1 libenter audirem cur bene dicendi cupidos improbent, qui vero recte vivere volunt laudibus extollant; Nic. 3 vehementer autem qui in hac sunt sententia soleo admirari quam ob rem non arguant etiam divitias, robur, fortitudinem; Ad Nic. 46 est enim perspicuum (eum add. V1 supra lineam) qui sibi ipsi non sapiat nec aliud quippiam prudenter facere posse. Inoltre, in un caso si osserva l’uso di quod in funzione dichiarativa, in luogo del normale costrutto infinitivo (Ad Nic. 16 cum non ignores quod ex paucorum principatibus et ex aliis rebus publicis eae diutissime durant que optime multitudini caveant), ed anche in un altro punto la sfumatura dichiarativa-anaforica di quod non sembra rispecchiare appieno l’uso classico (Ad Nic. 2 nam privatos quidem multa sunt que erudiant, ac imprimis quod luxuria prohibentur cogunturque victus comparandi gratia quotidie laborare). Un paio di casi di quod dichiarativo si trovano anche nell’Eutyphron tradotto dal Filelfo, e non bisogna dimenticare che, seppur in misura minima, si trova qualche esempio della costruzione già in Cicerone; da lì essa passò nel latino medievale, attestandosi poi nell’uso umanistico; non si può dunque parlare, in questo caso, di una vera e propria deroga alla norma classica. Sul piano della morfologia verbale, anche in questi due opuscoli emergono alcuni tratti dovuti probabilmente all’influsso vernacolare, analoghi a quelli che Celenza rilevava nel De Curiae commodis, classificandoli come italianismi.56 Nella formulazione di Nic. 33 Ad haec, cum haberemus offensos eos qui insulam incolunt, rexque, verbo quidem firmata pace, re vera inimicus foret, haec omnia sedavi incommoda, in luogo del congiuntivo piuccheperfetto offendissemus è espresso con la forma perifrastica haberemus offensos (dove il verbo habeo è usato in funzione ausiliare insieme al participio perfetto di offendo); simile è il caso di Ad Nic. 42 atque ita in rebus ipsis a veritate abhorrent, ut ne sua quidem cognita habeant, dove la perifrasi cognita habeant è usata al posto del semplice cognoscant. Inoltre, ricorre due volte un’altra forma perifrastica: il supino con l’infinito ire è usato in luogo del participio futuro con il verbo essere nelle costruzioni infinitive: Nic. 53 Hos enim putandum est eadem perpessuros esse que faciunt, illos debitas sibi et 56 Una brevissima trattazione dello stile di Lapo è in C. S. Celenza, cit., pp. 97-99; qualche altra osservazione si trova in C. S. CELENZA, Parallel Lives: Plutarch’s Live, Lapo da Castiglionchio the Younger (1405-1438) and the Art of the Italian Renaissance Translation, «Illinois Classical Studies» 22 (1997): 122-155. 32 meritas gratias reportatum ire; Ad Nic. 27 Sunt etiam comitum mores summa diligentia explorandi, cum scias omnes qui te ignorent persimilem illis quibus cum verseris iudicatum ire.57 Il giudizio elogiativo espresso da Sabbadini e Gualdo Rosa in merito alle capacità versorie di Lapo da Castiglionchio mi pare, in conclusione, del tutto condivisibile; d’altronde è fortemente positivo anche il giudizio di Francesco Filelfo, il quale, a proposito delle sue traduzioni delle vite plutarchee di Teseo e Romolo, scrive in una lettera inviata a Lapo da Siena nel 1438: [...] eisque sum quantum ad orationis elegantiam attinet, perbelle delectatus. Fluit enim oratio ac nitet. L’edizione integrale delle sue traduzioni delle isocratee Nicocle e A Nicocle renderà possibile un confronto più completo delle versioni di Lapo con quella di Bernardo Giustiniani e degli altri umanisti che – nello stesso torno di tempo – si sono cimentati nella resa degli stessi testi greci. Allo stesso tempo, bisognerà approfondire lo studio del metodo traduttivo dell’umanista, cercando di inserirlo all’interno dei dibattiti teorici che sorsero, a quell’epoca, tra le diverse scuole. 57 Si confronti, per converso, l’ossequio alla forma classica del supino con iri al passivo per esprimere l’infinito futuro passivo: Ad Nic. 46 His vero existimes tuum regnum ampliatum iri qui tuam mentem animumque plurimum iuvare possint. 33 NOTA AL TESTO 1. LA TRADIZIONE MANOSCRITTA Una recensio mirata e completa delle traduzioni di Lapo da Castiglionchio il Giovane di Nicocle e A Nicocle isocratee, che fornisca anche le principali indicazioni codicologiche e storiche sui testimoni che le trasmettono mancava fino a questo momento. Delle due traduzioni manca anche un’edizione critica, nonostante alcuni contributi presentino una trascrizione parziale del testo di singoli manoscritti. Una prima ricognizione dei testimoni che trasmettono insieme le due opere, inserita in un più ampio discorso sulle traduzioni greco-latine di Lapo, fu condotta nel 1899 dal Luiso, il quale individuò tre testimoni (il Vat. lat. 3422, il suo descriptus Misc. Tioli, vol. 28 e Par. lat. 1616); nello stesso contributo, il Luiso offriva la trascrizione quasi completa della dedica al Panormita conservata nel Vat. lat. 3422.58 Questi risultati furono ripresi ed ampliati da Antonio Carlini, che diede un elenco di sette testimoni (oltre ai tre manoscritti menzionati dal Luiso, Pisa, Cath. 37; Pisa, Bibl. Univ. 529; Rimini, Gambalunga MS 47; Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26) e fornì delle trascrizioni parziali – mettendole a confronto – dell’epistola dedicatoria tramandata dal Vat. lat. 3422 (ripresa dal contributo del Luiso) e quella contenuta nel Pisano Cath. 37.59 Il primo censimento – specificamente riguardante la sola traduzione del Castiglionchio dell’A Nicocle – si deve a Lucia Gualdo Rosa: in uno studio dedicato alle traduzioni quattrocentesche dell’opuscolo isocrateo, l’autrice elenca nove testimoni per la traduzione di Lapo, dei quali fornisce anche un brevissimo ragguaglio circa la presenza – nel codice – di altre traduzioni isocratee dello stesso autore (l’elenco include i seguenti testimoni: Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924); Vat. lat. 5138; Ott. lat. 1971; London, British Museum, Royal 10 B IX; Pavia, Biblioteca Universitaria, 259; Pisa, Cath. 37; Pisa, Bibl. Univ. 529; Rimini, Gambalunga MS 47; come si vede, nella rassegna non compaiono alcuni manoscritti che pure erano stati individuati negli studi precedenti). Nello stesso contributo, l’autrice offre una trascrizione dell’inizio della traduzione 58 F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), p. 288 (elenco dei testimoni) e pp. 288-290 (trascrizione della lettera dedicatoria al Panormita). 59 A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), p. 302 (elenco dei testimoni) e pp. 303-304 (trascrizioni delle lettere dedicatorie). 34 dell’A Nicocle, basandosi sul manoscritto Vat. lat. 3422.60 In un suo contributo successivo, Gualdo Rosa aggiunge al censimento il codice London, British Library, Add. 11760. La recensio di tutte e due le traduzioni si trova, nella sua forma attualmente più completa ed aggiornata, nella banca dati allestita dall’Edizione Nazionale delle Traduzioni dei testi Greci in età umanistica e rinascimentale (ENTG): all’elenco dei testimoni ricostruibile sulla base degli studi precedenti, vengono così ad aggiungersi tre manoscritti che trasmettono entrambe le traduzioni (Cambridge, University Library, Ll.I.7; London, Lambeth Palace Library, 341; Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281), e uno (Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 304) che contiene il solo testo della Nicocles latina. A questo elenco va infine aggiunto un altro testimone della sola Nicocles, il manoscritto Padova, Biblioteca del Seminario Vescovile, 165, da me reperito nei cataloghi per la prima volta. Si presenta qui, per la prima volta, il censimento completo di Nicocles e Ad Nicoclem tradotte da Lapo da Castiglionchio il Giovane, corredato da descrizioni codicologico-paleografiche e storico- critiche per ciascuno degli esemplari.61 I manoscritti che ho potuto collazionare integralmente sono quelli contrassegnati da un asterisco; per alcuni (i codici B, C, D, L, O, R) ho potuto disporre soltanto di una riproduzione, mentre ho visionato personalmenet i codici M, P, P1, Pi, Pi1, V, V1 e V2. Le due traduzioni non furono mai edite, e dunque risultano prive di tradizione a stampa. La traduzione dell’orazione Ad Nicoclem è tramandata dai seguenti sedici manoscritti: B* London, British Library, Add. 11760 B1 London, British Museum, Royal 10 B IX C Cambridge, University Library, Ll.I.7 D* Dublin, Trinity College Library, MS 438 L* London, Lambeth Palace Library, 341 M* Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924) O* Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 60 L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, pp. 296-297 (elenco dei testimoni) e pp. 281-282 (trascrizione dell’inizio di Ad Nic.); la trascrizione dello stesso passo si trova anche in L. GUALDO ROSA, La fede nella “Paideia”. Aspetti della fortuna europea di Isocrate nei secoli XV e XVI, Roma 1984, p. 34, e a p. 66 quella dell’inizio della Nic. secondo il Vat. lat. 3422; L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, p. 513. 61 Questa recensio è basata sui contributi esistenti e sui cataloghi delle singole biblioteche; nel corso del mio lavoro ho inoltre potuto visionare personalmente gran parte dei testimoni, cosa che mi ha permesso di confermare, arricchire ed eventualmente correggere le informazioni. 35 P* Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 259 Par Paris, Bibliothèque Nationale de France, Latin 1616 Pi* Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 Pi1* Pisa, Biblioteca Universitaria, 529 R* Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, MS 47 (4 A II 25; C S 31) S Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281 (CCLXXV) V* Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottoboniano latino 1971 V1 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 3422 V2 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 5138 La traduzione dell’orazione Nicocles è tramandata dai seguenti quattordici manoscritti: B* London, British Library, Add. 11760 B1 London, British Museum, Royal 10 B IX C Cambridge, University Library, Ll.I.7 L* London, Lambeth Palace Library, MS 341 M* Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924) O* Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 P1* Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 304 Pad Padova, Biblioteca del Seminario Vescovile, 165 Par Paris, Bibliothèque Nationale de France, Latin 1616 Pi* Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 R* Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, MS 47 S Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281 (CCLXXV) V1 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 3422 V2 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 5138 La sola lettera dedicatoria indirizzata ad Antonio Panormita è trasmessa dal seguente codice: T Bologna, Biblioteca universitaria, 2948 ( = Misc. Tioli, vol. 28) 36 Tra i manoscritti elencati, tramandano le due traduzioni congiuntamente i seguenti undici testimoni: B London, British Library, Add. 11760 B1 London, British Museum, Royal 10 B IX C Cambridge, University Library, Ll.I.7 L London, Lambeth Palace Library, 341 M Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924) O Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 Par Paris, Bibliothèque Nationale de France, Latin 1616 Pi Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 R Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, MS 47 (4 A II 25; C S 31) S Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281 (CCLXXV) V1 Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 3422 V2 Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 5138 La tradizione completa delle due traduzioni consta dunque di 16 manoscritti che tramandano l’orazione Ad Nicoclem e 14 che trasmettono la Nicocles; di questi, 11 testimoni presentano le due traduzioni congiuntamente; un codice, infine, contiene la sola epistola dedicatoria dei due opuscoli al Panormita. I manoscritti della tradizione sono attualmente conservati in biblioteche italiane ed estere; tra di essi, un consistente nucleo di cinque codici (Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26; Cambridge, University Library, Ll.I.7; London, Lambeth Palace Library, 341; Dublin, Trinity College Library, MS 438; London, British Museum, Royal 10 B IX), riconducibili per origine e provenienza all’area inglese, appare legato da rapporti stemmatici – siano essi diretti o indiretti – e sembra risalire da un esemplare appartenuto alla biblioteca del duca Humfrey di Gloucester. 62 Quasi tutti i manoscritti della tradizione furono confezionati intorno alla metà del XV secolo, la maggior parte di essi nella seconda metà del secolo; le sole eccezioni sono costituite dal manoscritto patavino, risalente con ogni probabilità al XVI secolo, e dal volume 28 della miscellanea Tioli, fatto copiare dal codice Vat. lat. 3422 nel XVIII secolo. Tutti i testimoni contengono opere di carattere miscellaneo, con l’eccezione del Vat. lat. 3422, che è probabilmente l’esemplare di dedica e trasmette soltanto le due traduzioni, precedute da un’epistola dedicatoria. Sul carattere e sulla destinazione delle singole miscellanee si dovrà 62 Dei rapporti tra questi cinque manoscritti si tratterà più dettagliatamente all’interno delle singole descrizioni; la collazione dei testi in essi contenuti mi ha permesso di confermare e approfondire le ipotesi avanzate da Sammut. 37 condurre uno studio approfondito; tuttavia, già sulla base di questo primo censimento emerge una certa coerenza tematica per la maggior parte di esse: le opere trasmesse sono infatti spesso accomunate dal contenuto precettistico-morale e – più in particolare – dal genere della letteratura de principe. L’esame dei singoli testimoni rileva inoltre come miscellanee di questo tipo tendessero a riunire sistematicamente alcune opere, evidentemente affini per argomento e per scopo; in particolare, dal censimento emerge la frequenza della trasmissione congiunta delle due traduzioni isocratee di Lapo da Castiglionchio il Giovane (Nicocles e Ad Nicoclem), cui non di rado si associa quella dell’Ad Demonicum, il terzo elemento di quello che si può definire il ‘trittico isocrateo’. 2. DESCRIZIONE DEI MANOSCRITTI B* London, British Library, Add. 11760 Cartaceo miscellaneo, copiato a Roma nel 1440; cc. 190; scrittura minuscola gotica corsiva italiana; cartulazione antica nel margine superiore destro, barrata e sostituita da una nuova numerazione moderna; iniziali e titoli in inchiostro rosso. Legatura moderna. Il foglio di guardia contiene un indice del contenuto del manoscritto, e, in alto a destra, i nomi del bibliotecario e del rilegatore: «H. Drury Harrow / bound by Chs Lewis». Contiene: ISOCRATE, De institutione subditorum erga dominos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 114v-123r), con lettera dedicatoria a Francesco Condulmer (inc.: Permultum ac diu) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant Expl.: fide iustitiaque conficere. ISOCRATE, Oratio ad Nicholem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 123v-129r) Inc.: Qui vobis regibus Nicoles soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcerrime laboratum aut aliquid eiusmodi aliud elargiri Expl.: sed maiora ac digniora efficies. Contiene inoltre: 38 (cc. 25r-50v) LOTARIO DEI CONTI DI SEGNI (papa Innocenzo III), De miseria conditionis humanae; (cc. 51r- 56v) GIACOMO DEL REGNO, In die sancti Francisci sermo (inc.: Confiteor tibi; expl.: cum alias mihi locus datus esset); (cc. 57r-71v) CARLO MARSUPPINI, Consolatoria epistola ad Cosmam et Laurentium de Medicis de obitu matris ipsorum (inc.: Nuper viri michi amantissimi); (cc. 72r-79v) PS. CICERONE, Invectiva Ciceronis in Sallustium; CICERONE, Pro M. Marcello oratio (cc. 80r-83v) FRANCESCO ZABARELLA, Oratio de unione ecclesiae a Gregorio XII; (cc. 84r-86v) ANDREA BILIA, Ad invictissimi ducis Mediolani laudes oratio (inc.: si animum huius nostri ducis); (cc. 86v-89v) AMBROGIO TRAVERSARI, Oratio Baxileae per suos fraticellos recitata; (cc. 89v-91r) AMBROGIO TRAVERSARI, Secunda oratio per adoloscentulum monacum recitata; (cc. 91v-93v) AMBROGIO TRAVERSARI, Tercia oratio per monicellum Baxilee dicta; (cc. 93v-95r) AMBROGIO TRAVERSARI, Quarta oratio Baxilee per monicellum prolata; (cc. 95v-97r) AMBROGIO TRAVERSARI, Baxilee per monicellum recitata oratio; (cc. 97r-97v) Gratiarum actionis ad Papam formulae; (cc. 98r-110v) SENOFONTE, Liber de institutionibus prefectionis equitatus (= De equitum magistro), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria a Gaspare Villanova (inc.: Num si quis); (cc. 111r-112r) POGGIO BRACCIOLINI, Epistola ad Julianum, Cardinalem S. Angeli, dat. Romae, V kal. Feb. 1433 (inc.: Timeus dudum); (cc. 112v-114r) POGGIO BRACCIOLINI, Lettera ad Antonio Beccadelli Panormita; (cc. 114v-123r) ISOCRATE, De institutione subditorum erga dominos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant), con lettera dedicatoria a Francesco Condulmer (inc.: Permultum ac diu); (cc. 123v- 129r)63 ISOCRATE, Oratio ad Nicholem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicoles soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcerrime laboratum aut aliquid eiusmodi aliud elargiri), con lettera dedicatoria a Francesco Condulmer (inc.: Permultum ac diu); (cc. 129r-136v) PS. ISOCRATE, Vite precepta (= Ad Demonicum), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et oppiniones inter se differre Demonice licet intueri tum in usu vite et consuetudine maxime dissidere), con lettera dedicatoria al cardinale Prospero Colonna (inc.: Statueram humanissime pater); (cc. 137r-140v) PS. PLATONE, De virtute, traduzione latina di Cencio de’ Rustici (inc.: Estne virtus o Hyppotrophe res que doctrina percipi possit), con lettera dedicatoria al bolognese Bornio Sala (inc.: Hunc tantulum Plathonis sermonem); (cc. 140v-142v) PLUTARCO, Centii Romani de passionibus anime et corporis questio (= Utrum graviores sint animi morbi quam corporis), traduzione latina di Cencio de’ Rustici (inc.: Homerus quidem mortalia), con lettera dedicatoria ad Antonio Loschi (inc.: Sive animus verum homo sit); (cc. 142v-144v) COLUCCIO SALUTATI, Declamationes de Lucretia; (cc. 144v-146r) Urbis Romae clarissimorum officiorum dignitatumque nomina (inc.: Primo fuerunt reges); (cc. 146r-149r) POGGIO BRACCIOLINI, Lettera a Francesco Pizzolpasso, vescovo d’Acqui; (cc. 149v-154v) GIOVANNI CRISOSTOMO, Ad Theodorum lapsum, traduzione latina attribuita ad Ambrogio Traversari (inc.: Si fleutus posset et gemitus); (cc. 155r-159v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Oratio Bononie habita in suo legendi principio (inc.: In maxima leticia); (cc. 160r-160v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Regratiationis (sic) oratio (inc.: Xenophon ille Atheniensis); (cc. 160v-161r) CARLO MARSUPPINI, Lettera a Giovanni Tortelli; (cc. 161r-162v) CARLO MARSUPPINI, Lettera a Tommaso Pontano; (cc. 163r-164v) PIETRO DEL MONTE, Oratio de libertate reddita Eugenio Papae IV ex Roma fugienti; (cc. 165r-169v) LEONARDO GIUSTINIANI, Oratio in funere Caroli Zeni; (cc. 170r-186r) POGGIO BRACCIOLINI, Lettere; (cc. 186r-186v) ANONIMO, Lettere (inc.: (P)ost tridie quam); (cc. 186v-187v) ANONIMO, Lettera a Francesco di Pistorio (inc.: Venerabilis pater, pridie habui litteras); (cc. 187v-190v) POGGIO BRACCIOLINI, Lettere. BIBLIOGRAFIA: F. MADDEN, Catalogue of Additions to the Manuscripts in the British Museum in the Years 1841-1845, London 1850, pp. 4-5; P. A. STADTER - B. L. ULLMAN, The Public Library of Renaissance 63 I testi di Nicocles e Ad Nicoclem presentano alcune correzioni testuali realizzate da una mano diversa e con un diverso in chiostro rispetto a quello usato dal copista principale. 39 Florence: Niccolò Niccoli, Cosimo De’ Medici and the Library of San Marco, Padova 1972, p. 11; P. O. KRISTELLER, Studies in Renaissance Thoughts and Letters, II, Roma 1985, pp. XV, 250, 593; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, IV (Alia itinera II), London – Leiden 1989, p. 92a; V. BROWN - F. E. CRANZ - P. O. KRISTELLER, Catalogus Translationum et Commentariorum: Mediaeval and Renaissance Latin Translations and Commentaries, VII, Washington 1992, p. 142; M. BANDINI – F. G. PERICOLI, Scritti in memoria di Dino Pieraccioni, Firenze 1993, p. 115; L. GUALDO ROSA, La fede nella “Paideia”. Aspetti della fortuna europea di Isocrate nei secoli XV e XVI, Roma 1984, p. 32; C. LONGO, Giacomo di Martino del Regno da Acquamela OP (m. 1449), in «Archivum fratrum praedicatorum» 64 (1994), pp. 239-241, 244-259; L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, p. 513; P. VITI, Carlo Marsuppini, in Dizionario Biografico degli Italiani, LXXI, Roma 2008, pp. 14-20; J. M. MCMANAMON, An Incipitarium of Funeral Orations and a Smattering of Other Panegyrical Literature from the Italian Renaissance (ca. 1350-1550), Chicago 2014, pp. 449, 592, 832; I. PIERINI, L’epistola di Carlo Marsuppini a Tommaso Pontano, Paris 2014, pp. 2, 10. Il contenuto del manoscritto è miscellaneo; oltre al ‘trittico isocrateo’ di Lapo da Castiglionchio il Giovane, vi si trovano altre traduzioni umanistiche greco-latine, testi latini classici ed opere umanistiche, tra le quali due discorsi di Lapo. Le traduzioni di Nicocles (cc. 115v-123r) e Ad Nicoclem (cc. 123v-129r) sono precedute (alle cc. 114v-115r) dalla lettera dedicatoria a Francesco Condulmer, trasmessa anche da R (Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, MS 47); si tratta del terzo ed ultimo dedicatario dell’opera di Lapo da Castiglionchio (i primi due furono il cardinale Giovanni Casanova e il Panormita). La traduzione di Ad Demonicum (cc. 129r-136v) è invece preceduta da una lettera dedicatoria al cardinale Prospero Colonna. Per quanto riguarda la data di composizione del manoscritto, le opere in esso contenute possono fornire qualche indicazione: è datata al 28 gennaio 1433 la lettera al cardinale Giuliano Cesarini di Poggio Bracciolini, mentre la lettera di Carlo Marsuppini a Giovanni Tortelli è del 1438; 64 grazie al presente studio, si può dire che il periodo durante il quale Lapo lavorò alla terza fase redazionale della sua opera, coincidente con la dedicazione delle traduzioni al cardinale Condulmer, vada dal maggio al dicembre 1437. Della storia del manoscritto ha trattato brevemente Longo,65 proponendo di collocare la produzione del codice intorno al 1440 nell’ambiente della curia di Eugenio IV, papa Condulmer; ne riporto il ragionamento nelle sue linee fondamentali. I testi contenuti nel manoscritto riportano all’ambiente dei circoli fiorentini del primo umanesimo, gravitanti intorno alla corte di Eugenio IV: 64 In questa lettera (c. 160r), in cui il Marsuppini scrive a Giovanni Tortelli per congratularsi della nuova posizione da lui ottenuta, si trova un interessante riferimento ai libri di Niccolò Niccoli: Symposium Platonis memini a Michele monaco honestissimo iam pridem transcriptum fuisse idque opusculum inter codices Nicholai Nicholi esse arbitror. Ex ea librorum turba (eius enim cura ad plurimos pertinet, neque adhuc locus optatus quo illa volumina collocentur) difficile esset id opus eruere. Explorabo tamen, si quo in loco lateat. Quod si reperiam, dapo operam, ut quam primum ad vestras manus deferatur. Cfr. P. A. STADTER - B. L. ULLMAN, The Public Library of Renaissance Florence: Niccolò Niccoli, Cosimo De’ Medici and the Library of San Marco, Padova 1972, p. 11. 65 Cit., pp. 239- 241; alle pp. 244-259, l’autore dà l’edizione dell’orazione di frate Giacomo del Regno, contenuta nel manoscritto alle cc. 51r-56v. 40 oltre ad orazioni varie, opere di padri della Chiesa e autori mediolatini, la miscellanea contiene infatti alcune traduzioni greco-latine fatte da Lapo da Castiglionchio,66 Cencio de’ Rustici e Ambrogio Taversari, tre personaggi che, all’interno della corte papale, assolvevano a quel compito specifico; inoltre, il codice contiene varie lettere umanistiche. Secondo Longo, dunque, il codice rappresenterebbe un’antologia di testi stilisticamente pregevoli, commissionata e fatta allestire da un intellettuale della cerchia papale intorno al 1440. Il manoscritto sarebbe stato concepito per un uso privato – studio o diletto -, e l’ipotesi di una committenza personale secondo l’autore sarebbe confermata dall’uso della carta invece della pergamena, un materiale più pregiato e meno deperibile. Anche l’analisi della scrittura, una minuscola gotica corsiva italiana, riporta all’ambiente della curia papale: simile nel tratto a quella usata in quel periodo nella cancelleria pontificia, è però più sobria negli svolazzi (mancano quelli superiori nelle lettere b, l, h, e quelli inferiori delle g sono contenuti), non registra i dittonghi ae ed oe, distingue le i con un trattino o un puntino; dalla scrittura umanistica, allora ancora giovane, mutua l’uso della d diritta, mentre talvolta conserva quella gotica; anche per la la r, alternano la forma dritta e quella rotonda; le abbreviazioni sono molto frequenti. La ricostruzione stemmatica e storica alla quale sono giunta è compatibile con le ipotesi di Longo, che si possono così arricchire di qualche particolare. Il manoscritto B testimonia la terza fase redazionale dell’opera, concepita da Lapo a Bologna tra il maggio ed il dicembre del 1437, e discende direttamente dal codice perduto che abbiamo chiamato f, ovvero l’esemplare di dedica appartenuto proprio al dedicatario del momento, il cardinale Francesco Condulmer; egli ricevette il codice, probabilmente a Bologna, entro la fine del 1437. Nel maggio 1437, infatti, Lapo fu presentato per la prima volta al Condulmer, mentre verso la fine dello stesso anno egli fu assunto in casa dal cardinale camerlengo. Il codice f circolò probabilmente nella zona di Bologna e in quella della Curia romana, entrambi ambienti che il cardinale doveva frequentare in quegli anni; f (contenente, com’è naturale, la versione della dedicatoria indirizzata al Condulmer), servì da antigrafo per il nostro codice B. Come ipotizzava Longo, questo fu probabilmente copiato a Roma nel 1440, nell’ambiente della Curia, su commissione privata di un intellettuale; costui si può identificare con Giovanni Bacci d’Arezzo.67 Egli stinse amicizia con Lapo quando entrambi si trovavano a Bologna, e fu proprio tramite Giovanni Bacci, chierico di camera, che il Castiglionchio 66 Longo confonde l’autore delle traduzioni isocratee con Lapo da Castiglionchio il Vecchio, e dà il 1381 come anno della sua morte. 67 Cfr. P. O. KRISTELLER, Studies in Renaissance Thoughts and Letters, II, Roma 1985, p. 249; P. O. KRISTELLER, Un opuscolo sconosciuto di Cencio de’ Rustici dedicato a Bornio Sala: la traduzione del dialogo De virtute attribuito a Platone, in Miscellanea Augusto Campana, I, Padova 1981 (Medioevo e Umanesimo, 44), pp. 355- 376; L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, p. 508 n. 13. 41 entrò in contatto con Biondo Flavio, e grazie a quest’ultimo e all’intermediazione del Bruni riuscì ad accreditarsi presso il cardinale Condulmer.68 Il manoscritto entrò a far parte della biblioteca del British Museum, tra i codici addizionali, nel 1841. B1 London, British Museum, Royal 10 B IX Cartaceo miscellaneo e composito, del XV sec.; cc. 259 (c. 259, foglio di guardia mebranaceo, è il frammento di una dichiarazione giurata di Londra, risalente alla metà del XV secolo; contiene un elenco di consiglieri comunali, commissari e “scavageours”; i nomi di William Astwyke ed Henry Torkington compaiono due volte, forse scritti dalla mano di Cranebroke; due fogli di guardia cartacei all’inizio del codice, e tre alla fine); scrittura di diverse mani. Rilegatura posteriore al 1600. I UNITÀ (cc. 1r-45v, 57r-64r, 121r-139v, 168r-201v, 254r-258v): mm. 295×210 (180/185×125/135); databile tra il 1411 ed il 1453, di origine inglese. Scrittura gotica corsiva; iniziali fiorite (modelli di iniziali fiorite e disegni di fiori ed un albero alla c. 11v); le cc. 2r-12v presentano glosse interlineari in inglese e latino. Contiene un formulario di testi epistolari modello in francese, latino e inglese; II UNITÀ (cc. 46v-56v, 64v-89r; bianche le cc. 46r, 56rv, 89v-90v): mm. 295×215 (235/245×170/175); databile tra il 1459 ed il 1462, origine inglese (Canterbury). Scrittura gotica corsiva; privo di decorazioni. Contiene trattati di retorica e traduzioni latine umanistiche di testi greci classici; III UNITÀ (cc. 91r-120v): mm. 295×205 (215×140); XV sec.; testo disposto su due colonne; Scrittura gotica corsiva; iniziali in rosso; segni di paragrafo, sottolineature ed evidenziazioni in rosso. Contiene un dizionario di termini legali ed un trattato di Matteo di Cracovia; IV UNITÀ (cc. 140r-167v; bianca la c. 147r): mm. 295×205 (215×150); XV sec. Scrittura umanistica corsiva di diverse mani (italiana secondo il Kristeller quella delle cc. 140v-144v); privo di decorazioni. Contiene opere latine umanistiche e traduzioni latine umanistiche di testi greci classici; V UNITÀ (cc. 202r-222v): XV sec.; origine inglese. Scrittura gotica corsiva; iniziali lasciate bianche. Contiene alcuni modelli epistolari e un trattato giuridico in latino di Giovanni Calderino; VI UNITÀ (cc. 223r-253v; bianca la c. 233v): mm. 290×210 (220×150); secondo o terzo quarto del XV sec.; origine inglese. Scrittura gotica corsiva di due mani diverse (cc. 2233- 226r, cc. 248r-253r); privo di decorazioni. Contiene trattati giuridici in latino. Contiene: ISOCRATE, Oracio aniclolem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 73v-75v) Inc.: Qui vobis regibus Nichodes soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum aut aliud eiusmodi aliquid elargiri Contiene inoltre: I UNITÀ (cc. 1r-45v, 57r-64r, 121r-139v, 168r-201v, 254r-258v): (cc. 1r-12v) Lettere di stato in francese, molte delle quali hanno a che fare con i segretario del re o con l’arcivescovo di Canterbury; datate intorno al 1395; (cc. 13r-16v) Regole per scrivere un testamento (inc.: In cuiuslibet testamenti exordio hec sunt 68 R. FUBINI, Lapo da Castiglionchio, detto il Giovane, in Dizionario Biografico degli Italiani, 22, Roma 1979. 42 inspicienda); (cc. 16v-24v) Modelli epistolari e libelli riguardanti cause ecclesiastiche; (c. 25r) Computacio numeralis, tavola dei numeri numerali romani; (cc. 25v-21r) Compendium dictaminis, trattato sulla composizione epistolare (inc.: Arridet in prosperis amicus amico; expl.: domini et amici carissimi, quia meum salutare ad manus); (cc. 31v-35r) Modelli epistolari; (cc. 36v-37r) Prohemium memoriale super visitatione domini Laurencii Ratholds militis et baronis Ungariae factum de purgatorio Sancti Patricii in Insula Hibernia; (cc. 37r-44v) Purgatorium S. Patricii; (cc. 44v-45v) Lettere riguardanti l’università di Parigi, frammentarie; (cc. 57r-64r) Modelli epistolari; (c. 121v) Modelli epistolari; (cc. 121v-122r) Corrispondenza tra John Tiptoft ed Henry Cranebroke, in latino e in inglese, datate 1451-1452; (c. 122v) STEFANO TREVISANO, lettera al priore di St. Thomas a Canterbury, datata 1453; (cc. 124v-128r) Due sermoni; (cc. 129r-132v) Lettere fittizie, con riferimenti a figure etimologiche; (132v-136r) ANONIMO, orazione riguardante il Concilio di Costanza, nella quale si menzionano l’imperatore Sigismund e Robert Hallam, vescovo di Salisbury (inc.: Iam Phebus motibus obstantibus firmamenta); (c. 168r) Modelli epistolari; (cc. 178r-183v) Tractatus de dictamine (inc.: Regina sedens rethorica); (cc. 184r-201r) Modelli epistolari; (cc. 253v-259v) Modelli epistolari e brevi testi di carattere miscellaneo: (c. 256r causa fittizia contro un uomo onesto, in francese; c. 258r nota sulla matematica; c. 258rv Interpretationes mortis; c. 258v frammento di un’epitome di un racconto sulla guerra di Troia, probabilmente tratta da Darete Frigio); II UNITÀ (cc. 46v-56v, 64v-89r): (cc. 46v-48r) Tractatus rethoricus (inc.: Rethorica est bene sciendi Scientia in civilibus); (cc. 48r-50v) Tractatus rethoricus (inc.: Plato in Thimeo ait sermonem); (cc. 51r-52r) Ars versificandi et componendi omnia metra (inc.: Quoniam versus metrica est oratio); (cc. 52r-52v) Regule omnium metrorum et versuum (inc.: (V)ersus est metrica oratio); (cc. 53r-55r) Orazioni (= excerpta da Livio?, inc.: Si hoc ita datum erat); (c. 55v) FILIPPO D’ARGENTINA, lettera al convento di St. Thomas a Canterbury, datata 1462; (cc. 64v-67r) SENOFONTE, Tirannus (= Hieron), traduzione Latina di Leonardo Bruni (inc. prologo: Zenophontis philosophi qui quemdam libellum; inc. testo: Cum ad Hieronem tirannum Simonides poeta), datata 1459; (c. 67v) Quedam excerpta ab opuscolo contra raptores Edwardo regi Anglie 3° transmisso…per H. Cranbroke; (cc. 68r-70v) BASILIO DI CESAREA, De studiis secularibus (= Epistula ad adulescentes), traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Multa sunt, filii, que hortantur me), con lettera dedicatoria a Coluccio Salutati (inc.: Ego tibi hunc librum), con data 1459 alla fine della dedica; (cc. 70v- 71v) Socrates de morte contempnenda (= PS. PLATONE, Axiochus), traduzione latina di Cencio de’ Rustici (inc.: Cum ex Athenis discederem), datata 1459; (cc. 72r-73v) PS. ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et opiniones inter se differre Demonice), datata 1459;69 (cc. 73v-75v) ISOCRATE, Oracio aniclolem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nichodes soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum aut aliud eiusmodi aliquid elargiri), datata 1459; (cc. 75v-79v) PLUTARCO, De assentatoris et amici differentia (= De differentia adulatoris et amici), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Maximos et prestanti ingenio), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este (inc.: Platonem virum doctissimum), datata 1459; (cc. 79v-81r) LEONARDO BRUNI, Invectiva contra ypocritas (inc.: Ex omni genere); (cc. 81r-83r) ISOCRATE, Ad Nichodem de rege (= Ad Nicoclem), traduzione Latina di Bernardo Giustiniani (inc.: Consuevere plerique, o Nichodes aurum cellatum preciosam supellectilem ceteraque id generis dono vobis regibus dare); (cc. 83r-85v) ISOCRATE, Oratio de subditis penes regem (= Nicocles), traduzione latina di Guarino Veronese (inc. prologo: Salamin preclara olim Cypri urbs fuit; inc. testo: Plerique sunt qui graves in eloquenciam animos habeant), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este (inc.: Sepius ante oculos res humanas proponenti mihi Leonelle princeps), datata 1459; (cc. 85v-89r) PS. PLUTARCO, De ingenuorum educacione (= De liberis educandis), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Quidnam est ingenuorum), con lettera dedicatoria ad Angelo Corbinelli (inc.: Maiores nostros, Angeli mi), datata 1459; III UNITÀ (cc. 91r-120v): (cc. 91r-118v) Exposicio dictionum 69 Le traduzioni isocratee di Lapo da Castiglionchio il Giovane contenute in questo codice non presentano attribuzioni nel censimento dell’ENTG e nell’inventario del Kristeller; sono correttamente attribuite nel censimento – seppur incompleto – della Gualdo Rosa. 43 iuris maxime civilis, vocabolario di termini legali (inc.: Quoniam omnium habere memoriam); (cc. 119r- 120v) MATTEO DI CRACOVIA, Ad sciendum quando peccatum aliquid sit mortale vel veniale (inc.: Nota quinque regulas prima est hoc quod quando amor); IV UNITÀ (cc. 140r-167v): (c. 140r) Parafrasi da San Girolamo, ep. 72; (cc. 140v-144v) PS. LUCIANO, Asinus, traduzione latina di Poggio Bracciolini (inc.: Cum in Tesaliam ubi michi quedam rationes paterne erant; expl.: sed ex longa asini peregrinacione ac vix tandem in patriam redierim salutem consecutus), con lettera dedicatoria (inc.: Cum eum quondam qui de asino aureo Apuleii inscribitur; expl.: leges igitur hoc opusculum laxandi animi gratia cum eris ottiosus domi et vacuus a reipublicae curis); (cc. 144v-145v) ANONIMO, dialogo (inc.: Dorias civis Atichus iter faciens erore vie); (cc. 145v-146v) Declamatio Emi (inc.: Accidit res michi iudices inusitata), con lettera dedicatoria (inc.: Cum grece lego declamationis genus); (cc. 147v-148r) LOMBARDO DA SERICO, De institutione vitae suae (inc.: Fervet animus); (cc. 148r-148v) LEON BATTISTA ALBERTI, Virtus dea (inc.: Virtus deos peroraverat epistolas); (148v-150v) ISOCRATE, Ad Nicoclem, traduzione latina di Bernardo Giustiniani (inc.: (C)onsuevere plerique o Nicocles), frammentaria; (cc. 151r-153v) Modelli epistolari; (c. 154r) Excerpta da Strabone; V UNITÀ (cc. 202r-222v): (cc. 202r-222v) Modelli epistolari; GIOVANNI CALDERINO, De ecclesiastico interdicto (inc.: Quamuis dubia plurima circa materiam); VI UNITÀ (cc. 223r-253r): (cc. 223r- 226r) FRANCESCO DEGLI ATTI, Tractatus Francisci episcopi Clusini de quarta relicta ffratribus (inc.: Quoniam aliqui curiosi contra doctrinam); (cc. 226v-231r) BARTOLO DA SASSOFERRATO, Tractatus de testimoniis (inc.: Testimoniorum usus frequens); (cc. 231v-233r) BARTOLO DA SASSOFERRATO, De alimentis (inc.: Alimentorum materiam tractaturus); (cc. 234r-236v) ANONIMO, Tractatus de cessionibus (inc.: Quoniam materia de cessionibus iurium utilis est); (cc. 237r-245r) GIOVANNI DA LIGNANO, De statutis (inc.: Circa materiam statutorum quam tangit Innocentius); (cc. 245v-247v) De argumentis (inc.: Quia in omni iuris remedio prius ad ordinarium; (cc. 248r-253r) BARTOLO DA SASSOFERRATO, De expensis (inc.: Expensarum que fiunt in iudicio quandoque habetur racio). 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Il manoscritto consta di sei unità, di contenuto miscellaneo ed aggiunte al nucleo originario in circostanze diverse: la I unità (cc. 1r-45v, 57r-64r, 121r-139v, 168r-201v, 254r-258v) si compone di un nucleo originale, un formulario di testi epistolari in francese, latino ed inglese, databile tra il 1411 ed il 1453, e di aggiunte inserite in varie parti del codice, tutte di un’unica mano, fatte in momenti diversi ma probabilmente intorno al 1430-1447; alcune di esse sono correlate con il Concilio di Basilea, ma molte si riferiscono ad eventi precedenti, soprattutto il Concilio di Costanza (1414-1418), con riferimenti al ruolo che in essi ebbe Robert Hallam, verscovo di Salisbury. Alle cc. 121v-122r è conservata la corrispondenza, in latino e in inglese, tra John Tiptoft conte di Worcester (il probabile destinatario del nostro manoscritto D) ed Henry Cranebroke, datata 1451- 1452. Il manoscritto – non ancora completo di tutte le sue unità – appartenne ad Henry Cranebroke, umanista e monaco della Christ Church a Canterbury (morto nel 1466), come si evince dalle annotazioni alla c. 1r: «Liber de perquisito dompni Henrici Cranebroke monachi eccl[es]ie Christi Cantuar[iensis] anno verbi incarnati Mmo CCCCmo LIIo» e 201r: «Liber de perquisit[us] dompni Henric[i] Cranebroke mo[na]ch[i] eccl[es]ie Christi Cantuar[ensis] que[m] emit de d[omi]no I. Hynder capell[ano] 1452». Secondo queste informazioni, il codice fu acquistato da Cranebroke nel 1452 da J. Hynder, cappellano e forse anch’egli monaco del monastero.70 Nel 1459, nella Christ Church di Canterbury, Henry Cranebroke copiò su questo manoscritto le traduzioni umanistiche contenute alle cc. 64v-89r dell’unità II, alla fine di ognuna delle quali compare l’indicazione cronologica; secondo D. Rundle, l’antigrafo – almeno per la traduzione di Bruni dello Hieron – fu il manoscritto D (Dublin, Trinity College Library, MS 438), mentre per altri testi il copista dovette 70 Il suo nome ricorre infatti nel necrologio della Christ Church contenuto nel ms. British Library, Arundel 68 alla c. 18r. 45 ricorrere ad una o più fonti diverse, forse una copia di O (Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26); la sua copia della traduzione del Nicocles di Guarino Veronese, infatti, include la prefazione completa, e perciò non può essere stata esemplata su D, che non la trasmette.71 Altre aggiunte, scritte in tutto o in parte dalla mano di Cranebroke – e quindi dopo il 1452 –, si trovano alle cc. 61v-64r, 64v-89r, 122r, e apparentemente includono anche le lettere alle cc. 60, 61 e 121; le cc. 46v-56v (unità II) furono copiate, ancora da Cranebroke, probabilmente nel 1462. Dopo Henry Cranebroke, il manoscritto entrò in possesso di Thomas Cranmer (1489-1556), arcivescovo di Canterbury (nota alla c. 1, «Thomas Cantuarien[sis]»), e poi del barone John Lumley (1533-1609), bibliofilo, la cui nota di possesso compare ancora alla c. 1; il codice è inventariato nel catalogo della sua collezione.72 Intorno al 1609, la biblioteca di Lumley fu acquisita dal principe del Galles Henry Frederick (1594-1612), il figlio maggiore di James I; entro il 1666, essa entrò a far parte della collezione della cosiddetta Old Royal Library,73 che nel 1757 fu ceduta da George II al British Museum. Le cc. 64v-89r, le parti della II unità copiate nel 1459, presentano una miscellanea di testi umanistici (soprattutto traduzioni dal greco) accomunate dalla tematica de principe – e, in senso più ampio, dall’argomento precettistico-morale. Di Lapo da Castiglionchio il Giovane contiene le traduzioni di Ad Demonicum (cc. 72r-73v) e Ad Nicoclem (cc. 73v-75v); altre traduzioni delle orazioni isocratee sono Ad Nic., trad. Bernardo Giustiniani (cc. 81r-83r) e Nic., trad. Guarino Veronese (cc. 83r-85v). C Cambridge, University Library, Ll.I.7 Membranaceo miscellaneo; cc. 119 (manca un foglio tra le cc. 1-2 e 39-40, e più di uno tra le cc. 116-117); 32 righe per pagina. Contiene: ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 100r-105r) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt Expl.: set majora ac digniora efficies. 71 Queste ipotesi andrebbero verificate con la collazione dei testi, ma per il momento non ho potuto disporre di C. 72 S. JAYNE - F. R. JOHNSON, The Lumley Library: The Catalogue of 1609, London 1956, p. 150, nr. 1189. 73 Il manoscritto compare nel catalogo del 1666 dell’Old Royal Library, Royal Appendix 71. 46 ISOCRATE, Nicoclis oracio ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 93v-99r) Inc.: Non me fugit esse nonnullos Expl.: fide justiciaque conficere. Contiene inoltre: (cc. 1r-46r) PIETRO DEL MONTE, De virtutum et vitiorum inter se differencia (expl.: osculata presulis dextra discesserunt, acefalo perché manca la c. 2), con lettera dedicatoria al duca Humfrey di Gloucester (inc.: Tuas eximias laudes virtutesque); (cc. 47r-63r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Comparacio studiorum et rei militaris (inc.: Diu inter doctissimos viros et summis ingeniis preditos dubitari; expl.: hec omnia declinare atque effugere incommoda potuerunt), con lettera dedicatoria al duca Humfrey di Gloucester; 74 (cc. 64r-69r) LEONARDI BRUNI, Invectiva contra ypocritas (inc.: Ex omni genere hominum quos variis dampnabilibusque viciis; expl.: in vicia aliena non curiosus sis set in tua); (cc. 70r-79r) SENOFONTE, Tirannus (= Hieron), traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Cum ad Hyeronem tirannum Symonides poeta; expl.: felix enim cum sis nemo tibi invidebit), con prologo (inc.: Zenophontis philosophi quendam libellum quem ego); (cc. 79v-87r) BASILIO DI CESAREA, Ad juvenes religiosos quibus studiis opera danda sit ad vicia repellendi (= Epistula ad adulescentes), traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Multa sunt filii que hortantur me ad ea vobis consulenda; expl.: nunc recta consilia aspernantes), con lettera dedicatoria a Coluccio Salutati (inc.: Ego tibi hunc librum Coluci); (cc. 87v-93r) PS. ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum; expl.: industria diligenciaque superare);75 (cc. 93v-99r) ISOCRATE, Nicoclis oracio ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos; expl.: fide justiciaque conficere); (cc. 100r-105r) ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt; expl.: set majora ac digniora efficies); (cc. 105v-112r) GUARINO VERONESE, lettera dedicatoria della sua traduzione di Isocrate, Nicocles, a Leonello d’Este (inc.: Sepius ante oculos proponenti mihi Leonelle; expl.: hec licebit absolvere); (cc. 112v- 116r) PLUTARCO, De assentatoris et amici differentia (= De differentia adulatoris et amici), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Platonem virum doctissimum eundemque gravissimum; expl.: et non modo nos set, mutila), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este; (cc. 117r-119r) Parte di un glossario (inc.: Auriolor; expl.: Navalia). BIBLIOGRAFIA: C. HARDWICK - H. R. LUARD, A Catalogue of the Manuscripts Preserved in the Library of the University of Cambridge, IV, Cambridge 1856, pp. 2-4, Addenda et corrigenda, nr. 603; A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1980, p. 128; C. S. CELENZA, Renaissance Humanism ant the Papal Curia. Lapo da Castiglionchio the Younger’s De curiae commodis, Ann Arbor 1999, p. 21 n. 90. 74 Il colofone attribuisce quest’opera a Pietro del Monte, l’autore del testo precedente («Eiusdem comparacio…»). 75 Il catalogo di Hardwick-Luard, pp. 2-4, attribuisce le tre traduzioni di Lapo da Castiglionchio a Guarino Veronese: “These translations are most probably by Guarrinus (sic), the author of the next sections”; nei Corrigenda al catalogo, nr. 603, la paternità è però correttamente restituita a Lapo: “The colophon is incorrect. This is by Lapus Castelliunculus, to whom it is given in the preliminary rubrick”. 47 Il contenuto del codice è miscellaneo, e la scelta delle opere evidenzia un preciso intento antologico: si tratta in gran parte di traduzioni di testi greci, quasi tutti accomunati da un carattere precettistico ed etico, contenenti consigli ed avvertimenti utili ai regnanti ed ai giovani che aspirano a rivestire incarichi di rilievo politico e sociale. Già l’analisi contenutistica rivela lo stretto rapporto del testimone C con i codici L ed O, con i quali esso presenta sringenti analogie: le opere contenute nei tre manoscritti sono le stesse, ed anche l’ordine è identico, se si eccettua la trasposizione, nel Cantabrigense, della Comparatio di Lapo da Castiglionchio prima delle opere del Bruni.76 Secondo Sammut, cit., p. 128, i tre manoscritti L, O e C sarebbero fratelli, discendenti da un codice donato da Humfrey di Gloucester all’università di Oxford nel 1444. Secondo la mia analisi L ed O sono sì fratelli, e discendono dal codice di Humfrey, tuttavia non direttamente. Alla c. 117r compare il nome John Hall Junior, probabilmente il possessore del codice; un John Hall (1637-1739), nato in Inghilterra a Monk Hesleden da Mark e Frances Hall, è menzionato in K. FLYNN, Joseph John Green manuscripts, Haverford 2015, ma non è affatto sicuro che si tratti dello stesso personaggio. D* Dublin, Trinity College Library, MS 438 (D 4.24) Membranaceo miscellaneo, allestito ad Oxford tra il 1449 ed il 1451; cc. 136; scrittura gotica di diverse mani; annotazioni marginali di diverse mani, alcune in lingua inglese; iniziali decorate, stemma reale. Alle cc. 1v e 136v, nota del copista: «Hos libros (hunc libellum) compilavit magister Johannes Manyngham atrium magister secretarius et scriba alme universitatis Oxonie»; alla c. 1v, antico indice dei contenuti. Contiene: ISOCRATE, Isocratis oratio ad Nichoclem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 79v-91v) Inc.: Qui vobis regibus nicodes soliti sunt vestem aut es aut aurum Expl.: sed maiora ac digniora efficies Contiene inoltre: (cc. 4r-23v) SENOFONTE, Tyrannus (= Hieron), traduzione latina di Leonardo Bruni; (cc. 24v-40v) ISOCRATE, Oratio Nichedis regis ad subditos suos (= Nicocles), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Plerique sunt qui contranes (sic) in eloquentiam animos habent); (cc. 41r-48r) LUCIANO, Contencio 76 Un’altra divergenza, questa volta di natura testuale, sembrerebbe in realtà rappresentata dal diverso incipit – rispetto a O e C – della lettera dedicatoria di Guarino a Leonello d’Este; mi riservo di approfondire questo punto quando avrò la possibilità di collazionare integralmente anche il codice C. 48 Alexandri Hanibalis, Scipionis et regis Henrici quinti de presidentia coram Minoe (= Dialogi mortuorum, XII), traduzione Latina di Giovanni Aurispa (inc.: Me o Libyce preponi decet; expl.: nec hic quidem spernendus est); (cc. 48v-59r) OMERO, Orazioni (= orazioni da Hom., Il. IX), traduzione latina di Leonardo Bruni; (cc. 59v-62r) ALBERTANO DA BRESCIA, Quibus casibus fit iustum bellum (inc.: Octo sunt casus); (cc. 62r-63r) ALBERTANO DA BRESCIA, De preparatione ad bellum (inc.: Testante Tullio longa); (cc. 63v-65v) ALBERTANO DA BRESCIA, De amore et dilectione Dei et proximi et aliarum rerum et de forma vitae liber III, caput I: De acquirendis et conservandis opibus (inc.: Tres comites pre oculis);77 (cc. 66r-79r) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque inproborum sententias); (cc. 79v-91v) ISOCRATE, Ad Nicoclem de regno, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus nicodes soliti sunt vestem aut es; expl.: sed maiora ac digniora efficies);78 (cc. 92r-120v) PLUTARCO, De assentatoris et amici differencia, traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Maximos et prestanti ingenio), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este (cc. 92r- 93v, inc.: Platonem virum doctissimum); (cc. 120v-132v) PS. PLATONE, Socrates de morte contemnenda (= Axiochus), traduzione latina di Cincio Romano (inc.: Cum ex Athenis decederem ad Herculis gymnasium), con lettera dedicatoria al cardinale Giordano Orsini (cc. 120v-122r, inc.: Magna profecto et exquisita diligentia); (cc. 133r-136v) PLUTARCO, Sermo de virtute et vitio, traduzione latina di Cincio Romano (inc.: Indumenta quidem homini calorem afferre videntur). BIBLIOGRAFIA: E. BERNARDUS, Catalogi librorum manuscriptorum Angliae et Hiberniae, II, Oxford 1697, p. 48 n. 820; H. SCHENKL, Sitzungsberichte der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften, «Philosophisch- Historische Classe» 133 (1896), p. 65; T. K. ABBOTT, Catalogue of the Manuscripts in the Library of Trinity College, Dublin, Dublin 1900, p.68 n. 438; M. ESPOSITO, Classical Manuscripts in Irish Libraries, part I, «Hermathena» 19 (1922), p. 137 n. 1; W. O’SULLIVAN, John Manyngham, An Early Oxford Humanist, «Bodleian Library Record» 7 (1962), pp. 28-39; A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1980, pp. 14 n. 75, 128; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, III (Alia itinera I), London - Leiden 1983, p. 195b;79 D. RUNDLE, Of Republics and Tyrants: Aspects of Quattrocento Humanist Writings and Their Reception in England, c. 1400 – c. 1460, dissert. Oxford 1997; C. COCCO, Tito Livio Frulovisi, Oratoria. Edizione critica, traduzione e commento, Firenze 2010, p. XXVI n. 56. L’aspetto materiale e la storia del manoscritto sono accuratamente studiate da D. Rundle nella sua tesi dottorale del 1997, dalla quale traggo gran parte delle mie notizie;80 l’esame autoptico del codice mi ha permesso di confermare tali notizie, mentre l’esame filologico condotto sul testo della traduzione Ad Nicolem di Lapo da Castiglionchio ha reso possibili nuove acquisizioni circa l’antigrafo, l’ambiente e la datazione di D. Il manoscritto è particolarmente ricco di informazioni a proposito della sua creazione e della sua storia. Alla c. 1v si trova una nota del compilatore, John Manyngham, che si definisce «secretarius 77 Nei cataloghi che ho consultato, l’opera non è mai identificata; la scelta dell’excerptum è invece interessante per la sua connessione con la tematica de principe. 78 Rundle osserva che una mano del XVI, che egli identifica dubitativamente con quella di Wynnesbury, opera su questo testo traducendo alcuni vocaboli in inglese, e rivelando una scarsa conoscenza del latino: i termini, seppur tradotti correttamente, nella maggior parte dei casi sono usati nel loro significato di base. 79 M. L. COLKER, Trinity College Library Dublin: Descriptive Catalogue of the Mediaeval and Renaissance Latin Manuscripts, Aldershot 1991, pp. 867-870. 80 D. RUNDLE, Of Republics and Tyrants: Aspects of Quattrocento Humanist Writings and Their Reception in England, c. 1400 – c. 1460, dissert. Oxford 1997. La tesi, purtroppo, non è pubblicata, ma è citata da D. Morgan, cit., e se ne trova un estratto in rete. 49 et scriba alme universitatis Oxonie»: dal momento che egli fu archivista dell’università di Oxford dalla fine del 1447 alla fine del 1451, in questo periodo va collocato l’allestimento del codice; la cronologia può essere ulteriormente delimitata approssimandola al 1° luglio 1449, data in cui John Tiptoft, chiamato strenuissimus comes nel manoscritto, fu nominato conte di Worcester.81 Tuttavia, O’Sullivan82 ha proposto una datazione ancora più precisa: il 6 aprile 1451, ovvero il momento in cui Manyngham ottenne di disporre di uno studente universitario che copiasse testi per lui nella biblioteca dell’università; si è infatti pensato che questo manoscritto fosse approntato in questa circostanza, e dunque che il suo allestimento vada collocato tra aprile e dicembre 1451. A questa proposta, Rundle obietta però che la confezione di una miscellanea umanistica apparentemente destinata a John Tiptoft (1427-1470, conte di Worcester) difficilmente avrebbe soddisfatto la condizione che lo studente copiasse certas res sibi necessarias, come invece era previsto dal testo della disposizione. Inoltre, l’aspetto codicologico e paleografico del manoscritto fanno pensare ad una genesi complicata, non certamente il prodotto di un breve periodo di copiatura effettuato da un solo studente. Si possono distinguere fasi separate della compilazione del manoscritto: i primi due testi sono copiati da mani diverse, ma furono immediatamente giustapposti, dal momento che la copia del Nicocles di Isocrate è piegata in un bifolio la cui prima metà includeva le ultime righe del primo testo; a questo punto, entrambi i testi furono decorati. Il resto del codice forma un fascicolo autonomo, e la numerazione delle carte inizia una nuova serie all’inizio del suo primo testo (il dialogo di Luciano), mentre le miniature sono in uno stile leggermente diverso. Mentre la maggior parte di questi testi è scritta da un’unica mano – probabilmente la stessa che aveva copiato il primo testo contenuto nel manoscritto –, è evidente che la costruzione del dialogo lucianeo tradotto da Giovanni Aurispa, con l’aggiunta dei discorsi pronunciati ad Enrico V,83 ha richiesto lo sforzo congiunto di diversi amanuensi: l’inizio del testo è scritto dalla mano principale, mentre la sezione in cui s’introduce la connessione con l’attualità è di una mano differente. O’Sullivan ha ipotizzato che questa seconda mano appartenesse allo stesso Manyngham, ma mancano evidenze positive in questa direzione; inoltre, sebbene John Manyngham fosse uno scriba dell’università e il suo nome compaia nelle sottoscrizioni di tre lettere nel registro universitario,84 la scrittura non è in nessun caso identificabile con certezza con questa o con altre sezioni del manoscritto. Dopo l’inserzione, nel dialogo, del personaggio di Enrico V, il discorso finale risulta aggiunto da una terza mano; non 81 Cfr. R. MITCHELL, John Tiptoft, London 1938, p. 19. 82 W. O’SULLIVAN, John Manyngham, An Early Oxford Humanist, «Bodleian Library Record» 7 (1962), pp. 28- 39. 83 Si tratta del XII dei Dialoghi dei morti di Luciano; ai tre personaggi che discutono del primato politico di fronte a Minosse, Alessandro Magno, Annibale e Scipione, è aggiunta la figura di Enrico V, re d’Inghilterra dal 1413, fratello di Humfrey di Gloucester. 84 Oxford University Archives, Register F, cc. 79r, 81v, 84v. 50 è chiaro se questa parte conclusiva sia stata aggiunta originariamente o in un momento successivo. Il fatto che Manyngham avesse in mente di offrire questo manoscritto a John Tiptoft risulta evidente, non solo dalla presenza del suo stemma (alle cc. 4r, 5v e 92r); Rundle osserva anche che il compilatore arriva ad alterare la prefazione dell’Axiochus pseudo-platonico, affinché essa risulti indirizzata ad un conte; inoltre, i riferimenti al traduttore, Cencio de’ Rustici, sono volti alla terza persona; è inoltre verosimile che anche l’omissione di altre prefazioni – come quelle del Nicocles tradotto da Guarini e del dialogo lucianeo – che pure sicuramente comparivano nelle fonti di Manyngham, rispondesse all’esigenza di cassare ogni riferimento che non fosse pertinente al destinatario John Tiptoft. È stato ipotizzato che il discorso di Enrico V aggiunto al dialogo di Luciano sia stato scritto prima del 1440, dal momento che da esso emerge una visione molto caustica degli eventi in Francia; questa proposta ha sollevato questioni di attribuzione, che hanno visto Tito Livio Frulovisi come il candidato favorito.85 Secondo Rundle, però, la proposta di questa datazione precoce va respinta per due motivi:86 in primo luogo, alcuni elementi portano a pensare che la sezione riguardante Enrico V sia stata composta direttamente su questo esemplare, e non copiata ‘in bella’ da un’altra fonte: un apposito amanuense fu infatti incaricato di scrivere questa sezione, e inoltre la porzione di testo in questione contiene molte abbreviazioni poco chiare, e (alla c. 46v) la cancellatura di alcune parole fatta, secondo l’opinione di Rundle, inter scribendum, e non motivata dalla volontà di correggere un errore di copia.87 La seconda ragione che porta a respingere la datazione dell’aggiunta su Enrico V ante 1440 riguarda l’antigrafo da cui sono state copiate le orationes Homeri: esso è stato infatti identificato con il ms. Padova, Biblioteca del Seminario, 119, e questo codice, scritto a Firenze intorno al 1440, giunse in Inghilterra soltanto nel 1442. Il manoscritto di Padova fu probabilmente la fonte per quattro dei testi contenuti in questo manoscritto (cc. 41r-48r; cc. 48v-59r; cc. 133r-136v), mentre altri – tra i quali l’Ad Nicoclem di Lapo – furono esemplati su codici appartenenti ad Humfrey di Gloucester. Almeno per quanto riguarda la traduzione di Bruni dello Hieron senofonteo (cc. 4r-23v), tuttavia, sembra che essa non derivi direttamente dal manoscritto di Humfrey (London, British Library, Harl. 3426):88 scrive infatti Rundle che questo testo sembrerebbe derivare dal nostro O (Oxford, Bodleian 85 Cfr. O’Sullivan, cit., pp. 36-37. Nel 1437, il duca Humfrey di Gloucester commissionò a Tito Livio Frulovisi una biografia di suo fratello, il re Enrico V; il genere biografico panegiristico intorno alla figura di Enrico V fu molto fiorente, in controtendenza rispetto alla norma storiografica inglese, per cui era raro trovare vite di singoli personaggi. Cfr. D. MORGAN, The Household Retinue of Henry V and the Ethos of English Public Life, in A. Curry - E. Matthew, Concepts and Patterns of Service in the Later Middle Ages, Woodbridge 2000, pp. 64-79. 86 Il problema è esposto dall’autore in una forma piuttosto intricata; ho cercato – per quanto mi è stato possibile – di interpretare e rendere più lineare il suo pensiero. 87 Questo scenario – nota Rundle – sarebbe coerente con le alterazioni presenti nella prefazione all’Axiochus. 88 Rundle basa la sua ipotesi sul confronto dell’incipit del titolo dell’opera nei due manoscritti: Xenophontis philosophi quendam libellum quem ego ingenii excercendi gratia Harl. 3426 : Zenophontis philosophi qui quendam libellum quem ego ingenii excercendi causa D. 51 Library, Auct. F.5.26), in quanto ne condivide alcuni errori aggiungendone di propri. Tutto il materiale umanistico contenuto in D e che non si trova nel manoscritto di Padova potrebbe, in ultima analisi, derivare da O (si tratta di cinque testi: Sen. Hieron, trad. Bruni; Isocr. Nic., trad. Guarini;89 Isocr. Ad Dem., trad. Lapo; Isocr. Ad Nic., trad. Lapo; Plut. De ass., trad. Guarini). Secondo Rundle, tuttavia, D non discenderebbe da O direttamente, ma sulla base delle innovazioni sarebbe necessario postulare un anello intermedio, che non può essere identificato con nessuno dei tre manoscritti De virtutum et vitiorum a noi pervenuti (O, C, L). A sostegno di questa teoria, Rundle riporta due esempi tratti dal testo dello Hieron – secondo lui sufficienti a chiudere la questione – nei quali si ha un accordo tra D ed il ms. appartenuto ad Humfrey (Harl. 3426, che l’autore chiama H) contro O: iurgia vero rem auribus amaram nunquam auditis HD : auditis om. O; tyrannos esse atque bibere HD : tirannos esse atque vivere O. È evidente che il ragionamento dell’autore è qui quantomeno difettoso: innanzi tutto, i due casi citati sembrerebbero suggerire – in modo comunque insufficiente – una parentela H-D, che l’autore stesso ha negato; soprattutto, però, dei due esempi il secondo è perfettamente coerente con l’ipotesi di una derivazione (anche diretta) di D da O, mentre il primo non basta a provare il contrario.90 Anche Sammut, cit., p. 128, va in questa direzione, e pensa che D sia in qualche modo connesso all’esemplare che – egli ritiene – appartenne alla biblioteca personale di Humfrey di Gloucester e fu da lui donato all’università di Oxford nel 1444, e dal quale discenderebbero direttamente O, C ed L; di un parere analogo è anche la O’Sullivan. L’analisi filologica del testo dell’Ad Nicoclem mi ha permesso di confermare l’ipotesi di Sammut e O’Sullivan, ma anche di correggerla parzialmente: D, che condivide alcuni errori congiuntivi con i manoscritti L ed O, fu in effetti copiato dal manoscritto donato da Humfrey nel 1444 (h nella mia ricostruzione); L ed O sono fratelli e derivano anch’essi da h, ma non direttamente, bensì tramite un anello intermedio che abbiamo convenzionalmente chiamato i. Cito infine, per completezza, la conclusione del ragionamento di Rundle: le sezioni umanistiche della miscellanea di Manyngham potrebbero essere state copiate da due manoscritti diversi (Padova, Bibl. Sem. 199 e un parente di O), nessuno dei quali compariva nella collezione di Humfrey, anche se uno dei due (il parente di O) derivava dai suoi codici. Se questa ricostruzione è corretta, scrive l’autore, non c’è ragione per immaginare che Manyngham volesse assicurare ai suoi copisti l’accesso alla biblioteca universitaria, e perciò non ci sarebbe bisogno di restringere la data di produzione del manoscritto all’aprile-dicembre 1451. D’altro canto, è verosimile che il copista di 89 Nel ms. di Dublino manca però la prefazione. 90 Le affermazioni di Rundle vanno verificate e approfondite; la collazione del testo delle due traduzioni di Lapo potrà, forse, fornire nuovi elementi per la ricostruzione stemmatica. 52 Manyngham abbia attinto da D per il ms. Aberystwyth, NLW, Peniarth 336A, che fu confezionato dopo il febbraio 1451; in conclusione, è possibile che la miscellanea per Tiptoft sia stata allestita tra la seconda metà del 1450 e la fine del 1451. Il manoscritto giunse quindi in possesso di John Tiptof; qualche anno dopo, egli si recò in pellegrinaggio in Terra Santa, e in questa circostanza – sembrerebbe – egli lasciò il manoscritto in Inghilterra, dandolo in custodia ai monaci della Christ Church di Canterbury. Sappiamo con certezza che in quella sede, nel 1459, la traduzione di Bruni dello Hieron senofonteo contenuta in questo manoscritto fu copiata da Henry Cranebroke nel ms. Royal 10 B IX (il nostro B1);91 Contestualmente, Cranebroke dovette avere accesso anche ad altri manoscritti umanistici; la sua copia della traduzione del Nicocles di Guarino Veronese, infatti, include la prefazione completa, e perciò non può essere stata esemplata su D, che non la trasmette. Rundle ipotizza che la traduzione possa derivare da una copia di O. Può essere che Tiptoft non abbia mai recuperato la miscellanea di Manyngham, e che essa sia rimasta nella Christ Church fino all’inizio del XVIII secolo, quando – insieme ad altri manoscritti conservati nel monastero – entrò in possesso dell’irlandese Richard St.George. Per quanto riguarda il contenuto, la miscellanea è coerente, in quanto raccoglie vari testi legati alla tematica de principe; si tratta per lo più di traduzioni umanistiche greco-latine, alle quali si aggiungono alcuni trattati sulla guerra di Albertano da Brescia e il primo capitolo del suo De amore et dilectione Dei et proximi, che tratta la questione dell’acquisizione e della conservazione delle ricchezze. Oltre alle traduzioni di Lapo da Castiglionchio di Ad Demonicum e Ad Nicoclem, il codice contiene la traduzione del Nicocles fatta da Guarino Veronese e quella del Bruni dello Hieron senofonteo. Le ultime tre traduzioni contenute nel codice, invece, trattano di argomenti più latamente morali – ma comunque non del tutto estranei alla tematica de principe. Anche la presenza, nel manoscritto, delle traduzioni di Dialogi mortuorum, XII e di alcuni discorsi dal IX libro dell’Iliade, testi senz’altro legati ai temi della guerra e del governo, denota che la scelta dei testi da inserire nella miscellanea doveva rispettare un intento preciso. Concludo con l’osservare come le traduzioni di Lapo dei discorsi isocratei sia associata in modo ricorrente, nei testimoni, con altre opere evidentementi affini per contenuto: 1) con le traduzioni di Guarino di Nicocles e De assentatoris et amici differentia si trova in D L O C B1; 2) con la traduzione dell’Axiochus in D R B1; 3) con quella di Bruni dello Hieron in D L O C B1 Pad Par; 4) con excerpta da Hom., Il. IX in D e Par; 5) con Luciano, Dial. mort. XII in D e Pad. 91 Rundle osserva che il testo di B1 contiene tutti gli errori che egli ha citato come distinguenti il ms. di Dublino da O; abbiamo visto però come tali errori si riducano in realtà ad uno soltanto. 53 L* London, Lambeth Palace Library, MS 341 Membranaceo miscellaneo, copiato ad Oxford alla fine del XV sec. (post 1444); mm. 254×165; cc. V, 213, II (bianche le cc. 79, 80, 128, 142v e 173v; bianchi anche i 5 fogli finali); 30 righe per pagina, disposte su due strette colonne; iniziali ornate. Scrittura umanistica angolosa (non inglese); la mano cambia alla c. 193r, facendosi meno curata; alla c. 204 riprende la mano precedente. Sul primo foglio di guardia, elenco dei contenuti, risalente al tardo XV sec. (inc.: In hoc libro continentur); alla c. VIb, l’indicazione, risalente anch’essa al tardo XV sec.,«Petrus de Monte cum quibusdam vocabulis»; sopra di essa c’è forse una rasura. All’inizio della c. 1, la nota di possesso «Roberti Hare 1576». Rilegatura con assi rivestite in pelle decorata a impressione; tra le decorazioni, la parola bien ed alcuni quadrati e triangoli minutamente incisi; fermaglio di chiusura. Contiene: ISOCRATE, Nicodis oracio ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 153r-163v) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquenciam habeant Expl.: sed tantum fide iusticiaque conficere. ISOCRATE, Isocratis oratio ad in eodem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 164r-173r) Inc.: Qui vobis regibus nicodes soliti sunt vestem aut es aut aurum Expl.: sed maiora ac digniora efficies. Contiene inoltre: (cc. 1r-79r) PIETRO DEL MONTE, De virtutum et vitiorum inter se differencia (inc.: Petrus de Monte ad illustriss. princ. Ducem Gloucestr.; expl.: et obsculata presulis dextera discesserunt), con lettera dedicatoria ad Humfrey di Gloucester; (cc. 81r-87v) LEONARDO BRUNI, Invectiva contra ypocritas (inc.: Ex omni genere hominum; expl.: non curiosus sis sed in tua); (cc. 88r-101v) SENOFONTE, Hieron, traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Cum ad hyeronem tyrannum; expl.: nemo tibi invidebit), con epistola prefatoria dello stesso Leonardo Bruni (inc.: Zenophontis philosophi quendam libellum; expl.: ausi sumus attingere); (cc. 102r-128v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Comparatio studiorum et rei militaris (inc.: An inter doctissimos viros; expl.: effugere incommoda potuerunt), con lettera dedicatoria al duca Humfrey di Gloucester; (cc. 129r-142r) BASILIO DI CESAREA, Epistula ad adulescentes, traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Multa sunt filii que hortantur; expl.: consilia aspernantes), con lettera dedicatoria a Coluccio Salutati (inc.: Ego tibi hunc librum Coluci; expl.: quanta gravitas sit); (cc. 143r-152v) PS. ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et opiniones inter se differre Demonice licet intueri; expl.: diligenciaque superare); (cc. 153r-163v) ISOCRATE, Nicodis oracio ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquenciam habeant; expl.: 54 insciciaque conficere); (cc. 164r-173r) ISOCRATE, Ad Nicodem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicodes soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcerrime laboratum aut aliquid eiusmodi aliud elargiri; expl.: ac digniora efficies); (cc. 174r-186v) ISOCRATE, Nicodes ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: proemio: Palamin preclara olim Cipri urbs; inc. testo: Plerique sunt qui graves in eloquenciam animos habent), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este (inc.: Sepius ante oculos res humanas; expl.: licebit absolvere); (cc. 187r-201v) PLUTARCO, De assentatoris et amici differencia (= De differentia adulatoris et amici), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Platonem virum doctissimum; expl.: a fonte id sibi manasse meminerint), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este; (cc. 202r-212r) Glossario delle parole rare che compaiono nel libro (inc.: Auriolar. Ariolare .i. divinare; expl.: expositio quorundam vocabulorum difficilium), seguito da alcuni versi moraleggianti (Optimus ille quidem qui per sese omnia noscens etc.; Da michi fallere da iustum sanctumque videri. Noctem peccatis et fraudibus obice nubem).92 BIBLIOGRAFIA: M. R. JAMES, A Descriptive Catalogue of the Manuscripts in the Library of Lambeth Palace: The Mediaeval Manuscripts, Cambridge 1932, pp. 447-449; H. J. TODD, A Catalogue of the Archiepiscopal Manuscripts in the Library at Lambeth Palace, London 19652, p. 44; N. R. KER, Archbishop Sancroft’s Rearrangement of the Manuscripts of Lambeth Palace, in E. G. W. Bill, A Catalogue of Manuscripts in Lambeth Palace Library MSS. 1222-1860, Oxford 1972; A. C. DE LA MARE - S. GILLAM, Duke Humfrey’s Library and the Divinity School 1488-1988: An Exhibition at the Bodleian Library June-August 1988, Oxford 1988, pp. 11 n.20, 93, 147; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, IV (Alia itinera II), London - Leiden 1989, p. 209b; A. G.WATSON, Robert Hare’s Books, in A. S. G. Edwards – V. Gillespie - H. Ralph, The English Medieval Book: Studies in Memory of Jeremy Griffiths, London 2000, pp. 209-232; A. G. WATSON, Medieval Manuscripts in Post-Medieval England, Aldershot 2004. Come indicato nella nota di possesso alla c. 1r, nel 1576 il manoscritto entrò a far parte della collezione dell’antiquario Robert Hare.93 Successivamente fu posseduto dall’arcivescovo di Canterbury Richard Bancroft, che alla sua morte, nel 1610, lasciò la sua cospicua biblioteca privata – composta da più di cinquemila testi a stampa e conquecento manoscritti – al suo diretto successore, George Abbott, ed ai successivi arcivescovi di Canterbury, i quali a loro volta contribuirono ad arricchire il patrimonio librario; questa donazione, ratificata dall’arcivescovo Abbot, coincise con la fondazione della Lambeth Palace Library di Londra. Il manoscritto contiene alcuni testi umanistici, dedicati al duca Humfrey di Gloucester, e molte traduzioni umanistiche di testi greci, dedicate per lo più a Leonello d’Este. Tutte le opere sembrano in qualche modo collegate alla tematica de principe, e più in generale a temi etici e di condotta morale. Di Lapo da Castiglionchio il Giovane, il codice contiene la Comparatio studiorum et rei militaris, dedicata ad Humfrey di Gloucester (cc. 102r-128v), e le tre traduzioni isocratee, prive di dedica: Ad Demonicum (cc. 143r-152v), Nicocles (cc. 153r-163v) e Ad Nicoclem (cc. 164r-173r); la 92 Si tratta di Hor. Epist. 16, 61-62. 93 A proposito di questa figura, cfr. T. COOPER, Robert Hare, in Dictionary of National Biography, 24, London 1885-1900. 55 Nicocles compare anche nella versione di Guarino Veronese (cc. 174r-186v), dedicata a Leonello d’Este. De la Mare (1988) nota che ci sono delle somiglianze tra questo manoscritto ed il ms. Auct. F.5.26 della Bodleian Library (O), e ritiene che alcuni dei titoli e delle annotazioni marginali di L appartengano alla stessa mano che copiò O. L’analisi filologica delle due traduzioni di Lapo da Castiglionchio mi ha permesso di verificare la somiglianza individuata da De la Mare, ed anche di aggiungere qualche nuova acquisizione a quanto già si conosceva delle vicende storiche del manoscritto. Il codice O è in effetti fratello di L, e – almeno per quanto riguarda le opere di Lapo – fu copiato da i, un discendente del codice h, ossia la copia personale (nonché esemplare di dedica) del duca Humfrey di Gloucester, che egli donò alla biblioteca oxoniense nel 1444 e dal quale discese direttamente il manoscritto di Dublino (D). Il codice O fu dunque copiato ad Oxord successivamente al 1444, da un copista che ebbe a che fare anche con l’allestimento di L. La parentela di L ed O è confermata dai dati di collazione, dai quali emerge un nutrito gruppo di errori congiuntivi dei due manoscritti; anche il contenuto e l’ordine delle opere è esattamente identico nei due codici, anche per quanto riguarda il glossario finale. Anche se non mi è stato possibile esaminarlo di persona, credo si possa aggiungere a questa famiglia un terzo testimone, il manoscritto Cambridge Ll.I.7 (C), anch’esso analogo per ordine delle opere e contenuto. Se C sia fratello di L ed O, tuttavia, si potrà determinare soltanto procedendo ad una sua collazione. M* Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924) Cartaceo miscellaneo, della seconda metà del XV sec; mm. 290×221, specchio di scrittura mm. 180×116 (180×160 per le cc. 211r-222v); cc. I, 224, I’; guardie cartacee. Numerazione moderna, a lapis, sul margine superiore destro, dalla c. 1 alla c. 224; numerazione originale più in alto, sul margine superiore destro, in parte asportata dalla rifilatura, dalla c. 11 alla c. 234. Bianche le cc. 32rv, 148v-15v, 203v-210v, 223r-224v. Fascicolazione: (manca 15), 1-205, 21-226; richiami di mano dei copisti, rigatura mista. Scrittura minuscola umanistica di diverse mani: si possono individuare quattro blocchi alle cc. 1r-31v, 53r-148r, 152r-203r, 211r- 223v (scrittura corsiva e molto più trascurata). Alle cc. 1r-31v sono presenti annotazioni marginali con funzione di titoletti riassuntivi; dalla c. 53r in poi compaiono tracce di collazione, con note nei margini e interventi testuali. Titoli in inchiostro rosso ed iniziali decorate, anch’esse in inchiostro rosso. Legatura moderna in cartone (mm. 295×221); sulla costa compare il titolo, scritto a penna, «Aesopus et panegyrici veteres». Contiene: ISOCRATE, Oratio de regno nuper in latinum traducta (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 159v-167v) 56 Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquenciam habeant Expl.: sed tantum fide iustitiaque confitere ISOCRATE, Ad regem Nicodem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 167v-174r) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aes aut aurum pulcherrime laboratum aud aliquid huiusmodi aliud elargiri Expl.: sed maiora ac digniora efficies Contiene inoltre: (cc. 1r-31v) ESOPO, Fabulae, traduzione latina di Ognibene Bonisoli da Lonigo (inc.: Vulpis et aquilla amicitiam inierant; expl.: familiaribus vero et benefactoribus suis officere videmus), con lettera dedicatoria a Giovanni Francesco Gonzaga (cc. 1r-2r, inc.: Respicienti michi etatis pristine viros; expl.: Victorino prestantissimo viro id omne contribuas); (c. 32rv) bianca; (cc. 33r-52v) GIOVANNI ANTONIO CAMPANO, Oratio habita in templo, coram pontifice maximo et cardinalibus (inc.: Cum inter tot ritus; expl.: cuius nomen sit benedictum in secula seculorum amen); (cc. 53r-84v) PLINIO IL GIOVANE, Panegyricus ad Trajanum (inc.: Bene ac sapienter; expl.: sed ut candidatum consulatus putem); (cc. 84v-94r) CLAUDIO MAMERTINO, Gratiarum actio de consulatu habita in senatu apud Julianum imperatorem (inc.: Etsi scio te; expl.: recte positi et ratione collati esse videantur); (cc. 94v-105v) NAZARIO, Panegyricus dictus Constantino Caesari Augusto (inc.: Dicturus Constantini augustissimas laudes; expl.: digredi fecerit receptura dimittat); (cc. 104v-110r) EUMENIO, Panegyricus Constantino dictus (inc.: Si flavia eduorum tandem; expl.: sed flavia est civitas eduorum); (cc. 110r-114v) ANONIMO, Panegyricus ad Maximianum et Constantinum (inc.: Dixerunt licet plurimi; expl.: semper ex tua sobole nepotibus augeatur); (114v-121r) EUMENIO, Panegyricus Constantino dictus (inc.: Facerem sacratissime imperator; expl.: qui me probaverit imperator); (cc.121r- 126v) EUMENIO, Ad Constantium imperatorem (inc.: Si mihi Caesar invicte; expl.: et nunc definendi et sepe dicendi); (cc. 126v-131v) EUMENIO, Oratio pro restaurandis scholis (inc.: Certum habeo; expl.: principum sciam preferatur); (cc. 131v-136r) CLAUDIO MAMERTINO, Panegyricus dictus Maximiano (inc.: Cum omnibus festis diebus; expl.: et iam reditum desideramus); (cc. 136r-141r) CLAUDIO MAMERTINO, Genethliacus Maximiani (inc.: Omnes quidem homines; expl.: eam prestare felicitas); (cc. 141r-148r) ANONIMO, Panegyricus Constantino dictus (inc.: Unde mihi confidentie; expl.: tu sis omnium maximus imperator); (cc. 148v-151v) bianche; (cc. 152r-159r) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et opiniones inter se differre Demonice licet intueri; expl.: industria diligentiaque superare); (cc. 159v-167v) ISOCRATE, Oratio de regno nuper in latinum traducta (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquenciam habeant eiusque studiosos vituperent; expl.: sed tantum fide iustitiaque confitere); (cc. 167v-174r) ISOCRATE, Ad regem Nicodem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aes aut aurum pulcherrime laboratum aud aliquid huiusmodi aliud elargiri; expl.: sed maiora ac digniora efficies); (cc.174r-203r) Ps. MESSALLA CORVINO, Ad Octavianum Caesarem Augustum de progenie sua et officiis urbis Romae breve compendium (= De progenie Augusti Cesaris, inc.: Cum frequenter me digna moneat; expl.: legendum sit instruam qui legantur); (cc. 203v-210v) bianche; (cc. 211r-222v) CICERONE, Oratio pro A. Caecina (inc.: Si quantum in agro; expl.: admonent ut iudicetis); (cc. 223r-224v) bianche. 57 BIBLIOGRAFIA: J. MORELLI, Biblioteca manoscritta di Tommaso Giuseppe Farsetti patrizio veneto, Venezia 1771, pp. 97-102; L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, p. 297; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, pp. 252b-253a; R. DIVICCARO, Rassegna generale di studi sui XII Panegyrici Latini, «Bollettino di studi latini» 28 (1998), p. 141; D. LASSANDRO, Sacratissimus imperator: l’immagine del princeps nell’oratoria tardoantica, «Invigilata lucernis» 8 (2000), p. 30; D. LASSANDRO - G. MICUNCO, Panegirici Latini, Torino 2000, p. 64; F. DELLE DONNE, Letteratura elogiativa e ricezione dei Panegyrici Latini nella Napoli del 1443: il panegirico di Angelo de Grassis in onore di Alfonso il Magnanimo, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo» 109/1 (2007), p. 341 n. 40. Il manoscritto fu acquisito dalla Marciana nel 1791, alla morte di Tommaso Giuseppe Farsetti: il bibliofilo, che nel corso della sua vita acquistò libri e manoscritti in Italia e all’estero, nel suo testamento (vergato a Venezia il 30 settembre 1786) lasciò alla biblioteca la sua collezione privata. Precedentemente, con l’aiuto dell’abate Iacopo Morelli, futuro custode della Biblioteca Marciana, aveva compilato vari inventari dei suoi volumi, tra i quali una Biblioteca manoscritta (Venezia 1771).94 Nel suo catalogo (p. 101) il Farsetti, descrivendo il manoscritto Marc. lat. XI 2 (contrassegnato dal numero 64), annota a proposito delle tre traduzioni di Lapo da Castiglionchio “Chi di queste tre orazioni sia stato il traduttore, non lo accenna il codice, né è cosa sì agevole il ritrovarlo; mentre nel secolo XV, nel quale tal traduzione si fece, fiorivano in gran copia gl’Italiani nel greco e nel latino addottrinati, che in somiglianti lavori si occupavano. Una bella ed inedita traduzione latina della prima di queste tre orazioni fu fatta l’anno 1506 da Bartolommeo Zamberti illustre segretario veneziano, che la dedicò ad un Girolamo Querini avogadore del comune; e l’esemplare a questo donato si trova fra i preziosi codici del Zeno presso i PP. Domenicani osservanti di questa città”. La paternità delle tre opere non è riconosciuta neanche dal Kristeller, mentre Gualdo Rosa le restituisce correttamente a Lapo nel suo – seppur incompleto – censimento delle traduzioni dell’A Nicocle.95 L’analisi testuale ha dimostrato che M discende dalla quarta ed ultima redazione delle due opere di Lapo, e inoltre che è legato da un rapporto di stretta parentela con i due codici pavesi (P per la traduzione Ad Nicoclem, P1 per Nicocles), entrambi copiati dopo il 1464. Il contenuto del manoscritto è interamente coerente con la tematica de principe, se si eccettua l’ultimo testo, l’orazione Pro Caecina di Cicerone: oltre al ‘trittico isocrateo’ di Lapo da Castiglionchio il Giovane, esso contiene infatti i dodici Panegyrici Latini, un discorso di Giovanni Antonio Campano, la traduzione della favola di Esopo della volpe e l’aquila – nella quale si tratta 94 P. PRETO, Tommaso Giuseppe Farsetti, in Dizionario Biografico degli Italiani, 45, Roma 1995. 95 Le traduzioni non sono citate, invece, nel censimento dell’ENTG, dove del Marc. lat. XI 2 compare solo la traduzione di Esopo di Ognibene Bonisoli da Lonigo. 58 del rapporto tra umili e potenti – di Ognibene Bonisoli, dedicata a Giovanni Francesco Gonzaga, e il De progenie Augusti Cesaris dello Ps. Messalla Corvino.96 O* Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 (S.C. 3618) Membranaceo miscellaneo, della metà del XV sec. (post 1444); mm. 244×133; cc. IX, 234, VII (bianche le cc. 94-97). Numerazione moderna nel margine superiore destro; tracce sporadiche della numerazione originale, posta accanto al limite superiore destro dello specchio di scrittura. Sono presenti richiami di fascicolo nel margine inferiore interno. Scrittura gotica libraria inglese; annotazioni marginali con funzione di titoletti riassuntivi; iniziali decorate. Sulla carta iniziale di ciascuna opera è apposto il timbro della Bodleian Library. Contiene: ISOCRATE, Nicodis oratio ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 166r-176r) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquenciam habeant Expl.: fide iustitiaque conficere. ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 177r-185r) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcerrime laboratum aud aliquid eiusmodi aliud elargiri Expl.: sed maiora ac digniora efficies. Contiene inoltre: (cc. 1r-84r) PIETRO DEL MONTE, De virtutum et viciorum inter se differencia (inc.: Cum Petrus Emilianus pontifex Vicentinus), con lettera dedicatoria al duca Humfrey di Gloucester (cc. 1r-3r, inc.: Tuas eximias laudes; expl.: disputantes audiamus); (cc. 85r-93r) LEONARDO BRUNI, Invectiva contra ypocritas; (cc. 98r- 115r) SENOFONTE, Tyrannus (= Hieron), traduzione latina di Leonardo Bruni, con prefazione posposta (cc. 98r-99r; inc.: Zenophontis philosophi; expl.: ausi sumus attingere); (cc. 116r-143r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Comparatio studiorum et rei militaris (inc.: Diu inter doctissimos; expl.: de iocunditate dicemus), con lettera dedicatoria ad Humfrey di Gloucester; (cc. 114r-157r) BASILIO DI CESAREA, Ad juvenes religiosos quibus studiis opera danda sit (= Epistula ad adulescentes), traduzione latina di Leonardo Bruni, con lettera dedicatoria posposta a Coluccio Salutati (inc.: Ego tibi hunc librum; expl.: quanta gravitas sit); (cc. 158r-165r) PS. ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da 96 Quest’opera è associata alle traduzioni di Lapo anche in altri testimoni: oltre che nel Marc. lat. XI 2 compare in P ed S. 59 Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sentencias et opiniones inter se differre Demonice licet intueri); (cc. 166r-176r) ISOCRATE, Nicodis oratio ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquenciam habeant); (cc. 177r-185r) ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcerrime laboratum aud aliquid eiusmodi aliud elargiri); (cc. 186r-199r) ISOCRATE, Nicocles ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Plerique sunt qui graves in eloquenciam animos habent), con lettera dedicatoria a Leonello d’Este (Guarini Veronensis in orationem Isocratis qua in subditos regem institiut ad principem Leonellum Estensem epistula; c. 186r, inc.: Sepius ante oculos res humanas proponenti mihi) ed argumentum (cc. 186r-187r, inc.: Pellamin preclara olim Cipri urbs fuit); (cc. 200r-219r) PLUTARCO, De assentatoris et amici differentia (= De differentia inter adulatoris et amici), traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Platonem virum doctissimum), con lettera dedicatoria posposta a Leonello d’Este; (cc. 220r-234r) Glossario di parole difficili. BIBLIOGRAFIA: F. MADAN, A Summary Catalogue of Western Manuscripts in the Bodleian Library at Oxford, II, Oxford 1922, p. 704 nr. 3618; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), p. 302; O. PAC ̈ HT - J. J. G. ALEXANDER, Illuminated Manuscripts in the Bodleian Library, Oxford, III, Oxford 1973, p. 85 nr. 985; A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1980, pp. 14 n. 70, 16 n. 13, 127-128, 137; M. L. KING, Venetian Humanism in an Age of Patrician Dominance, Princeton 1986, p. 465; A. C. DE LA MARE - S. GILLAM, Duke Humfrey’s Library and the Divinity School 1488-1988: An Exhibition at the Bodleian Library June-August 1988, Oxford 1988, pp. 11 n.20, 93, 147; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, IV (Alia itinera II), London - Leiden 1989, p. 246b; V. BROWN - F. E. CRANZ - P. O. KRISTELLER, Catalogus Translationum et Commentariorum: Mediaeval and Renaissance Latin Translations and Commentaries, VII, Washington 1992, p. 152b; J. B. TRAPP, The Humanist Book, in L. Hellinga - J. B. Trapp, The Cambridge History of the Book in Britain, III, 1400-1557, Cambridge 1999, p. 294 n. 57; K. L. SCOTT, The Bodleian Library, Oxford I. MSS Additional – Digby, in A. Eljenholm Nichols - M. T. Orr - K. L. Scott - L. Dennison, An Index of Images in English Manuscripts From the Time of Chaucer to Henry VIII c.1380 - c. 1509, Turnhout 2000, p. 47 nr. 103; A. G. WATSON, A Descriptive Catalogue of the Medieval Manuscripts of Exeter College Oxford, Oxford 2000, pp. 51-68; C. S. F. BURNETT - N. MANN, Britannia Latina: Latin in the Culture of Great Britain from the Middle Ages to the Twentieth Century, London 2005, p. 76. Questo manoscritto si trova descritto in Sammut, cit., pp. 127-128; l’autore ritiene che il codice sia stato esemplato su un’altra copia del testo, inviata nel 1437 da Lapo al duca Humfrey di Gloucester e da lui donata all’università di Oxford nel febbraio 1444, poi registrata sul catalogo semplicemente col titolo De viciorum inter se differentia.97 Dalla stessa copia discenderebbero anche i nostri manoscritti C (Cambridge, University Library, Ll.I.7) ed L (London, Lambeth Palace Library, 341), mentre riportano parzialmente il contenuto D (Dublin, Trinity College Library, MS 438) e B 1 (London, British Museum, Royal 10 B IX). La collazione integrale dei codici L ed O mi ha permesso di dimostrare che i due manoscritti sono effettivamente fratelli, e figli di un codice perduto (i nel mio studio) a sua volta tratto da h, la copia donata dal duca di Gloucester alla biblioteca oxoniense; da questa discende direttamente D, che 97 La biblioteca…, I, nr. 273 e IV, nr. 42. 60 dunque è congiunto da alcuni errori con L ed O. I due codici condividono integralmente il contenuto, infatti presentano le stesse opere nel medesimo ordine; furono copiati ad Oxford dopo il 1444, probabilmente da copisti operanti all’interno della stessa équipe; come ha notato De la Mare (1988), infatti, L contiene alcuni titoli vergati dalla stessa mano che ha trascritto il testo di O. Da una nota di possesso del XVI secolo, «J. Foxus», ricaviamo che il manoscritto appartenne a John Foxe (1517-1587);98 Nel 1658 entrò a far parte della collezione della Bodleian Library, donato da Joseph Maynard, membro dell’Exeter College e poi rettore dello stesso tra il 1662 ed il 1666.99 P* Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 259 Cartaceo miscellaneo, della seconda metà del XV sec. (post 1464); mm. 300×215; cc. I, 63, I’; guardie cartacee; numerazione assente. Sono bianche le cc. 22v, 28v, 38v, 55v, 63v. Un intero fascicolo è stato tagliato tra le cc. 54 e 55. Nel margine inferiore della c. 56r compare una nota moderna con il titolo dell’opera e la segnatura della biblioteca. Scrittura umanistica corsiva di diverse mani; si possono individuare i cinque blocchi seguenti: cc. 1r-28r, 29r-38r, 39r-44r, 44v-47v, 48r-63r. Sono presenti annotazioni marginali, sia di tipo riassuntivo sia di collazione. Titoli, incipit ed explicit in inchiostro rosso; le iniziali sono anch’esse in rosso, ma lo spazio e spesso lasciato vuoto. Legatura recente in mezza pelle. Contiene: ISOCRATE, Oratio ad Nicoden de regnando (= Ad Nicoclem), traduzione di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 39r-44r) Inc.: Qui vobis regibus Nicodes soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum Expl.: sed maiora ac digniora efficies Contiene inoltre: (cc. 1r-22r) GREGORIO DI NISSA, Homiliae in orationem dominicam, traduzione latina di Atanasio Calceopulo (inc.: Doctrinam orationis divinum verbum; expl. in secula seculorum amen), con lettera dedicatoria al papa Paolo II (cc. 1rv; inc.: Quom animadverterem te pontifex maxime; expl.: et finem totius rationalis creature); (cc. 23r-28r) PS. MESSALLA CORVINO, Oratio ad Octavianum Cesarem Augustum (= De progenie Augusti Cesaris, inc.: Quam frequenter; expl.: immortale deus Cesar Augustus); (cc. 29r-38r) ANONIMO, De sacerdotis dignitate potestate officio quantusque ei ordinis (inc.: De sacerdotis dignitate potestate officio; expl.: sed forsitan deponendus vale); (cc. 39r-44r) ISOCRATE, Oratio ad Nicoden de regnando (= Ad Nicoclem), traduzione di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicodes soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum; expl.: sed maiora ac digniora efficies);100 (cc. 98 Per questo personaggio, si consulti P. BEAL, John Foxe, in Index of English Literary Manuscripts 1450-1700, 1980-1993. 99 W. D. MACRAY, Annals Of The Bodleian Library, Oxford, A. D. 1598 – A. D. 1867, London-Oxford- Cambridge 1868, p. 90. 100 L’opera non presenta attribuzioni negli inventari, ma l’autore è identificato con Lapo da Castiglionchio il Giovane nel catalogo dell’Edizione Nazionale delle Traduzioni dei testi Greci in età umanistica e rinascimentale (ENTG). 61 44v-47v) LEONARDO DA CHIO, Epistola ad Pium II de excidio Mytileneos per Turchas (inc.: Gemebundum nuper ac illud lamentabile arsurus Mitilenense excidium; expl.: quem decet laus hymnus et gloria in secula seculorum amen), datata 1462;101 (cc. 48r-55r) ANONIMO, Oratio de laudibus Christi (inc.: Christi nonnulli laudes; expl.: feliciter nos perducat cui honor et gloria in secula seculorum amen); (cc. 56r-60v) PIO II, Bulla retractationum (inc.: Dominus suos vicarios collocavit, acefala; expl.: atque omnino respuimus), datata al mese di maggio 1463; (cc. 61r-62v) PAULUS DE RUBEIS scriptor apostolicus, Epistola laudatoria ad Paulum II (inc.: Rex quidam Persarum B. pater; expl.: perpetuo feliciter servet); (c. 63r) Testo mutilo non identificato (inc.: quid infelicissime presul; expl.: sed o virorum stultissime). BIBLIOGRAFIA: L. DE MARCHI - G. BERTOLANI, Inventario dei manoscritti della R. Biblioteca Universitaria di Pavia, I, Milano 1894, pp. 149-150; L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, p. 297; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, p. 556b. Il manoscritto contiene principalmente opere legate alla Curia papale – due delle quali riguardanti papa Pio II (1405-1464), altre due dedicate al suo successore Paolo II (1417-1471)102 –, o comunque all’ambiente religioso. Ad un diverso contesto afferiscono invece l’Ad Nicoclem tradotta da Lapo ed il trattato dello Ps. Messalla Corvino. L’allestimento del manoscritto va probabilmente collocato post 1464, anno dell’elezione a papa di Paolo II; il 1463 è la data di emanazione della Bulla retractationum di Pio II, mentre l’epistola di Leonardo da Chio è datata 1462. Lo studio testuale dell’Ad Nicoclem ha dimostrato che questo manoscritto testimonia la traduzione di Lapo nella sua quarta ed ultima veste redazionale, e inoltre che è fratello del codice Marciano (M); dal loro antigrafo comune (e nella mia ricostruzione), P copiò probabilmente anche l’opuscolo dello Ps. Messalla Corvino, un’opera rara per la quale altrimenti sarebbe difficile giustificare la presenza in questo manoscrittto. Per quanto riguarda la storia recente, il manoscritto è conservato nella Biblioteca Universitaria di Pavia e fa parte del fondo Aldini. Nel 1830, Pier Vittorio Aldini decise di vendere, per motivi finanziari, la sua collezione di manoscritti, consistente in una miscellanea di codici, in gran parte anteriori al XVI secolo e di carattere prevalentemente religioso; l’operazione d’acquisto fu conclusa dal direttore dell’Università pavese Luigi Lanfranchi, grazie ad un contributo straordinario del viceré del regno lombardo-veneto, nell’ottobre 1840; nel frattempo, l’Aldini aveva approntato un catalogo dei manoscritti. Tra i codici del fondo Aldini (in tutto 853), oggi sono conservati anche alcuni manoscritti provenienti dall’abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro e da altre congregazioni 101 L’opera non presenta attribuzioni negli inventari; l’autore è però identificato con Leonardo da Chio nel catalogo dell’Edizione Nazionale dei testi della Storiografia Umanistica (ENSU), nonostante il testo sia erroneamente collocato alle cc. 44v-62r. 102 Cfr. L. PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del medio evo: con l’aiuto dell’Archivio segreto pontificio e di molti altri Archivi, trad. di C. Benetti, Trento 1890-1908; M. PELLEGRINI, Pio II, in Enciclopedia dei Papi, Roma 2000; A. MODIGLIANI, Paolo II, in Enciclopedia dei Papi, Roma 2000. 62 religiose soppresse in epoca giuseppina, acquisiti dalla Biblioteca prima del 1840, ed altri che furono donati da illustri pavesi o acquistati dalla Biblioteca nel corso del XIX secolo. Come registrato nel catalogo del fondo Aldini compilato da De Marchi (1894), il manoscritto 259 era contrassegnato col numero 52 nel vecchio catalogo approntato dall’Aldini; secondo il De Marchi, gran parte dei codici appartenuti all’Aldini provenivano dal Veneto e dalla Lombardia, poiché molti hanno bolli e segnature di biblioteche monastiche di queste regioni. Par Paris, Bibliothèque Nationale de France, Latin 1616 Cartaceo miscellaneo, della metà del XV secolo, scritto in Francia; mm. 300×200; cc. II (mod.), IV, 413, II (mod.; bianche le cc. 109v, 162v, 225v, 267v, 306v); scrittura semigotica corsiva francese; titoli rubricati, iniziali in bianco, numerazione antica, in cifre romane. Filigrane: Briquet 1680, 6910 e 381 (Troyes, circa 1450). Alla c. 1, l’annotazione «Nicolaus Dex, tesaurarius Metensis, decretorum doctor, 1452 me emit Parisius pro V scutis» che incornicia lo stemma del personaggio. Sono presenti alcune sporadiche annotazioni marginali; alla c. I, indice del contenuto, scritto dalla stessa mano – probabilmente quella di Nicolas Dex – che annota tutto il manoscritto; alla c. IVv, vita di Lapo da Castiglionchio il Giovane, di mano del XVIII sec. Legatura del XIX sec.; i piatti di cartone sono ricoperti di carta maculata bianca e bruna, il dorso di marocchino rosso; i iniziali di Louis-Philippe. Contiene: ISOCRATE, Oratio pro Nicode (sic) rege edita ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 176v-182r) Inc.: Non me fugit esse nonnullos, qui invisam eloquentiam habeant Expl.: justitiaque conficere. ISOCRATE, Oratio de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 182v-187r) Inc.: Qui vobis regibus Expl.: digniora efficies. Contiene inoltre: (cc. 1r-15r) FLAVIO GIUSEPPE, De morte Macchabeorum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum de rebus in media philosophia additis; expl.: a Deo consenti), con lettera dedicatoria al cardinale Jean de Rochetaillée (inc.: Permagnum mihi videtur clementissime pater); (cc. 15v-20r) DEMOSTENE, Oratio funebris, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Postquam eos qui hoc loco; expl.: persolveritis discedite), con lettera dedicatoria a Giacomo da Recanati; (cc. 20v-24r) 63 LUCIANO, De longaevis, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Somnium est hoc; expl.: in alio libro), con lettera dedicatoria a Gregorio Correr (inc.: Luciani disertissimi viri nuper libellum); (cc. 24v-26r) LUCIANO, Patriae laudatio, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Patria quidem nihil esse dulcius; expl.: fortitudinem committat); (cc. 26v-32v) LUCIANO, De calumnia, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Quam perniciosa res inscitia; expl.: patefactis atque illustratis), con lettera dedicatoria a Giovanni da Rieti (inc.: Perquirenti mihi diu); (cc. 33r-41v) TEOFRASTO, Liber de impressionibus, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum antea saepe mecum animo et cogitatione; expl.: adduci potest), con lettera dedicatoria a Francesco da Padova (inc.: Etsi perindignum esse ducerem); (cc. 42r-44v) LUCIANO, De sacrificiis, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Quae in sacrificiis celebritatibusque; expl.: famam est solitus), con lettera dedicatoria a Leon Battista Alberti (inc.: Nec satis scio nec si sciam auserim profiteri); (cc. 45r-50v) LUCIANO, De tyranno, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Post duos a me tyrannos uno die iudices interfectos; expl.: ministerium praebuit); (cc. 51r-57v) PLUTARCO, Demonactis vita, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Debuit perfecta nostra aetas viros claros litterisque et memoria celebrandos; expl.: judicare poterit), con lettera dedicatoria a Lodovico Scarampo (inc.: Cum ob eximias vitutes); (cc. 58r-73v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Comparatio inter rem militarem et studia litterarum (inc.: Diu inter doctissimos homines et summis ingeniis praeditos dubitari; expl.: incommoda potuerunt), con lettera dedicatoria a Gregorio Correr; (cc. 74r-74v) PAOLO DIACONO, Historia Romana, incompleta (inc.: (P)rimus qui in Ytaliam regnavit; expl.: in Oriente); (cc. 74v-109r) ANONIMO, De origine urbis et de gestis Romanorum (expl.: expliciunt quedam abbreviata de origine urbis et de gestis Romanorum); (cc. 110r-124v) DARETE FRIGIO, Historia de excidio Trojae; (cc. 125r-136v) PLUTARCO, De liberis educandis, traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Quid est quo de ingenuorum educatione; expl.: Plutarco grece instituit Guarinus Veronensis latinum effecit), con lettera dedicatoria ad Angelo Corbinello (inc.: Maiores nostros Angele mi suavissime); (cc. 137r-162v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, De commodis curiae romanae (inc.: Cum plures esse scio, clementissime pater, partim veteres; expl.: pontificale palatium contuli); (cc. 163r-167v) LUCIANO, De somnio, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum primum essem ad pubertatem aetate ipsa provectus; expl.: gloria antecessit), con lettera dedicatoria al papa Eugenio IV (inc.: Vetustissima consuetudo fuit beatissime pater); (cc. 168r-171r) LUCIANO, De luctu, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Operae pretium videtur esse; expl.: omnium esse opinetur); (cc. 171r-176v) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et opiniones inter se differre Demonice licet intueri; expl.: diligentiaque superare); (cc. 176v-182r) ISOCRATE, Oratio pro Nicode (sic) rege edita ad subditos (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos, qui invisam eloquentiam habeant; expl.: justitiaque conficere); (cc. 182v-187r) ISOCRATE, Oratio de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Incodes (sic) soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum; expl.: digniora efficies); (cc. 187v-197r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO, Lettera a Simone Lamberti (inc.: Cum multa preclara et eximia); (cc. 197v-198r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Orazione in lode della famiglia Lamberti (inc.: Inter ceteras amplissimas); (cc. 197v-209v) SENOFONTE, Praefectus equitum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Principio quidem caesis hostiis; expl.: colunt et venerantur), con lettera dedicatoria a Gaspare da Todi (inc.: Num si quis prudentissime Guaspar); (cc. 210r-225r) POGGIO BRACCIOLINI, Liber de nobilitate (inc.: Iam cum osim (sic) ex urbe in patriam secessissem), con lettera dedicatoria al cardinale Gerardo Cumano (inc.: Non dubito prestantissime pater); (cc. 226r-239v) BENVENUTO RAMBALDI DA IMOLA, Libellus qui dicitur Augustalis, con dedica a Niccolò III d’Este (expl.: Kal. Januarii intrante nono (sic per novo) anno MCCCLXXXV); (cc. 240r-267v) FRANCESCO PETRARCA, Vitarum virorum illustrium epitome (inc.: Hic adolescens materno avo), con continuazione di Pietro Lombardo di Serico; (cc. 268r-275r) ANONIMO, Oratio de laudibus Januensium (inc.: Mihi saepius cogitanti ac mecum ipsi frequentius Januensium gesta; expl.: exornavero); (cc. 275v- 64 281v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Descriptio pompae summi pontificis in Florentia (inc.: Summus igitur pontifex Eugenius quartus quadringentesimo), con prefazione (inc.: Cogitanti tibi sepenumero Angele suavissime);103 (cc. 282r-286v) LEONARDO BRUNI, Epistula de origine urbis Mantuae a Francesco Gonzaga (inc.: Non sum nescius generosissime ductor; expl.: dicatur inferior); (cc. 287r-296r) LEONARDO BRUNI, Oratio in funere Johannis Strozae (inc.: Lex fuit vetusta Solonis, ut opinor, sapientissimi viri; expl.: commendatione felicem); (cc. 296r-300v) LEONARDO BRUNI, Invectiva contra ypocritas (inc.: Ex omni genere hominum); (cc. 300v-306v) Orationes Homeri (= orazioni da Hom., Il. IX), traduzione latina di Leonardo Bruni (inc. prologo: Admirari nonnumquam soleo cum anima permulta divinitus; inc. testo: Cum apud Achillem cenassent legati; expl. testo: tibi erit); (cc. 307r-380r) MARCO POLO, Itinerarium, traduzione latina di frate Francesco Pipino (inc. prologo: Librum prudentis honorabilis ac fidelis viri domini; inc. testo: Tempore quo Balduinus; expl. testo: provincias deferuntur); (cc. 380r-384r) PRETE GIANNI, Lettera all’imperatore Federico I; (cc. 384v-394v) GIACOMO DA VITRY, Historia Hierosolymitana (inc.: Terra santa promissionis); (cc. 394v-407r) De diversis religionibus et diversorum conditionibus in terra sancta commorantibus; (cc. 407r-413r) De visitatione terre sancte per Petrum Heremitam. BIBLIOGRAFIA: A. M. BANDINI, Catalogus codicum Latinorum bibliothecae Mediceae Laurentianae, III, Firenze 1774-1777, p. 362; F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), p. 288 n. 2; P. LAUER, Catalogue général des manuscrits latins, II, Paris 1940, nn. 1439-2692; C. SAMARAN - R. MARICHAL, Catalogue des manuscrits en écriture latine portant des indications de date, de lieu ou de copiste, II, Paris 1940, p. 468; E. PELLEGRIN, Manuscrits de Pétrarque dans les bibliothèques de France, I, «Italia Medioevale e Umanistica» 4 (1961), p. 367; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), p. 302; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, III (Alia itinera I), London - Leiden 1983, p. 215b; L. GUALDO ROSA, Censimento dei codici dell’epistolario di Leonardo Bruni. Manoscritti delle biblioteche non italiane, I, Roma 1993, pp. 53-54; P. THIERMANN, Die Orationes Homeri des Leonardo Bruni Aretino. Kritische Edition der Lateinischen und Kastilianischen Übersetzung mit Prolegomena und Kommentar, Leiden-New York-Köln 1993, p. 20; J. HANKINS, Repertorium Brunianum. A critical Guide to the Writings of Leonardo Bruni, Roma 1997, p. 141; J. F. HINNEBUSCH, Extant Manuscripts of the Writings of Jacques de Vitry, «Scriptorium» 51/1 (1997), p. 157; C. S. CELENZA, Renaissance Humanism ant the Papal Curia. Lapo da Castiglionchio the Younger’s De curiae commodis, Ann Arbor 1999, pp. 21 n. 90, 86- 87, 91, 97 n. 10; B. WAGNER, Die Epistola presbiteri Johannis lateinisch und deutsch. Überlieferung, Textgeschichte, Rezeption und Übertragungen im Mittelalter, Tübingen 2000, pp. 23, 89-90, 192 n. 104, 310 n. 171, 313 n. 196, 315 n. 203, 406; D. CANFORA, Poggio Bracciolini, De vera nobilitate, Roma 2002, pp. LXXIX-LXXX; L. FAIVRE D’ARCIER, Histoire et géographie d’un mythe. La circulation des manuscrits du De excidio Troaie de Darès le Phrygien (VIIIe-XVe siècles), Paris 2006, pp. 71, 158-162, 167, 175, 186, 194, 197, 204, 210, 213, 218, 223, 251-253, 353, 359, 395; R. ROUSE – M. ROUSE, Early manuscripts of Jean de Meun’s translation of Vegetius, in J. H. Marrow – A. Richard – W. Noel, The Medieval Book: Glosses from Friends and Colleagues of Christopher de Hamel, Houten 2010, pp. 59-74, 73 nn. 26, 27. Nel manoscritto compaiono alcune indicazioni cronologiche: la lettera di Leonardo Bruni su Mantova è datata «Firenze, VI kl. Junias 1418»; alla fine dell’epitome di Petrarca, si legge «MCCCLXXXVIIII decembris transcriptus rure», una sottoscrizione evidentemente copiata dall’antigrafo. La Descriptio di Lapo da Castiglionchio il Giovane si riferisce alla consacrazione del duomo di Firenze ad opera di Eugenio IV, avvenuta nel 1436; sappiamo, infine, che il trattato De 103 Il catalogo di Lauer attribuisce l’opera correttamente a Lapo da Castiglionchio il Giovane, e annota che una nota marginale del XVIII secolo suggerisce invece Guarino Veronese come l’autore del testo. 65 vera nobilitate fu composto da Poggio Bracciolini tra la fine del 1439 e l’inizio del 1440. Il manoscritto dovette dunque essere allestito dopo questa data. Il codice fu comprato a Parigi, per cinque scudi, da Nicolas Dex (o De Ex, o Desch), canonico di Metz dal 1428 e a partire dal 1435 tesoriere del capitolo, morto nel 1477; ricaviamo la notizia dalla nota scritta alla fine della c. I: «Nicolaus Dex, tesaurarius Metensis, decretorum doctor, 1452 me emit Parisius pro V scutis N. X.». Le iniziali «N. X.» compaiono anche alla c. 1, nel margine inferiore, sotto lo stemma (cinque bande rosse in campo bianco), con la scritta «Nicolaus Dex thesaurarius Metensis, decretorum doctor». 104 In seguito, il manoscritto appartenne a Jacques Mentel, medico a Parigi, morto nel 1671; nel 1679 fu acquistato dalla Biblioteca reale. Per quanto riguarda i contenuti, il codice è una ricca miscellanea di testi medievali e – soprattutto – umanistici: tra le altre cose, contiene opere di carattere storico ed itinerario, queste collocate nella parte finale. Gli autori più rappresentati, in ogni caso, sono Leonardo Bruni, del quale il manoscritto tramanda lettere, trattati e traduzioni dal greco, e Lapo da Castiglionchio il Giovane: la miscellanea trasmette cinque sue opere tra lettere, orazioni e trattati, e ben quindici traduzioni, prevalentemente di testi di genere storico ed oratorio. Può essere utile osservare che, seppure non sia facile individuare un tema principale in una miscellanea così ampia e diversificata, la tematica de principe sembra essere rappresentata da un numero consistente di testi, molti dei quali compaiono associati alle traduzioni isocratee di Lapo anche in altri testimoni: il manoscritto contiene tutte le traduzioni di Lapo del ‘trittico isocrateo’, quella del De tyranno di Luciano e del Praefectus equitum di Senofonte, la sua Comparatio; contiene inoltre la traduzione di Guarino di Plutarco, De liberis educandis. Altre opere umanistiche riconducibili alla tematica dei precetti al principe sono il Liber de nobilitate del Bracciolini, il Libellus augustalis, il Contra hypocritas di Bruni e la sua traduzioni di alcuni discorsi tratti dal IX libro dell’Iliade. Pi* Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 Cartaceo miscellaneo e composito, 1461 / 1471; mm. 292×215; il nucleo principale, copiato tra il marzo e il settembre del 1461, consta di cc. IV, 191, II (mancanti le cc. 37-40). Le cc. III-IV e I’ sono di recupero, e provengono da un manoscritto liturgico del sec. XII; il testo, in carolina, è disposto su due colonne; il recto di c. I e il verso di c. I’ sono stati incollati su fogli di carta recenti; fascicoli legati. Fascicolazione: 1-410, 57, 6-710, 84, 9-2010. Il fascicolo 5, originariamente un quinterno, ha perduto gli ultimi tre fogli; il fascicolo 8, anch’esso un quinterno, ha perduto i tre bifogli centrali. Alla c. 1r è espressa la data 1461-1462. Cartulato 104 Sulla figura di Nicolas Dex, cfr. Lauer, Catalogue géneral, II, pp. 90-92, 181; dopo aver studiato ad Heidelberg e a Colonia, negli anni tra il 1438 ed il 1440 fu all’università di Pavia. 66 nell’angolo superiore esterno da mano antica ma non coeva. I primi 10 fogli sono numerati 1b-10b, poi la cartulazione ricomincia da 1. I salti nella cartulazione, da c. 36 a c. 41 e da c. 62 a c. 69, denunciano la perdita di alcuni fogli con la relativa porzione di testo. Il fascicolo 1 (cc. 1b-10b) è stato aggiunto a distanza di una decina di anni al nucleo principale: al primo foglio del nuovo fascicolo è stato incollato, forse ab origine, un foglio originale con l’indice; la c. 1b risulta quindi dall’incollatura del foglio iniziale del primo fascicolo, aggiunto nel 1471, e di un foglio antico, forse l’originaria guardia, che offre al recto l’indice del contenuto, anch’esso originario; esso riporta più testi rispetto a quelli effettivamente tramandati, perciò il manoscritto deve aver perduto alcune carte alla fine. La scrittura del primo fasciolo è un’umanistica, e anche il nucleo principale è vergato in umanistica; le due parti sembrano copiate ciascuna da un’unica mano. Titoli ed iniziali sono scritti in inchiostro rosso fino alla c. 123r; da questo momento i soli inchiostri usati sono il nero ed il marrone, e dalla c. 141r le iniziali e i titoli delle opere sono lasciati in bianco. Alcuni testi recano interventi riconducibili a collazione o correzione congetturale, come lacune riempite a testo in un secondo momento e correzioni testuali. Legatura recente con assi in legno e due fermagli laterali. Contiene: ISOCRATE, Nicocles, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 41v-47v), con epistola dedicatoria acefala (inc.: …philosophi nuncupati sunt abiectis divitiis; expl.: at te quotidie mictendum curabo) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant Expl.: sed tantum fide iustitiaque conficere. ISOCRATE, Oratio de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 53v-58r) Inc.: Qui vobis regibus Nicodes soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcherrime laboratum aut aliquid huiusmodi aliud elargiri Expl.: sed maiora et digniora efficies. Contiene inoltre: (c. 1br) Indice delle opere; (c. 1bv) bianca, con segnatura della Bibliotheca Cathariniana; (cc. 2br-8br) LEONARDO BRUNI, Isagogicon moralis dipliscinae (inc. prologo: Sicut vivendi, Galeotte, sic etiam bene vivendi; expl. prologo: tu vero siquid inter dicendum ambigis interpella; inc. testo: Prima igitur huius disciplinae consideratio mihi videri; expl. testo: ut boni simus virtutesque exerceamus); (c. 8bv) FRANCESCO FILELFO, Sermone della liberalità (inc.: Non piccholo spavento nel presente di il mie animo; expl.: huomini pernitiosissimi et injustissimi chiamare si debbano); (c. 9br) bianca; (cc. 9bv-10bv) FRANCESCO FILEFO, Sermone della libertà (inc.: Havendo già più et più volte, prestantissimi cittadini; expl.: alla morte chome veri amici seguirla); (cc. 1r-5v) ANONIMO, Philosophorum epistulae (inc.: Yubes uti militia vacem extornsque; expl.: Phormionis et propter ipsum adolescentem vale); (cc. 5v-8v) CASSIO DIONE, Historiae Romanae (= excerptum dal libro XXXVIII), traduzione latina di Giovanni Aurispa (inc.: Quum Cicero in Macedonia exularet ibique; expl: Cicero vero quum hec audivisset quiorem animum accepit, mutila); (cc. 9r- 67 16v) TEOFRASTO, Characteres, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum antea sepe mecum animo; expl.: vota faciat aut supplicet adduci potest), con lettera dedicatoria a Francesco da Padova (inc.: Etsi perindignum esse ducerem; expl.: factum me esse cognoscam); (cc. 16v-21v) LUCIANO, De longaevis, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Somnium est hoc quoddam), con epistola dedicatoria a Gregorio (inc.: Luciani disertissimi viri; expl.: benigne inter tuos adnumeres); (cc. 21v- 23r) LUCIANO, Patriae laudatio, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Patria quidem nichil esse dulcius; expl.: patriae nomen ignavia fortitudinem commutat)105; (c. 23r) PS. ESCHINE, Epistula senatui populoque Atheniensi, traduzione latina attribuita a Leonardo Bruni (inc.: Reminiscor Athenienses Allexandrum; expl.: obsequentes sibi supplicesque invenerit); (c. 23rv) DEMADE, Oratio in senatu Atheniensi, traduzione latina attribuita a Leonardo Bruni (inc.: Admirans vehementer admiror; expl: vacuam facilius diripiat); (cc. 23v-24r) DEMOSTENE, Oratio contra Demadem, traduzione latina attribuita a Leonardo Bruni (inc.: Apud vos verti in questione; expl.: ne similes simus Thebanis); (cc. 24r-25r) DEMOSTENE, Epistula ad Alexandrum, traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Nichil habet rex Allexander vel fortuna; expl.: consequuturus es); (cc. 25r-26r) MATTEO PALMIERI, Oratio in funere Caroli Aretini (inc.: Immortales mortales si foret fas flere; expl.: divinitus coronavit); (cc. 26r-36v) ANONIMO, Scolii all’Ibis di Ovidio (inc.: Tempus in hoc lustris; expl.: liber Ovidii in Ibim finem habet Christo gratias); (cc. 37-40) mancanti; (cc. 41r- 41v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, epistola dedicatoria, acefala per la caduta di alcune carte (inc.: …philosophi nuncupati sunt abiectis divitiis, acefala; expl.: at te quotidie mictendum curabo)106; (cc. 41v- 47v) ISOCRATE, Nicocles, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos; expl.: sed tantum fide justiciaque conficere); (cc. 47v-48v) Lapo da Castiglionchio il Giovane, epistola dedicatoria dell’Ad Demonicum al cardinale Prospero Colonna (inc.: Statueram, humanissime pater, Ysocratis orationem; expl.: hec accepis ut hominem tui studiosissimum diligas); (cc. 48v-53v) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Quum in aliis permultis bonorum; expl.: industria diligentiaque superare); (cc. 53v-58r) ISOCRATE, Ad Nicoclem, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicodes soliti sunt; expl.: sed majora et digniora efficies); (cc. 58r-62v) LODRISIO CRIVELLI, Oratio de ornatissimo triumphalique in urbem Mediolanensem ingressu illustrissimi et excellentissimi Francisci Sfortie (inc.: Non aspernaberis, opinor, pro humanitate tua; expl.: sub hoc duce meruerat, mutila); (c. 69r) ANONIMO, Oratio (inc.: Vero, acefala; expl.: sed ymitatione quadam ac opera declaremus); (cc. 69r-70r) GUARINO VERONESE, Epistula ad Albertum de la Sala (inc.: Luculentam illam Iustiniani nostri; expl.: finem facio vale); (cc. 70v-71v) LEONARDO BRUNI, Epistula ad Marrasium (inc.: Fons quidam si fabulis picturisque; expl.: nec spectantibus corone sed certantibus parantur); (cc. 71v- 76r) PIETRO DONÀ, Oratio in funere Francisci Zabarelle (inc.: Etsi unus ex omnibus maxime sim; expl.: attento ut instituistis animo audiatis); (cc. 76v-79r) POGGIO BRACCIOLINI, Oratio in laudem legum (inc.: Si quis ea esset et dicendi facultate; expl.: nec manu ac viribus sed jure et legibus decertabit); (cc. 79r-84v) POGGIO BRACCIOLINI, Epistula ad Scipionem Mainenti (inc.: Rem sane arduam et imparem; expl.: ut quisque sentiat quod velit); (c. 85r) GUARINO VERONESE, Epistula ad Leonellum Estensem (inc.: Nuntius ecce novus affertur; expl.: pro tua severitate sententiam proferes); (cc. 85r-101v) GUARINO VERONESE, Epistula ad Poggium de preferendo Cesare Scipioni (inc.: Remeante proximis diebus; expl.: docti et diserti scriptoris nomen et preconium consequaris); (cc. 101v-102r) POGGIO BRACCIOLINI, Epistula ad Leonellum Estensem (inc.: Existimo magnum pondus habere; expl.: vale et mei memor esto); (cc. 102r-103r) POGGIO BRACCIOLINI, Epistula ad Franciscum Barbarum (inc.: Licet sciam permultas esse occupationes; expl.: vale et mei ut soles memor); (cc. 103r-122r) ANONIMO, Epistula; (inc.: Nuper cum exercendi ingenii causa; expl.: vale et parce longitudini mee); (c. 122v) bianca; (cc. 123r-140v) PIER PAOLO VERGERIO, De ingenuis moribus ad Ubertinum Carrariensem (inc.: Franciscus senior avus tuus; expl.: nichil tibi nisi te ipsum videri 105 Le traduzioni di Lapo da Castiglionchio delle opere di Luciano non compaiono in nessuno dei cataloghi che descrivono il contenuto del manoscritto. 106 Secondo l’indice, l’epistola doveva originariamente cominciare alla c. 40. 68 defuisse); (cc. 141r-190v) POGGIO BRACCIOLINI, Invectivae in Laurentium Vallam (inc.: Si quid in rebus honestum est, acefalo; expl.: tuus tamen triumphus exilis est nullo ornatu nullo, mutilo). BIBLIOGRAFIA: G. TAMBURINI, Pisa, Biblioteca Cateriniana del Seminario, in G. Mazzatinti, Inventari delle Biblioteche d’Italia, XXIV, Firenze 1916, p. 74; C. VITELLI, Index codicum Latinorum qui Pisis in bybliotheca conventus S. Catherinae et Universitatis adservantur, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1900), pp. 340-347; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), pp. 302-306; O. BANTI - A. PETRUCCI - F. PETRUCCI NARDELLI - A. CALECA, Libraria nostra communis. Manoscritti e incunaboli della Bibliotheca Cathariniana di Pisa, Pisa 1994, p. 42 nr. 27; J. HANKINS, Repertorium Brunianum. A Critical Guide to the Writings of Leonardo Bruni, I. Handlist of Manuscripts, Roma 1997, nr. 2117; A. LA PENNA, Scholia in P. Ovidii Nasonis Ibin, Firenze 1959, pp. XIV-XV; F. P. LUISO, Studi sull’epistolario di Leonardo Bruni, Roma 1980, p. 112; G. CREVATIN, La politica e la retorica. Poggio e la controversia su Cesare Scipione, con una nuova edizione della lettera a Scipione Mainenti, in Poggio Bracciolini 1380-1980 nel VI centenario della nascita, Firenze 1982, p. 301; L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, p. 513. Il manoscritto raccoglie un gran numero di operette copiate, da almeno due mani diverse, in un limitato arco di mesi, che va dal 29 marzo al 15 settembre 1461; molte sono, nel codice, le indicazioni cronologiche circa il lavoro di copiatura: alla c. 1r «Yesus dies XXVIIII martii 1461»; alla c. 25r «Amen 22 aprilis 61»; alla c. 36v «Anno 61 die 29 aprilis Tho. G.S.»; alla c. 69r «Die XVIII mensis et anni superioris»; alla c. 76r «Anno superiori die V° 22 iunii»; alla c. 79r «Die 29 iunii anno 61»; alla c. 122r «Anno 61 a. di. 5 augusti»; alla c. 123r «Lege. Inceptum die 5° augusti»; alla c. 140v «Explevi anno supradictum die 18 augusti»; alla c. 141r «Die 27 augusti 61»; alla c. 154r «Explevi die 5.a septembris 61»; alla c. 175r «Explevi die XII.a septembris anno 61»; alla c. 180r «Explevi die 14° anno et mense superioribus»; alla c. 188v «Explicit die 15.a septembris»; dall’annotazione alla c. 36v si può forse ipotizzare che una delle due mani operanti sul codice vada identificata con un copista Thomas. A questo nucleo originario è stato aggiunto dieci anni dopo, nel dicembre 1471, un quinterno di impostazione analoga e ugualmente di alto livello grafico, incollato al foglio iniziale del manoscritto più antico: alla c. 2br si legge l’indicazione «Finis 1471 21 decembris»; al primo foglio del nuovo fascicolo (c. 1b) è stato incollato, forse contestualmente alla sua aggiunta, un foglio antico, che potrebbe essere stato la guardia del nucleo originario, contenente sul recto l’antico indice delle opere. Alla c. 1bv si trova la dicitura, risalente al XVI sec., «Conventus S. Chaterine de Pisis V p(onat)ur in banco 3° ex parte meridionali»; si può quindi dedurre che il codice composito sia entrato in possesso del convento pisano di Santa Caterina in quel torno di tempo, non molti anni dopo la sua confezione. La Bibliotheca Cathariniana di Pisa, nata nel XIII secolo all’interno del convento domenicano di Santa Caterina d’Alessandria, risentì della crisi che nel XV secolo investì Pisa, 69 perdendo molti dei codici in essa conservati; a partire dal XVI secolo, con la rinascita del convento, anche la biblioteca si arricchì di nuove opere, ed è probabilmente in questo contesto che va collocata l’acquisizione del manoscritto 37. Nel 1784, in seguito alla soppressione leopoldina del convento di Santa Caterina, l’arcivescovo Franceschi ottenne di poter destinare al Seminario diocesano l’edificio del convento con la biblioteca; ad essa quale si aggiunsero i volumi del soppresso convento barnabita di San Frediano ed il patrimonio librario del Seminario diocesano, costituito dalla donazione, nella prima metà del XVIII sec., della biblioteca personale dell’arcivescovo Francesco Frosini. Nel 1870, con la morte dell’arcivescovo cardinale Cosimo Corsi, anche la sua biblioteca entrò a far parte della Cathariniana. Nel corso degli anni successivi, in cui la biblioteca ha svolto un ruolo ordinario all’interno della Scuola di Teologia del Seminario Maggiore, molte altre donazioni si sono aggiunte, dotando la biblioteca di opere contemporanee fino ai nostri giorni. Nel 1986 Benvenuto Matteucci, lasciando la cattedra vescovile, destinò alla biblioteca un ultimo consistente fondo, fra cui vale la pena di segnalare l’intera raccolta degli Acta Synodalia del Concilio Vaticano II. Il nucleo originario del manoscritto si compone principalmente di traduzioni latine umanistiche di opere greche, per lo più di genere oratorio, e di alcune orazioni ed epistole umanistiche. Di Lapo da Castiglionchio il Giovane, il codice contiene sei traduzioni: quella del prologo dei Caratteri di Teofrasto (cc. 9r-23r), quelle di due operette di Luciano (De longaevis, cc. 16v-21v, e Patriae laudatio, cc. 21v-23r) e quelle di tre epistole isocratee: Nicocles (cc. 37v-47v), Ad Demonicum, con una lettera dedicatoria (cc. 47v-53v) e Ad Nicoclem (cc. 53v-58r). Della lettera dedicatoria preposta alla traduzione dell’Ad Demonicum nel manoscritto Cathariniano 37, riguardante in realtà le sole Nicocles e Ad Nicoclem, ha trattato Antonio Carlini (cit., pp. 302-303; alle pp. 303-304 si trova una parziale trascrizione della lettera, c. 41r). L’epistola è acefala a causa della caduta di quattro carte (cc. 37-40), circostanza che ha comportato la perdita del nome del dedicatario. Partendo dalle acquisizioni di Carlini e di Lucia Gualdo Rosa, tramite la collazione testuale della dedicatoria e delle due traduzioni ho potuto ricondurre il testo di Pi alla seconda fase redazionale dell’opera, che è testimoniata soltanto da questo codice; a quell’altezza cronologica, l’epistola dedicatoria doveva presentarsi in una forma intermedia tra la redazione per Giovanni Casanova e quella per Francesco Condulmer, ed anche le due traduzioni presentavano alcune varianti testuali rispetto alla redazione originale. Poiché il codice Pisano, pur essendo stato confezionato più di vent’anni dopo la morte di Lapo, trasmette una redazione precoce dell’opera, nella ricostruzione dello stemma è stato necessario introdurre un manoscritto perduto (che abbiamo chiamato a) tra l’archetipo e Pi. 70 Pi1* Pisa, Biblioteca Universitaria, 529 Membranaceo miscellaneo, della secondà metà del XV sec. (1479-1483); cc. I, 32, (bianca la c. 26v); titoli in capitale, iniziali riccamente decorate. Scrittura umanistica di un’unica mano. Numerazione antica nel margine superiore destro. Tibro della biblioteca universitaria alla c. 2r. Legatura antica, con lo stemma del possessore Vittorio Banti. Alla c. 2r si trovano tre annotazioni apposte in momenti successivi da tre diverse mani, nessuna delle quali è identificabile con quella del copista del testo principale: la prima, databile alla metà del XVI secolo, risulta difficilmente leggibile; la seconda recita «Epistula Andree de Commitibus, sacri hospitii magistri, ad Raimundum ducem Asculi»; la terza, più antica, è la nota di possesso del sacerdote di Piombino Vittorio Banti, preceduta da una croce e dalla sigla «JHS (Jesus hominum salvator) Maria»: « Hic est flaminis liber, domini Victorii Bantii de Plumbino. Qui mihi predabitur istum, numquam videat Christum; qui scrissit (sic) scribat, semper cum Domino vivat; vivat in excelsis, semper cum Domino foelix. Admodum mihi erit gratum, si ita erit. Amen.» Contiene: ISOCRATE, Ad Nicodem regem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 16r-26r) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut aurum mulcherrime (sic) laboratum aut aliquid eiusmodi aliud elargiri Expl.: sed maiora ac digniora efficies. Contiene inoltre: (cc. 3rv) ANDREA DEI CONTI DI SEGNI, Epistola domini Andree de Comitibus sacri hospitii magistri ad illustrissimum ducem Asculi dominum Raimundum de Ursinis (inc.: Ex relatu plurimorum audiens te Raimunde fili magistro obsequi; expl.: vale et Robertum tuum meo nomine salutatum ut reddas oro); (cc. 4r- 15v) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententiis sententias et opiniones inter se differre Demonice licet intueri; expl.: ); (cc. 16r-26r) ISOCRATE, Ad Nicodem regem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut aurum mulcherrime (sic) laboratum aut aliquid eiusmodi aliud elargiri; expl.: sed maiora ac digniora efficies); (cc. 27r-32r) PS. SENECA, Liber de moribus (inc.: Omne peccatum actio est). BIBLIOGRAFIA: C. VITELLI, Index codicum latinorum qui Pisis in bybliothecis conventus S. Catherinae adservantur, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1900), p. 415 n. 3; G. TAMBURINI, Pisa, Biblioteca Cateriniana del Seminario, in A. Corbelli - G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, Firenze 1916, p. 42; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), p. 302 n. 3; L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, pp. 297, 301 n. 7; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London – Leiden 1977, p. 73a. 71 Il manoscritto, contenente due traduzioni latine di Lapo da Castiglionchio il Giovane (Isocrate, Ad Demonicum e Ad Nicoclem) ed il Liber de moribus dello Ps. Seneca, fu allestito su iniziativa del nobile romano Andrea dei Conti di Segni (Andrea Conti, o Andrea de Comitibus),107 il quale lo mandò in dono al figlio Raimondo, del quale si diceva che fosse un alunno solerte (c. 3r «Ex relatu plurimorum audiens te, Raimunde fili, magistro obsequi»); nella lettera dedicatoria (alla c. 3r) si legge infatti «has binas orationes…Isocratis nuper e Graeco in Latinum traductas ad manus reduxi quas illico rescribendas atque ad te mittendas curavi». Da questa notizia si ricava un’importante informazione: l’uso del verbo rescribere fa immaginare che il mittente disponesse di un testimone contenente, tra le altre cose, le due traduzioni di Lapo da Castiglionchio, e che in quest’occasione ne abbia fatto trarre una copia per Raimondo Orsini. Dal momento che Andrea Conti si autoqualifica come Sacri Hospitii magister, per la composizione del codice dobbiamo pensare agli anni del pontificato di Sisto IV (1471-1484), durante il quale egli ricoprì la carica in questione; il fatto che il giovane Raimondo sia definito duca di Ascoli, inoltre, porta a delimitare ulteriormente il dono del manoscritto, collocandolo tra il 1479 ed il 1483. L’epistola prosegue (cfr. Kristeller, cit.) con l’augurio che Raimondo possa leggere le opere con l’aiuto del suo insegnante, con l’indicazione «et illis addidi nonnulla vitae moralia ex Anneo Seneca», e con un saluto rivolto a Roberto, fratello di Raimondo. Il manoscritto rappresenta dunque un documento della fortuna, anche precoce, delle traduzioni di Lapo da Castiglionchio; data la destinazione didattica del codice, e la natura moraleggiante- edificante dei testi che vi si trovano contenuti, si può immaginare che le traduzioni di Lapo fossero ritenute un buono strumento didattico, sia dal punto di vista linguistico che da quello dei contenuti. Il codice appartenne poi al sacerdote Vittorio Banti di Piombino, come si evince dalla nota di possesso alla c. 2r e dallo stemma che compare sulla legatura; il personaggio non è altrimenti identificato. Il testo dell’Ad Nicoclem tramandato dal codice Pi1 fa capo alla quarta ed ultima fase redazionale d’archetipo. 107 Andrea Conti, discendente di una nobile famiglia romana e nato a Roma tra il 1420 ed il 1430, per tutta la vita ebbe con gli Orsini stretti legami politici e familiari: al tempo delle faide dei baroni della Campagna, nel XV secolo, si schierò spesso contro i Colonna, dalla parte degli Orsini, e il 24 febbraio 1478 sposò Paola, figlia di Gentile Orsini, conte di Nola, e di Orsina di Govanni Orsini; la sorella Iacoba sposò invece Orso Orsini. Nel 1451, il giovane Andrea Conti ebbe un ruolo determinante nella cattura e nella condanna dei due cuochi che avevano tentato di avvelenare, su mandato del cardinale Prospero Colonna, alcuni membri della sua famiglia; per questo fu scomunicato, insieme ai suoi congiunti, ma fu poi riabilitato da Niccolò V con la bolla del 6 ottobre 1453. Durante il pontificato di Sisto IV, tra il 1471 ed il 1484, il Conti compare spesso nei documenti in qualità di maestro del Santo Ospizio. Nulla si sa circa la data e le circostanze della sua morte. Da Paola Orsini, Andrea ebbe probabilmente due figli, Raimondo e Roberto; Raimondo, legittimato dal Re di Napoli nel 1480, fu conte di Nola e Atripalda e duca di Ascoli dal 1479 al 1483; nel 1483, in seguito ad un processo in cui venne annullata la paternità sua e del fratello Roberto, egli perse i suoi feudi. Raimondo morì, ancora giovane, nel 1486. Riguardo alla figura di Andrea Conti, cfr. A. A. STRNAD, Andrea Conti, in Dizionario biografico degli Italiani, 28, Roma 1983. 72 R* Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, MS 47 (precedenti segnature: 4 A II 25; C S 31) Membranaceo miscellaneo, del XV sec. (post 1437), confezionato in area bolognese; cc. 204; bianche le cc. 76v, 147v. Sono presenti due diverse cartulazioni, tra esse coincidenti: quella originale, nel margine superiore destro vicino al limite del folio, e quella moderna, più prossima allo specchio di scrittura; sono presenti richiami di fascicolo. Scrittura gotica di diverse mani; titoli in capitale e iniziali in inchiostro rosso. Sono presenti titoletti marginali con funzione riassuntiva apposti dai copisti principali, e notabilia ed evidenziazioni apposte da mani differenti e con diverso inchiostro in scrittura umanistica fortemente corsiva. Contiene: ISOCRATE, Oratio de regno (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 34v-43v), con lettera dedicatoria a Francesco Condulmer (cc. 32v-34v; inc.: ad Clementissimum virum dominum Franciscum Condolmerium apostolice sedis camerarium; expl.: munus tuo nomine lucubratum ad te cotidie mittendum curabo) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant Expl.: fide iustitiaque conficere. ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 44r-51v) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcherrime laboratum Expl.: sed maiora ac preciosiora efficies. Contiene inoltre: (cc. 2r-7r) LUCIANO, De somnio, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane; (cc. 7r-11r) LUCIANO, De fletu (= De luctu), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con epistola dedicatoria delle due traduzioni al papa Eugenio IV (cc. 1r-2r); (cc. 13r-22v) TEOFRASTO, Liber de impressionibus, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria a Francesco Patavinus (cc. 11r-13r); (cc. 23r-32r) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria a Prospero Colonna (cc. 23r-24r, inc.: Statueram, humanissime pater, Isocratis orationem ad Demonicum familiarem suum scriptam ad te mittere); (cc. 34v-43v) ISOCRATE, Oratio de regno (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant; expl.: fide iustitiaque conficere), con lettera dedicatoria a Francesco Condulmer (cc. 32v-34v; inc.: ad Clementissimum virum dominum Franciscum Condolmerium apostolice sedis camerarium; expl.: munus tuo nomine lucubratum ad te cotidie mittendum curabo); (cc. 44r- 51v) ISOCRATE, Oratio ad Nicolem de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcherrime laboratum; expl.: sed maiora ac preciosiora efficies); (cc. 52r-76r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Ad papam Eugenium quid est preferendum discipline an studium scientiarum, con titolo aggiunto da altra mano An disciplina militaris studiis scientiarum preferenda sit (= Comparatio inter rem militarem et studia 73 litterarum), con dedica al papa Eugenio IV; (cc. 77r-82r) LUCIANO, De sacrificiis, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane; (cc- 82v-90v) LUCIANO, De tiranno, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria delle due traduzioni a Leon Battista Alberti (cc. 77r-78r); (cc. 90v-98v) LUCIANO, Demonactis vita, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria ad Aluisius episcopus Trauriensis (cc. 90v-91v); (cc. 99r-104v) PS. PLATONE, Axiochus, traduzione latina di Cencio de’ Rustici, con lettera dedicatoria al cardinale Giordano Orsini (99r-99v); (cc. 104v-112v) ANONIMO, De fide Christicolarum (inc.: Aristippus quom a tyranno rogaretur); (cc. 113r-136r) LUCIANO, De amicitia (= Toxaris), traduzione latina di Giovanni Aurispa, con lettera dedicatoria a Leonello d’Este e Ludovico Gonzaga (113r-113v, inc.: Amicitia exhortanti; expl.: Muisippo datur); (cc. 136r-137v) LUCIANO, De funerali pompa (= Dialogi mortuorum, 20), traduzione latina di Rinuccio Aretino (inc.: Audite quo); (cc. 138r-145v) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Oratio Bononie habita in suo legendi initio; (cc. 145v-147r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Oratio regratiationis (inc.: Xenophon ille Atheniensis Socratis discipulus);108 (cc. 148r-157r) DEMOSTENE, Oratio funebris, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria a Jacobus Racanatensis (148r-149v); (cc. 157r-158v) LUCIANO, De longevis, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, con lettera dedicatoria a Gregorio Correr (157r-158v); (cc. 164v-167r) LUCIANO, Patriae laudatio, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane; (188r-204v) CRISTOFORO BUONDELMONTI, Nomina virorum illustrium (inc.: Incipiunt nomina virorum illustrium libri presbiteri Christofori Bondelmonti de Florencia quem ordinavit et composuit in Rodania civitatem (sic) ad instanciam…Regis Jani Cypri anno domini Mille.mo quadringentesimo vicesimo tercio).109 BIBLIOGRAFIA: A. TAMBELLINI, Rimini. Biblioteca comunale, in G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, II, Forlì 1892, pp. 157-158, n. 154; K. MÜLLNER, Zur humanistischen Übersetzungsliteratur, «Wiener Studien» 24 (1902), pp. 216-230; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), pp. 302, 304 e n. 6; R. WEISS, Cristoforo Buondelmonti, in Dizionario Biografico degli Italiani, 15, Roma 1972; L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, pp. 297, 301 n. 8; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London – Leiden 1977, p. 88a; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, VI, London – Leiden 1992, p. 149a; L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, p. 513. Gran parte del contenuto del manoscritto è rappresentato dalle traduzioni greco-latine di Lapo da Castiglionchio il Giovane (da Luciano, Demostene, Teofrasto ed Isocrate), alle quali si aggiungono alcuni suoi discorsi e la Comparatio, dedicata ad Eugenio IV; tutte le sue traduzioni del ‘trittico isocrateo’ sono presenti: Ad Demonicum, dedicata a Prospero Colonna (cc. 23r-32r), Nicocles (cc. 34v-43v) e Ad Nicoclem (cc. 44r-51v), dedicate a Francesco Condulmer (c. 32v «Ad 108 Il testo è catalogato come anonimo dal Kristeller e negli inventari. 109 Il prete fiorentino Cristoforo Buondelmonti (circa 1385-1430) ebbe vari interessi eruditi, tra i quali quello per le isole dell’arcipelago greco; per questo motivo, nel 1414 intraprese un viaggio a Rodi, e in area egea rimase fino al 1430, avendo la possibilità di fare ricerche geografiche e topografiche e anche di cercare, scoprire ed acquistare alcuni manoscritti greci, alcuni dei quali sicuramente su commissione di Niccolò Niccoli. Durante i suoi viaggi, il Buondelmonti compose molte opere, tra le quali questo elenco di Nomina virorum illustrium, composto su richiesta del re Giano di Cipro e completato a Rodi nel 1423; si tratta di un elenco di personaggi famosi di tutte le epoche, dalla creazione del mondo fino al tardo Trecento, in cui ciascun nome è seguito da un brevissimo cenno biografico, che non occupa mai più di una riga. A proposito di questo personaggio, si veda R. WEISS, Cristoforo Buondelmonti, in Dizionario Biografico degli Italiani, 15, Roma 1972. 74 clementissimum virum d. Franciscum Condolmerium apostolicae sedis camerarium»); nel codice si trovano poi altre tre traduzioni umanistiche, un testo anonimo ed i Nomina virorum illustrium di Cristoforo Buondelmonti. Il dedicatario di due degli opuscoli isocratei, Francesco Condulmer, fu il nipote di Gabriele Condulmer (papa Eugenio IV), nato a Venezia intorno al 1390 e morto a Roma nel 1435. Nel 1431, con l’elezione dello zio al soglio pontificio, il Condulmer ottenne la nomina a cardinale del titolo di San Clemente (nel 1445 passerà a quello di Porto) e camerlengo della Camera Apostolica; forte della sua posizione, il cardinale diede l’avvio, insieme ad Eugenio IV, ad una politica di recupero culturale e di crescita intellettuale incentrata nella Curia romana; essa fu bruscamente interrotta il 29 maggio 1434 dalla rivolta antipapale del popolo romano, favorita e sostenuta dai Colonna e da alcuni settori del concilio di Basilea; il papa Eugenio IV, avvertito in tempo, riuscì a fuggire in Toscana, mentre Francesco Condulmer fu fatto prigioniero, e poi liberato nel 1435.110 Il cardinale compare nella veste di dedicatario di questi stessi opuscoli anche nel manoscritto della British Library, Add. 11760 (B). Lo studio filologico dei testi di Lapo mi ha permesso di ottenere qualche informazione circa la storia del manoscritto: per quanto riguarda Nicocles e Ad Nicoclem, esso testimonia la terza fase redazionale d’archetipo, così come B (discendente da f, l’esemplare consegnato al Condulmer) e i tre codici inglesi (D, L, O) discendenti da h, la copia inviata dall’autore al duca Humfrey di Gloucester. In base agli errori che R condivide con questi tre manoscritti, esso si può collocare nello stesso ramo dal quale derivò h, ma in una posizione superiore. Per quanto riguarda l’epistola dedicatoria a Francesco Condulmer, invece, è verosimile che R l’abbia copiata direttamente da f ; il manoscritto, infatti, circolò nell’area bolognese, e sappiamo che anche R circolò in Romagna e nelle Marche. Il manoscritto Riminese, dunque, fu probabilmente allestito a Bologna. A proposito della sua datazione, un primo terminus post quem è costituito dalla data della prolusione a Bologna di Lapo da Castiglionchio (contenuta alle cc. 138r- 145v), il 1° novembre del 1436; in base alla mia ricostruzione storico-filologica, tuttavia, il termine si può però spostare alla fine del 1437, quando la terza redazione dell’opera era stata completata e il manoscritto di dedica consegnato al Condulmer. 110 A proposito della figura di Francesco Condulmer, si consultino L. PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del medio evo: con l’aiuto dell’Archivio segreto pontificio e di molti altri Archivi, trad. di C. Benetti, Trento 1890-1908 e A. OLIVIERI, Francesco Condulmer, in Dizionario Biografico degli Italiani, 27, Roma 1982. 75 S Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281 (CCLXXV) Cartaceo miscellaneo, del XV sec. (XVI sec. Mazzatinti); mm. 210×140; le cc. non sono numerate; mancano tutte le iniziali. Alla fine del codice, scritta da una mano diversa, annotazione di possesso e indicazione del copista: «Liber hic est Jacobi de Hermis, scriptus manu eius quondam avunculi qui dignitate episcopali fulget». Rilegatura in mezza membrana. Vecchia segnatura XXLXXV. Contiene: ISOCRATE, Oratio de regno (= Nicocles; Mazzatinti legge De rege), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 50r-63r) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant ISOCRATE, Ad Nicodem regem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 63r-71v) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcherrime laboratum aut aliquid huiusmodi elargiri Contiene inoltre: Ps. MESSALLA CORVINO, Ad Octavianum Caesarem Augustum de progenie (= De progenie Augusti Cesaris, inc.: Cum frequenter me digna moneat postulatio tua; expl.: ac immortale decus Caesar Auguste);111 Sentenze di scrittori greci e latini e di padri della Chiesa; (cc. 36v-50r) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententiis sententias et opiniones inter se differre, Demonice, licet intueri); (cc. 50r-63r) ISOCRATE, Oratio de regno (= Nicocles; Mazzatinti legge De rege), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant); (cc. 63r- 71v) ISOCRATE, Ad Nicodem regem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut aurum pulcherrime laboratum aut aliquid huiusmodi elargiri). BIBLIOGRAFIA: V. FEDERICI, I monasteri di Subiaco, II: La biblioteca e l’archivio, Roma 1904, p. 15; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, p. 173b; G. MAZZATINTI, Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, I, Firenze 1916, p. 213; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, VI, London – Leiden 1992, pp. 219b, 220a. Alla fine del codice compare l’indicazione «Liber hic est Jacobi de Hermis, scriptus manu eius quondam avunculi qui dignitate episcopali fulget»; il manoscritto fu dunque posseduto da Jacobus de Hermis e copiato da un suo zio vescovo, personaggi che per il momento non mi è stato possibile 111 L’opera e l’autore non sono identificati nei cataloghi. 76 identificare. Il codice contiene le tre traduzioni isocratee di Lapo da Castiglionchio (Ad Demonicum, Nicocles e Ad Nicoclem) e l’orazione De progenie Augusti Cesaris, attribuita nel rinascimento a Messalla Corvino, ma opera probabilmente di un falsario medievale; essa è trasmessa insieme alle traduzioni di Lapo in altri due testimoni (M e P). V* Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ott. lat. 1971 Cartaceo miscellaneo, confezionato a Venezia tra il 1486 ed il 1487; mm. 137×103; cc. I, 190, VII’ (cc. 1 e I’-VI’ membranacei); specchio di scrittura variabile; bianche le cc. 47r-48v, 68v-70v, 128v-131v, 156v. Numerazione antica nel margine superiore destro; dopo la c. 108 compaiono due carte non numerate, poi la cartulazione riprende con il numero 109. Tra le cc. 147 e 148 una carta risulta tagliata, tuttavia la numerazione ed il testo proseguono senza soluzione di continuità. Fascicolazione: 1-84, 93 , 104, 115, 12-204, 217, 225, 23-246. Scrittura umanistica corsiva di diverse mani; si possono individuare quattro blocchi distinti: cc. 1r-68r, 71v-128r, 132r-156v e 157r-181r. Titoli in rosso, molte iniziali lasciate in bianco. Le cc. 1r-46v (traduzione del De instruendis aciebus di Eliano) contengono molti disegni, che rappresentano schematicamente i tipi di schieramento descritti. Stemma della Biblioteca Apostolica Vaticana alle cc. 1r e 190v. Alla c. Ir, nota di possesso «Ex codicibus Joannis Angelis Ducis ab Altaemps, Heliani Graeci de Instruendis aciebus»; sotto un’altra nota, moderna, recita « In novo indice mss. codicum Othobonianorum, 1971». Legatura moderna in pelle color panna con impressioni dorate sulla costa. Contiene: ISOCRATE, Ad Nicoclem, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, mutila (cc. 125r-128r) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum Expl.: nostros animos prudentia plurimum et eruditione iuvari Contiene inoltre: (cc. 1r-46v) ELIANO, De instruendis aciebus, traduzione latina di Teodoro di Gaza (inc. testo: (s)cientiam grescis acierum instruendarum; expl. testo: hostibus profligationem allatura), con lettera dedicatoria ad Antonio Panormita “Alphonsi regis praeceptor” (1r-5v, inc.: (c)armen illud Homeri praeclari; expl.: quam laboris et opere arbitreris); (cc. 47r-48v) bianche; (cc. 49r-68r) PLUTARCO, De ira, traduzione latina di Bartolomeo Platina (inc.: Prudenter mihi facere videntur o Fundane pictores; expl.: ille quoque cum prius consuetudinem habebam); (cc. 68v-70v) bianche; (cc. 71r-108v) PLUTARCO, Symposium, traduzione latina di Giovanni Aurispa (inc.: Magnam certe o Nicarche obscuritatem et longam ignorantiam; expl.: habuit illud sacrum sapientum convivium); (cc. 109r-124v) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et oppiniones inter se differre Demonice licet intueri; expl.: industria diligentiaque superare); (cc. 125r-128r) ISOCRATE, Ad Nicoclem, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum; expl.: nostros animos prudentia plurimum et eruditione 77 iuvari, mutila);112 (cc. 128v-131v) bianche; (cc. 132r-134r) Lettera dedicatoria dell’opera seguente a Niccolò V (inc.: (s)oleo mecum interdum mirari dum me pontifex stultitiam atque instabilitatem; expl.: valeat tua sanctitas felicissime); (cc. 134v-138r) SIMPLICIO, prefazione all’Encheiridion Epicteti di Arriano, traduzione latina (inc.: De vita quidem Epicteti eiusque morte Arianus scripsit; expl.: istrumenti sunt curam habet etiam aprilis); (cc. 138r-156r) ARRIANO, Enchiridion Epicteti, traduzione latina di Niccolò Perotti (inc.: Eorum que sunt quedam sunt in nobis; expl.: nocere vero mihi minime possunt), con lettera dedicatoria a papa Niccolò V (cc. 132r-134r, inc.: Soleo mecum interdum mirari) e traduzione latina della prefazione di Simplicio (cc. 134r-138r, inc.: De vita quidem Epicteti eiusque morte Arianus scripsit); (c. 156v) bianca; (cc. 157r-159r) Leonardo Bruni, epistola dedicatoria della traduzione seguente a Coluccio Salutati (inc.: ego tibi hunc librum coluti ex media ut aiunt grecia delegi; expl.: queso quanta gravitas sit); (cc. 159r-181r) BASILIO DI CESAREA, De studiis (= Epistula ad adulescentes), traduzione latina di Leonardo Bruni, con prefazione (inc.: (m)ulta sunt filii que hortantur me; expl.: nunc recta consilia asperantes); (cc. 181r-190v) GIOVANNI CRISOSTOMO, Quod nemo laeditur nisi a se ipso, traduzione latina di Ambrogio Traversari (inc.: (s)cio quot crassioribusque et presentis in te; expl.: quod proposuimus quia nullus, mutila).113 BIBLIOGRAFIA: G. RESTA, Antonio Cassarino e le sue traduzioni da Plutarco e Platone, «Italia Medioevale e Umanistica» 2 (1959), pp. 239, 244; L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, p. 297; G. BOTER, The Greek Sources of the Translations by Perotti and Politian of Epictetus’ Encheiridion, «Revue d’histoire des textes» 23 (1993), pp. 160-161 n. 9, pp. 186-187; P. D’ALESSANDRO, L’archetipo dell’Enchiridion Epicteti di Niccolò Perotti, «Rinascimento» s. 2, 35 (1995), pp. 292-317; A. C. DE LA MARE - L. NUVOLONI, Bartolomeo Sanvito. The Life and Work of a Renaissance Scribe, in A. C. De la Mare, The Handwriting of the Italian Humanists, II, Oxford 2009; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, p. 434b; P. O. KRISTELLER, Niccolò Perotti ed i suoi contributi alla storia dell’Umanesimo, «Res publica litterarum. Studies in the Classical Tradition» 4 (1981), pp. 7-25. Il codice è un discendente della quarta ed ultima fase redazionale dell’Ad Nicoclem, ma di questa traduzione presenta un testo fortemente mutilo. Il manoscritto fu confezionato a cavallo degli anni 1486-1487, come attestano le note del copista poste a conclusione di alcune delle opere in esso contenute: alla c. 108v, alla fine del De ira di Plutarco, «Venetiis in Sancto Georgio Magno die ultima novembris 1486»; alla c. 124v, alla fine della traduzione di Lapo dell’Ad Demonicum, «die nona decembris 1486»; nell’explicit dell’Enchiridion, alla c. 156r, «XV aprilis 1487». L’annotazione alla c. 108v ci informa inoltre del fatto che il codice fu copiato a Venezia, nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore; il monastero, situato sull’omonima isola e costruito nel 982 dal monaco benedettino Giovanni Morosini, nel 1433 accolse Cosimo il Vecchio 112 Le traduzioni di Lapo da Castiglionchio il Giovane contenute in questo manoscritto sono prive di titolo, ed esse non compaiono nel censimento dell’ENTG né presentano attribuzioni nell’inventario del Kristeller; sono invece restituite correttamente al loro autore nel censimento – seppur parziale – della Gualdo Rosa. 113 La traduzione non presenta attribuzioni né nel Kristeller (il quale non individua neanche l’autore del testo greco) né negli altri inventari da me consultati; si tratta però della traduzione di Ambrogio Traversari del trattato di Giovanni Crisostomo. 78 de’ Medici, allora esiliato da Firenze, il quale vi fondò una biblioteca; nel 1806 il monastero fu soppresso dalle leggi napoleoniche, e gran parte del suo patrimonio fu venduta o rubata.114 Alla c. 1r del codice, compare la nota di possesso «Ex codicibus Joannis Angelis Ducis ab Altaemps». Giovanni Angelo Altemps, nato a Roma nella seconda metà del XVI secolo e morto il 5 dicembre 1620, fu un erudito e un bibliofilo, e contribuì ad arricchire la biblioteca – già cospicua – del suo avo cardinale Marco Sittico. Il 16 agosto 1611 acquistò, per 13.000 scudi, la biblioteca appartenuta un tempo al cardinale Marcello Cervini (poi papa Marcello II); il Cervini aveva donato la sua collezione al cardinale Sirleto, dal quale era stata arricchita di codici greci; la biblioteca era poi passata al cardinale Ascanio Colonna e, alla morte di quest’ultimo, era stata posta in vendita. L’Altemps aggiunse i volumi acquistati a quelli che già possedeva, disponendoli in un salone del suo palazzo di Roma adibito a biblioteca; i libri della sua collezione erano caratterizzati da una particolare rilegatura in cuoio e legno di cipresso, chiamata appunto “rilegatura altempsiana”. Il duca, tuttavia, fu costretto a cedere un centinaio dei suoi codici più preziosi al papa Paolo V, e, dopo la sua morte, gli eredi vendettero al cardinale Pietro Ottoboni (poi papa Alessandro VIII) altri tra i manoscritti più pregiati. Questi codici vennero infine acquistati da Benedetto XIV per la Biblioteca Vaticana, dove ora fanno parte del fondo Ottoboniano.115 Per quanto riguarda il contenuto, il manoscritto contiene opere – traduzioni umanistiche greco- latine – tutte accomunate dalla tematica precettistica ed etico-morale, tra le quali il De ira ed il Simposio dei sette sapienti plutarchee, l’Enchiridion Epicteti di Arriano, l’Epistula ad adulescentes di Basilio di Cesarea ed il trattato di Giovanni Crisostomo. Molte di esse, inoltre, sono traduzioni di testi greci che già nell’originale erano indirizzate a sovrani, e che appartengono – per le tematiche trattate – al filone de principe: così il De instruendis aciebus di Eliano, trattato di tattica militare destinato all’imperatore Adriano (o Traiano), e le due traduzioni isocratee (Ad Demonicum e Ad Nicoclem) di Lapo da Castiglionchio. V1* Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 3422 Membranaceo, allestito a Firenze tra il 1434 e il 1° marzo 1436; mm. 206×150 (specchio di scrittura mm. 128×73, 20 righe per pagina); cc. II, 36, II’. Numerazione antica nel margine superiore destro; la c. Ir reca, sul margine superiore destro, la numerazione 213. Fascicolazione: 1-44. Scrittura umanistica molto curata, vergata da un’unica mano. Titoli in inchiostro bordeaux, iniziali decorate con motivi floreali in azzurro, oro, 114 Cfr. G. RAVEGNANI, Le biblioteche del monastero di San Giorgio Maggiore, Firenze 1976. 115 Cfr. A. MEROLA, Giovanni Angelo Altemps, in Dizionario Biografico degli Italiani, 2, Roma 1960, pp. 550- 551; D. O. ROSSI, Catalogue des livres et des manuscrits composant la bibliothèque des ducs d’Altemps, Roma 1908. 79 verde e rosso. Per tutta l’estensione del testo sono presenti interventi correttivi apposti dalla mano dello stesso copista, ma alcuni di essi con un inchiostro diverso; compaiono alcune annotazioni marginali con funzione riassuntiva; l’epistola dedicatoria (cc. 1r-4r) presenta alcune rasure sovrascritte. Timbro della Biblioteca Apostolica Vaticana alle cc. 1r, 36v e I’r. Alla c. Iv è presente l’attuale segnatura del manoscritto, con l’indicazione del contenuto ed il nome di chi si occupò di catalogarlo: «Isocrate, l’orationi, tradotto da Lapo Castellini. Fulvio». Legatura originale in pelle, decorata a impressione con cornici a motivi geometrici; sono presenti tre buchi, traccia di antichi fermagli di chiusura. I fogli di guardia recano cinque epigrammi latini in distici elegiaci, vergati da un’unica mano, differente rispetto a quella del testo principale, che il De Nolhac attribuisce al Panormita. Contiene: (cc. 1r-4r) LAPO DA CASTIGLIONCHIO, epistola dedicatoria ad Antonio Panormita (inc.: Ad doctissimum et eloquentissimum virum dominum Antonium Panhormitam poetam clarissimum Lapi Castelliunculi prefatio in Isocratis orationes incipit feliciter; expl.: munus tuo nomine lucubratum ad te cotidie mittendum curabo); (cc. 4v-22r) ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane, (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant; expl.: sed tantum fide iustitiaque conficere); (cc. 22r-36v) ISOCRATE, Oratio ad Nicoclem (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut aes aut autum pulcherrime laboratum; expl.: sed maiora ac preciosiora efficies). BIBLIOGRAFIA: G. BELTRANI, I libri di Fulvio Orsini nella Biblioteca Vaticana, Roma 1886; P. DE NOLHAC, La Bibliothèque de Fulvio Orsini: Contributions a l’histoire des collections d’Italie et a l’étude de la renaissance, Paris 1887, pp. 221 n. 5, 375; F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), pp. 288-290; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), pp. 302- 304, 306; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London – Leiden 1977, p. 319b; L. GUALDO ROSA, La fede nella “Paideia”. Aspetti della fortuna europea di Isocrate nei secoli XV e XVI, Roma 1984, pp. 34, 166; M. BANDINI, Osservazioni sulla storia del testo dei Memorabili di Senofonte in età umanistica, «Studi classici e orientali» 38 (1989), p. 272 n. 9; J. H. BENTLEY, Politica e cultura nella Napoli rinascimentale, Napoli 1995, pp. 106-107 n. 20; L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, pp. 513-514; A. MANFREDI, Le carte di Augusto Campana per il catalogo dei manoscritti latini di Fulvio Orsini (Vat.lat.15321 [1-4]), «Miscellanea Bibliothecae Apostolicae Vaticanae» 19 (2012), pp. 357- 367. Il manoscritto contiene soltanto le due traduzioni Nicocles e Ad Nicoclem di Lapo da Castiglionchio, precedute da un’epistola dedicatoria indirizzata al Panormita; della lettera dedicatoria del cod. Vat. lat. 3422 danno una trascrizione quasi integrale il Luiso (cit., pp. 288-290) e Carlini (cit., pp. 303-304), mentre Gualdo Rosa (1984, pp. 34, 166) riporta l’inzio della traduzione del Nicocles. I primi mesi di vita del codice si possono ricostuire nel dettaglio grazie agli studi di Carlini, che per primo operò un confronto testuale tra il testo della dedicatoria di V1 e quello del codice Pisano (Pi), e Gualdo Rosa, che giunge ad alcune importanti acquisizioni circa la ricostruzione storica degli 80 eventi; rispetto a questi contributi, lo studio della traduzione dell’opera mi ha permesso di fare qualche precisazione e di aggiungere alcuni particolari. Rimandando alle pp. 90 ssgg. del presente lavoro per una trattazione più completa, mi limito qui a riassumere le vicende legate alla confezione di V1. Il manoscritto, che per noi è l’unico a testimoniare la prima fase redazionale delle due traduzioni, fu fatto allestire dall’autore a Firenze, dove egli soggiornava in quegli anni, tra il 1434 ed il 1° marzo 1436, e fu preparato sotto la stretta sorveglianza di Lapo, configurandosi quindi come codice idiografo; l’intento originario era quello di preparare un esemplare di dedica da inviare al cardinale Giovanni Casanova, presso il quale l’umanista prestava servizio a quel tempo e che doveva fargli da tramite con il re Alfonso I d’Aragona. Una lettera di Lapo, riportata dal Luiso che la attribuisce al 1434,116 offre il terminus post quem per la confezione del codice Vaticano: in quell’occasione, infatti, Lapo prometteva al Casanova di inviargli un suo lavoro (opus quoddam lucubratur a nobis quottidie tuo nomine).117 Nella sua veste originaria il codice, che dev’essere stato esemplato a partire dalla copia di lavoro dell’autore (l’archetipo di tutta la nostra tradizione), conteneva, oltre alle due traduzioni, una lettera di dedica indirizzata al cardinale Casanova. Quando il manoscritto era già pronto, però, Lapo fu sorpreso dall’inaspettata ed improvvisa notizia della morte del cardinale. L’umanista allora decise di raggiungere Alfonso d’Aragona sfruttando un altro intermediario; per una felice coincidenza, proprio tra il marzo e l’aprile del 1436 si trovava in visita a Firenze il poeta Antonio Beccadelli Panormita, nelle vesti di ambasciatore di Alfonso.118 Non avendo il tempo per far allestire un altro codice, l’autore decise di riadattare l’epistola dedicatoria concepita per il Casanova al nuovo destinatario, il Panormita; per far questo, egli intervenne sul testo di V1 eradendo le parti del testo non più attuali e riscrivendovi sopra le nuove. Quando il poeta si trovava a Firenze, Lapo dovette consegnargli il codice V1, e insieme ad esso anche una sua traduzione della Fabii Maximi vita di Plutarco,119 perché egli la trasmettesse ad Alfonso.120 Dal Panormita, tuttavia, Lapo non ottenne i servizi sperati, e per questo maturò, nei mesi successivi, 116 F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), pp. 211-212. 117 Si tratta dell’unica lettera di Lapo al Casanova, conservata nell’epistolario ufficiale dell’autore (III, 8); in quell’occasione, il Castiglionchio chiedeva al cardinale di introdurlo presso il papa, promettendogli appunto di dedicargli una versione dal greco che stava preparando e sperava di finire al più presto. 118 L. BAROZZI – R. SABBADINI, Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze 1897, p. 47. 119 Nella lettera prefatoria premessa a tale traduzione, Lapo fa menzione, con note di accorato cordoglio, dell’improvvisa morte del Casanova: qui his diebus subito ereptus mihi suisque omnibus triste desiderium reliquit (cito il testo da Luiso, cit., pp. 266-268). 120 In un’epistola inviata separatamente al Panormita, pubblicata da Luiso, cit., p. 222, Lapo chiede informazioni sull’accoglienza della Vita. 81 l’idea di dedicare nuovamente i suoi opuscoli ad un altro personaggio, il cardinale Francesco Condulmer.121 Già Gualdo Rosa aveva avanzato l’ipotesi che il Vat. lat. 3422 sia precisamente il codice consegnato da Lapo da Castiglionchio al Panormita; la ricostruzione storica e l’analisi filologica del testo avvalorano tale idea. Un altro forte elemento a favore dell’ipotesi è fornito dal fatto che possiamo dire con certezza che il codice V1 sia effettivamente entrato a far parte della biblioteca del Panormita, come sostiene il De Nolhac;122 inoltre, sui fogli di guardia del manoscritto sono presenti cinque epigrammi latini, rimasti inediti fino a questo momento, che lo stesso De Nolhac attribuisce alla mano del Panormita. Alla stessa mano mi sembra si possano attribuire le quattro annotazioni presenti nei margini del testo principale (alle cc. 10v, 22v, 26r e 34v). Il manoscritto entrò successivamente a far parte della collezione privata di Fulvio Orsini, che nel 1602 fu acquisita dalla Biblioteca Vaticana. V2* Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 5138 Membranaceo miscellaneo, del XV sec.; mm. 256×165 (specchio di scrittura mm. 155×83); il testo è disposto su un’unica colonna in 29 righe per pagina; cc. I, 149, I’ (guardie cartacee moderne); bianca la c. 42v. Numerazione antica nel margine superiore destro. I fascicoli risultano indistinguibili a causa della legatura moderna. Il testo è vergato in inchiostro nero da un’unica mano, in una scrittura umanistica marcatamente corsiva, poco curata e con forte inclinazione a destra. Sono presenti alcune correzioni sul testo fatte dalla stessa mano e con lo stesso inchiostro, ed altre probabilmete ascrivibili ad un’altra mano. I margini sono fittamente riempiti da annotazioni, notabilia, evidenziazioni, ghirigori e commenti, apposti da diverse mani, tutte nettamente distinguibili da quella principale per tipo di scrittura (un’umanistica più posata e diritta) e di inchiostro (di colore bordeaux o marrone); alle cc. 44r-89r sono visibili, in inchiostro nero, probabili note di collazione. Iniziali decorate in rosso, blu, verde, oro; titoli ed explicit sono in lettere capitali rosse; il filo delle pagine è dorato. Il timbro della Biblioteca Apostolica Vaticana compare alle cc. 1r e 14v. Alla c. 1r l’iniziale è riccamente miniata, e il testo inquadrato in una cornicetta variopinta a motivi geometrici; nel margine inferiore, un altro motivo decorativo racchiude uno stemma araldico, finora non identificato. Sotto lo stemma è annotata in nero l’attuale segnatura del manoscritto, mentre nel margine superiore destro un’annotazione in inchiostro grigio, probabilmente moderna, descrive il contenuto della prima opera del manoscritto. Legatura moderna in pelle rossa decorata con cornicette dorate. Contiene: ISOCRATE, Oratio de regno (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castigliochio il Giovane (cc. 23r-33v) 121 A proposito della tiepida disposizione del Panormita verso il Castiglionchio, Carlini osserva che la fisionomia ‘riciclata’ della dedica non dovette certo contribuire a rendergli gradito il mittente. 122 P. DE NOLHAC, La Bibliothèque de Fulvio Orsini: Contributions a l’histoire des collections d’Italie et a l’étude de la renaissance, Paris 1887, p. 221. 82 Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant Expl.: fide iustitiaque conficere. ISOCRATE, Ad Nicoclem, traduzione latina di Lapo da Castigliochio il Giovane (cc. 33v-42r) Inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum Expl.: maiora ac digniora efficies. Contiene inoltre: (cc. 1r-13r) MESSALLA, Ad Octavianum Caesarem Augustum de progenie sua et officiis urbis Romae breve compendium (inc.: Quom frequenter me digna moveat postulatio; expl.: vale tui seculi perenne ac immortale decus causar augustae); (cc. 13v-22v) ISOCRATE, Ad Demonicum, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Cum in aliis permultis bonorum atque improborum sententias et opiniones; expl.: industria diligentiaque superare); (cc. 23r-33v) ISOCRATE, Oratio de regno (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castigliochio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant; expl.: fide iustitiaque conficere); (cc. 33v-42r) ISOCRATE, Ad Nicoclem, traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Qui vobis regibus Nicocles soliti sunt vestem aut es aut aurum pulcherrime laboratum; expl.: maiora ac digniora efficies); (c. 42v) bianca; (cc. 43r-44r) Argumentum in orationem Eshinis contra Ctesiphontem (inc.: Collapsa pluribus locis athenarum moenia; expl.: summam oratorum auctoritatem); (cc. 44r-89r) ESCHINE, Oratio contra Ctesiphontem, traduzione latina anonima (inc.: Quanti conatur parentur viri Athenienses; expl.: et omissis iuste pro re publica decernatis); (cc. 89v-90r) Argumentum in orationem Demosthenis pro Ctesiphonte (inc.: Non accusabatur demosthenes ab Eschine; expl.: mulctatus in exilium actus est); (cc. 90r-138v) DEMOSTENE, Oratio pro Ctesiphonte (inc.: Primum quidem viri Athenienses deos atque deas; expl.: et salutem indubiam prestare); (cc. 139r-140v) Epistola dedicatoria dell’opera successiva a Moyses, episcopus Pollensis (inc.: Quotiens humanae vitae conditiones considero; expl.: disciplinati animi argumentum esse merito omnes affirmant); (cc. 140v-149v) MAXIMUS CONFESSOR, Sermo de parsimonia, traduzione latina di Taddeo Quirini (inc.: Humanae conditionis et naturae dignitas facile intelligitur; expl.: sotium comitemque habeatis). BIBLIOGRAFIA: L. GUALDO ROSA, Le traduzioni latine dell’A Nicocle di Isocrate nel Quattrocento, in J. Ijsewijn - E. Kessler, Acta Conventus neolatini Lovaniensis, Leuven-München 1973, p. 297; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, p. 370a. Non sono stata in grado di trovare, per il momento, notizie circa la storia e l’origine del manoscritto, ma l’identificazione del simbolo araldico presente alla c. 1r potrebbe fornire qualche nuovo elemento. Il codice trasmette il testo dell’Ad Nicoclem nella sua ultima forma redazionale. Il ‘trittico isocrateo’ delle traduzioni di Lapo da Castiglionchio il Giovane non presenta attribuzioni nel Kristeller e nel censimento dell’ENTG; la paternità delle opere è invece riconosciuta dalla Gualdo Rosa (cit., p. 297). 83 Pad Padova, Biblioteca del Seminario Vescovile, 165 Cartaceo miscellaneo e composito di due unità codicologiche, del XVI sec. (Kristeller); cc. I, 156, I’ (alcune cc. parzialmente staccate). Legatura moderna. Sul dorso segnatura precedente: M. SS. Diversorum 6° (XVIII sec.). I UNITÀ (cc. 1-148): 18 gennaio 1468 – 11 agosto 1472; mm. 202×147; richiami verticali; note marginali; iniziali filigranate (cc. 1r, 51r); iniziali semplici; titoli in inchiostro rosso. Nota del copista Scipio alla c. 86r: «Scipioni. 1468 XV° kallendas ianuarias»; alla c. 105r: «1469, Scipioni, die X° aprilis»; alla c. 123r: «Plutarcus De liberis educandis feliciter explicit, III° idus augusti 1472». Alla c. 147v indice delle opere (fine XV sec.). II UNITÀ (cc. 149-156): ultimo quarto sel XV sec.; mm. 202×146. Contiene: ISOCRATE, Oratio quales erga regem debeant esse cives (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 40r-50v) Inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam Contiene inoltre: I UNITÀ (cc. 1-148): (cc. 1r-14v) BASILIO DI CESAREA, De legendis gentilium libris (= Epistula ad adulescentes), traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Multa sunt, filii, quae hortantur me ad ea vobis consulenda), con lettera dedicatoria a Coluccio Salutati (inc.: Ego tibi hunc librum, Coluci, ex media ut aiunt); (cc. 15r-23r) LEONARDO BRUNI, Adversus hypocritas libellus (inc.: Ex omni genere hominum quos variis damnabilibusque vitiis); (cc. 23v-35r) ISOCRATE, Sermo de regno (= Ad Nicoclem), traduzione latina di Bernardo Giustiniani (inc.: Consuevere plerique, o Nicocles, aurum caelatum preciosam suppellectilem), con lettera dedicatoria a Ludovico Gonzaga (inc.: Quom Isocratem nuper Ludovice adolescens magnanime legerem); (cc. 35v-39v) LUCIANO, Dialogi mortuorum, XII, traduzione latina di Giovanni Aurispa (inc.: Me, o Libice, preponi decet: melior equidem sum), con lettera dedicatoria a Battista da Capodiferro (inc.: Quom in rebus bellicis semper caeteris vero animi); (cc. 40r-50v) ISOCRATE, Oratio quales erga regem debeant esse cives (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam); (cc. 51r-86r) PIER PAOLO VERGERIO, De ingenuis moribus et liberalibus studiis adolescentiae (inc.: Omnino autem liberalis ingenii primum argumentum est), con lettera dedicatoria ad Ubertino da Carrara (inc.: Franciscus Senior avus tuus cuius ut extant plurimae res); (cc. 86v- 89r) TEOFRASTO, De amicitia, traduzione latina anonima (inc.: Expedit tam probatos amicos amare quam amicos probare); (cc. 89r-105r) SENOFONTE, Hieron, traduzione latina di Leonardo Bruni (inc.: Quom ad Hyeronem tyrannum Simonides poeta aliquando venisset), con lettera dedicatoria a Niccolò Niccoli (inc.: Xenophonitis philosophi quendam libellum quem ego ingenii); (cc. 106r-123r) PS. PLUTARCO, De liberis educandis, traduzione latina di Guarino Veronese (inc.: Quidnam est quod de ingenuorum liberorum educatione dicere), con lettera dedicatoria ad Angelo Corbinello (inc.: Maiores nostros, Angele suavissime, non admirari et maximis); (cc. 124r-129v) MARTINUS BACARENSIS, Formula vitae honestae123 (inc.: Quisquis ergo prudentiam sequi desidera[n]s, tunc), con prologo incompleto (inc.: Quattuor sunt virtutum speties multorum sapientum); (c. 129v) ANONIMO, Exhortatio ad virtutem (inc.: Haec tibi, fili dulcissime, brevi sermone composui ut habeas); (cc. 130r-135r) GIROLAMO, Vita Malchi; (cc. 135v-148r) LEONARDO BRUNI, Isagogicon moralis disciplinae (inc.: Si ut vivendi, Galeote, sic etiam bene vivendi cura nobis). II UNITÀ (cc. 149-156): (cc. 149r-150v) GUILELMUS PAIELLUS, Oratio pro patria ad illustrem Nicolaum 123 Nel manoscritto, l’opera è attribuita a Seneca. 84 Tronum, venetum ducem de origine Venetiarum (inc.: Hoc loco subit mentem, patres optimi, non iniucundam nobis); (c. 152r) GIROLAMO, Epistula ad Paulinum (= excerptum dall’ep. 53); (cc. 153r-156v) FLAVIO FILOSTRATO, Vita Apollonii (= excerptum), traduzione latina di Filippo Beroaldo (inc.: Empedocles, Pythagoras atque Democritus apud magos versati, nullam tum artis), con lettera dedicatoria al conte Battista (inc.: Natura mortalium avida peregrinationis est variorumque populorumque cultus). BIBLIOGRAFIA: A. COI, Index scriptorum eorumdemque operum, quibus constat Biblioteca Seminarii Patavini, Padova, pp. 178-180; C. H. LOHR, Medieval Latin Aristotle Commentaries, «Traditio: Studies in Ancient and Medieval History, Thought, and Religion» 23 (1967), pp. 317-318; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, p. 9b; D. MARSH, Xenophon, in V. Brown - F. E. Cranz - P. O. Kristeller, Catalogus Translationum et Commentariorum: Mediaeval and Renaissance Latin Translations and Commentaries, VII, Washington 1992, p. 152b; A. DONELLO, I manoscritti della Biblioteca del Seminario vescovile di Padova, Firenze 1998, pp. 60-61. Il manoscritto si compone di due unità codicologiche, associate probabilmente nel XVI secolo. Di queste, la seconda è databile all’ultimo quarto del XV secolo, mentre per la prima è possibile avere indicazioni cronologiche più circostanziate, grazie alle numerose sottoscrizioni del copista Scipio, personaggio non meglio identificabile: il codice fu copiato in un arco temporale di qualche anno, all’incirca dal 18 gennaio 1486 all’11 agosto 1472 (c. 86r: «Scipioni. 1468 XV° kallendas ianuarias»; c. 105r: «1469, Scipioni, die X° aprilis»; c. 123r: «Plutarcus De liberis educandis feliciter explicit, III° idus augusti 1472»). Alla fine della prima unità, alla c. 147v, è stato apposto alla fine del XV secolo un indice delle opere. Non compaiono note di possesso. Sul dorso della legatura del manoscritto composito, compare la segnatura precedente, risalente al XVIII secolo: M. SS. Diversorum 6°. Il Seminario di Padova, fondato nel 1670 dal vescovo Gregorio Barbarigo, è stato un importante centro di cultura nel Settecento e nell’Ottocento. Fu lo stesso Barbarigo a dotare il Seminario di una tipografia e di una biblioteca che si accrebbe nei secoli seguenti, grazie a numerosi lasciti e donazioni: nel 1720, la biblioteca acquistò la preziosa collezione del conte Alfonso Alvarotti; in seguito, accolse le donazioni dei vescovi padovani Nicolò Antonio Giustiniani (1772-1796) e Francesco Scipione Dondi dall’Orologio (1807-1819). Il bibliotecario Andrea Coi (1810-1836), in pieno periodo napoleonico approfittò della soppressione dei monasteri per acquistare importanti volumi di storia ecclesiastica, oltre a classici latini, greci e italiani. Tra i lasciti dell’Ottocento, i più importanti sono quelli del francescano Girolamo Zanettini, ultimo inquisitore a Padova, di Girolamo Mantovani, di Giuseppe Furlanetto e dello storico Pietro Balan. Il contenuto della prima unità codicologica, che più ci interessa in questa sede, è costituito principalmente da traduzioni umanistiche greco-latine (tra le quali, oltre la traduzione di Lapo della Nicocles, compare quella di Bernardo Giustiniani dell’Ad Nicoclem), accompagnate da qualche 85 operetta umanistica. Tutti i testi contenuti nel codice sembrano accomunati dalla tematica didattico- morale; all’interno di essa, anche il filone de principe è ben rappresentato, oltre che dalle due traduzioni isocratee, dallo Hieron di Senofonte tradotto dal Bruni e dal XII dei Dialogi mortuorum lucianei, tradotto da Giovanni Aurispa. Riservandomi di procedere, in un’altra sede, ad uno studio più approfondito delle opere con le quali le traduzioni di Lapo da Castiglionchio sono più frequentemente trasmesse, per il momento mi limito a fare qualche osservazione: 1) un gruppo dei testi che si trovano associati in questo manoscritto (in particolare Isocrate, Nicocles, tradotta da Lapo; Ad Nicoclem, tradotta dal Giustiniani; Basilio di Cesarea, Epistula ad adulescentes, tradotta dal Bruni; l’Invectiva adversus hypocritas di Bruni; Senofonte, Hieron, tradotto dal Bruni; Ps. Plutarco, De liberis educandis, tradotto dal Guarini) si ritrova identico nel manoscritto B1 (London, British Museum, Royal 10 B IX); 2) le tre opere del Bruni e le traduzioni isocratee di Lapo da Castiglionchio sono invece associate, oltre che in questo manoscritto e in B1, nel testimone L (London, Lambeth Palace Library, MS 341); 3) si nota che le traduzioni di Lapo risultano frequentemente associate con le traduzioni di Leonardo Bruni di Basilio di Cesarea, Epistula ad adulescentes (in sei testimoni: Pad, L, O, C, V, B1) e di Senofonte, Hieron (ancora in sei testimoni: Pad, L, D, C, B1, Par). P1* Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 304 Cartaceo miscellaneo, della seconda metà del XV sec. (post 1464); mm. 300×220; cc. 77; bianche le cc. 55rv, 69rv e 77rv; lunga lacuna tra le cc. 10v e 11r. Numerazione antica nel margine superiore destro; le carte dopo le cc. 32, 47 e 69 risultano tagliate, ma la cartulazione prosegue senza soluzione di continuità. Scrittura umanistica di diverse mani: cambia a 11r, 21r, 33r, 39r, 56r, 76r. Iniziali in rosso, spesso lasciate in bianco a partire dalla c. 43v; sono presenti annotazioni marginali con carattere riassuntivo e notabilia. Recentemente è stato apposto dello scotch, che talvolta impedisce la lettura, alle cc. 3r, 4r, 5r, 6r, 7r, 8r; Nel manoscritto è conservato un foglio moderno con l’indice delle opere. Legatura moderna in pelle. Contiene: ISOCRATE, Oratio de regno nuper in latinum traducta (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (cc. 64r-68v) Inc.: Non me fugit esse non nullos qui invisam eloquentiam habeant Expl.: fide iustitiaque conficere. Contiene inoltre: 86 (cc. 1r-8v) SENECA, De providentia dei (inc.: Quesisti a me Lucili; expl.: tam cito fit); (cc. 8v-24v) SENECA, De vita beata (inc.: Vivere Gallio beate; expl.: qui laudat navigationem); (cc. 24v-34v) SENECA, De brevitate vitae (inc.: Maior pars mortalium; expl.: et ceteros dicenda sunt, mutila); (cc. 35r-43r) SENECA, De tranquillitate animi (inc.: Inquirenti mihi: expl.: animum labentem); (cc. 43v-47v) SENECA, De clementia (= libro I; inc.: Scribere de clementia Nero; expl.: mansuetudini tue audebit); (cc. 48r-63v) SENECA, Epistolarum moralium ad Lucilium fragmenta (= Epp. 88 acefala, 85, 89, 90 mutila, 97 acefala, 98-101, 102 acefala e mutila; inc.: Sua quid enim oro te liberale; expl.: a bonis redditam iam); (cc. 64r-68v) ISOCRATE, Oratio de regno nuper in latinum traducta (= Nicocles), traduzione latina di Lapo da Castiglionchio il Giovane (inc.: Non me fugit esse non nullos qui invisam eloquentiam habeant; expl.: fide iustitiaque conficere); (cc. 70r-75v) ANTONIO DEGLI AGLI, Epistula in laudem Cosmi Medicis (inc.: Cum frater amantissime consolationem ob recentem viri prestantissimi clarissimique patris tui ac etiam mei Cosmi obitum); (cc. 76r-76v) SENECA, Epistola 107 (inc.: Ubi illa prudentia tua; expl.: vale mi Lucili); (c. 77rv) bianca. BIBLIOGRAFIA: L. DE MARCHI - G. BERTOLANI, Inventario dei manoscritti della R. Biblioteca Universitaria di Pavia, I, Milano 1894, pp. 166-167; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, II, London - Leiden 1977, p. 556b. Il manoscritto contiene prevalentemente opere di Seneca: excerpta da tre dialogi e da alcune epistole a Lucilio, inizio del De clementia; insieme ad esse sono trascritte la traduzione di Lapo da Castiglionchio del Nicocles isocrateo, ed una lettera di Antonio Degli Agli124 sulla morte di Cosimo il Vecchio de’ Medici (1464).125 Monsignor Degli Agli dovette essere strettamente legato a Cosimo, dal momento che nel 1428 fu nominato canonico del titolo dei SS. Cosma e Damiano, istituito dal padre di quest’ultimo, Giovanni di Bicci de’ Medici; l’epistola in questione è una consolatoria rivolta ad uno dei figli di Cosimo il Vecchio, quasi sicuramente Piero o Carlo, dal momento che Giovanni era morto l’anno prima. Il 1º agosto 1464, data della morte di Cosimo, fornisce probabilmente un termine post quem per la redazione del manoscritto. L’analisi filologica del testo del Nicocles ha rivelato che P discende dalla quarta fase redazionale delle traduzioni di Lapo da Castiglionchio, e che il codice è strettamente imparentato con il manoscritto Marciano (M). Il contenuto del codice sembra avere una certa coerenza tematica: le opere di Seneca vertono tutte su esortazioni, di matrice stoica, alla virtù ed alla sapienza; in particolare, l’epistola 99 è una 124 Antonio Agli, o Degli Agli, nacque a Firenze intorno al 1400, e morì nel 1486. Fu dottore in diritto canonico, latinista e grecista; nel 1428 ottenne il canonicato laurenziano del titolo dei SS. Cosma e Damiano, istituito da Giovanni di Bicci de’ Medici, che tuttavia cedette nel 1436, a causa dei troppi incarichi. Durante il suo soggiorno fiorentino, il papa Eugenio IV lo nominò pedagogo del nipote Pietro Barbo, il futuro Paolo II, favorendolo enormemente nella carriera ecclesiastica; divenuto papa, il Barbo lo volle con sé a Roma e lo colmò di onori. Cfr. A. D’ADDARIO, Antonio Agli, in Dizionario Biografico degli Italiani, 1, Roma 1960. 125 Si tratta di Cosimo de’ Medici, figlio di Giovanni di Bicci e Piccarda de’ Bueri, detto Cosimo il Vecchio; nato il 10 aprile 1389 a Firenze e morto a Careggi il 1º agosto 1464, fu un politico e banchiere, ma di fatto signore di Firenze e generoso mecenate per gli esponenti della cultura umanistica, e fu il primo personaggio di rilievo nella famiglia dei Medici. Cosimo il Vecchio festeggiava l’anniversario della propria nascita il 27 settembre, giorno in cui ricorreva la festività dei santi Cosma e Damiano, dai quali egli ed il fratello gemello Damiano avevano preso il nome. Cosimo ebbe tre figli: Piero (1416-1469) e Giovanni (1421-1463) dalla Contessina de’ Bardi e Carlo, figlio naturale avuto da una schiava (1430-1492). Cfr. D. KENT, Cosimo de’ Medici, in Dizionario Biografico degli Italiani, 73, Roma 2009. 87 consolazione rivolta ad un amico dell’autore, il quale ha da poco subito un lutto. Il contesto, dunque, ben si accorda con il tenore dell’epistola consolatoria di Monsignor Degli Agli; anche la traduzione di Lapo da Castiglionchio, però, non pare fuori luogo in un manoscritto dove prevale l’argomento precettistico-morale, e dove inoltre la tematica de principe è presente anche nel De clementia di Seneca e, in qualche misura, nell’epistola su Cosimo de’ Medici. Per la storia recente del manoscritto, cfr. quanto scritto supra a proposito di P (Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 259); P1 è catalogato con il numero 50 nel catalogo dell’Aldini. T Bologna, Biblioteca universitaria, 2948 ( = Misc. Tioli, vol. 28) Miscellanea umanistica composta da 36 volumi, del XVIII sec. Il vol. 28 è un codice cartaceo, cc. 430, IX. Contiene: LAPO DA CASTIGLIONCHIO IL GIOVANE, Praefatio in Isocratis orationes and Antonium Panhormitam (cc. 345-348) BIBLIOGRAFIA: F. CANCELLIERI, Notizie della vita e delle miscellanee di monsignor Pietro Antonio Tioli…con i catalogi delle materie contenute in ciascuno de’ 36 volumi lasciati alla biblioteca del SS. Salvatore de’ canonici lateranensi di Bologna, Pesaro 1826, pp. 131-134; F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), p. 288; G. MAZZATINTI, Inventari dei manoscritti delle biblioteche d’Italia, 23, Firenze 1916, p. 158 nr. 1546; A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), p. 302; P. O. KRISTELLER, Iter Italicum, I, London - Leiden 1977, pp. 19b, 22b; F. MAGNANI, Studi in memoria di Paola Medioli Masotti, Napoli 1995, p. 156; A. BROWN, Bartolomeo Scala: Humanistic and Political Writings, Toronto 1997, p. 20. Il manoscritto 2948 della Biblioteca Universitaria di Bologna è la raccolta di 36 volumi conosciuta come Miscellanea Tioli; ad eccezione dell’ultimo volume, la miscellanea consiste in copie di lettere, documenti ed altri testi brevi, fatte eseguire nel XVIII secolo da monsignor Tioli. Il volume 28 della miscellanea, intitolato De vita et scriptis Antonii Panhormitae, contiene vari scritti, molti dei quali riguardanti il Panormita o a lui indirizzati. Alle cc. 345-348 si trova la lettera dedicatoria delle due traduzioni isocratee di Lapo da Castiglionchio il Giovane, esemplata sul ms. Vat. lat. 3422, probabilmente l’esemplare di dedica donato da Lapo al Panormita nel 1436.126 126 Cfr. Luiso, cit., p. 288 e Carlini, cit., p. 302. 88 3. CLASSIFICAZIONE DEI TESTIMONI MANOSCRITTI Nonostante le traduzioni delle due orazioni Nicocle e A Nicocle siano state concepite dall’autore, fin dal principio, come due opuscoli destinati a circolare in coppia, sarebbe un’imprudenza considerarle come un’opera unitaria al momento della valutazione degli errori e della ricostruzione dello stemma codicum della tradizione manoscritta. Sappiamo, infatti, come a quell’altezza cronologica l’impianto di un’opera, anche se stabilito dallo stesso autore, non fosse destinato a rimanere immutabile, ma al contrario fossero all’ordine del giorno scomposizioni e ricomposizioni, motivate di volta in volta dalla volontà di venire incontro all’esigenza del momento, al destinatario del momento o alla coerenza di una miscellanea tematica. Nel nostro caso non possiamo neanche dare per scontato, a priori, che un testimone che tramanda entrambi gli opuscoli si sia basato per essi sullo stesso antigrafo. A queste bisogna aggiungere un’altra cautela, e tener sempre presente che esiste la possibilità concreta di contaminazioni anche pesanti tra i testimoni durante le fasi di copia e di collazione; infine, un ulteriore elemento di fluidità è costituito dall’epistola prefatoria premessa alle traduzioni, per sua natura soggetta a modificazioni diacroniche e potenzialmente candidata ad essere trasmessa come opera autonoma. Tenendo conto di queste considerazioni, dunque, si procederà alla ricostruzione stemmatica di ognuno dei tre testi (dedicatoria, Nicocle, A Nicocle) singolarmente; tuttavia sarà utile e necessario, alla fine, sottoporre i singoli stemmi alla prova del confronto, chiedendosi se essi siano sovrapponibili e formino un quadro coerente e cercando così di far luce sulla tradizione manoscritta dei testi. L’epoca umanistica vede gli autori, non di rado, farsi anche editori delle proprie opere, e intervenire su di esse, spesso in fasi distinte e successive, rielaborando il testo e inserendo quelle che si definiscono varianti redazionali o autoriali. Casi di questo genere sono frequentissimi. Le modifiche stilistiche sono spesso motivate e incoraggiate dalle circostanze storiche e politiche e dai rapporti personali dell’autore, che talvolta lo costringono a successive ridedicazioni della propria opera. Colgono bene la complessità di tale situazione, credo, le parole di Alessandro Perosa:127 È ovvio che testi simili, riproducendosi sotto gli occhi dell’autore stesso, mutino spesso fisionomia e accolgano qua e là, via via, nuove varianti: l’autore sostituisce e modifica trasformando talvolta completamente il suo scritto, spesso per ragioni esterne o di opportunità. Egli cura più edizioni della sua opera, talvolta corregge errori sfuggitigli nella prima edizione, adatta poesie antiche a casi nuovi, dedica a nuovi principi poemi che una volta aveva rivolto a signori ormai tramontati, rifà (questo è importante!) il proprio autografo correggendo in margine o tra le linee o per rasura il testo 127 A. PEROSA, Critica congetturale e testi umanistici, «Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa» 9 (1940), pp. 120-134: 124. 89 antico oppure addirittura rifacendolo del tutto, cioè copiando da cima a fondo il vecchio testo e inserendo le modificazioni apportate. E allora si tratterà di far correggere o ritirare le copie già in commercio: e molte vengono corrette (generalmente in rasura) per collazione, se si tratta di piccola correzione, altre rimangono così come erano state edite primariamente; il nuovo autografo intanto prolifica, forma una nuova famiglia; e spesso nuove varianti s’inseriscono e nuove correzioni si aggiungono. Ogni testo ha una sua storia che si può seguire talvolta nei più minuti particolari; ogni testo presenta intrecci, combinazioni, casi del tutto nuovi. È evidente che qui la parola archetipo ha un’accezione del tutto speciale e contraddistingue generalmente soltanto il capostipite di una parte limitatissima della tradizione manoscritta. Il vero archetipo è l’autografo: ed è spesso un archetipo in movimento che si va trasformando e modificando nel tempo [...] Le riflessioni di Perosa si adattano particolarmente bene al caso del quale qui ci occupiamo: la presenza di doppie – o triple – dediche deve far sospettare al filologo la presenza di varianti redazionali, la cui direzione dev’essere stabilita non soltanto in base alle considerazioni testuali, pur sempre imprescindibili, ma anche tenendo conto delle vicende storiche dei singoli testimoni manoscritti e del contesto storico, politico e umano in cui si muove l’autore; solo così la variantistica d’autore potrà essere valutata con la dovuta attenzione, e si potrà giungere a una corretta ricostruzione stemmatica. Casanova, Panormita, Condulmer: i tre dedicatari delle traduzioni Già a questo punto è indispensabile riassumere lo status quaestionis per quanto riguarda la ricostruzione, basata su dati sia testuali sia storici, delle varie fasi redazionali che si possono individuare per l’epistola dedicatoria che è premessa, in alcuni testimoni manoscritti, agli opuscoli di Lapo. Le acquisizioni in questo si devono a due articoli: quello di Antonio Carlini, che per primo ha portato l’attenzione sul problema, e quello di Lucia Gualdo Rosa. Antonio Carlini, in un suo articolo giovanile,128 comincia con il proporre un puntuale confronto testuale tra quel che resta dell’epistola nel codice Pisano (Cath. 37, Pi in questo studio), nel quale, a causa della caduta delle prime carte, risulta priva del nome del destinatario, e il testo del codice Vat. Lat. 3422 (V1 in questo studio), indirizzato ad Antonio Beccadelli Panormita.129 La rilevanza e la natura delle varianti testuali che emergono dal confronto porta Carlini ad escludere l’identificazione dell’ignoto destinatario di Pi con il Panormita: il destinatario del codice Pisano, infatti, è senza dubbio un esponente della corte pontificia, e non un uomo di lettere. Bisogna dunque concludere che ci si trova di fronte a due successive redazioni dell’epistola dedicatoria. 128 A. CARLINI, Appunti sulle traduzioni latine di Isocrate di Lapo da Castiglionchio, «Studi classici e orientali» 19-20 (1970-71), pp. 302-309. 129 Di questo offre una trascrizione quasi integrale il Luiso: F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), pp. 205-299: 288-290. 90 Il destinatario del codice Pi, d’altronde, sembrerebbe potersi facilmente identificare con quello dei codici R (Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, SC-MS 47) e B (London, British Library, Add. 11760), ovvero Francesco Condulmer, camerlengo della sede apostolica e nipote di Gabriele Condulmer, papa Eugenio IV. Sebbene in età umanistica gli esempi di opere con doppie dediche siano, come abbiamo visto, tutt’altro che infrequenti, in questo caso le varianti delle due redazioni sono talmente importanti che è necessario prendere in considerazione anche le informazioni di cui disponiamo circa la vita pubblica e le relazioni di Lapo da Castiglionchio, affidandosi a dati esterni al testo: sulla base delle singole varianti redazionali, infatti, risulta molto difficile decidere la priorità dell’una o dell’altra versione, e una loro analisi stilistica sembra portare a ritenere originaria ora l’una, ora l’altra redazione della dedicatoria.130 Carlini conclude il ragionamento assegnando la priorità cronologica alla dedica per il Panormita: come già notava il Luiso, infatti, una lettera di Lapo al poeta datata 30 maggio 1436131 contiene il riferimento ai due opuscoli di Isocrate dedicati da Lapo al Panormita: interessato a conoscere come Alfonso d’Aragona avesse accolto la traduzione della Vita plutarchea di Fabio Massimo che egli gli aveva inviato, l’autore conclude infatti scrivendo si me aliqua ex parte tuis scriptis commendari intelligam; praesertim cum ego id prior, etsi non pari laude libenti tamen animo, in te facere sim conatus. D’altra parte, da una lettera datata al maggio 1437 e spedita da Bologna, 132 in cui Lapo ringrazia Leonardo Bruni per aver scritto per lui espressioni di elogio e raccomandazione al cardinale Francesco Condulmer, siamo informati che solo successivamente Lapo entrò in rapporto con il cardinale, che infatti gli fu presentato nel maggio 1437. Il motivo della nuova dedica dell’opera, inoltre, è rintracciabile in una concreta circostanza storica: non sembra, infatti, che il Panormita abbia mai risposto alle sollecitazioni di Lapo. 133 Per questo motivo, il 16 giugno 1436 Lapo si rivolse per lettera all’amico Angelo da Recanati, informandosi ancora una volta sull’accoglienza riservata da Alfonso al suo omaggio letterario. I contatti di Lapo con il Panormita, del resto, dovettero interrompersi nel 1437, quando Eugenio IV inviò a Napoli Giovanni Vitelleschi a capo delle truppe papali, a sostegno degli Angioini contro Alfonso 130 Si veda oltre per una rassegna puntuale delle varianti. Carlini osserva che l’apostrofe humanissime poeta ha l’aria di un adattamento forzato di humanissime pater, apostrofe con la quale Lapo si rivolge abitualmente ai prelati (si cfr. per esempio l’apertura dell’epistola dedicatoria dell’Ad Demonicum al cardinale Prospero Colonna e quella del De morte Macabaeorum al cardinale Giovanni de Rochetaillé, riportate rispettabilmente alle pp. 290 e 292 in Luiso, cit. D’altro canto la dedica al Panormita, più breve, contiene alcune formule apparentemente più generiche e convenzionali; tuttavia l’accenno alla situazione presente in collegamento al contenuto delle due orazioni isocratee (in altera administrandi regni, in altera colendi regis...quod utrumque tibi munus apud tuum regem obeundum foret) sembra adattarsi meglio a quest’ultimo, a quel tempo legato di Alfonso d’Aragona, che al cardinale Condulmer. 131 Il testo è trascritto in Luiso, cit., p. 222. 132 Segnalata da Luiso, cit., n. 249 n. 1 e contenuta nel Laur. 90 sup., c. 14. 133 Quest’ipotesi è avvalorata dal fatto che egli non compare tra i mittenti nell’elenco di lettere edite e inedite di altri umanisti a Lapo, offerto dal Luiso, cit., alle pp. 207 ssgg. e 259. 91 d’Aragona.134 Al contrario, i rapporti tra Lapo e il Condulmer proseguirono fino al 1438, anno di morte dell’umanista, il quale proprio in quell’anno dedicò al suo protettore il trattato De curiae commodis.135 Per tentare di ricostruire e datare le vicende legate alle due traduzioni resta da considerare, a questo punto, un elemento certo non irrilevante: come già notava Carlini nel suo articolo, e come l’esame autoptico del codice Vat. Lat. 3422 mi ha confermato, tutti i punti in cui il testo del manoscritto si differenzia da quello del codice Pisano – o, almeno, tutti quelli nei quali le varianti sono in qualche modo legate al cambio di destinatario – risultano riscritti su rasura; il calcolo degli spazi occupati dalle lettere, anche se non sempre può essere condotto in maniera precisa, rivela che il testo originario è in tutti i casi compatibile con il testo di Pi, confermando che quello doveva essere anche il testo di V1 ante rasuram.136 Queste osservazioni portavano Carlini a concludere che l’originario destinatario delle traduzioni di Lapo non fosse il Panormita, bensì “un personaggio della corte pontificia, probabilmente un cardinale, diverso però secondo ogni apparenza da Francesco Condulmer”.137 A questo punto è facile credere all’ipotesi di ricostruzione cronologica avanzata da Carlini, e cioè che Lapo abbia approfittato dell’arrivo a Firenze del Panormita, nel marzo del 1436, per fargli omaggio dei due opuscoli che aveva già tradotto, dopo aver opportunamente inserito nell’epistola dedicatoria, eradendo il testo precedente, le modifiche rese necessarie dal cambio di destinatario. Il codice in effetti entrò a far parte della biblioteca del Panormita, come ricostruisce nel suo catalogo De Nolhac, il quale inoltre attribuisce alla mano del Panormita i cinque epigrammi latini presenti sui fogli di guardia del manoscritto.138 Carlini osserva che la stessa fisionomia del codice basterebbe a render ragione del freddo silenzio del poeta nei confronti di Lapo, dal momento che “l’elogio del Panormita è materialmente costruito su una damnatio memoriae”.139 134 Cfr. L. PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del medio evo, I, trad. di C. Benetti, Trento 1890-1908, p. 303. 135 Il testo del trattato è edito in E. GARIN (a cura di), Prosatori latini del quattrocento, Milano-Napoli 1952, pp. 170 ssgg. e C. S. CELENZA, Renaissance Humanism and the Papal Curia. Lapo da Castiglionchio the Younger’s De curiae commodis, Ann Arbor 1999. 136 Da questo momento, per comodità, userò le sigle V1 ac (ante correctionem) e V1 pc (post correctionem) per designare le due fasi diacroniche del testo del codice Vat. Lat. 3422, che includono questi interventi su rasura ed alcune correzioni apportate nei margini o tra le righe del manoscritto. 137 A. Carlini, cit., p. 306. Come nota Carlini, in linea teorica non si può escludere che Lapo abbia originariamente dedicato l’opera a Francesco Condulmer, l’abbia poi tempestivamente ridestinata al Panormita e infine l’abbia inviata nella sua forma definitiva al Condulmer. Si vedano però oltre le mie obiezioni, e quelle dello stesso Carlini, a una simile ricostruzione. 138 P. DE NOLHAC, La Bibliothèque de Fulvio Orsini: Contributions a l’histoire des collections d’Italie et a l’étude de la renaissance, Paris 1887, p. 221. 139 A. Carlini, cit., p. 307 n. 22. 92 In un suo articolo del 2008,140 Lucia Gualdo Rosa aggiunge il tassello mancante all’accurato quadro delle tre fasi redazionali dell’epistola dedicatoria già delineato da Carlini, identificando il prelato destinatario della prima fase redazionale (testimoniata, secondo i due studiosi, dal codice Pi) con il cardinale Giovanni Casanova, e chiarendo ulteriormente le circostanze improvvise che portarono Lapo a ridedicare i suoi opuscoli al Panormita. Il ragionamento di Gualdo Rosa prende avvio dalla ricostruzione dei rapporti di Lapo con i suoi protettori negli anni immediatamente precedenti alla stesura delle due traduzioni; sarà forse utile riproporlo qui brevemente. Nel dicembre del 1434 Francesco Filelfo, maestro di Lapo, lascia Firenze per trasferirsi a Siena, nel cui studium ricopre la cattedra di retorica.141 Per i primi mesi del 1435 Lapo segue il maestro a Siena, dove stringe amicizia con altri allievi del Filelfo; tramite uno di essi, Gaspare da Recanati, è introdotto ad Angelo da Recanati, il quale allora si trovava a Firenze in qualità di segretario del ricco e potente cardinale Giovanni Casanova d’Aragona.142 Grazie alla raccomandazione di Angelo da Recanati, nell’estate 1435 Lapo entra al servizio del cardinale, per il conto del quale scrive alcune lettere indirizzate alle più importanti figure religiose e politiche dell’epoca. La morte improvvisa del Casanova, il 1 marzo 1436, costringe l’umanista a cercare la protezione di un altro cardinale, Prospero Colonna (al quale dedicherà la traduzione dell’Ad Demonicum pseudo-isocratea); il 18 aprile dello stesso anno, tuttavia, il cardinale Colonna si sposta a Bologna, lasciando Lapo a Firenze, ormai privo di amici e protettori.143 Da questo momento fino alla sua morte, avvenuta nel 1438, Lapo da Castiglionchio tenterà ripetutamente di accreditarsi presso l’uno o l’altro protettore, vedendo però i suoi sforzi sempre frustrati. Traccia di questa ricerca frenetica di protezione è costituita da alcune lettere dell’umanista, e soprattutto dalle numerose lettere di dedica premesse alle sue traduzioni dal greco, prodotte in abbondanza tra il 1435 e la sua morte. Tenendo conto di tali vicende storiche, ci sono due ragioni che portano la Gualdo Rosa ad identificare con certezza il primitivo destinatario di Nicocle e A Nicocle con il cardinale Giovanni Casanova: 140 L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, in A. Mazzon, Scritti per Isa: raccolta di studi offerti a Isa Lori Sanfilippo, Roma 2008, pp. 505-522: 510-514. 141 Cfr. P. VITI, Filelfo Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, XLVII, Roma 1997, pp. 617-626. 142 Casanova fu designato cardinale del titolo di San Sisto da Martino V l’8 novembre 1430, e morì il 1 marzo 1436; fu il confessore di Alfonso il Magnanimo; cfr. C. EUBEL, Hierarchia Catholica Medii Aevi, II, Monasterii 1914, p. 7 n. 1. 143 La disperazione dell’intellettuale in quel frangente appare evidente nella lettera che egli inviò il 4 maggio 1436 al protonotario apostolico Gregorio Correr; la lettera di Lapo e la risposta del Correr si leggono in A. ONORATO (a cura di), Gregorio Correr, Opere, Messina 1994, II, pp. 454-457 e 457-458. 93 1) Nella dedica a Francesco Condulmer, testimoniata dai codici B e R, compare una frase che difficilmente può esser stata concepita in origine per il Condulmer, il quale si mostrò sempre sordo e insensibile alle richieste di Lapo, mentre si adatta molto meglio al benevolo e generoso Casanova: Ego, pro tua summa humanitate ac facilitate, quibus vix visus, nedum satis cognitus, apud summum pontificem adiutus et commendatus sum; 2) La frase citata, inoltre, fa riferimento ad un fatto storico preciso, documentato dall’unica lettera conservata di Lapo da Castiglionchio al Casanova:144 in quella circostanza, l’umanista chiede al suo protettore di essere raccomandato presso il papa, promettendogli come contraccambio l’omaggio di una versione dal greco che sta preparando e che spera di finire al più presto. A questo dato si può aggiungere un’osservazione, di per sé non decisiva, che però acquista una certa rilevanza se sommata agli altri indizi che portano alla figura del Casanova: la formula che Lapo adotta in questo caso per alludere ai lavori di traduzione che sta preparando per il suo benefattore (opus quoddam lucubratur a nobis cottidie tuo nomine) è ripresa, quasi verbalmente, nella chiusa dell’epistola dedicatoria nella versione testimoniata dai codici Pi, B e R, in cui l’umanista promette l’invio di altre traduzioni in cambio del beneficio richiesto: Ego si hec non ingrata tibi fuisse cognovero maiorum aliquod vigiliarum munus tuo nomine lucubratum ad te quotidie mittendum curabo. Evidentemente il lavoro di traduzione e la composizione della lettera dedicatoria richiesero vari mesi, perciò Lapo poté disporre dell’esemplare di dedica soltanto al momento della morte improvvisa del cardinale; a questo punto il Castiglionchio, che al Casanova voleva chiedere di essere introdotto nella corte di Alfonso d’Aragona, pensò di modificare la dedica per indirizzarla al Panormita, il quale doveva appunto fargli da tramite presso il re. Il codice V1, secondo la convincente proposta della Gualdo Rosa,145 sarebbe proprio l’esemplare di dedica, concepito per il Casanova, reindirizzato al Panormita e a lui effettivamente consegnato da Lapo tra il marzo e l’aprile 1436, quando il poeta venne a Firenze come ambasciatore di Alfonso d’Aragona.146 Oltre alle circostanze storiche, come l’improvvisa morte del cardinale Casanova e l’immediatamente successiva venuta a Firenze del Panormita, depongono a favore dell’identificazione due fattori: 144 Luiso, cit., pp. 211-212. 145 L. Gualdo Rosa, cit., p. 513 n. 32. 146 Nella stessa occasione Lapo dovette consegnare al Panormita la sua traduzione della Vita di Fabio Massimo per Alfonso d’Aragona, nella cui lettera prefatoria l’umanista accenna alla morte del Casanova con toni di cordoglio: qui his diebus subito ereptus mihi suisque omnibus triste desiderium reliquit (Luiso, cit., pp. 266-268). 94 1) La fisionomia stessa del Vat. Lat. 3422 fa pensare che esso sia stato concepito come esemplare di dedica: infatti il manoscritto, membranaceo e di fattura molto curata, contiene soltanto la lettera dedicatoria e le traduzioni di Nicocle e A Nicocle. Inoltre, il codice è oggetto di diversi interventi di modifica e riscrittura, tutti sicuramente sorvegliati dall’autore; per quanto non si possa provare con certezza l’autografia del codice (si veda oltre per una discussione più accurata del problema), date la tipologia e la natura degli interventi, sul suo carattere idiografo non c’è alcuna possibilità di dubbio; 2) Il codice entrò effettivamente in possesso del Panormita: esso faceva infatti parte della sua biblioteca147 e, soprattutto, sui suoi fogli di guardia sono presenti alcuni epigrammi latini che il De Nolhac attribuisce alla mano del Panormita.148 Circa l’inopportunità di identificare con Francesco Condulmer anche il primo destinatario della dedicatoria aveva peraltro addotto convincenti argomenti già Carlini:149 anche tralasciando l’incoerenza che questo creerebbe con i dati cronologici, infatti, sarebbe molto difficile pensare che la frase qui cum a primis temporibus aetatis hiis te ingenuis studiis dedidisses, presente nella dedicatoria come testimoniata dai codici Pi, B ed R, sia stata originariamente concepita per il Condulmer: sappiamo infatti che Eugenio IV, dopo aver nominato cardinale il nipote nel 1435, lo affidò alle cure di un maestro ad instruendum eum in grammaticalibus, dal momento che nesciebat loqui latinum.150 Mentre quest’espressione risulterebbe meno sorprendente in una dedica riadattata, se associata fin dall’inizio alla figura del Condulmer parrebbe un elogio alquanto esagerato, pur con tutte le concessioni che si possono fare alle esigenze della retorica encomiastica. I paragrafi che seguono, avvalendosi dei dati storici e di alcune osservazioni di carattere critico e testuale, hanno lo scopo di approfondire, precisare, definire e sistematizzare la trafila redazionale fin qui delineata. Per una migliore comprensione del ragionamento ne anticipo qui, in forma schematizzata, i risultati: Prima redazione Seconda redazione Terza redazione Destinatario Giovanni Casanova Antonio Panormita Francesco Condulmer 1434 – 1 marzo 1 marzo 1436 – aprile maggio 1437 – dicembre Datazione 1436 1436 1437 Manoscritti V1 ac V1 pc B, R 147 Cfr. il catalogo di De Nolhac, cit., p. 221. 148 Si veda l’Appendice a questo studio per la loro trascrizione. 149 A. Carlini, cit., pp. 306-307, n. 20. 150 Cfr. G. MERCATI, Ultimi contributi alla storia degli umanisti, Città del Vaticano 1969, p. 113 n. 2. 95 3. 1. RICOSTRUZIONE DEI RAPPORTI STEMMATICI TRA I TESTIMONI DELLA DEDICATORIA 3. 1. 1. ESISTE UN ARCHETIPO? Prima di affrontare la ricostruzione stemmatica della tradizione manoscritta, bisogna chiedersi se in tale tradizione siamo autorizzati a postulare un archetipo. Per dimostrarne l’esistenza, bisognerebbe individuare almeno un errore sicuramente d’archetipo, cioè che sia condiviso da tutti i testimoni, e dunque emendabile dall’editore soltanto tramite congettura. Tale circostanza, tuttavia, non si verifica nel nostro caso, in quanto, nonostante siano presenti alcuni errori condivisi da quasi tutti i testimoni, e dunque potenzialmente risalenti all’archetipo, c’è sempre almeno un manoscritto che tramanda la lezione corretta, e, seppure esista la possibilità che questo abbia corretto il testo ope ingenii, non possiamo escludere che invece esso sia l’unico testimone a conservare la lezione (corretta) dell’archetipo. Inoltre, la natura di questi errori è facilmente poligenetica, e anche la genesi paleografica dell’errore sarebbe molto semplice. Riporto di seguito tutti i cinque casi: Ad Nic. 7 in poematibus] Pi c : in poematis V1 R V B i Ad Nic. 29 Numquam temere nec sine ratione in colloquium venias, sed assuefacias te ipsum his sermonibus delectari ex quibus ipse utilitatem percipias et melior appareas] Pi1 i : et deff. V1 Pi e R V2 D B Ad Nic. 37 Sermones tuos de honestis et liberalibus studiis instituas, ut assuefacias te (te add. supra lineam) eandem et sentire et loqui] V1 : ut assuefacias Pi B c : ut assuefias g Ad Nic. 39 poematibus atque historiis] c : poematis V1 Pi g B Nic. 13 Deinde a me hoc regnum non iniuria neque alienum, sed ob patrem maioresque meos et ob me ipsum iuste pieque obtineri] Pi : continere B : obtinere cett. C’è, invece, un caso in cui una lezione senz’altro errata si presenta in modo concorde in tutta la tradizione: si tratta di Nic. 20: Accedit etiam ut cives sibi ipsi plerumque infensi inimicique sint, cupiantque et quibus ipsi in magistratu et qui sibi successuri sunt quam male et flagitiose rem publicam gerere, ut ipsi maximam gloriam consequantur (cfr. il testo greco; ἔτι δ᾽ οἱ μὲν δυσμενῶς ἔχουσι, καὶ βούλοιντ᾽ ἂν καὶ τοὺς πρὸ αὑτῶν ἄρχοντας καὶ τοὺς ἐφ᾽ αὑτοῖς ὡς κάκιστα διοικῆσαι τὴν πόλιν, ἵν᾽ ὡς μεγίστην δόξαν αὐτοὶ λάβωσιν). L’espressione quam male è scorretta, mentre il buon uso della lingua latina richiederebbe quam pessime; non si può dire che Lapo ignorasse la costruzione corretta, in quanto in tutti gli altri casi nei quali nel testo greco compaiono avverbi superlativi di questo genere essi sono resi regolarmente con quam ed il grado superlativo dell’avverbio (Ad Nic. 3 quam optimos (βελτίους); 14 quam celerrime (τάχιστ᾽); 17 quam celerrime (ὡς οἷόν τε ταχίστας); 20 quam optimum et iustissimum (ὡς βέλτιστον καὶ δικαιότατον); Nic. 37 96 quam longissime (ὡς πορρωτάτω)). Data la distanza paleografica che intercorre tra male e pessime, tuttavia, dobbiamo concludere che ci troviamo di fronte non ad un errore d’archetipo, bensì ad una probabile svista dell’autore. Questi dati filologici, da soli, sono insufficienti per postulare con certezza la presenza di un archetipo nella tradizione. Tuttavia, alcune considerazioni di opportunità e buon senso, supportate dalle vicende storiche che abbiamo ricostruito, rendono quanto meno probabile l’ipotesi che un archetipo sia esistito. Bisogna prima di tutto escludere una possibilità, quella cioè che sia il manoscritto V1, che abbiamo classificato come sicuramente idiografo dell’autore, l’archetipo dell’intera tradizione: gli studi di ricostruzione storica, infatti, uniti al forte indizio della presenza di alcuni epigrammi vergati dalla mano del Panormita sui fogli di guardia del codice, rendono pressoché certo il fatto che il codice sia stato consegnato nelle mani del suo definitivo dedicatario tra il marzo e l’aprile del 1436, ovvero in una fase precoce della trafila redazionale subita dalle due traduzioni. Lo studio filologico della tradizione, inoltre, ha portato alla luce una serie di casi – dei quali si tratterà nei prossimi paragrafi – che fanno ritenere assai probabile che l’archetipo dell’intera tradizione vada identificato con un preciso supporto materiale, la copia di lavoro dell’autore, al quale tra il 1436 ed il 1438 Lapo apportò, come su uno scartafaccio, modifiche di diversa entità; solo ipotizzando che alcune varianti d’autore coesistessero sul manoscritto, infatti, si può giustificare il fatto che alcune lezioni più antiche riemergano in fasi redazionali recenti. La ricostruzione dei rapporti tra i testimoni, dunque, si baserà sull’ipotesi appena delineata: che sia esistito un originale, con ogni probabilità autografo, dal quale fu tratto l’archetipo della tradizione, un manoscritto idiografo che l’autore utilizzò come sua copia di lavoro; poiché Lapo dovette intervenire direttamente su tale copia per apportare le modifiche che ritenne via via necessarie, abbiamo a che fare con quello che viene comunemente definito un archetipo in movimento. Si osservi che, se l’autografia del manoscritto V1 fosse dimostrata con sicurezza, si dovrebbe invece parlare di originale in movimento; tuttavia, poiché allo stato attuale l’identificazione della mano che copiò il codice e che apportò gli interventi successivi con quella di Lapo rimane sub iudice, bisogna distinguere tra un archetipo ed un originale. 97 3. 1. 2. LA RICOSTRUZIONE STORICA ALLA PROVA DEI DATI DI COLLAZIONE Tenendo conto della ricostruzione storica appena descritta, è ora opportuno riconsiderare la scansione nelle tre fasi redazionali dell’epistola dedicatoria alla luce del materiale emerso dalla collazione, chiedendosi se i dati filologici confermino l’ipotesi e possano eventualmente arricchirla di nuovi particolari. I testimoni manoscritti che riportano una lettera dedicatoria premessa alle traduzioni di Nicocle e A Nicocle sono i cinque seguenti: B London, British Library, Add. 11760 Pi Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 R Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, SC-MS 47 T Bologna, Biblioteca universitaria, 2948 ( = Misc. Tioli, vol. 28) V1 Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano Latino 3422 Di questi, B e R riportano una versione della prefatoria indirizzata a Francesco Condulmer; V1 riporta una versione indirizzata ad Antonio Panormita; Pi, mutilo delle quattro carte iniziali (cc. 37- 40), ha perduto l’indicazione del dedicatario. Ho potuto esaminare e collazionare di persona, integralmente, i codici B, Pi, R e V1; per ricostruire le relazioni stemmatiche non ho considerato, invece, il codice T, che è sicuramente un tardo descriptus di V1. Non potendo stabilire a priori una base di collazione, ho preferito ragionare fin dall’inizio in termini di varianti redazionali, e non di errori, basando quindi sugli accordi tra varianti, e non sugli accordi in errore, la ricostruzione dei rapporti stemmatici tra i testimoni. Riporto e discuto in seguito i dati emersi dalla collazione integrale dei quattro manoscritti. Le varianti redazionali di V1 Anticipando le conclusioni, si può dire che il quadro storico e cronologico emerso dall’incrocio dei dati ricostruiti da Carlini e Gualdo Rosa risulta sostanzialemente confermato e avvalorato dai dati di collazione, anche se bisognerà fare qualche precisazione sul testo trasmesso da Pi, individuando una redazione d’archetipo intermedia. 98 Il codice V1 presenta diverse stratificazioni di interventi di modifica, che saranno discusse meglio in seguito; per il momento basti notare che, tra questi, riporta alcune innovazioni che lo distinguono dal resto della tradizione ponendolo, senza dubbio, come il testimone di una fase redazionale dell’opera distinta dalle altre. Le varianti redazionali di V1 si possono dividere in due gruppi: il primo è costituito da numerose e consistenti varianti redazionali, tutte motivate evidentemente dalle esigenze legate al cambio di destinatario. L’assetto materiale di tali varianti indica che esse sono state apposte, pur sempre dalla medesima mano, in un secondo momento rispetto a quello della stesura del testo originale; gli interventi si caratterizzano tutti, infatti, come riscritture su rasura o come aggiunte interlineari o marginali.151 Par. B, R, (Pi) V1 pc Ad clementissimum virum dominum Ad doctissimum et eloquentissimum 1 Francischum (Franciscum R) Condolmerium, virum dominum Antonium apostolice sedis camerarium. B R Panormitam, poetam clarissimum. 152 2 humanissime pater B R eruditissime poeta in hoc tam amplissimo dignitatis gradu michi in his amplissimis regis muneribus a summo pontifice constitutus esse videris; constitutus esse videris; quae tu ita et quam tu ita et geras et gesseris B R : summo a geras et gesseris 13 pontifice in hoc tam amplissimo dignitatis gradu constitutus esse videaris; quam tu ita et geras et gesseris Pi ut si quando tibi ab istis laboribus ut si quando tibi ab istis laboribus 13 muneribusque datur otium B R Pi revocandi animum datur ocium153 ego pro tua summa (suma tua B) in me (in ego et mihi ipsi vehementer me non habet Pi) humanitate ac facilitate, gratulatus sum (sum add. i. l.), ut qui 14 quibus abs te (abs te non habet Pi) vix visus unus tot iam seculis poeta exortus sit, nedum satis cognitus apud summum eo tam (tam delevit) nunc tam 151 Nella tabella seguente segnalo le aggiunte di questo tipo, mentre s’intende che tutti gli altri casi sono correzioni fatte su rasura. 152 Il testo da doctissimum a clarissimum è evidentemente stato riscritto su rasura, e ne è prova anche il fatto che l’Ad iniziale e il seguito dell’incipit (Lapi…feliciter) sono anch’essi rubricati, ma il colore dell’inchiostro appare diverso, proprio per il fatto che sono scritti su rasura. 153 In questo caso, la variante ha probabilmente anche una motivazione stilistica: revocandi animum è stato sostituito a muneribus perché il vocabolo è stato usato a breve distanza (si veda il caso precedente). 99 pontificem adiutus et commendatus sum, mee amicissime utar, et mee (mee add. in erga te B R Pi marg.) erga te Que, quod utrumque tibi munus et aput Quae, quod utrumque tibi munus summum pontificem et erga eos qui tue apud tuum regem (apud tuum regem administrationi cureque commissi sunt add. in marg.) obeundum foret, non 15 obeundum foret, nec inutilia tibi nec iniucunda inutilia nec iniucunda tibi (tibi add. i. fore arbitratus sum. B R : Quae, quod l.) fore arbitratus sum. utrumque tibi munus obeundum foret, nec inutilia nec iniocunda fore arbitratus sum. Pi 16 et te, pater benignissime B R Pi et te, vir humanissime ut...accipias, desque operam ut eam spem ut...accipias, et me si non indignum quam michi tue beneficentie attulisti tuis iudicas eadem qua caeteros offitiis in posterum conservare possim. Ego si humanitate ac benivolentia 16-17 hec non ingrata tibi fuisse cognovero maiorum complectare. aliquod vigiliarum munus tuo nomine lucubratum ad te quotidie mittendum curabo. Vale. B R Pi L’esame di queste varianti conferma che esse si sono rese indispensabili a causa del cambio di destinatario: molte espressioni che ben si adattavano ad un prelato, infatti, non potevano essere riciclate per un letterato come il Panormita, e questo rende ragione della maggior parte delle modifiche (per esempio la diversa formula di dedica, evidentemente, e poi la sostituzione di apostrofi come humanissime pater con eruditissime poeta e pater benignissime con vir humanissime); analogo è il caso dei riferimenti al pontefice come superiore dell’interlocutore di Lapo, che in relazione alla posizione del Panormita sono sistematicamente cassati, rielaborati o sostituiti con altrettanti riferimenti al re Alfonso d’Aragona, presso il quale il poeta prestava servizio. La conclusione dell’epistola, infine, risulta abbreviata e rielaborata nella versione al Panormita: il riferimento ai precedenti benefici e la promessa di ulteriori omaggi letterari, adatti tanto al Casanova quanto a Francesco Condulmer, non corrispondevano evidentemente agli effettivi rapporti tra Lapo e il Panormita. 100 Direzione delle varianti: i movimenti d’archetipo Rapporti tra i codici Pi e V1 Il ragionamento sarà condotto partendo dai dati emersi dalla ricostruzione storica riassunta nei paragrafi precedenti; si vedrà, tuttavia, come alcune considerazioni testuali dovranno indurci ad abbandonare la prima ipotesi stemmatica e a proporne una differente. Sebbene il testo precedente alle abrasioni sia per lo più perduto (e, a dire di Carlini, irrecuperabile anche ricorrendo alla lampada di Wood), in alcuni casi è ancora possibile rilevare tracce del testo originale di V1; in tutti questi casi, le lettere recuperabili coincidono con il testo di Pi (in aggiunta ai casi segnalati da Carlini, cit., p. 36 e n. 17, si intravvede un quam sotto il quae al paragrafo 13). Il ac testo di V1 prima delle aggiunte e delle rasure (V1 ), dunque, risulta sempre perfettamente compatibile con quello di Pi, ma non con quello di B e R;154 questo porterebbe a ipotizzare per i due codici tre possibili rapporti di parentela: a) Discendenza di Pi e V1 dallo stesso antigrafo; i due codici sarebbero quindi fratelli; b) Discendenza di Pi da V1 ac; ac c) Discendenza di V1 da Pi: quest’ipotesi è da scartare: V1 non può infatti discendere da Pi, perché evita tutte le sue innovazioni; queste non si caratterizzano quasi mai come errori veri e propri, ma forniscono sempre un testo corretto e scorrevole, benché talvolta banalizzato, e spesso si tratta di semplici modifiche dell’ordo verborum; per questo motivo, sarebbe molto difficile pensare che il copista di V1 abbia sentito il bisogno di intervenire a correggere questi punti, peraltro con lezioni che riallineano il testo al resto della tradizione. Riporto qui una rassegna completa delle innovazioni particolari di Pi:155 Modifiche dell’ordo verborum in Pi: [13] vite occupatione B R V1 : occupatione vitae Pi; [15] omissis libris illis B R V 1 : omissis illis libris Pi. Innovazioni di Pi: [11] varietate ac, vanitate pc B : vanitate V1 R : varietate Pi; [12] verum he B R V1 (hae) : verum haec Pi; [12] beate vivendi B R V1 : bene vivendi Pi; [14] mee erga te fidei et observantie extare B V 1 R ac : erga te benivolentiae fidei et observantiae extare Pi; [15] has duas Isocratis clarissimi rethoris (sic) orationes B V 1 R : has duas Ysocratis orationes Pi; [15] quarum in altera B R V 1 : quarum ex altera Pi (quest’ultimo è l’unico caso in cui Pi commette un vero e proprio errore). 154 Bisogna notare che i dati sui quali basarsi, dal momento che Pi testimonia soltanto la seconda metà della dedicatoria, non sono molti; in ogni caso, si può giungere con certezza ad alcune conclusioni. 155 Qui ed in seguito, i testi citati derivano dalle mie trascrizioni dei codici. 101 L’ipotesi della discendenza di V1 ac da Pi, si intende, potrebbe comunque essere vera se si pensasse a contaminazione; una simile circostanza, seppur non possa essere esclusa con assoluta certezza, va però presa seriamente in considerazione, credo, soltanto nei casi in cui postularla risulti necessario; negli altri, il principio di economia e il buon senso lo sconsigliano. Per il momento, dunque, i rapporti dei codici Pi e V1 (per quanto riguarda la sola epistola dedicatoria) potrebbero avere due possibili ricostruzioni: a) ω Pi V1 ac V1 pc b) V1 ac V1 pc Pi Un secondo gruppo di varianti redazionali di V1 è costituito da interventi non necessariamente motivati dal cambio di destinatario; esse si caratterizzano quindi come vere e proprie varianti stilistiche, che, se è vera l’ipotesti stemmatica appena avanzata, sarebbero state introdotte dall’autore con l’unico scopo di rendere il testo più elegante ai propri occhi. Di tali varianti alcune si innestano, come quelle del primo gruppo, su un testo già allestito, infatti sono scritte su rasura; per quanto riguarda queste varianti, è economico supporre che esse siano state introdotte contestualmente alle modifiche dovute al cambio di destinatario. Riporto di seguito tutte le varianti di questo primo tipo: [3] essemus B R : essent V1 [3] vite cursum conficere possemus B R : vitae cursum conficere possent V1 102 [4] cum adeo corrupti malis moribus et depravati simus B R : cum adeo malis moribus corrupti et depravati sint V 1 Soltanto un caso si verifica in presenza di Pi: 156 [15] audio B R Pi : intelligo V1 Un gruppo consistente di varianti, tuttavia, comprende una serie di varianti di prima mano, che sono state evidentemente introdotte direttamente nel corpo del testo, e non sono quindi il risultato di una campagna di rielaborazione successiva alla prima stesura del testo nel manoscritto V1; esse oppongono il codice V1 a B, R e – per la porzione di testo conservata – Pi. Questo tra le altre cose significa che, in realtà, il testo di V1 di prima mano e quello di Pi non sono perfettamente coincidenti, come avevamo inizialmente ipotizzato e come supponeva Carlini, ma presentano qualche piccola variante. La prima cosa da chiedersi, a questo punto, è quale sia la direzione di tali varianti: in altre parole, in questi casi la lezione originaria è quella attestata da V1 o quella attestata da Pi?157 Per rispondere a questa domanda, sarà opportuno valutare la qualità delle varianti, cercando di determinare quali offrano un testo stilisticamente migliore; riporto in seguito l’elenco di tutte le varianti che oppongono il testo di V1 (di prima mano) a quello degli altri testimoni, esplicitando il mio giudizio stilistico quando esse non risultino completamente adiafore: [9] omne suum otium ad phylosophie studium contulisse B R Pi : omne suum otium in philosophiae studium contulisse V1 La variante di B, R, Pi è più vicina all’uso del latino classico, e dunque stilisticamente superiore: una ricerca nelle principali banche dati non mostra alcuna occorrenza dell’espressione in studium (se) conferre, mentre ad studium (se) conferre conta un buon numero di occorrenze, in particolare in Cicerone e quasi sempre riferito, come in questo caso, allo studio della filosofia.158 Si spiegherebbe bene, dunque, un intervento autoriale volto a modificare di in in ad, non altrettanto quello in direzione opposta. [11] desertam et incultam B (disertam) R Pi : incultam et desertam V 1 [12] properantibus vero ad spem B R Pi : properantibus autem ad spem V 1 [13] ingenuis studiis dedidisses B (ingeniis) R Pi : ingenuis artibus dedidisses V 1 156 In questo caso, la modifica potrebbe in qualche misura essere motivata dal cambio di destinatario. 157 In questa sezione concentreremo il nostro interesse sul testo di prima mano del codice V1, prescindendo completamente dagli interventi su rasura, tra le righe e tra i margini che abbiamo descritto nei paragrafi precedenti e che sono strettamente connessi alla ridedicazione dell’opera al Panormita. 158 Cito soltanto, a titolo di esempio: Cic. Fin. 2, 51, 1: homines se ad philosophiae studium contulerunt; Cic. Tusc. 5, 2, 1: nam cum ea causa impulerit eos qui primi se ad philosophiae studium contulerunt [...]; Sen. Nat. 4a, 14, 1: ad gratuita carmina deflexi me et ad salutare philosophiae contuli studium. 103 Le espressioni ingenuae artes ed ingenua studia sono entrambe ampiamente attestate in latino classico, e sostanzialmente interscambiabili.159 [13] abieceris vero aut intermiseris numquam B R Pi : intermiseris vero numquam V 1 Se, in V1, questa variante non fosse di prima mano, potremmo pensare che essa sia stata motivata dal cambio del destinatario: Lapo poteva sentire come un’inaccettabile esagerazione usare, in riferimento agli studi letterari e ad un poeta come il Panormita, il termine abieceris. Tuttavia qui si tratta, appunto, del testo di prima mano di V1, e dunque questo ragionamento non si può applicare; al contrario, si può osservare che, mentre l’ampliamento (tramite l’aggiunta di abieceris) appare del tutto plausibile, sarebbe molto difficile giustificare la riduzione del testo. [15] in altera administrandi regni ab eo...in altera colendi regis precepta traduntur B R Pi : in altera administrandi regni...in altera colendi regis ab eo praecepta traduntur V 1 [15] nec inutilia tibi nec iniucunda fore arbitratus sum B R (inverenda) : nec inutilia nec iniocunda fore arbitratus sum Pi : non inutilia nec iniucunda tibi (tibi add. i. l.) fore arbitratus sum V1160 [16] cupio optoque B R Pi : cupioque et opto V 1 L’espressione di V1, con il –que enclitico affisso al primo termine della dittologia e preceduto da et, appare dura e ridondante; una prosa molto più scorrevole e vicina all’uso del latino classico, invece, si ottiene modificando il testo in cupio optoque, come fanno i codici B, R e Pi. [16] oro et obsecro B : oro obsecro R : oro et obtestor Pi : oro obtestorque V1 In questo caso l’espressione di V1 risulta piuttosto dura a causa della particella enclitica –que; la soluzione adottata da Pi (e da B), con l’introduzione di et, appiana tale durezza. Le altre varianti occorrono in assenza di Pi, e sono le seguenti: [2] perindignum mihi illlud videri solet...quod ii B R : perindignum mihi illlud videri solet...ut V 1 In questo caso il testo di BR è nettamente superiore, dal punto di vista sintattico, a quello di V 1; si richiede infatti una frase dichiarativa retta da perindignum...videri, che può essere introdotta da quod ma non da ut. Si confrontino le due formulazioni: perindignum mihi illud videri solet...quod ii ceterarum rerum artibus tantopere inservirent, bene vivendi vero artem, philosophyam...contemnerent B R; perindignum mihi illud videri solet...ut caeterarum rerum artibus tantopere inservirent, bene vivendi vero artem, philosophiam...contemnerent V1. [2] eorum generi datum B R : hominum generi datum V 1 [5] vel interierunt una cum suis B R : vel interierunt ipsi una cum suis V 1 [6] tantum facinus tam immane tam tetrum B R (imane) : tam tetrum facinus tam immane V 1 Come si è già avuto modo di notare in altri casi, è più probabile che l’innovazione autoriale vada nel senso dell’ampliamento del testo, e non della riduzione. [7] eundem etiam vultum B R : eundemque vultum V1 [8] sed non est ita inops nec infecunda philosophya B R : sed non est ita sterilis nec infecunda philosophia V 1 159 Tra i tanti esempi possibili, cito soltanto Cic. De fin. 5, 48, 12: qui ingenuis studiis atque artibus delectantur, nonne videmus eos nec valitudinis nec rei familiaris habere rationem omniaque perpeti ipsa cognitione et scientia captos et cum maximis curis et laboribus compensare eam, quam ex discendo capiant, voluptatem?. 160 La variante che ci interessa in questa sede è non...nec / nec...nec; l’aggiunta di tibi in V1 non fa parte, infatti, del testo di prima mano. 104 [8] eos primum in vocis comunione...devinxit B R : eos primum (primus ac) vocis communione...coniunxit V1 [8] ab hac [= philosophia] iustitiam, prudentiam reliquasque virtutes hausimus atque expressimus B R : ab hac [= philosophia] iustitiam, prudentiam reliquasque virtutes accepimus V1 Anche in questo caso, l’ipotesi più probabile sembra quella dell’ampliamento del testo. [8] plura B R : plura et maiora (et maiora scripsit et delevit) V1161 [10] Eacum quoque formices Eginam complevisse B : ea cum quoque formicis Eginam complevisse R : aut Eginam formicis Eacum complevisse Pi : non habet V1162 Nonostante alcune delle varianti che oppongono V1 a B, R e Pi – quando presente – offrano testi ugualmente corretti e stilisticamente equivalenti, un’analisi accurata del loro valore e della loro qualità mostra come le lezioni di V1 siano quelle originariamente concepite dall’autore, e in particolare – ciò che ci interessa in questa fase della ricostruzione stemmatica – precedenti alle varianti testimoniate dal codice Pi; in molti casi, infatti, esse restituiscono un testo più scarno o stilisticamente inferiore. Inoltre, affermare che le varianti siano innovazioni di V1 significherebbe ammettere che esse siano state introdotte nel manoscritto durante il processo di copia, cosa che sembra assai poco probabile. Si vedrà anche, nel prosieguo di questo studio, come l’appartenenza del codice V1 alla prima fase redazionale d’archetipo emerga con evidenza anche dall’analisi filologica delle varianti di Nicocles e Ad Nicoclem. Tanto il codice V1 quanto Pi contengono alcuni errori di copia, e dunque nessuno dei due manoscritti può essere l’archetipo della dedicatoria.163 Bisogna dunque concludere che essi discesero dal manoscritto che costituiva la copia di lavoro di Lapo in due momenti successivi; siamo di fronte alla situazione, largamente attestata in età umanistica, di un archetipo in movimento, con ogni probabilità autografo dell’autore. Escludendo le due ipotesi fatte in precedenza, possiamo dunque ricostruire così i rapporti tra i due manoscritti: 161 Su questo caso, con l’aggiunta e la successiva rimozione di et maiora, torneremo in seguito. 162 Questo caso va però considerato a parte: si tratta infatti più probabilmente di un saut de même au même del copista di V1, favorito dall’omoteleuto convocasse...complevisse, che di una variante autoriale. 163 Pi, peraltro, non potrebbe esserlo neanche per ragioni cronologiche: fu infatti confezionato nel 1461, più di vent’anni dopo la morte dell’autore. In ogni caso, l’impossibilità che Pi abbia copiato da V1 risulta particolarmente evidente da due casi in cui V1 omette una porzione di testo consistente, che Pi non avrebbe potuto recuperare per congettura: [10] Eacum quoque formices Eginam complevisse B : ea cum quoque formicis Eginam complevisse R : aut Eginam formicis Eacum complevisse Pi : non habet V1; [13] abieceris vero aut intermiseris numquam B R Pi : intermiseris vero numquam V1. 105 ω1 ω2 V1 ac V1 pc Pi Le varianti testuali introdotte nella seconda fase redazionale dell’archetipo sono quelle, elencate sopra, che oppongono V1 a B R Pi. Le riporto qui per completezza. Varianti redazionali di ω2: [9] ad phylosophie studium B R Pi : in philosophiae studium V 1 [11] desertam et incultam B (disertam) R Pi : incultam et desertam V 1 [12] properantibus vero ad spem B R Pi : properantibus autem ad spem V 1 [13] ingenuis studiis dedidisses B (ingeniis) R Pi : ingenuis artibus dedidisses V1 [13] abieceris vero aut intermiseris numquam B R Pi : intermiseris vero numquam V 1 [15] in altera administrandi regni ab eo...in altera colendi regis precepta traduntur B R Pi : in altera administrandi regni...in altera colendi regis ab eo praecepta traduntur V1 [15] nec inutilia tibi nec iniucunda fore arbitratus sum B : nec inutilia tibi nec inverenda (?) fore arbitratus sum R : nec inutilia nec iniocunda fore arbitratus sum Pi : non inutilia nec iniucunda tibi (tibi add. i. l.) fore arbitratus sum V1 [16] cupio optoque B R Pi : cupioque et opto V 1 [16] oro et obsecro B : oro obsecro R : oro et obtestor Pi : oro obtestorque V 1 La terza fase redazionale: rapporti tra i codici B ed R I codici B ed R trasmettono la dedicatoria nella versione indirizzata a Francesco Condulmer; secondo la ricostruzione storica che abbiamo delineato, questi fu l’ultimo dei tre destinatari delle traduzioni di Lapo. I due manoscritti, dunque, sarebbero i discendenti del terzo ed ultimo stadio redazionale dell’archetipo (ω3). L’analisi dei dati di collazione conferma la ricostruzione storica: B ed R, infatti, presentano rispetto a V1 (ω1) e Pi (ω2) alcune varianti redazionali che devono essere successive rispetto alle lezioni di V1 e di Pi, in quanto migliorano il testo con piccole rielaborazioni e, in molti casi, ampliamenti. 106 Riporto di seguito le varianti di ω3 (B, R), ponendo tra parentesi tonde, quando sia necessario fornire un contesto più ampio, il testo di B:164 [10] Eacum quoque formices Eginam complevisse B : ea cum quoque formicis Eginam complevisse R : aut Eginam formicis Eacum complevisse Pi : non habet V1 (Nec latuit id sapientissimos poetas, cum fictis fabulis prodiderunt Promotheum fixisse e luto hominum et Amphyonem citara lapides convocasse, Eacum quoque formices Eginam complevisse, quod videlicet ii, suis preceptis et institutis, hominum mores feros et agrestes ad humanum cultum civillemque traduxissent. B) [10] quod videlicet ii B R : quod ii videlicet V1 Pi (hi) [11] non possint B R : non possunt Pi V1 (Quibus de causis quis non iure miretur in tanta plerosque opinionum varietate (vanitate pc) versari ut in aliis rebus parandis acres et diligentes sint, in hac una, sine qua aut esse aut bene morati esse non possint, negligentes et dissolutos se prebeant, et quam colere summe debeant, eam a se disertam et incultam esse patiantur? B) [12] assequuntur R B (assecuntur) : consequentur Pi V 1 (Verum he imperitorum mentibus obfuse sunt tenebre, qui dediti ventri ac desidie nichil altum, nichil preclarum suspicere possunt; properantibus vero ad spem beate vivendi hec una res amplectenda est, hec omni studio colenda, hec semper retinenda, hac freti facile quod cupiunt assecuntur. B) [13] laudandum B R : imprimis laudandum Pi V1 (inprimis) (Qua quidem in re te unum vel cum paucis, humanissime pater, laudandum et admirandum puto Pi) [15] divinitus memorie commendata B R : scripta divinitus Pi V 1 (cum permulta essent in hoc genere quod ad institutionem vite pertinet quoque te apprime delectari audio a sapientissimis philosophis divinitus memorie commendata...has duas Ysocratis clarissimi rethoris orationes delegi B) [15] et aput summum pontificem et erga eos qui tue administrationi cureque commissi sunt B R : non habent Pi V1 (Que, quod utrumque tibi munus et aput summum pontificem et erga eos qui tue administrationi cureque commissi sunt obeundum foret, nec inutilia tibi nec iniucunda fore arbitratus sum. B) 165 [15] nec inutilia tibi nec iniucunda fore arbitratus sum B R (inverenda (?)) : nec inutilia nec iniocunda fore arbitratus sum Pi : non inutilia nec iniucunda tibi (tibi add. i. l.) fore arbitratus sum V1 Il testo di prima mano di V1 non conteneva il tibi, che risulta aggiunto tra le righe dalla stessa mano che copia il testo principale, ma probabilmente in un momento successivo. [16] oro et obsecro B : oro obsecro R166 : oro et obtestor Pi : oro obtestorque V1 (Quod ut ita eveniat cupio optoque, et te, pater benignissime, oro et obsecro hoc munusculum meum, haud quidem tuo splendore et amplitudine dignum, ut ab homine amantissimo tueque laudi deditissimo accipias, desque operam ut eam spem quam michi tue beneficentie attulisti tuis offitiis in posterum conservare possim. B) In questo caso, le varianti sono stilisticamente equivalenti, e tutte ampiamente attestate in latino, soprattutto nelle orazioni e nelle epistole di Cicerone, la cui prosa doveva essere il modello primario di Lapo. 167 164 Si ricordi che Pi trasmette solo la seconda metà dell’epistola dedicatoria; questo comporta che i casi nei quali possiamo apprezzare le varianti di BR rispetto a Pi siano relativamente pochi. 165 In questo caso bisognerebbe anche chiedersi perché Lapo abbia sentito la necessità di aggiungere questa frase nella redazione per il cardinale Condulmer; è probabile che la spiegazione stia anche nel ruolo del destinatario e nelle circostanze politiche del momento. 166 L’omissione di et è probabilmente da considerarsi un errore singolare di R. 167 Si confronti, solo a titolo di esempio, Pro Milone 105, 4: Vos oro obtestorque, iudices, ut in sententiis ferendis, quod sentietis, id audeatis; Pro Flacco 26, 3: Quod quidem ego non modo non postulo, sed contra, iudices, vos oro et obtestor ut totam causam quam maxime intentis oculis, ut aiunt, acerrime contemplemini; Epist. ad fam. 8, 16, 1, 5: Per fortunas tuas, Cicero, per liberos te oro et obsecro ne quid gravius de salute et incolumitate tua consulas. 107 [16] tuo splendore et amplitudine B R (et et) : te Pi V 1 Per questa variante e per la precedente è sicuramente più facile pensare che si sia proceduto nella direzione dell’ampliamento piuttosto che in quella della riduzione, tenendo conto del contesto encomiastico nel quale la frase si collaca; questi casi confermano quindi, anche a livello testuale, che la direzione corretta fu quella da ω 1/ ω2 (per il Casanova, come vedremo meglio in seguito) a ω 3 (per il Condulmer). [16] tueque laudi B R : tibique Pi V1 Bisogna interrogarsi, a questo punto, sui rapporti di parentela che intercorrono tra i codici B ed R, i quali, come abbiamo visto, testimoniano la terza fase redazionale dell’epistola dedicatoria, quella indirizzata al cardinale Francesco Condulmer. Oltre alle varianti che oppongono BR a V 1 e Pi, che abbiamo appena elencato, i due manoscritti condividono un accordo in errore, benché piuttosto debole:168 [4] non laboret B R : non laborent V1, (quid esse cause putem cur recuperande valitudinis gratia nichil pretermittant, animi sanandi causa non laboret, presertim cum pernitiosiores pluresque sint animi morbi quam corporis, et ii ipsi qui animum attingunt eumque sollicitant maxime odiosi? B) I possibili rapporti tra i due codici, quindi, sono i seguenti: a) B e R sono fratelli, discendenti da uno stesso antigrafo; b) R discende da B. Questa possibilità sembra doversi escludere per il seguente caso:169 pc [6] nulla re sannari (sic) tollique possint (possunt ) B: a nulla re alia sanari tollique possunt R : nulla re alia sanari tollique possunt V1 Qui la lezione corretta è probabilmente quella di V1, della quale B e R presenterebbero delle corruzioni occorse in modo indipendente nei due codici (l’omissione di alia in B, l’aggiunta di a in R); risulta infatti difficile ritenere che R abbia potuto recuperare la lezione alia, ope ingenii, dal testo di B. 168 Anche la formulazione dell’incipit, con l’uso del termine proemium per definire l’epistola prefatoria, potrebbe essere un indizio della parentela di B ed R: Lapi Casteliunculi in Isocratis orationes prohemium felliciter incipit B : Lapi Castelliunculi poroemium in Isocratis orationes incipit feliciter R : Lapi Castelliunculi praefatio in Isocratis orationes incipit feliciter V1. 169 Riporto qui tutti i casi in cui B si differenzia da R che sono interpretabili come errori particolari di B: [6] nulla re sannari tollique possint (possunt pc) B: a nulla re alia sanari tollique possunt R : nulla re alia sanari tollique possunt V1; [10] Promotheum fixisse e luto B : Prometheum finxisse e luto R Pi V 1; [10] hominum et Amphyonem B : hominem et Amphyonem R Pi V1 (Amphionem); [11] varietate (vanitate pc) versari B : varietate versari Pi : vanitate versari V1 R; [13] desidereretur B : desideretur R Pi V 1; [13] ut cum nunc (nec pc) B : ut cum nec R Pi (quum) V1; [14] ego pro suma tua in me humanitate ac facilitate B : ego pro tua summa in me humanitate ac facilitate R : ego pro tua summa humanitate ac facilitate Pi : ego et mihi ipsi vehementer gratulatus sum ut qui unus tot iam seculis poeta exortus sit eo nunc tam amicissime utar et V1. 108 c) B discende da R. Questo caso, tuttavia, si può ragionevolmente escludere per la presenza, tra gli errori singolari di R, di due punti che B avrebbe difficilmente potuto correggere ope ingenii:170 [15] nec inverenda (?) R : nec iniocunda B Pi V1 [17] cognovero B Pi : cognoscam R : deest V1 Su queste basi, dunque, l’ipotesi più probabile sembra quella che i testimoni B ed R siano fratelli; tuttavia, le prove contro la discendenza dell’uno dall’altro sono relativamente deboli, anche per il fatto che il testo della dedicatoria è di per sé breve, e quindi gli errori sui quali basarsi non sono molti. In linea teorica, inoltre, si potrebbe pensare a casi di contaminazione.171 Riservandomi di confermare e aggiornare l’ipotesi sulla base dei dati emersi dalla collazione anche delle traduzioni di Nicocle e A Nicocle, per il momento propendo dunque per la ricostruzione seguente: O ω1 ω2 V1 ac ω3 V1 pc Pi B R T 170 Riporto qui tutti i casi in cui R si differenzia da B che sono interpretabili come errori di R: [4] eumque B V 1 : cumque R; [5] sibi ipsi B V1 : sibi ipsis R; [6] nulla re sannari tollique possint (possunt pc) B: a nulla re alia sanari tollique possunt R : nulla re alia sanari tollique possunt V 1: [7] allicere nos atque attrahere B : allicere nos atque attrahere nos R : nos allicere atque attrahere V1; [8] tum B V1 : cum R; [7] ad se percipiendam deberet V1 B : ad se percipienda deberet R; [10] agrestes B Pi V1 : agrestis R; [15] nec inverenda (?) R : nec iniocunda B Pi V 1; [16] oro et obsecro B : oro obsecro R : oro et obtestor Pi : oro obtestorque V 1; [17] cognovero B Pi : cognoscam R : deest V1; [17] vigiliarum B Pi : vigilarum (vigiliarum pc) R : deest V1. 171 Questa potrebbe aver interessato B, che in due casi corregge recuperando la lezione corretta ([6] possint ac, possunt ; [11] varietate ac, vanitate pc). pc 109 A questo stemma, in realtà, bisogna apportare una piccola modifica: sappiamo infatti che il codice Pi fu confezionato nel 1461, dopo la morte dell’autore; poiché, tuttavia, esso riflette una fase redazionale intermedia – e allo stesso modo si comporterà, come vedremo, nei confronti delle due traduzioni Nicocles e Ad Nicoclem –, dobbiamo postulare un deperditus tra l’archetipo e Pi; a questo manoscritto assegneremo convenzionalmente la sigla a. O ω1 ω2 V1 ac a ω3 V1 pc Pi B R T 3. 1. 3. DATAZIONE DELLE TRE REDAZIONI DELLA DEDICATORIA Giunti a questo punto, occorre fare un’importante precisazione: la ricostruzione stemmatica che ha portato a definire lo stemma codicum appena descritto ha mostrato come, nella tradizione manoscritta dell’epistola dedicatoria premessa alle due traduzioni di Lapo, si debba postulare un movimento d’archetipo. Le tre fasi redazionali delle quali abbiamo parlato finora indicano, pertanto, le tre tappe di tale movimento. Nella prima parte di questo studio, inoltre, abbiamo individuato per l’epistola dedicatoria tre differenti redazioni, connesse ad altrettanti destinatari. Queste tre redazioni non corrispondono però con le tre fasi redazionali dell’archetipo per questi motivi: 110 1) la seconda fase redazionale dell’archetipo (ω2) non coincide con un cambio del destinatario dell’epistola; essa rappresenta semplicemente uno stadio intermedio, nel quale l’autore (forse già pensando ad una futura dedicazione dell’opera a Francesco Condulmer) tornò sul testo concepito per il Casanova, apportando qualche piccola miglioria; 2) la redazione per il Panormita non corrisponde a nessuna delle fasi redazionali dell’archetipo; essa rappresenta invece il secondo stadio redazionale del manoscritto V1 (ovvero V1 pc), sorvegliato dall’autore ma diverso dall’archetipo. Questa situazione può essere schematizzata come segue: Fase redazionale Testimoni Dedicatario d’archetipo manoscritti Giovanni Casanova ω1 V1 ac - ω2 Pi Antonio Beccadelli - V1 pc Francesco Condulmer ω3 B, R Riprendiamo ora, brevemente, la ricostruzione storica che abbiamo discusso in apertura, rileggendola alla luce di quanto è emerso dallo studio della tradizione manoscritta. Lapo, avendo lavorato alla traduzione delle due orazioni isocratee, decise di dedicarle in prima istanza al cardinale Casanova; su un suo personale manoscritto (ω1) stese il testo della dedicatoria, e successivamente ne fece trarre un copia; tuttavia, quando era ormai pronto l’esemplare di dedica, il codice V1 (o meglio, V1 ac), il cardinale morì improvvisamente. L’umanista allora, approfittando della visita a Firenze da parte del Panormita, poeta al servizio del re Alfonso d’Aragona, decise di modificare (tramite interventi di erasura) il testo della dedicatoria contenuto nel codice V1; compiuta quest’operazione, egli consegnò il manoscritto (ovvero V1 pc) nelle mani del Panormita.172 Nei mesi successivi, non avendo ottenuto da lui i benefici sperati, cominciò probabilmente a pensare ad un nuovo dedicatario per le sue opere; avendolo forse già individuato nel cardinale Francesco Condulmer, riprese in mano la sua copia di lavoro, che ancora riportava la versione della dedicatoria per un altro prelato, il Casanova, e vi apportò qualche piccola modifica testuale (fase ω2, testimoniata nel codice Pi, discendente di un manoscritto a perduto).173 In seguito, Lapo introdusse 172 La redazione per il Panormita, dunque, non rappresenta un movimento d’archetipo, ma il movimento interno dello specifico codice V1, che, grazie alle correzioni operate su rasura, viene ridedicato. 173 Dobbiamo tener presente che l’intervallo temporale entro il quale Lapo poteva disporre, materialmente, del codice Vat. Lat. 3422 fu in effetti molto breve: il manoscritto, il cui allestimento originario fu terminato entro il 1 marzo 1436 (data di morte del Casanova, il suo primo dedicatario), il 30 maggio dello stesso anno aveva già subito gli 111 – sempre sulla sua copia di lavoro – ulteriori modifiche, qualche variante stilistica e qualche piccolo adattamento suggerito dal cambio di destinatario, portando a termine la ridedicazione al cardinale Condulmer (fase ω3, testimoniata dai codici B ed R). Una volta chiarita quale dovette essere la trafila redazionale della dedicatoria premessa alle due traduzioni di Isocrate, sarà bene ritornare sul problema della datazione di tali fasi redazionali,174 e di conseguenza di quella delle due traduzioni di Nicocle e A Nicocle; per far questo, sarà necessario sfruttare tutti gli indizi cronologici offerti dalle lettere conservate nell’epistolario di Lapo da Castiglionchio.175 Il Luiso data l’attività di Lapo traduttore agli anni 1434-1438, e colloca la traduzione dei due opuscoli isocratei tra il marzo ed il maggio 1436; il terminus post quem per questa datazione sarebbe, infatti, il marzo 1436, quando il Panormita giunse a Firenze come ambasciatore del re Alfonso presso il pontefice,176 mentre il terminus ante quem sarebbe rappresentato dalla già citata lettera di Lapo da Castiglionchio al Panormita, del 30 maggio 1436, nella quale l’umanista allude, secondo il Luiso, al dono delle due orazioni isocratee: Tu velim pro tua humanitate et pro nostra iam instituta amicitia, cum primum otium nactus eris, ad me aliquid scribas et me de libello meo iamdiu ad Regem misso [= la traduzione della Vita plutarchea di Fabio Massimo], de quo vehementer sollicitus sum, deque omni statu tuo, ut vales, quid agas, quid speres, me tuis litteris certiorem efficias, in primisque ut me ames. Quod una re facillime iudicabo, si me aliqua ex parte tuis scriptis commendari intelligam; praesertim cum ego id prior, etsi non pari laude libenti tamen animo, in te facere sim conatus [forse con l’omaggio delle traduzioni di Nicocle e A Nicocle].177 Antonio Carlini, reso prudente dalla scoperta delle riscritture su rasura presenti nel codice V1, si limita ad affermare che le due traduzioni devono essere precedenti al 30 maggio 1436; anche il quadro storico precedentemente ricostruito, del resto, porta a pensare che l’opera fosse stata già approntata in precedenza, per essere dedicata al cardinale Casanova. interventi su rasura ed era già entrato in possesso del suo secondo dedicatario, Antonio Beccadelli. Prima che Lapo, constatato il silenzio del Panormita, perdesse le speranze in un suo aiuto e decidesse di rivolgersi al cardinale Condulmer trascorse, come abbiamo visto, quasi esattamente un anno. Quando giunse questo momento, l’umanista non aveva ormai più a disposizione il codice V1 (il cui testo, tra l’altro, a questo stadio si adattava bene ad un poeta, ma non più ad un uomo di chiesa), e dunque fu naturale per lui riprendere in mano la sua copia di lavoro (l’archetipo) e partire da quello per apporre le modifiche del caso. 174 Ci si riferisce qui non più ai movimenti dell’archetipo, ma alle tre redazioni corrispondenti alle tre successive dedicazioni dell’opera; per questo motivo non sarà menzionato il codice Pi, che trasmette una versione della dedicatoria intermedia tra quella per Casanova e quella per il Condulmer. 175 Molte di esse si trovano in Luiso, cit. 176 Cfr. R. SABBADINI, Cronologia della vita del Panormita, in L. Barozzi – R. Sabbadini, Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze 1891, p. 47. 177 Luiso, cit., p. 222. 112 A questo punto, la scansione cronologica delle tre versioni dell’epistola dedicatoria si può stabilire come segue: ac Prima redazione (identificabile in V1 , indirizzata al cardinale Giovanni Casanova): questa prima stesura dev’essere posteriore al 1434, anno al quale il Luiso 178 attribuisce l’epistola in cui Lapo, a quel tempo non ancora segretario del Casanova, gli promette di mandargli a breve un suo lavoro (opus quoddam lucubratur a nobis quottidie tuo nomine); essa dev’essere inoltre anteriore al 1 marzo 1436, data dell’improvvisa morte del cardinale. pc Seconda redazione (testimoniata dal codice V1 , indirizzata al Panormita): dato il cambio di destinatario, la seconda stesura dell’epistola dedicatoria dev’essere posteriore al 1 marzo 1436 (data della morte del Casanova); essa è sicuramente anteriore al 30 maggio 1436, data della lettera al Panormita in cui Lapo fa riferimento all’omaggio delle due traduzioni da Isocrate; con ogni probabilità, tuttavia, il limite superiore si può ragionevolmente abbassare all’aprile 1436, quando il poeta si trovava ancora a Firenze e Lapo poté disporre dell’occasione per consegnargli il manoscritto. Terza redazione (testimoniata dai codici B e R, indirizzata al cardinale Franesco Condulmer): per questa stesura il terminus post quem è il maggio 1437, quando Lapo fu presentato per la prima volta al Condulmer;179 inoltre, la dedicatoria dev’essere stata composta prima della fine dell’anno 1437, poiché in quel torno di tempo l’umanista fu assunto in casa dal cardinale camerlengo.180 Le tre redazioni dell’epistola dedicatoria si possono dunque riassumere come segue: Prima redazione Seconda redazione Terza redazione Destinatario Giovanni Casanova Antonio Panormita Francesco Condulmer 1434 – 1 marzo 1 marzo 1436 – aprile maggio 1437 – dicembre Datazione 1436 1436 1437 Manoscritti V1 ac V1 pc B, R Questa cronologia si applica alla sola epistola dedicatoria; quali informazioni possiamo desumerne per datare le traduzioni di Nicocle e A Nicocle? Come abbiamo visto, il Luiso poneva come limite 178 Cit., pp. 211-212. 179 Quest’informazione si desume da una lettera segnalata dal Luiso, cit., n. 249 n. 1 e contenuta nel ms. Laur. 90 sup. alla c. 14. 180 Cfr. R. FUBINI, Lapo da Castiglionchio, detto il Giovane, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXII, Roma 1979. 113 superiore quello del 30 maggio 1436 (data della lettera in cui Lapo chiede al Panormita un riscontro a proposito delle due traduzioni che gli ha dedicato); ora si può aggiungere che gli opuscoli dovevano verosimilmente essere ultimati (e scritti, insieme alla dedicatoria, nell’antigrafo di V1) prima della morte del loro primo dedicatario, il Casanova, e quindi prima del 1 marzo 1436. Inoltre, il limite inferiore per la stesura dell’opera è rappresentato dal 1434, anno in cui Lapo scrive al Casanova informandolo del fatto che sta lavorando alle due traduzioni delle quali intende fargli omaggio. Diversa, e più complessa, è l’individuazione e la datazione delle diverse fasi redazionali del testo delle due versioni; di questo mi occuperò nei paragrafi successivi, servendomi dell’imprescindibile supporto dei dati di collazione. 3. 1. 4. V1 COME CODICE IDIOGRAFO (O AUTOGRAFO?) DELL’AUTORE Come si è già più di una volta osservato, vari elementi portano ad affermare, con un buon grado di certezza, che il codice Vat. Lat. 3422 sia stato redatto sotto la stretta sorveglianza dall’autore, il quale deve aver seguito personalmente tutte le fasi del suo allestimento e dei suoi movimenti interni. La ricostruzione storica ci ha portato a concludere che V1 doveva essere stato concepito da Lapo come esemplare di dedica, originariamente per il cardinale Casanova, e, dopo la morte di questo, introdotte nel testo le necessarie modifiche, per il Panormita, il quale entrò poi effettivamente in possesso del manoscritto. L’indizio più forte a favore dell’idiografia di V1, però, è rappresentato dalla natura e dall’abbondanza degli interventi correttivi che in esso si trovano, stratificati cronologicamente a più livelli e tipologicamente classificabili come varianti d’autore. Riprendendo le tipologie d’intervento già trattate sopra, le fasi di correzione di V1 si possono raggruppare come segue: 1) Copia di V1 dal suo antigrafo ω1: già a questo stadio si collocano due piccole modificazioni testuali volute dall’autore con intento puramente stilistico; 2) Ridedicazione di V1: in questa fase, il testo è oggetto di pesanti interventi correttivi; questi sono attuati per lo più per mezzo di abrasioni e riscritture, ma talvolta, quando lo spazio ricavato dall’erasura della scriptura inferior non è sufficiente ad accogliere il testo modificato, il copista ricorre ad aggiunte marginali o interlineari;181 181 Il caso ci ha fornito l’opportunità di penetrare, seppur in una piccola circostanza, la volontà e il senso stilistico dell’autore: l’esempio seguente mostra infatti come Lapo, che inizialmente (in ω 1) doveva aver concepito la frase senza il tibi, in V1 abbia sentito il bisogno di integrare il dativo; riprendendo in mano ω 2 al momento di redigere la lettera per 114 3) Ci sono infine tracce di correzione dei normali errori di copia (espunzioni di parole o di singole lettere, abrasioni di singole lettere); a seconda dei casi, queste correzioni potrebbero essere state apportate direttamente inter scribendum oppure in una campagna di correzione condotta, a copia ultimata, tramite semplice rilettura del testo o per collazione con l’antrigrafo. Riporto di seguito tutte le correzioni ascrivibili a questa categoria: [3] inito ac, initio pc; [3] iis scripsit et delevit; [3] secuuti ac, secuti pc; [7] volutate ac, voluptate pc; [7] in Socratem ac, in Socrate pc (la m finale è stata erasa); [8] nec (fortasse) ac, inventa pc; [8] videamur ac, videatur pc; [8] quae inho (inho scripsit et delevit) plura; [8] primus ac, primum pc; [8] amiciticsque ac, amicitiisque pc. Il carattere estemporaneo e autoriale delle modifiche apportate nel testo è ben esemplificato, mi pare, dai seguenti casi, che mostrano bene il modo di procedere di Lapo: il codice, allo stesso tempo esemplare di dedica e copia di lavoro dell’autore, è aperto ad aggiunte e rielaborazioni stilistiche, sulle quali l’autore può successivamente avere dei ripensamenti: [8] plura et maiora scripsit, et maiora delevit V1 : plura cett. Sentendone la mancanza, Lapo avrebbe inizialmente aggiunto et maiora, ma in seguito, non soddisfatto del risultato, avrebbe deciso di cassarlo di nuovo. [14] eo tam (tam scripsit et delevit) nunc tam amicissime utar V1182 [14] honos add. in marg. et delevit V1 Anche questo è un caso di ripensamento da parte dell’autore; il termine honos è stato aggiunto a margine, con un segno di richiamo, all’altezza del paragrafo 14, e successivamente eraso. La mano correttrice che opera su V1 per introdurre tutte le modifiche appena descritte è unica, e corrisponde a quella che ha vergato il testo principale. Sul codice interviene anche, in un momento successivo, un’altra mano, che si serve di un inchiostro più scuro e si limita a scrivere alcuni notabilia marginali (alle cc. 10v, 22v, 26r, 34v). Per concludere il quadro, bisogna citare anche i cinque epigrammi latini, di una mano che il De Nolhac identifica con quella del Panormita, scritti nel foglio di guardia iniziale e in quello finale; questa mano mi sembra la stessa che ha apposto i quattro notabilia nei margini del testo. Dopo aver dimostrato su queste basi come il codice contenga varianti e interventi autoriali e debba quindi caratterizzarsi come idiografo, bisogna ora porsi il problema della sua possibile autografia. Francesco Condulmer, egli dovette avvertire nella frase la stessa mancanza, che però risolse introducendo il tibi in una sede differente: [15] nec inutilia tibi nec iniucunda fore arbitratus sum B R (inverenda (?)) : nec inutilia nec iniocunda fore arbitratus sum Pi : non inutilia nec iniucunda tibi (tibi add. i. l.) fore arbitratus sum V1. 182 Va specificato che in questo caso ci troviamo di fronte ad una delle modificazioni fatte in rasura e dovute alla ridedicazione dell’opera per il Panormita. 115 Mentre la mano greca di Lapo da Castiglionchio, molto simile a quella giovanile del suo maestro Francesco Filelfo, è stata identificata e anche brevemente descritta,183 per quanto riguarda la sua scrittura latina il materiale è molto più scarso. C’è però un manoscritto, il codice Magliabechiano XXIII, 126 della Biblioteca Nazionale di Firenze, che limitatamente alle cc. 1-93 è stato identificato come autografo. L’argomentazione più approfondita ed aggiornata in proposito si trova in C. Celenza;184 l’autore conclude col dire di poter confermare con certezza l’autografia del codice. Riporto qui brevemente gli argomenti che lo portano a tale conclusione: - Abbondanza e natura degli interventi correttivi presenti nel codice, Dice Celenza: “Many things about folia 1-93...make F (= Magliab. XXIII, 126) up to that point seem like an author’s copybook rather than the work simply of a scribe, even one who corrected himself a lot.”185 Infatti, nel testo sono presenti numerose correzioni, molte delle quali introducono un nuovo testo su quello originale, precedentemente eraso; nel corso delle 93 carte, la mano che copia il testo principale e quella che interviene a correggere è sempre la stessa, e si serve dei medesimi simboli di correzione ed inserzione; - Al termine di ogni opera compare la formula “Ego Lapus absolvi”, con l’indicazione della data e del luogo in cui si trovava l’autore; - Nel manoscritto compaiono alcuni passaggi o singole parole in greco, e in tutti questi casi la scrittura coincide con quella identificata come la mano greca di Lapo; - Rilevanza del testimone manoscritto. Nella tradizione del De curiae commodis (il testo del quale si occupa specificamente C. Celenza), il codice F presenta spesso un testo filologicamente superiore; inoltre esso doveva essere considerato come un manoscritto autoritario, tanto che secondo Celenza servì a trarre l’iparchetipo della tradizione, ora perduto, forse la copia di dedica vergata dallo stesso Lapo. Sebbene nel codice V1 non compaiano elementi, come la formula “Ego Lapus absolvi” o i termini in greco, che possano condurre con certezza alla mano di Lapo, salta subito all’occhio come gli interventi correttivi e il modus operandi dell’autore sul codice descritto da Celenza siano molto simili a quelli che si sono individuati per V1. In questo caso non si può dire che il testo trasmesso dal manoscritto sia superiore a quello del resto della tradizione (su questo, e dunque anche sulle possibili implicazioni circa l’autografia di V1, torneremo quando tratteremo il testo di Nicocle e A 183 P. ELEUTERI – P. CANART, Lapo da Castiglionchio il giovane (c. 1406-1438), n. LXXIV, in Scrittura greca nell’umanesimo italiano, Milano 1991. 184 C. S. CELENZA, Renaissance Humanism and the Papal Curia. Lapo da Castiglionchio the Younger’s De curiae commodis, Ann Arbor 1999, pp. 87-92. 185 C. Celenza, cit., p. 90. 116 Nicocle), dal momento che è l’unico codice a testimoniare la prima fase redazionale d’archetipo; si può però osservare che il codice V1 presenta un testo molto corretto e sorvegliato. La somma di questi elementi costituisce una forte conferma dell’ipotesi che V1 sia un codice perlomeno idiografo dell’autore. Fatte queste osservazioni, è opportuno procedere ad un confronto calligrafico tra le parti del codice Magliabechiano tradizionalmente considerate autografe ed il nostro manoscritto V1, al fine di giudicare se le due scritture siano compatibili e questo possa dunque definirsi un autografo. Per il momento, tuttavia, un rapido confronto tra una riproduzione della prima carta del codice Magliab. XXIII, 126 186 e la mano del Vat. Lat. 3422 non ha fornito le conferme sperate. Mi riprometto comunque di procedere ad un esame più approfondito, avvalendomi anche dell’opinione di qualche paleografo esperto. 186 Pubblicata in A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1980, tav. III. 117 3. 2. RICOSTRUZIONE STEMMATICA DEI TESTIMONI DI NICOCLES E AD NICOCLEM Acquisizioni sulla storia dei testimoni manoscritti Sulla base della ricostruzione stemmatica che sarà analiticamente descritta nei prossimi paragrafi, e che – pur senza ambizioni di definitività – ritengo sia quella che meglio può rendere conto della situazione testuale dei testimoni manoscritti dell’opera, è possibile fare alcune considerazioni circa la collocazione geografica e cronologica delle quattro redazioni dell’opera, e dunque anche dei singoli testimoni manoscritti. Incrociando i dati storico-codicologici già disponibili187 con ciò che ho potuto ricavare dallo studio autoptico dei manoscritti, dall’analisi dei dati di collazione e dallo stemma codicum che ho ricostruito, e integrando a queste le informazioni che ho desunto dallo studio della trafila redazionale dell’epistola dedicatoria premessa alle due traduzioni,188 sono potuta giungere a nuove acquisizioni sull’origine geografica e sulla datazione dei testimoni manoscritti. Anticipo qui i risultati, considerando come unitarie le tradizioni delle orazioni Nicocles e Ad Nicoclem; sebbene, infatti, quest’ultima sia testimoniata da un numero maggiore di manoscritti, la ricostruzione stemmatica ha dimostrato che i rapporti tra i testimoni furono identici per i due opuscoli. Alcune delle date che indico come limiti temporali sono già state discusse e giustificate nelle sezioni precedenti di questo lavoro, alle quali rimando per una trattazione più completa. Prima redazione (ω1): la prima redazione dell’opera fu completata da Lapo tra il 1434 ed il 1° marzo 1436, nel periodo in cui l’umanista si trovava a Firenze; come dimostra l’epistola dedicatoria associata a questa fase redazionale, l’opera fu probabilmente concepita, in origine, per essere dedicata al cardinale Giovanni Casanova, presso il quale Lapo cercava di accreditarsi. Codice V1: il manoscritto fu confezionato a Firenze, copiato dall’archetipo sotto la stretta sorveglianza dell’autore, e completato entro il 1° marzo 1436; contenente soltanto la dedicatoria ed il testo delle due traduzioni, il manoscritto sarebbe dovuto essere consegnato, come esemplare di dedica, al Casanova, il quale però morì improvvisamente in quella data. Lapo decise allora, in tutta fretta, di ridedicare il codice al Panormita; di conseguenza intervenne sul testo dell’epistola dedicatoria riscrivendo, su rasura, le espressioni che non si adattavano al nuovo destinatario. Il codice fu consegnato dall’autore al Panormita, a Firenze, nell’aprile del 1436. 187 Per i quali rimando alle pp. 90 ssgg. del presente lavoro. 188 La trattazione completa di questo tema si trova alle pp. 110 ssgg. di questo lavoro. 118 Seconda redazione (ω2): dato il silenzio del Panormita, Lapo decise di ridedicare l’opera ad un altro cardinale, Francesco Condulmer; dopo il maggio 1436 ed entro il maggio 1437, a Firenze, tornò dunque sul manoscritto che conteneva le traduzioni dei due opuscoli isocratei, apportando un numero consistente di modifiche redazionali. Codice a: dal secondo stadio redazionale – quindi prima del maggio 1437 – copiò, presumibilmente in area fiorentina, un codice per noi perduto, al quale abbiamo convenzionalmente assegnato la sigla a. Codice Pi: il manoscritto pisano, allestito tra il 29 marzo ed il 15 settembre 1461, attinse i testi dei due opuscoli e dell’epistola dedicatoria (in una versione intermedia tra quella per il Casanova e quella per Francesco Condulmer) dal codice a, che a quell’altezza cronologica doveva già aver subito qualche piccolo danno materiale, come dimostrano le lacune appositamente lasciate dal copista nel testo di Pi. Terza redazione (ω3): la terza fase redazionale dell’opera fu elaborata a Bologna tra il maggio ed il dicembre 1437: l’autore, avendo ormai deciso di inviare i suoi opuscoli al cardinale Condulmer, apportò ancora qualche piccola modifica ai testi delle due traduzioni, e qualche variante più consistente al testo della dedicatoria. Codice f: questo codice, per noi perduto ma ricostruibile grazie all’esame dei dati di collazione, è l’esemplare di dedica che Lapo donò al cardinale Condulmer. Questo dovette essere terminato e consegnato al mittente, verosimilmente a Bologna, entro il dicembre 1437; il manoscritto circolò nella zona di Bologna e nella Curia romana, due ambienti che il cardinale frequentava. Codice B: il manoscritto fu commissionato da un privato che abitava a Bologna, Giovanni Bacci, e copiato a Roma, nell’ambiente della Curia, nel 1440; il suo antigrafo è proprio f, l’esemplare di dedica per Francesco Condulmer, e infatti B reca la dedicatoria nella versione a lui indirizzata. Codice g: dall’archetipo nella sua terza fase redazionale discese direttamente anche il codice perduto g, copiato probabilmente a Bologna nello stesso torno di tempo del manoscritto f; esso fu probabilmente commissionato dallo stesso Lapo, se è vero che da g deriva h, l’esemplare di dedica per Humfrey di Gloucester. Codice R: il manoscritto, che circolò in Romagna e nelle Marche, fu copiato a Bologna dopo la fine del 1437: attinse da g per il testo di Nicocles e Ad Nicoclem, mentre l’epistola dedicatoria indirizzata al Condulmer fu copiata probabilmente da f, che circolava nella stessa area geografica. 119 Codice h: questo manoscritto, per noi perduto, è l’esemplare che Lapo inviò in dono, nel dicembre dell’anno 1437, al duca Humfrey di Gloucester. Nel 1444 il duca donò la sua copia alla biblioteca oxoniense. Codici D, i, L ed O: dal codice h, depositato presso la biblioteca di Oxford, furono tratti D (tra il 1449 ed il 1451) ed i; da quest’ultimo codice, perduto ma sicuramente posteriore al 1444, discesero L ed O, due codici fratelli, vergati nell’ambiente della biblioteca di Oxford e curati da copisti appartenenti ad un’unica équipe. Quarta redazione (ω4): tra il gennaio e l’ottobre del 1438 Lapo si spostò tra Roma, Firenze e Venezia, dove morì nel mese di ottobre; entro quest’arco cronologico dev’essere collocata la terza revisione dell’opera, che portò il testo alla sua forma definitiva, la quarta fase redazionale. Non abbiamo elementi per determinare le motivazioni che portarono Lapo a tornare, ancora una volta, sul testo delle sue traduzioni, ma non è difficile pensare che egli avesse in mente di inviare i suoi opuscoli ad un nuovo destinatario: la sua biografia fu infatti caratterizzata, fino all’ultimo, dall’affannosa ricerca di protezione da parte di questo o di quest’altro mecenate, e la competizione con gli altri intellettuali, molti dei quali si cimentarono in versioni dal greco, 189 dovette spingere l’autore a ritornare più volte sulle sue traduzioni, alla ricerca di una sempre maggiore perfezione formale. Codici b, c, d, e e discendenti: dall’archetipo nel suo quarto stadio redazionale, e dunque dopo i primi mesi del 1438, discesero i quattro codici perduti b, c, d ed e: da essi copiarono rispettivamente il manoscritto V (tra il 1486 ed il 1487 a Venezia), V2 , Pi1 (tra il 1479 ed il 1483, forse a Roma) il codice M ed i suoi fratelli P (che trasmette il solo Ad Nicoclem) e P1 (con il solo Nicocles), entrambi confezionati dopo il 1464. 189 In particolare, in quegli anni in molti scelsero di tradurre proprio le orazioni isocratee Nicocles e Ad Nicoclem: si vedano le pp. 3 ssgg. del presente lavoro per una trattazione più esauriente del tema. 120 Nella tabella seguente riassumo i dati riguardanti epistola dedicatoria, Nicoles e Ad Nicoclem: Prima fase redazionale Seconda fase Terza fase Quarta fase (ω1) redazionale (ω2) redazionale (ω3) redazionale (ω4) Testimoni V1 Pi B, R, L, O V2, P1, M Nicocles Testimoni Ad V, V2, Pi1, P, V1 Pi B, R, D, L, O Nicoclem M Testimoni V1 ac, V1 pc Pi B, R - dedicatoria Giovanni Casanova, Francesco Dedicatario - - Antonio Beccadelli Condulmer190 1434 – 1° marzo 1436, Estremi maggio 1436 – maggio 1437 – gennaio 1438 – 1° marzo 1436 – aprile cronologici maggio 1437 dicembre 1437 ottobre 1438 1436 Luogo di Firenze Firenze Bologna ? elaborazione 190 I due opuscoli, nella forma della terza redazione, furono inviati da Lapo anche ad Humfrey di Gloucester (manoscritto h, dal quale discesero L ed O) nel dicembre 1437; essi, tuttavia, non erano accompagnati da un’epistola dedicatoria specifica. 121 3. 3. RICOSTRUZIONE STEMMATICA DELLA TRADUZIONE DELL’ORAZIONE NICOCLES La traduzione dell’orazione Nicocles è testimoniata dai seguenti quattordici manoscritti, su nove dei quali (quelli segnati da un asterisco) ho potuto condurre una collazione integrale: B* London, British Library, Add. 11760 B1 London, British Museum, Royal 10 B IX C Cambridge, University Library, Ll.I.7 L* London, Lambeth Palace Library, MS 341 M * Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924) O* Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 P1 * Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 304 Pad Padova, Biblioteca del Seminario Vescovile, 165 Par Paris, Bibliothèque Nationale de France, Latin 1616 Pi * Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 R* Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, SC-MS 47 S Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281 V1 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 3422 V2 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 5138 3. 3. 1. RICOSTRUZIONE DELLE QUATTRO FASI REDAZIONALI DELL’OPERA Il confronto dei dati di collazione porta ad una prima e fondamentale osservazione, e cioè che la traduzione andò incontro, nel tempo, ad un’evoluzione redazionale. In base alle varianti si possono individuare quattro fasi redazionali; di queste, le prime tre corrispondono alle tre fasi di rielaborazione del testo dell’epistola dedicatoria (mentre le modifiche imposte dalla ridedicazione al Panormita non ebbero ripercussioni sul testo delle traduzioni); il quarto ed ultimo stadio, invece, si pone come cronologicamente successivo rispetto alla terza redazione della dedicatoria. L’analisi delle varianti ci assicura che esse siano d’autore, e la loro valutazione stilistica permette di stabilirne la direzione, e dunque di giungere a ricostruire una successione cronologica tra le diverse redazioni. La tipologia di tutte le varianti è uniforme: si tratta quasi sempre di migliorie stilistiche, volte a rendere il testo più elegante grazie a trasposizioni nell’ordine delle parole, sostituzioni sinonimiche 122 e rielaborazioni parafrastiche; occasionalmente, l’autore corregge piccoli errori che dovevano essergli sfuggiti nelle redazioni precedenti. Dobbiamo pensare che tutte queste modifiche siano state apportate su di un unico manoscritto, vera e propria copia di lavoro dell’autore, andando per lo più ad obliterare il testo precedente, ma rimanendo talvolta compresenti come forme alternative; solo così possiamo spiegare la presenza di varianti alternative in alcuni manoscritti e l’emersione di varianti anteriori in manoscritti che appartengono a stadi redazionali avanzati. Ci troviamo dunque di fronte anche in questo caso, come per l’epistola dedicatoria, ad un archetipo in movimento. Di seguito, distinguendo le quattro fasi redazionali e cercando di contestualizzarle storicamente, presento le varianti testuali che caratterizzano tali fasi. Si noterà come queste varianti vadano nel senso di un progressivo miglioramento stilistico. L’esame testuale dei testimoni manoscritti porta a questa trafila redazionale: Prima redazione (ω1): manoscritto V1 191 Seconda redazione (ω2): manoscritto Pi Terza redazione (ω3): manoscritti B, R, L, O Quarta redazione (ω4): manoscritti V2, P1, M Testo della prima redazione (V1) Il testo della traduzione nella sua redazione originaria è, con le ovvie cautele dovute ai possibili errori di copia, quello testimoniato da V1; le varianti della prima redazione si potranno dedurre osservando i casi ove V1 si distingua da tutto il resto della tradizione, che saranno riportati nel paragrafo successivo. C’è solo un caso che conviene menzionare in questa sede: [15] observentur ac, serventur pc] V1 : servetur Pi M : serventur P1 R V2 R L O : observentur B (Quod, si non est (est non habent cett.) haec ubique servetur, tamen voluntas ac sententia rei publicae eiusmodi est. Pi)192 191 Qui non vale più la distinzione, introdotta per l’epistola dedicatoria, tra V1 ante correctionem e V1 post correctionem: il testo delle traduzioni è infatti tutto di prima mano, e non è stato interessato da quegli interventi marginali, interlineari e su rasura che si resero necessari nella dedicatoria per il cambio del destinatario. 192 Presentando i dati di collazione pongo sempre come lemma la lezione del manoscritto V 1, che ho adottato come base di collazione; quando risulti necessario fornire il contesto testuali, cito invece tra parentesi tonde il testo di Pi, che spesso offre un testo intermedio tra le varie redazioni. Il numero tra parentesi quadre all’inizio della citazione indica il paragrafo al quale il lemma appartiene nella mia edizione. 123 Per rendere conto di una simile situazione testuale, si può dire che la lezione originariamente concepita dall’autore e messa a testo nell’archetipo dev’essere stata observentur; il manoscritto V1, che abbiamo dimostrato essere idiografo dell’autore, corregge in serventur assecondando così, probabilmente, un’istruzione di Lapo; allo stesso tempo, la variante dev’essere stata inserita, come alternativa, nell’archetipo. Questo spiega come B abbia potuto recuperare la lezione originaria, mentre tutto il resto della tradizione non la recepisce. Varianti redazionali di ω2 (Pi) In questa fase di revisione bisogna collocare le varianti più consistenti, sia per il numero che per la qualità, apportate dall’autore alla sua opera. Si tratta di varianti introdotte in ω2 rispetto alla redazione originale ω1, e poi mantenute anche nelle redazioni successive; questi si configurano dunque come casi in cui alla lezione trasmessa da V1 si oppone, concorde, tutto il resto della tradizione. Grazie alla valutazione di tali varianti si può sostenere che la loro direzione sia quella ipotizzata: nonostante ci siano molti casi di varianti sostanzialmente adiafore (tra cui semplici inversioni nell’ordine delle parole, o lezioni che si equivalgono sia sul piano stilistico che su quello grammaticale e sintattico), alcuni casi mostrano invece come il testo presentato da tutti gli altri manoscritti sia evidentemente superiore a quello attestato in V1. L’individuazione di questi casi, per i quali la direzione dell’intervento autoriale si può distinguere più facilmente, garantisce la possibilità di ammettere la stessa direzione anche per i casi in cui altrimenti sarebbe risultato impossibile decidersi. Riporto di seguito tutte le varianti del tipo appena descritto, commentando i casi più significativi con l’esplicitazione del mio ragionamento: si noterà come le varianti siano sempre motivate dalla volontà dell’autore di rendere la sua traduzione più elegante nella resa linguistica, appianando qualche durezza sintattica, ma allo stesso tempo più fedele all’originale; dobbiamo infatti pensare che la revisione sia avvenuta, in questa fase, riprendendo in mano l’ipotesto greco e confrontandolo con la traduzione. [1] eos] V1 : illos cett. (ac dicant illos non virtutis gratia, sed prestandi ceteris cupiditate impulsos in eiusmodi studium disciplinamque incumbere Pi) [1] eos] V1 : illos cett. (Ex illis igitur qui ita affecti sunt, libenter audirem cur bene dicendi cupidos improbent, qui vero recte vivere volunt laudibus extollant. Etenim, si prerogative illos offendunt (offendant ac), plures ac maiores inveniemus ex rebus quam ex verbis proficisci. Pi) 124 [4] ob homicidas] V1 : propter homicidas Pi R L O B : per homicidas P 1 M V2 (Verum non, si qui sibi occurrentes cedant, ob hoc iure robur accusatur, neque propter homicidas fortitudo reprehenditur Pi). Il testo di V1 presenta una sequenza di due ob, forse un po’ dura; con la sostituzione del secondo con propter si ottiene un gradevole effetto di variatio. [4] si...caedunt] V1 : si...cedant cett. (Verum non, si qui sibi occurrentes cedant, ob hoc iure robur accusatur, neque propter homicidas fortitudo reprehenditur Pi). In questo caso, il congiuntivo aggiunge al verbo una sfumatura potenziale, che ben si adatta alla natura accidentale ed estemporanea della situazione descritta. [5] hoc pacto] V1 : sic cett. (At hi nunc, contempnentes sic singula definire, eloquentiam universam exagitant Pi) [5] reliquisque] V1 : ceterisque cett. (Nam, aliis quidem bonis quae habemus nichil reliquis animantibus prestamus; sed, contra, velocitate ac viribus ceterisque commodis corporis longe inferiores sumus. Pi) [7] ni constituta forent] V1 : nisi constituta forent cett. [7] iusta ac iniusta] V1 : iusta atque iniusta cett. (Nec (hec cett. = eloquentia) enim iusta atque iniusta, turpia quoque et honesta legibus definivit Pi) [8] incognitas] V1 R : incognita Pi P1 M V2 L O B (Hac [= eloquentia] de rebus dubiis disceptamus; hac perscruptamus et investigamus incognita. Pi) [12] memoria tenere] V1 : memoria repetatis cett. (Opinor autem me sic vos maxime impellere...posse ut quae a me dicta fuerint memoria repetatis eisque parere in animum inducatis Pi). Questo è un caso abbastanza significativo, in quanto si osserva chiaramente come le due formulazioni siano varianti stilistiche (con memoria repetatis che sembra migliorare il testo, eliminando il duro omoteleuto ten-ere/par-ere); l’innesto nella frase della seconda variante, che muta la costruzione ma si inserisce perfettamente nel contesto sintattico, è sicuramente frutto del ragionamento e della valutazione dell’autore. [14] nec delectum] V1 : neque delectum cett. (delictum V2, L) (inter bonos et malos nullum esse discrimen neque delectum Pi) [17] et in capiendo consilio et in re gerenda] V1 : est capiendo in consulendo et in re gerenda Pi : in capiendo consilio et in re gerenda cett. [21] multitudinis animos] V 1 L : animos multitudinis cett. (qui vi et facultate dicendi ad deliniendos animos multitudinis valeant Pi) [22] vera esse] V1 : vera cett. (Atque hec ex rebus magis quam ex verbis vera quis iudicet. Pi) [22] tum latere] V1 : cum latere B Pi P1 M V2 : eum latere R L O (N am et comparare exercitum eoque uti; cum latere, in medium prodire Pi) [29] a vobis maior] V1 : maior a vobis cett. dignus est cui maior a vobis quam hic tantus honos habetur (habeatur cett.) Pi [34] eam] V1 M : meam cett. (Tantum enim abest ut aliena per iniuriam in rem meam vertere concupiverim, ut quum alii, si finitimis paulo potentiores sint, agrum eorum occupent...ego ne regionem quidem michi ultro delatam accipiendam putarim, mulcierimque (maluerimque add. in marg.) iuste meam obtinere quam duplo ea maiorem iniuria consequi. Pi) [34] in rem meam periuriam ac, periniuriam pc] V1 : per iniuriam in rem meam cett. (Tantum enim abest ut aliena per iniuriam in rem meam vertere concupiverim Pi) 125 [38] se praebeant] V1 : se preberent cett. : non habet B (Ad haec, michi convenire videbatur reges tanto privatis hominibus meliores esse quanto honoribus anteirent, ac eos insuper improbe agere qui reliquis honeste decoreque vivendi necessitatem imponerent, ipsi nichil temperatiores se preberent. Pi). Il contesto grammaticale richiederebbe qui il congiuntivo imperfetto retto dal tempo passato di videbatur, in parallelismo con anteirent e in opposizione contrastiva con imponerent. [39] sed ii etiam qui] V1 L O : sed etiam hi qui cett. (Decrevi igitur meam in his rebus tollerantiam patientiamque ostendere, in quibus michi non alii tantum concessuri erant, sed etiam hi qui virtute se efferunt. Pi). In questo caso bisogna pensare – e non è difficile, come si vedrà dalla posizione stemmatica dei due manoscritti – che L ed O si siano riallineati alla lezione originaria per una coincidenza. [40] offendunt] V1 : offenderent cett. : non habet R (Illos etiam vehementius improbandos putavi qui, quum uxores cepissent communionemque vitae totius instituissent, ab eo postea societatis iure desciscerent, suisque voluptatibus eas offenderent a quibus nullam ipsi iniuriam pati volunt Pi). Sebbene la lezione offendunt di V1 non sia agrammaticale, il congiuntivo imperfetto appare molto più adatto al contesto (si noti la coordinazione desciscerent...offenderent); mentre il testo di V1 sottolinea l’abitualità, dal valore quasi aoristico, del comportamento dei cattivi mariti, la variante scelta per le redazioni successive distingue le azioni negative compiute da alcuni mariti (offenderent, come desciscerent) dall’osservazione generale, sempre valida e quindi espressa all’indicativo (volunt indica l’atteggiamento che tutti i mariti di tutti i tempi richiedono alle proprie mogli). [42] sed eandem omnes naturae aequabilitatem] V1 : sed eandem omnes naturam cett. (eundem P1) (Nec adduci umquam potui ut plurimorum regum de filiorum procreatione sententie assentirem, nec existimavi umquam hos ex humiliore, illos ex clariore generandos esse; nec alios nothos, legiptimos alios relinquendos; sed eandem omnes naturam sortiri oportere Pi). La variante introdotta a partire dalla seconda redazione è, anche in questo caso, migliorativa: l’espressione eadem...naturae aequabilitas è infatti dura e ridondante, e non è nemmeno giustificata dal testo greco; non è dunque difficile pensare che l’autore abbia voluto sfrondare il dettato per renderlo più scorrevole, mentre sarebbe alquanto difficile giustificare il processo inverso, ovvero l’ampliamento di eadem natura in eadem...naturae aequabilitas. [43] hortatum est] V1 : adhortatum est cett. (esse Pi) [43] et in primis laudabiles] V1 : et maxime laudabiles cett. (sed quae certissime firmissimeque forent et maxime laudabiles Pi) [46] laudibus atque admiratione digni sunt] V1 : laude sunt hi quidem atque admiratione digni cett. (Qui igitur natura bene morati sint, laude sunt hi quidem atque admiratione digni; sed multo (ii cett.) magis qui hoc ratione et disciplina consequuti sunt. Pi) [49] parvi faciendi sunt] V1 : parvi existimandi sunt cett. [49] nec vero...nec vero] V1 : nec vero...nec cett. (Nec vero mearum rerum minor quam vestrorum cura suscipienda vobis est, nec illis habiti honores qui optime sibi commissos regunt parvi existimandi sunt. Pi). La variante introdotta a partire dalla seconda redazione evita la ripetizione di due nec vero a breve distanza, che si verifica in V1 e dà un testo non molto elegante. [52] incognitas esse velitis] V1 : incognitas mihi esse velitis cett. (Examinetis res diligenter, easque improbas esse arbitremini quas quum facitis incognitas michi esse velitis, optimas vero quibus auditis meliorem de vobis opinionem sim habiturus. Pi). In questo caso, alle considerazioni stilistiche potrebbe essersi affiancata, nell’aggiunta del mihi, la volontà di riprodurre più da vicino l’originale greco (δοκιμάζετε τὰς πράξεις, καὶ νομίζετε πονηρὰς μὲν ἃς πράττοντες λανθάνειν ἐμὲ βούλεσθε, χρηστὰς δὲ περὶ ὧν ἐγὼ μέλλω πυθόμενος βελτίους ὑμᾶς νομιεῖν). [53] et qui delicta eorum] V1 : et qui eorum delicta cett. (existimandumque eodem supplitio afficiendos esse et qui delinquunt et qui eorum delicta occulta esse patiantur Pi) 126 [55] tantum] V1 R V2 : solum cett. (Ad hec, nemini persuasum sit naturam solum in tyrannis (tirannos cett.) sevos ac mansuetos esse, sed fieri etiam ex civibus (civium cett.) moribus: permulti enim, subditorum improbitate, asperius preter eorum voluntatem regnare cohacti sunt. Pi) [55] permulti enim preter eorum voluntatem asperius regnare coacti sunt] V1 : permulti enim subditorum improbitate asperius preter eorum voluntatem regnare coacti sunt cett. [57] regi ab alio] V1 : ab alio regi cett. (erudiendi sunt liberi vestri ut regi obtemperent...: si enim ab alio regi didicerint, multo melius regnare poterunt Pi) [58] qui illos fefellerint] V1 : qui fefellerint illos cett. (miserrimos autem atque infelicissimos eos esse qui fefellerint illos qui se fidei suae commiserint Pi) [59] scelerum contagione] V1 : sceleris contagione cett. (Sint apud nos (= vos) in admiratione non maximi (= maximis) divitiis affluentes, sed qui integros se ab omni sceleris contagione prestiterint. Pi). Oltre che ad una scelta stilistica, il passaggio dal plurale al singolare potrebbe essere dipeso, in questo caso, dalla volontà di interpretare in modo più fedele l’ipotesto greco, che per il termine corrispondente a scelus ha la forma al singolare (ζηλοῦτε μὴ τοὺς πλεῖστα κεκτημένους, ἀλλὰ τοὺς μηδὲν κακὸν σφίσιν αὐτοῖς συνειδότας). Va citato, infine, un unico caso che apparentemente sembra incompatibile con quanto appena detto: [10] conveniat] V1 : convenit cett. (Ego, quum omnem orationem approbo ex qua possumus aliquid utilitatis percipere, tum eas arbitror pulcherrimas...quae instituunt principes quo pacto multitudine uti deceat, et privatos quonam modo affectos convenit esse in principes. Pi). In questo caso, infatti, il manoscritto V1 è l’unico a riportare la lezione corretta e superiore (conveniat, con il congiuntivo richiesto dall’interrogativo quonam), laddove tutto il resto della tradizione presenta una lezione banalizzata (convenit). Per quest’unico caso, tuttavia, non è il caso di stravolgere la ricostruzione delle fasi redazionali che emerge dall’analisi dei dati di collazione: si può infatti ammettere, per esempio, che la lezione d’archetipo sia sempre stata quella inferiore (convenit), e che sia stato il solo V1 a migliorarla durante il processo di copia, senza che l’intervento sia stato replicato sull’archetipo. Oltre alla variantistica appena esemplificata, c’è poi un’altra tipologia di varianti, per la quale bisogna essere un po’ più cauti nella valutazione: si tratta dei casi in cui V1 presenta omissioni oppure lezioni evidentemente o potenzialmente scorrette, sia dal punto di vista grammaticale sia da quello morfologico. In questi casi non è facile decidere se si tratti di errori commessi dall’autore nell’archetipo al suo primo stadio (ω1), non corretti dal manoscritto V1 ma corretti invece dall’autore nel corso della seconda revisione dell’opera (cioè nello stadio ω2), oppure di normali errori commessi dal copista di V1 durante il processo di copia. Sebbene non sia sempre possibile arrivare ad una conclusione certa, bisogna tener conto del fatto che V1 è un codice molto controllato 127 (fu infatti idiografo e probabilmente anche un esemplare di dedica):193 non sono pochi i casi in cui il copista commette banali errori di trascrizione, ma nella maggioranza di essi interviene lui stesso a correggerli, con l’aggiunta interlineare o marginale di brevi parole o singole lettere, con la correzione operata direttamente sul testo, con l’espunzione di lezioni scorrette o ripetute o con diacritici che indicano la trasposizione di alcuni termini.194 Anche se non è impossibile che alcuni errori siano sfuggiti alla revisione del copista, l’osservazione che egli tende ad un atteggiamento di grande attenzione incoraggia la convinzione che circostanze di questo genere, se si sono verificate, siano state alquanto rare. Riporto di seguito i casi appartenenti a questa tipologia, per i quali comunque preferisco sospendere il giudizio, senza decidere se si tratti di errori del copista o di sviste dell’autore (e quindi varianti redazionali): [9] vi (vi add. i. l.) orationis] V1 : orationis vi cett. (oratione vi R, orationis vim ac, vi pc L) (Quod si est de hac orationis vi breviter summatimque dicendum Pi). Il termine vi, originariamente omesso dal copista di V1, è stato poi introdotto sopra il rigo, un po’ a sinistra rispetto ad orationis; questa disposizione potrebbe rispecchiare l’ordo verborum di ω1, ma potrebbe anche essere stata provocata dalla reintegrazione di vi in una sede sbagliata da parte del copista di V1. [15] desiderat] V1 : desiderant cett. (Paucorum igitur et populares principatus, eorum ad quos rei publicae administratio spectat equalitatem desiderant Pi). Il soggetto grammaticale plurale (paucorum...et populares principatus) richiede naturalmente un verbo concordato al plurale; tuttavia è facile tanto che l’autore abbia omesso il compendio nasale nella prima stesura dell’opera (dando quindi origine ad un errore, o piuttosto un banale lapsus calami, d’autore) quanto che sia stato il copista di V1 ad ometterlo senza in seguito accorgersi dell’errore. Nella prima eventualità, desiderant si potrebbe definire una variante d’autore, mentre nella seconda si tratterebbe semplicemente della lezione corretta e archetipica. [16] quam multis posse placere] V1 : quam multis ac variis posse placere cett. (Ad haec, unius administratio eo facilior et mitior est iudicanda, quo facilius est unius obsequi voluntati quam multis ac variis posse placere. Pi). Il termine variis trova precisa corrispondenza nell’ipotesto greco (ὅσῳ περ ῥᾷόν ἐστιν ἑνὸς ἀνδρὸς γνώμῃ προσέχειν τὸν νοῦν μᾶλλον ἢ πολλαῖς καὶ παντοδαπαῖς διανοίαις ζητεῖν ἀρέσκειν); anche in questo caso, è possibile sia che V1 l’abbia omesso per errore (facilitato dall’omoteleuto con multis), sia che l’autore l’abbia introdotto, grazie al confronto col testo greco, solo a partire dalla seconda redazione. 193 Ho discusso questo argomento nella sezione precedente, alle pagine 115 ssgg. 194 Un esempio delle varie casistiche appena descritte: [4] neque neque (alterum neque notavit)] V1 : neque cett.; [11] quae (quae a add. i. l.) a vobis servari velim] V1 : quae a vobis servari velim cett.; [12] opinor autem me (me add. i. l.)] V1 : opinor autem me cett.; [28] urbem ac, urbe pc] V1 : urbe cett.; [30] simulacrum harum virtutum appareat ac, harum virtutum simulacrum appareat pc] V1 : harum virtutum simulacrum appareat cett. : harum virtutis simulacrum appareat Pi; [34] periuriam ac, periniuriam pc] V1 : per iniuriam cett. ; [51] munus ac, minus pc] V1 : minus cett.; [54] in regno autem (autem add. i. l.)] V1 : in regno autem cett.; [55] sed fieri etiam ex civium moribus add. in marg.] V1 : sed fieri etiam ex civium moribus cett. : sed fieri etiam ex civibus moribus Pi; [57] assuefaciendoque in eiusmodi (eius scripsit, modi add. in marg.) disciplina maxime retinendi sunt] V1 : assuefaciendoque in eiusmodi disciplina maxime retinendi sunt cett. (huiusmodi B); [61] irascimini (irascimi scripsit, ni add. s. l.)] V1 : irascimini cett.; [62] compectar ac , complectar pc] V1 : complectar P1 M R V2 B : complecterer Pi : contemplar L O. 128 [39] indulgentiaque contineri] V1 : indulgentiaque nimia contineri cett. (Aspiciebam preterea ceteris quidem in rebus fere omnes temperantie curam et diligentiam adhibere, liberorum (et coniugum cett.) amore indulgentiaque nimia contineri. Pi). Questo caso è molto simile al precedente: sebbene nimia sia richiesto dal senso della frase ed abbia un corrispondente nell’originale greco, non è impossibile pensare che l’autore abbia dimenticato di tradurre il termine nella prima redazione dell’opera. [47] si iis] V1 : si ea cett. (si ea quae precepero queque consuluero vobis libenter et prompte facere recusetis Pi). Il verbo recusare si costruisce con l’accusativo o con de e l’ablativo dell’oggetto che si rifiuta, mentre non mi risulta che si possa costruire con il semplice dativo o ablativo. Sebbene possa trattarsi di un’errore di V1, non è impossibile pensare ad un errore d’autore, da lui corretto in fase di revisione redazionale. Ci sono invece sei casi, che riporto di seguito commentandoli quando necessario, per i quali sono convinta si debba parlare di errori singolari di V1 (facenti parte dei pochi errori che sarebbero sfuggiti alla revisione del copista); si tratta di banali errori di copia oppure di omissioni di pericopi testuali di varia estensione. Queste, di conseguenza, non debbono considerarsi varianti redazionali. [32] different] V1 : differrent cett. (ab aliis precibus ut differrent impetrassem Pi) [40] suique] V1 V2 O : suisque Pi P1 M L B : non habet R (Illos etiam vehementius improbandos putavi qui, quum uxores cepissent communionemque vitae totius instituissent, ab eo postea societatis iure desciscerent, suisque voluptatibus tas (eas cett.) offenderent a quibus nullam ipsi iniuriam pati volunt Pi) [42] non habet] V1 : nec alios nothos legitimos alios relinquendos cett. (relinquendus L) (Nec adduci umquam potui ut plurimorum regum de filiorum procreatione sententie assentirem, nec existimavi umquam hos ex humiliore, illos ex clariore generandos esse; nec alios nothos, legiptimos alios relinquendos; sed eandem omnes naturam sortiri oportere; et paterno maternoque genere mortales quidem in Evagoram parentem meum, semideos in Eacidas, deos in Iovem originem suam referre; nec quempiam ex me genitus (genitum cett.) huius expertem nobilitatis videri. Pi). Per la pericope in questione, è ragionevole pensare che essa sia stata omessa per errore da V 1 (errore che potrebbe essere stato provocato dalla ripetizione di nec). L’originale greco ha una frase corrispondente, e non si capirebbe perché l’autore possa aver deciso di non tradurla nella prima versione della sua opera. [43] viderem bonorum simul atque improborum (om. complures) parcipes esse] V1 : viderem bonorum simul atque improborum complures participes esse Pi : bonorum simul atque improborum viderem complures participes esse P 1 M V2 (quam plures) : bonorum simul atque improborum complures viderem participes esse L O B R (om. atque) [55] huius] V1 : huiusmodi cett. (Nec innovandarum rerum cupido vos teneat, quum non ignoretis ( pc) necessarium esse huiusmodi turbationibus et civitates deleri et privatas domos desolari. Pi). Si tenga conto che -modi veniva spesso scritto in forma compendiata, cosa che poteva facilitare la sua omissione in fase di copia. Bisogna infine menzionare un gruppo di varianti che, poste sul manoscritto nella fase ω2 come alternative, e non sostitutive, delle lezioni originali, dovettero permanere sull’archetipo e circolare, sotto forma appunto di varianti, anche nei subarchetipi; per questo esse riemergono, in modo apparentemente casuale, in singoli testimoni discendenti da fasi redazionali differenti. Elenco di seguito le varianti di questo tipo: 129 pc [7] edocemus] V1 M P1 (docemus) V2 : instruimus Pi L O : instruimus edocemus B R (et docemus ) (per hanc [= eloquentiam] imprudentes instruimus prudentesque comprobamus Pi) [8] pervestigamus] V1 P1 M (pervestifamus) R V2 : investigamus Pi L O B (Hac [= eloquentia] de rebus dubiis disceptamus; hac perscruptamus et investigamus incognita Pi) [9] pari odio digni iudicandi sunt] V1 R L O B : pari odio iudicandi sunt Pi P1 M V2 (Quare, qui dicendi preceptores atque oratores vituperare maledicendo ausi sint, pari odio iudicandi sunt ac si deorum signa violassent. Pi). La variante, risalente ad ω2 e posta a testo come alternativa (per esempio con segni d’espunzione sotto il termine digni), è stata recepita dall’antigrafo di Pi (a) e dal subarchetipo comune di P1 M V2 (c), ma non dai codici f (padre di B) e g (padre di R, L, O). [22] tum latere] V1 B : cum latere Pi P1 M V2 : eum latere R L O (cum latere, in medium prodire; hos vi, illos suadendo mercede, quosdam alios aliis artibus devincire sibi Pi) [28] atque] V1 B : ac cett. (immutavit ac stabilivit Pi) [50] agetur] V1 B : agitur cett. (sed, quod oportune et cum virtute agitur, id agentibus proderit Pi) Dal momento che il codice Pi, pur rispecchiando – sia per quanto riguarda l’epistola dedicatoria, sia per le due traduzioni – una fase redazionale dell’opera piuttosto precoce, fu confezionato dopo la morte di Lapo, nel 1461,195 bisognerà necessariamente introdurre nello stemma un manoscritto perduto (cui daremo convenzionalmente il nome di a), l’antigrafo di Pi, che copiò l’opera quando si trovava ancora nella fase redazionale ω2. Sarebbe teoricamente possibile anche un’altra soluzione, cioè quella di pensare che l’autore abbia realizzato, a partire dalla fase ω2, una copia “in pulito” della sua opera; questo significherebbe che è esistito fino almeno al 1461 un manoscritto cristallizzato in tale fase (dal quale Pi poté copiare), mentre l’autore lavorò sulla nuova copia per apporre le successive modifiche redazionali. Quest’ipotesi va tuttavia scartata, perché l’esistenza di alcune varianti che riemergono, trasversalmente, durante tutto l’iter redazionale dell’opera conduce a pensare che tutte siano state apposte – seppur con diversa modalità e disposte in vario modo sulla pagina – su di un unico manoscritto. A proposito dell’antigrafo del codice Pi si può dire che, nel momento in cui il codice pisano copiò i testi in esso contenuti, doveva essere già materialmente deteriorato in alcune sue parti: Pi presenta infatti, oltre ai suoi errori particolari,196 alcune lacune di entità variabile; nelle occasioni in cui il 195 Rimando alle pp. 130-131 del presente lavoro per una più ampia trattazione delle questioni legate alla datazione di Pi. 196 Il numero degli errori di Pi è consistente, e molte sono le omissioni di porzioni di testo di varia entità. Offro qui una breve esemplificazione degli errori di Pi: [5] erroris obfusa caligo] cett. : erroris om. Pi; [7] et gravis prudens] cett. : et gravis vis prudens Pi; [10] aliquid paulatim utilitatis] cett. (paulatim aliquid utilitatis B) : paulatim om. Pi; [11] succensere] cett. : succurrere Pi; [11] de iis rebus disserere] cett. : non habet Pi; [17] in capiendo consilio] cett. : est capiendo in consulendo Pi; [17] invicem] cett. : in civem Pi; [18] usum cett. : casum Pi; [19] paucorum aut populi 130 copista si dev’essere trovato di fronte un testo poco leggibile o irrecuperabile, egli ha scelto di lasciare bianco lo spazio corrispondente, più o meno, alle lettere o alle parole che non riusciva ad interpretare (questo è accaduto per esempio per le parole rati vero, al paragrafo 49, per le quali è stata lasciata una lacuna di spazio equivalente). Il caso più significativo è quello al paragrafo 18: mentre il resto della tradizione riporta, concordemente, la lezione d’archetipo Hi igitur, cum annuos magistratus habeant, antea dignitate abeunt privatique fiunt quam suspicari aliquid de rebus civitatis possint, il copista di Pi, che doveva vedere nel suo antigrafo a un testo molto danneggiato, lascia numerose lacune, scrivendo soltanto le poche lettere sparse che riusciva a leggere chiaramente; le lacune sono successivamente state supplite, per congettura, da un’altra mano. Varianti redazionali di ω3 (B, R, L, O) Le varianti redazionali introdotte in questa fase (ovvero quelle che oppongono V1 e Pi a tutto il resto della tradizione) sono molto poche e di piccola entità; ciononostante, anche perché una situazione analoga si verifica per la traduzione di Ad Nicoclem e – in modo più marcato – per la lettera dedicatoria premessa alle due traduzioni, ritengo che si debba parlare di uno stadio redazionale distinto. Senza ammettere che Pi discenda da uno stadio redazionale più antico rispetto ad ω3, sarebbe infatti molto difficile giustificare i suoi occasionali accordi – contro tutto il resto della tradizione – con il manoscritto V1. Bisogna pensare che queste varianti siano state apportate dall’autore tutte direttamente sul testo, ma con modalità diverse: alcune come sostitutive delle lezioni precedenti, altre come alternative e coesistenti, concorrenti ma non obliteranti; questo rende ragione del fatto che alcuni codici discendenti da stadi redazionali avanzati dell’opera presentino lezioni più antiche. Elenco in seguito tutte le varianti ascrivibili alla terza redazione dell’opera, commentandole quando necessario: [8] ducimus] V1 Pi R : dicimus P1 M V2 (ducimus ac., dicimus pc) L O B (eloquentesque illos nuncupamus qui multitudinem queant tenere oratione, prudentes autem eos ducimus qui mente res optime perspicere possint Pi) arbitrio geritur] cett. : paucorum ac populi arbitrio geritur Pi : paucorum arbitrio geritur aut populi B; [21] lectos] V 1 P1 M R V2 B : om. Pi : electos L O; [23] rem] cett. : regem Pi; [24] in medium] cett. : incendium Pi; [27] nemo] cett. : ne tunc Pi; [28] Teucrum] cett. : te verum Pi; [28] illis ademptum magnis periculis recepit] cett. : non habet Pi; [30] naturam vimque cett. : naturas vimque Pi; [32] antea] cett. : intra Pi; [34] maluerimque] cett. : mulcierimque (maluerimque add. in marg.) Pi; [36] eosdemque] cett. : eosquedemque Pi; [40] vehementer cett. : vehementius Pi; [45] nam cum in difficultate] cett. : cum om. Pi; [51] animo sapientius] cett. : anima sapientes Pi; [54] praevalent] cett. : prenabent (prevalent add. s. l.) Pi; [62] complectar] cett. : complecterer Pi : contemplar L O. 131 [11] disserere] V1 Pi V2 (diserere) : discere P1 M : dissererem R L O B (disererem) (Quoniam igitur alia oratione que regi essent servanda precepta ab Isocrate accepistis, hanc illi finitimam, in qua subditorum precepta traduntur, conabor nunc vobis percurrere; non ut priorem illam exsuperem, sed quod a (ad cett.) me maxime spectet apud vos de his rebus disserere. Pi). Credo che questa si possa analizzare come una variante posta dall’autore, come alternativa, all’altezza di ω3, e adottata soltanto dai due subarchetipi discendenti da questa redazione (ai quali daremo il nome di g ed f, come si vedrà nei paragrafi successivi). Il testo risulta accettabile con entrambe le varianti: con disserere al modo infinito, il verbo va subordinato a quod (causale) e la frase va interpunta come ho fatto nel trascrivere il testo di Pi; dissererem va invece coordinato con exsuperem, e la frase quod ad me maxime spectet dev’essere interpretata come una parentetica. [15] merito] V1 Pi B : meritis R L O P1 M V2 (ut quisque vir optimus est, ita plurimum tribuunt; secundo, ei qui ad illum merito quam proxime accedit; tertio item, et quarto, ac deinceps eadem ratione Pi). La lezione alternativa meritis dev’essere stata apposta dall’autore nel corso della terza redazione; il fatto che le varianti siano rimaste entrambe sul manoscritto rende ragione del fatto che il codice B, testimone della terza fase redazionale dell’opera, presenti la variante più antica. [15] ac] V1 Pi : et cett. (tamen voluntas ac sententia rei publicae eiusmodi est Pi) [26] Iupiter] V1 Pi V2 : solus Iupiter cett. (dicitur Iupiter diis imperare Pi). Il testo greco di Isocrate in questo caso corrisponde al semplice Iupiter, senza specificazioni; è dunque probabile che questa fosse la versione originariamente adottata da Lapo. L’aggiunta di solus è tuttavia funzionale ad una migliore comprensione del contesto, poiché l’esempio di Giove, che da solo governa tutti gli dèi, è introdotto al fine di legittimare, in quanto rispecchia l’ordinamento divino, l’istituzione della tirannide, che è appunto il governo di una sola persona. [43] viderem bonorum simul atque improborum complures participes esse Pi V 1 (om. complures) : bonorum simul atque improborum viderem complures participes esse P 1 M V2 : bonorum simul atque improborum complures viderem participes esse L O B R (om. atque) Varianti redazionali di ω4 (V2, P1, M) Queste varianti, di numero abbastanza consistente, appaiono per lo più motivate dalla volontà dell’autore di migliorare il testo rispetto alle fasi redazionali precedenti. Ci sono però cinque casi (24 offenditur, 44 et tolerantia, 55 aut, 61 committatis, 63 exequemini) per i quali è soltanto la quarta redazione che restituisce alla frase il suo senso logico; tutti questi casi si possono spiegare ammettendo la presenza di piccoli lapsus autoriali, dei quali l’autore si accorse, correggendoli, solo nella fase finale della revisione del testo. Nello stemma, tutte queste varianti si collocano all’altezza di ω4. Riporto di seguito l’elenco di tutte le varianti, commentando le motivazioni della scelta autoriale nei casi in cui esse appaiano particolarmente evidenti: [1] impulsos] cett. : compulsos P1 M V2 (Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam habeant eiusque studiosos vituperent, ac dicant illos non virtutis gratia, sed prestandi ceteris cupiditate impulsos in eiusmodi studium disciplinamque incumbere. Pi) [5] eloquentiam universam] cett. : universam eloquentiam P1 M V2 132 [5] insectari] cett. (infectari R) : sectari P1 M V2 (At hi nunc, contempnentes sic singula definire, eloquentiam universam exagitant, tantaque est eorum mentibus offusa caligo ut eam se rem insectari non sentiant a qua...plurima bona conflata sunt ac profecta. Pi) [7] laudibus et splendore] cett. : laudibus ac splendore P1 M V2 (hac [= eloquentia] et improbos et bonos laudibus et splendore decoramus Pi). In questo caso, la scelta di mutare et in ac può essere dipesa dalla volontà di spezzare la fastidiosa serie dei tre et ricorrenti a brevissima distanza nelle redazioni precedenti. [8] perspicere] cett. : prospicere P1 M V2 La scelta di prospicere rafforza il vicino prudentes, con il quale condivide etimologicamente il prefisso pro- (prudentes autem eos ducimus qui mente res optime perspicere possint V1); mentre la trafila perspicere > prospicere si spiegherebbe bene in questo modo, non ci sono invece elementi particolari che avrebbero potuto giustificare il processo opposto. [9] auctorem orationem et principem extitisse] cett. : auctorem eloquentiam extitisse P 1 M V2 (Quod si est de hac orationis vi breviter summatimque dicendum, nichil umquam factum prudenter sine oratione inveniemus; sed rerum et consiliorum omnium auctorem orationem et principem extitisse, eaque imprimis usos esse eos qui prudentia maxime consilioque valerent. Pi) [9] eos] cett. : illos P1 M V2 (inveniemus...eaque imprimis usos esse eos qui prudentia maxime consilioque valerent. Pi) [22] tum latere] V1 B : cum latere Pi P1 M V2 : eum latere R L O (Nam et comparare exercitum eoque uti; cum latere, in medium prodire Pi) [22] hos vi] cett. : vi hos P1 M V2 [24] permissa] V1 Pi R B : commissa P1 M V2 : premissa L O (domi paucorum administrationi summa rerum permissa Pi) [24] offendit] cett. : offenditur P1 M V2 In questo caso, ω4 è l’unica redazione che restituisce alla frase il senso corretto, con la necessaria opposizione tra offenditur e rem bene...gerit; è del tutto verosimile pensare che l’autore abbia dimenticato di porre su offendit l’abbreviazione per -tur (di solito realizzata come un tratto ondulato che parte dalla t-), e che solo a questo stadio si sia accorto dell’errore (Posset etiam quis referre in medium Atheniensium civitatem, tyrannis vehementer infensam, quae cum plures emictit duces offendit, cum vero uni periculum mandat rem bene et ex sententia gerit. V1). [25] quis possit] cett. : quis posset P1 M V2 (Sed quo pacto clarus (clarius cett.) quam his exemplis demonstrare quis possit tyranpnides plurimi faciendas esse? Pi) [26] reliquis] cett. : reliquas P1 M V (numquam enim illa deos uti diceremus nisi ipsam opinaremur reliquis dignitate anteire Pi) [27] possit] cett. (possint L) : posset P1 M V2 (Ac de civitatum administrationibus, quantumque inter se differant, ne tunc (nemo cett.) omnia nec excogitare nec complecti oratione possit). Dato il contesto di irrealtà, posset sembrerebbe la lezione superiore. [27] breviter dixisse sit] cett. : dixisse sit P1 M V2 (verum tamen ad presens satis haec me de re ipsa breviter dixisse sit Pi) [28] appulsos esse] cett. : appulsum esse P1 M V2 (Cui enim non perspicuum est te verum (Teucrum cett.), naturae (nostrae cett.) originis auctorem, una cum aliorum civium maioribus ad has oras navibus appulsos esse...?). Sebbene lo stile latino permetta entrambe le soluzioni, il singolare appulsum meglio si accorda con il singolare Teucer, soggetto della frase. [28] Salaminem] cett. (Sallaminem B) : Salaminam P1 M V2 133 [31] in regno constitutus sum] cett. : regnum adeptus sum P1 M V2 [31] refertas] cett. (referas ac, refertas pc R) : repletas P1 M V2 (nam, quo tempore in regno constitutus sum, quum offendissem regiam pecuniis exhaustam atque exinanitam, res turbationis plurime et confusionis referctas et quae diligentia maxima presidio sumptuque indigerent Pi) [34] putarim] cett. : putaverim P1 M V2 [43] viderem bonorum simul atque improborum complures participes esse Pi V 1 (om. complures) : bonorum simul atque improborum viderem complures participes esse P1 M V2 : bonorum simul atque improborum complures viderem participes esse L O B R (om. atque) [44] tolerantia] V1 R L O : tollerant Pi : et tollerantia P 1 M V2 : tollerantur B (Non enim virtutes omnes in hisdem nec pari ratione probande sunt, sed iustitia quidem in difficultatibus, in principatibus temperantia, pudicitiaque in iunioribos aetatibus (in iuniorum aetatibus cett.) tollerant. Pi). La lezione di ω4 è l’unica a restituire il senso del passo nella sua pienezza: sebbene il testo che l’archetipo doveva presentare in tutte le sue fasi redazionali precedenti (ovvero tolerantia: Non enim virtutes omnes in hisdem nec pari ratione probande sunt, sed iustitia quidem in difficultatibus, in principatibus temperantia, pudicitiaque in iuniorum aetatibus tolerantia. V1) non appaia, ad una lettura veloce, scorretto, un’analisi più accurata del senso e il raffronto con l’ipotesto greco portano a concludere che l’unico significato possibile è che la pudicitia e la tolerantia, insieme, sono le virtù che si addicono ai giovani. Di fronte alla lezione d’archetipo senza la necessaria congiunzione et, dunque, dobbiamo pensare che alcuni manoscritti (R, L, O) abbiano copiato senza accorgersi dell’errore, del resto non molto evidente, mentre due (Pi e B) cercarono in qualche modo di rabberciare il testo; solo all’altezza della quarta ed ultima fase redazionale l’autore scoprì e corresse il proprio errore. [45] rei pecuniariae] cett. : rei frumentarie P1 M V2 (Nam, (cum cett.) in difficultate rei pecuniariae relictus essem, ita me iustum prebui ut nemini umquam ex civibus detrimento extiterim Pi) [55] tyrannos sevos ac mansuetos esse] cett. : tyrannos sevos aut mansuetos esse P1 M V2 Anche in questo caso, soltanto la redazione finale corregge la svista, restituendo così il senso della frase, in quanto i tiranni non possono essere crudeli e miti nello stesso tempo, trattandosi invece di due condizioni alternative (nemini persuasum sit naturam solum tyrannos sevos ac mansuetos esse, sed fieri etiam ex civium moribus V1). [56] in retinendis moribus conservandisque] cett. : in conservandis moribus retinendisque P1 M V2 [61] amittatis] cett. : committatis P1 M V2 (Quibus item affecti ab aliis irascimini, eadem ne in alios amittatis providete Pi). È solo la variante committatis che dà alla frase il significato necessario; peraltro amittere (“perdonare, lasciar correre”) non giustificherebbe la presenza del successivo in alios. [62] esse vitae] cett. : vite esse P1 M V2 [63] exequamini] cett. : exequemini P1 M V2 (exequeminii ac, exequemini pc M) (Si enim me ipsum talem prestabo qualem superiore tempore prestiti, et vos quae vestrae sunt partis exequamini, aspicietis celeriter vitae vestrae accessionem esse factam Pi). Anche in questo caso, l’autore durante la quarta redazione corregge una probabile svista autoriale: il contesto richiede infatti un futuro, e non un congiuntivo presente. Un probabile lapsus autoriale non corretto rimane invece quello di Nic. 20: Accedit etiam ut cives sibi ipsi plerumque infensi inimicique sint, cupiantque et quibus ipsi in magistratu et qui sibi successuri sunt quam male et flagitiose rem publicam gerere, ut ipsi maximam gloriam consequantur. L’espressione quam male et flagitiose è scorretta, mentre si dovrebbe avere qualcosa del tipo quam pessime et flagitiosissime/flagitiose. 134 3. 3. 2. INDIVIDUAZIONE DELLE FAMIGLIE DI MANOSCRITTI Individuazione del subarchetipo c (manoscritti V2, P1, M) Come abbiamo visto, i manoscritti V2, P1 ed M testimoniano tutti la quarta ed ultima redazione dell’opera. Oltre che dalle consistenti varianti redazionali già elencate e commentate sopra, i tre codici sono accomunati dall’identico incipit e da alcuni errori congiuntivi; di questi, alcuni si caratterizzano come veri e propri errori di copia e inficiano la correttezza grammaticale e semantica del contesto, mentre altri si possono classificare come semplici banalizzazioni del testo originale. In ogni caso, il confronto testuale con i testimoni delle fasi redazionali precedenti mostra che si tratta, appunto, di casi di banalizzazione del testo, che dunque non possono essere ricondotti ad intervento autoriale. La presenza, accanto a quelle che abbiamo classificato come varianti redazionali, di errori, fa sì che dobbiamo postulare un subarchetipo (comune a V2, P1 ed M) e derivante dalla quarta fase redazionale dell’opera. A questo subarchetipo daremo il nome convenzionale di c. Riporto di seguito la formula incipitaria e tutti gli errori che congiungono i tre manoscritti (e quindi risalenti al subarchetipo c), commentando, ove non risulti immediatamente evidente, perché la lezione sia da considerarsi banalizzante:197 Isocratis oratio ad Nicoclem incipit feliciter V1 : Incipit Ysocratis oratio e greco in latinum per eundem Lapum conversa Pi : Isocratis oratio de regno per Lapum in latinum conversa incipit feliciter R : Oratio Isocratis de regno nuper in latinum traducta P1 (de regno notavit et et greco add. i. l.) M V2 : Nicodis oratio ad subditos incipit L O : Xenophontis oratio Socratis ex greco traducta de institutione subditorum erga dominos per Lappum B [5] nunc contemnentes] cett. : minime contempnentes P1 M V2 (At hi nunc, contempnentes sic singula definire, eloquentiam universam exagitant Pi). Il contesto richiede nunc, che infatti trova perfetta corrispondenza nel νῦν del testo greco; al contrario, la lezione minime non dà senso. [5] ut...non sentiant] cett. : ut...non sentiunt P1 M V2 [5] a qua una ex omnibus] cett.: una omm. P1 M V2 (tantaque est eorum mentibus offusa caligo ut eam se rem insectari non sentiant a qua – una ex omnibus quae in hominum vita naturaque consistunt – plurima bona conflata sunt ac profecta Pi) [5] nihil] cett. : omm. P1 M V2 (Nam, aliis quidem bonis quae habemus nichil reliquis animantibus prestamus; sed, contra, velocitate ac viribus ceterisque commodis corporis longe inferiores sumus. Pi) 197 Non sarà inutile osservare che il codice V2, pur presentando una serie di errori particolari, presenta un testo piuttosto corretto: fu quindi copiato da un copista attento, che spesso interviene a correggere i propri errori. Si vedano, a titolo di esempio, i casi seguenti: [9] consilioque] cett. : concilioque ac, consilioque pc V2; [19] summae rei] cett. : rei summae ac, summae rei pc V2 (la trasposizione è indicata con due trattini posti sopra le parole da invertire); [56] obeundis] cett. : obeundos ac, obeundis pc V2. 135 [14] nullum esse discrimen] cett. : nullum discrimen P1 M V2 (iniquissimum esse, in constituendis premiis, inter bonos et malos nullum esse discrimen neque delectum Pi) [15] ad illum] cett. : ad bellum P1 M V2 (At hi in quibus unum (unus cett.) dominatur tantum, ut quisque vir optimus est, ita plurimum tribuunt; secundo, ei qui ad illum merito quam proxime accedit Pi) [18] fiunt] cett. : sunt P1 M V2 (Hi igitur, cum annuos magistratus habeant, antea dignitate abeunt privatique fiunt quam suspicari aliquid de rebus civitatis possint cett. Pi) [19] opportune] cett. : optime P1 M V2 (hii quidem, plurimum temporis privatis negotiis impediti, opportune rei publicae adesse non possunt Pi). Il contesto richiede il valore temporale di opportune, che del resto rispecchia meglio l’ipotesto greco. [27] omnia] cett. : omm. P1 M V2 (Ac de civitatum administrationibus, quantumque inter se differant, ne tunc (nemo cett.) omnia nec excogitare nec complecti oratione possit. Pi) [30] in honore] cett. : in honorem P1 V2 : et honorem M (Quod si qui ex veteribus, hiis ornati virtutibus, in honore habiti sunt, par esse statuo me quoque eandem quam illos gloriam consequi. Pi) [41] coniiciunt] V1 Pi L O B : conveniunt V2 P1 M R (ipsas regias clam in discordias dissentionesque coniiciunt Pi)198 [43] et honestis] cett. : ac honestis P1 M V2 Che questa sia una banalizzazione e non una variante autoriale si può sostenere osservando il fatto che la lezione ac in luogo di et peggiora il testo, provocando la sequenza di due ac a breve distanza (cfr. invece temperantiam vero ac iustitiam a bonis tantummodo et honestis viris possideri V1). [45] cum id etatis] cett. : cum in id etatis P1 M V2 (Haec autem michi utraque comparavi quum id etatis forem in qua plurimos invenimus maxime in rebus gerendis delinquere. Pi) [56] pecuniis] cett. : muneribus P1 M V2 Si tratta in questo caso di un errore di copia, in cui l’erroneo muneribus è stato probabilmente indotto dal ricorrere dello stesso termine subito dopo (in conferendis vero pecuniis rei publicae causa, aliisque muneribus meo imperio obeundis V1). [56] debeant] cett. : debent P1 M V2 (Ad haec, iuniores ad virtutem excitandi inflammandique, non solum adhortando, sed demonstrando etiam quales viri boni prestare se debeant. Pi) C’è poi un certo numero di varianti di P1 M V2 che, sebbene non siano apparentemente distinguibili, come tipologia, da quelle elencate sopra e valutate come varianti autoriali, preferisco non attribuire all’autore ma considerare banalizzazioni di c; mi sembra infatti che esse non migliorino, ma peggiorino il testo, e che quindi possano essere dovute alle normali dinamiche di tradizione. Questi i casi in cui dubito che si tratti di varianti autoriali di ω4: [4] ob homicidas] V1 : propter homicidas Pi R L O B : per homicidas P 1 M V2 (Verum non, si qui sibi occurrentes cedant, ob hoc iure robur accusatur, neque propter homicidas fortitudo reprehenditur Pi) [9] ausi sint] cett. : ausi sunt P1 M V2 L (qui dicendi preceptores atque oratores vituperare maledicendo ausi sint, pari odio iudicandi sunt ac si deorum signa violassent Pi)199 198 Non è difficile pensare, data la vicinanza paleografica delle due forme, che R abbia commesso lo stesso errore in modo indipendente. 199 In questo caso, l’accordo con L è il frutto di poligenesi. 136 [19] invenias] cett. : invenies P1 M V2 (et, quum de re publica convenerint, illos sepius dissidentes et concertantes invenias qui (quam cett.) publice consulentes) [21] valeant] cett. : valent P1 M V2 (et apud eos in honore habentur qui vi et facultate dicendi ad deliniendos animos multitudinis valeant, apud reges autem qui consilio et sapientia regere et gubernare rem publicam possint Pi) [17] praestent] cett. : prestet P 1 M V2 (quanto unius principatus et in capiendo consilio et in re gerenda ceteris prestent V1). Sia la grammatica che il senso generale della frase, qui, permettono tanto la forma singolare quanto quella plurale, né ci sarebbero motivazioni stilistiche per preferire l’una o l’altra variante; neanche la paleografia può venirci in aiuto, in quanto il titulus indicante la presenza di nasale può essere omesso od aggiunto con altrettanta facilità. È vero che l’ipotesto greco ha la forma singolare, ma la traduzione si discosta anche in altri casi dal testo di partenza, e dunque questo non può essere considerato un elemento dirimente per stabilire la direzione dell’innovazione, e dunque nemmeno se si tratti di un errore o di una variante. Individuazione di e (P1, M) I manoscritti P1 ed M condividono, a loro volta, una serie di errori che si devono ascrivere al loro subarchetipo comune (che chiameremo convenzionalmente e): [2] eae res] cett. : haec res Pi P1 M (ma Pi ha spesso haec in luogo di eae); [3] soleo admirari] cett. : solei (solea pc) admirari P1 : solea admirari M; [4] ad utilitatem nobis tradita sunt] cett. : nobis omm. P1 M; [4] conantur] cett. : conantus P1 M; [7] arbitramur] cett. : arbitramus P1 M; [10] pulcherrimas] cett. : pulcherrimis P1 : pulcherimis M; [11] disserere] V1 Pi : discere P1 M : dissererem R L O : disererem B : diserere V 2; [12] dicta] cett. : dicti P1 M; [14] vero] cett. : enim P1 M; [22] possunt] cett. : possint P1 M; [28] fuerat] cett. : fuerit P1 M; [31] dimovere potuit] cett. (dimonere R) : dimovere P1 M : potuit dimovere V2; [33] rexque verbo quidem firmata pace] cett. : quidem omm. P1 M; [35] possim] cett. : possem P1 M; [36] ex quo regnare coepi] cett. : ex quo regenerare cepi P1 : ex quo regenerari cepi M; [39] quidem] cett. : quid P1 M; [40] totius] cett. : pocius P1 M; [41] haec enim omnia prudentiae ac iusticiae sunt officia] cett. : omnia omm. P1 M; [43] viderem] cett. : videres P1 M; [45] autem mihi utraque comparavi] cett. : mihi omm. P1 M; [46] muneribus] cett. : maioribus P1 M; [52] ea quae clam] cett. : ea quam clam P1 M (ia ac, clam pc); [53] et meritas] cett. : et mitas P1 M; [55] cupido] cett. : cupide P1 : cupide ac, cupido pc M; [56] existimandumque] cett. : existimandum P1 M; [56] demissos] cett. : dimissos P1 M. Oltre a questi errori, P1 ed M presentano alcune varianti; per queste si deve pensare ad una variantistica non autoriale, per i seguenti motivi: nonostante alcune varianti risultino sostanzialmente adiafore, alcune di esse sono chiaramente banalizzanti o peggiorative; questo gruppo di varianti, condivise da P1 ed M ma non da V2, risalgono al manoscritto e, ed è alquanto improbabile che l’autore avesse accesso ad un codice collocato così in basso nello stemma, e che addirittura intervenisse su quello per apportare modifiche stilistiche. Riporto di seguito tutte le varianti appartenenti a questa tipologia, suddividendole in varianti adiafore (comprendenti al loro interno alcune inversioni dell’ordo verborum) e in varianti banalizzanti o peggiorative: 137 Varianti adiafore: [1] igitur] cett. : ergo P1 M; [8] qui mente res] cett. : qui res mente P1 M; [11] conabor nunc vobis percurrere] cett. : conabor vobis nunc percurrere P1 M; [15] administratio spectat] cett. : spectat administratio P1 M; [29] reliquum est igitur] cett. : reliqum ergo est P1 M; [54] fugienda] cett. : fugienda sunt P1 M; [57] ad virtutem] cett. : ad virtutes P1 M. Varianti banalizzanti o peggiorative: [3] soleo admirari quam ob rem non arguant] cett. : solei (solea pc) admirari quemadmodum non arguant (arguut ac) P1 : solea admirari quemadmodum non arguant M [16] ac si] V1 R V2 L O B : at si Pi P1 M (At, si oportet hominum naturas studiaque perquirere, tyrannidem omnes comprobare videntur. Pi).200 In base al contesto, che non presenta uno stacco logico tra questo periodo ed il precedente, bisogna concludere che la forma più pertinente (e dunque quella corretta) qui è ac si. [24] militiae] V1 V2 L O B : militibus et Pi : militia P1 : milicia M (si tratta dell’epressione cristallizzata domi militiaeque; cfr. domi paucorum administrationi summa rerum permissa, militiae regibus uti solitos V1) [27] quod autem iure regnum obtinemus...demonstrandum est] cett. : quod autem iure regnum possidemus...demonstrandum est P1 M [35] de se preclara facinora profiteri posse] cett. : de se preclara facinora confiteri posse P1 M I codici P1 ed M sono dunque fratelli, e discendono dal loro comune antigrafo d; un rapporto di filiazione tra i due manoscritti si deve escludere per i rispettivi errori singolari, molti dei quali impossibili da correggere ope ingenii. Riporto di seguito, per completezza, un campione degli errori singolari di P1 e di M: Campione degli errori singolari di P 1: [5] velocitate] cett. : velocitatem P1 : felicitate V2; [7] permaximum esse] cett. : permaximam esse P1; [12] ac retinendam esse] cett. : ac retinendam nobis esse P1; [24] et ex sententia] V1 R M V2 L B: et ex sciencia P1 : ex sententia Pi O; [32] in Graeciam] cett. : in graciam P1; [35] Graecis] cett. : gratis P1; [41] clam in] cett. : clamen P1; [52] solicitudine] cett. : felicitudine P1; [52] ut nullum cuiquam] cett. : ut nullum unquam P1; [53] reportatum ire] cett. : reportatum iri P1; [55] sevos] cett. : suos P1; [57] quin] cett. : cum P1; [63] obieritis] cett. : abieritis P1. Campione degli errori singolari di M:201 [1] nonnullos] cett. : animo nullos M; [2] ipsis] cett. : suis M; [3] carpere] cett. : capere M; [5] profecta] V1 Pi R L O B : perfecta P1 V2 : preferta M; [9] pari odio digni iudicandi sunt ac si deorum signa violassent] cett. : non habet M; [23] reliquae] cett. : relinquam M; [23] sed quod Perse] cett. : sed Perse M; [24] cum vero uni] cett. : quoniam vero unmi ac, uni pc M; [30] ex veteribus] cett. : ex virtutibus M; [31] igitur] cett. : ergo M; [36] modestiaque] cett. : molestiaque M; [39] concessuri erant] cett. : concessurum ac, concessuri pc erant M; [50] allaturos] cett. : illaturos M; [57] perfidiosi] cett. : presidiosi M; [55] cupido] cett. : cupide P1 : cupide ac, cupido pc M. Anche l’ipotesi che P1 ed M discendano da V2 va scartata; infatti, anche se V2 presenta un testo piuttosto corretto e sorvegliato, contiene comunque alcuni errori, salti e omissioni che difficilmente si sarebbero potuti sanare ope ingenii. Ne riporto, a scopo esemplificativo, una selezione: 200 Pi dev’essere arrivato alla forma at si in modo indipendente. 201 Si tratta di un manoscritto particolarmente mendoso; in qualche caso, tuttavia, una mano successiva interviene a correggere il testo, per collazione con l’antigrafo o ope ingenii. 138 [32] partem dissoluissem ab aliis] cett. (desoluissem B) : om. V2 (quum his totum, aliis partem dissoluissem; ab aliis precibus ut differrent impetrassem Pi); [35] maioribusque] V 1 P1 M R L O B : maioris quam Pi : om. V2; [53] sed deprehensus] cett. : sed reprehensum V2; [58] degere] cett. : digerere V2. Lo stemma codicum dei testimoni della quarta fase redazionale dell’opera si può dunque ricostruire in questo modo: ω4 c V2 e P1 M Individuazione di h (L, O) Sulla base dei dati di collazione, si può dire che i manoscritti L (London, Lambeth Palace Library, MS 341) ed O (Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26) sono fratelli: oltre all’identica formula incipitaria, essi condividono infatti una consistente serie di accordi in errore (lezione scorretta o banalizzante), che elenco di seguito: Isocratis oratio ad Nicoclem incipit feliciter] V1 : Incipit Ysocratis oratio e greco in latinum per eundem Lapum conversa Pi : Isocratis oratio de regno per Lapum in latinum conversa incipit feliciter R : oratio Isocratis de regno nuper in latinum traducta P1 M V2 : Nicodis oratio ad subditos incipit L O : Xenophontis oratio Socratis ex greco traducta de institutione subditorum erga dominos per Lappum B [6] describere leges] cett. : leges describere L O; [9] eaque imprimis usos esse] cett. : eaque in primis visos esse L O; [10] maximeque] V1 Pi P1 M B R (maximaque ac, maximeque pc) : maxime L O; [10] maxime] V1 P1 M R B : maxima L O : maxima ac, maxime pc Pi; [11] que regi] cett. : que rei L O; [12] ab ea numquam discedimus] cett. : numquam discedimus L O; [17] quis posset] cett. : qui posset L O; [21] lectos] V1 P1 M R V2 B : om. Pi : electos L O; [21] qui] cett. : que L O; [22] quis iudicet] cett. : quisque iudicet L O; [23] Grecarum urbium] cett. : Grecorum L O; [24] permissa] V1 Pi R B : commissa P1 M V2 : premissa L O; [25] sed qui] cett. : si qui L O; [25] plurimi faciendas esse] cett. : plurimas faciendas esse L O; [25] nihil preclare gessisse] cett. : nihil preclare egisse L O; [26] certo nemo novit] V1 P1 M V2 B R (nome) : certe nemo novit Pi : nemo certo novit L O; [26] expetamus] V 1 V2 : expectamus Pi P1 M B : expectemus L O : spectemus R; [32] clausa erat] cett. : clausa erant L O; [34] occupent] cett. : occupant L O; [34] michi 139 ultro delatam] cett. : michi omm. L O; [35] decet] V1 Pi R M V2 B : docet L O : det P1; [38] honeste decoreque vivendi] cett. : honesteque decore vivendi L O; [39] preterea] cett. : propterea L O; [39] fere omnes temperantie] cett. : omnes et temperantie L O; [40] earum] cett. (eorum Pi) : ea L O; [40] desciscerent] V1 Pi P1 M V2 B : disciscerent R : destisserent L : descisserent O; [43] temperantiam vero ac iustitiam] cett. : vero omm. L O; [45] potestatem] cett. : potestate L O; [45] nec] cett. : hec L O; [48] rati vero] cett. : uo Pi : rari vero L O; [49] talis cett. : tales L O (convenit etiam vos ipsos talis esse in alios qualem me in vos esse vultis Pi);202 [51] domos] cett. : domus L O; [53] indicandus] V1 P1 M R V2 B : indicandus iudicandus Pi : iudicandus L O (Nec vobis reticendus est si quem de meo regno male sentientem cognoscitis, sed deprehensus indicandus iudicandus, existimandumque eodem supplitio afficiendos esse et qui delimquunt et qui eorum delicta occulta esse patiantur Pi); 203 [60] eadem et de absente] cett. : eadem et absente L O; [61] non laudos ac, non laudandos pc] V1 : non laudandos cett. : non laudando L O; [61] solum vobis] cett. : vobis solum L O; [62] complectar cett. : complecterer Pi : contemplar L O; [63] meum regnum auctum (auctum add. s. l.)] V1 : meum regnum auctum cett. : meum rectum auctum L O; [62] in vos vestros esse decere] cett. (nos R) : vos vestros esse dicere L : vos vestros esse decere O. L’ipotesi di un rapporto di filiazione tra L ed O va scartata, in quanto entrambi i manoscritti presentano errori particolari, alcuni dei quali difficilmente potevano essere ricondotti ope ingenii alla lezione originale; elenco di seguito tutti gli errori singolari di ciascuno dei due manoscritti. Errori singolari di L: [2] colere] cett. : colore L; [3] robur] cett. : rabur L; [5] singula] cett. : singuli L; [13] alienum] cett. : alie tamen L (tamen è scritto con la consueta abbreviazione: tm con titulus); [16, 32] ad haec] cett. : ad hoc L; [27] ac] cett. : at L; [36] esse sublatos] cett.: esse sublevatos L; [42] sortiri oportere] cett. : sortiri oporteret L; [42] expertem] cett. (ecpertem P1) : expartem L; [44] in iuniorum aetatibus] cett. : inimicorum etatibus L; [45] in qua] cett. : in quam L; [50] bonos] cett. : honos L. Errori singolari di O: [12] nobis] cett. : vobis O; 22] nam et comparare exercitum] cett. : nam eciam comparare exercitum O; [24] et ex sententia] V1 R M V2 L B: et ex sciencia P1 : ex sententia Pi O (gli errori di Pi e di O sono da considerarsi poligenetici); [46] maximum] cett. : maxissimum O; [47] quae precepero] cett. : que precepto O; [57] nostra illis] cett. : vestra illis O. Il rapporto di parentela tra i due manoscritti era stato, del resto, già notato sia da Sammut 204 che da De la Mare.205 I due codici, confezionati entrambi in area inglese dopo la metà del XV secolo, presentano le medesime opere nello stesso ordine: si tratta di un’antologia di testi umanistici, tutti accomunati dalla tematica de principe (e, più in generale, da temi etici e di condotta morale); contengono alcune opere dedicate al duca Humfrey di Gloucester, tra le quali la Comparatio 202 La forma in –īs dell’accusativo plurale maschile e femminile di terza declinazione si trova, fin dal latino di epoca classica, sia quando essa sia etimologicamente giustificata, sia, in altri casi, per analogia; è probabile che Lapo abbia adottato questa desinenza con intento arcaizzante, o di imitazione dello stesso Cicerone, che ne fece largo uso; un caso parallelo si riscontra nel testo dell’Ad Nicoclem ([41] voluptatis). 203 In questo caso, si potrebbe pensare che indicandus/iudicandus siano varianti d’autore; data l’estrema somiglianza – per non dire completa coincidenza – paleografica delle due forme, preferisco tuttavia pensare che Pi abbia ereditato le due forme alternative dal suo antigrafo e che LO abbiano copiato la forma iudicandus dal loro antigrafo, indipendentemente da Pi. 204 A. SAMMUT, Unfredo duca di Gloucester e gli umanisti italiani, Padova 1981, pp. 127-128; rimando alle pp. 52 ssgg. del presente lavoro per una trattazione più dettagliata dell’argomento. 205 A. C. DE LA MARE - S. GILLAM, Duke Humfrey’s Library and the Divinity School 1488-1988: An Exhibition at the Bodleian Library June-August 1988, Oxford 1988. 140 studiorum et rei militaris di Lapo da Castiglionchio, e molte traduzioni umanistiche (oltre alle traduzioni di Lapo del trittico isocrateo, è presente la versione del Nicocles di Guarino Veronese), dedicate in gran parte a Leonello d’Este. De la Mare, notando le evidenti analogie tra i due manoscritti, osservava anche come alcuni dei titoli e delle annotazioni marginali di L vadano attribuiti alla stessa mano che ha copiato O. I due codici sono dunque strettamente legati, e, come sostiene Sammut, essi furono esemplati su di un manoscritto appartenuto al duca Humfrey di Gloucester e da lui donato, nel febbraio 1444, all’università di Oxford. Questo manoscritto (per il quale qui adotteremo la sigla h), fu in effetti offerto in omaggio al duca di Gloucester da Lapo da Castiglionchio nel 1437;206 nella lettera dedicatoria della Comparatio studiorum,207 Lapo fa riferimento anche alle tre traduzioni da Isocrate (Ad Demonicum, Nicocles, Ad Nicoclem), che egli pensava si addicessero al ruolo del duca, e quindi gli inviava nella stessa occasione: Mitto etiam cum hoc opuscolo tres Isocratis, Atheniensis clarissimi rhetoris, orationes: in quarum una [= Ad Demonicum] iuvenem quemdam ad virtutes instruit, quam tibi idcirco convenire putavi, quod tibi regis nepotis tui cura suscepta sit, quem ita erudire desideres, ut patri suo ac tibi simillimus sit; ex reliquis duabus, altera [= Nicocles] subditos adversus suum principem instruit, altera [= Ad Nicoclem] que principi precepta adversus subditos servanda sint, continet, que quoniam nunc et regis locum pene obtineas, non iniocunde tibi esse debebunt. I manoscritti L ed O discendono dunque da h, l’esemplare inviato da Lapo ad Humfrey di Gloucester, e sono probabilmente posteriori al 1444, quando il duca donò la sua copia alla biblioteca oxoniense. Lo stemma codicum che descrive tale situazione è il seguente: h L O Alla luce di questa ricostruzione si dovrà valutare l’unica variante che, oltre agli errori discussi sopra, i codici L ed O condividono: [57] ut regi obtemperent] cett. : ut regis mandatis obtemperent L : mandatis ut regis obtemperent (mandatis add. in marg.) O (Quin etiam erudiendi sunt liberi vestri ut regi obtemperent Pi). 206 Nello stesso anno, ricordiamo, Lapo dovette inviare le due traduzioni al cardinale Condulmer; si vedano le pp. 110 ssgg. 207 Pubblicata, nella versione del manoscritto di Oxford, da Sammut, cit., p. 165. 141 In questo caso è molto difficile determinare se si tratti di una variante autoriale o di tradizione; la disposizione del testo in O, con mandatis aggiunto nel margine, fa pensare che la variante sia stata introdotta direttamente in h con queste modalità: correzione di regi in regis e aggiunta, marginale o interlineare, del termine mandatis. Il fatto che h fosse l’esemplare inviato al duca di Gloucester fa pensare che esso sia stato confezionato sotto la sorveglianza dell’autore, perciò non è improbabile che questa variante vada fatta risalire allo stesso Lapo. Strettamente imparentato con L ed O è anche il codice Cantabrigense (C), che con essi mostra evidenti analogie già per quanto riguarda il contenuto e l’ordine delle opere. Non ho potuto tuttavia avere a disposizione il testo di C, il cui studio potrà confermare e precisare la posizione stemmatica del codice. Individuazione di f (B) Il codice B (London, British Library, Add. 11760) discende dalla terza redazione dell’opera: condivide infatti con i manoscritti R, L ed O quelle piccole varianti redazionali introdotte in ω3 delle quali abbiamo trattato sopra. Poiché, tuttavia, con i tre manoscritti citati (e dunque con g, come vedremo tra poco) non condivide alcun errore, bisogna concludere che B rappresenta un ramo indipendente. Alcune considerazioni sulla datazione e sull’origine geografica del codice, inoltre, mi portano a postulare tra l’archetipo (ω3) e B un anello intermedio perduto, che chiameremo convenzionalmente f. Analizzando i testi di natura miscellanea presenti nel manoscritto B, e confortato da alcune osservazioni di carattere codicologico e calligrafico, Longo208 propone di collocarne la produzione nell’ambiente della curia romana gravitante intorno al papa Eugenio IV (al secolo, Gabriele Condulmer): il codice sarebbe stato commissionato per uso privato da un intellettuale della cerchia papale,209 e confezionato intorno al 1440. Ci sono tre elemento che mi inducono a pensare che il codice B possa discendere direttamente dalla copia (f in questo studio) contenente le due traduzioni Nicocles e Ad Nicocles, dedicata da Lapo al cardinale Francesco Condulmer tra il maggio ed il dicembre del 1437:210 208 C. LONGO, Giacomo di Martino del Regno da Acquamela OP (m. 1449), in «Archivum fratrum praedicatorum» 64 (1994), pp. 239-241, 244-259. 209 Che L. GUALDO ROSA, Lapo da Castiglionchio il Giovane e la Curia al tempo di Eugenio IV: un rapporto difficile, cit., p. 508, identifica con l’umanista Giovanni Bacci, amico e corrispondente di Lapo. 210 Rimando alle pp. 110 ssgg. del presente per il ragionamento che mi ha condotta a questa datazione. 142 1) la data e l’ambiente di produzione dei due codici sono assolutamente compatibili con l’ipotesi della filiazione diretta, in quanto f, appartenuto a Francesco Condulmer, doveva circolare nell’ambiente papale romano proprio in quegli anni; 2) se è vero, come sostiene Longo, che il codice B è stato copiato dopo la morte di Lapo (avvenuta nel 1438), poiché esso fa capo alla penultima redazione d’autore non si può pensare che esso abbia copiato direttamente dall’archetipo (che a quel tempo attestava già lo stadio ω4), ma deve necessariamente derivare da un antigrafo cronologicamente compatibile con la fase ω3; 3) B è l’unico tra i codici superstiti, insieme ad R, a tramandare l’epistola dedicatoria nella sua terza e ultima fase redazionale, cioè quella indirizzata al cardinale Condulmer. Il manoscritto B, oltre a presentare naturalmente alcuni errori particolari,211 contiene anche un buon numero di varianti. Come sempre, è molto difficile valutare se esse siano o meno riconducibili all’autore: quando – come in questo caso – la tipologia degli inteventi è pienamente assimilabile con quella delle altre varianti che abbiamo classificato come autoriali, le varianti vanno valutate molto attentamente dal punto di vista stilistico; se davvero alcune di esse si possono ricondurre a Lapo, saranno soltanto quelle che offrono un testo stilisticamente superiore o equivalente a quello di partenza. Tra le varianti presenti in B, alcune mi sembrano evidentemente banalizzanti, e dunque andranno attribuite alle normali dinamiche di copia: Banalizzazioni di B: [13] iuste pieque] cett. : iusteque pie B; [22] ex verbis] cett. : ex om. B; [35] nulli unquam] cett. (numquam R) : unquam alicui nullam B; [57] didicerint] cett. : didicerunt B (erudiendi sunt liberi vestri ut regi obtemperent, assuefaciendoque in eiusmodi disciplina maxime retinendi sunt: si enim ab alio regi didicerint, multo 211 Li elenco tutti: [1] cupiditate] cett. : cupiditati B; [1] cur bene dicendi cupidos improbent] cett. : cur bene dicendi cupidos audirem (audirem delevit inter scribendum) improbent B; [7] indicium] cett. : indictum B; [7] perpolitaque oratio] cett. (per politaque oracio M) : prepolitaque (que add. manus altera) oratio B; [9] maxime] cett. : maximeque (que delevit) B; [10] civitates felicitate] cett. : civitates fellicitati B; [11] que regi essent servanda precepta ab Isocrate accepistis] cett. : que regi essent servanda accepistis B [Si noti che la nozione della paternità isocratea dell’orazione è ormai, nel manoscritto B, completamente perduta; l’incipit recita infatti Xenophontis oratio Socratis ex greco traducta de institutione subditorum erga dominos per Lappum; questo potrebbe aver indotto il copista, che non capiva, a cassare il riferimento ad Isocrate.]; [16] eo] cett. : et ac, eo pc B; [22] prodire] cett. : prodire ac, prodere pc; [22] magis] cett. : magnis ac, magis pc; [26] dignitate anteire] cett. : dignitatibus ac, dignitate pc anteire B; [26] numquam enim illa deos uti diceremus nisi ipsam opinaremur] cett. : numquam enim (enim add. in marg. alia manus) illa deos uti diceremus (diceremur ac) nisi ipsam opinaremus (opinaremur ac) B; [38] ipsi nihil temperatiores se preberent] cett. (praebeant V1) : non habet B (si tratta di un salto per omoteleuto: imponerent...preberent); [42] hos ex] cett. : ex B; [42] humiliore] cett. : humanita scripsit, sed delevit et humiliore scripsit B; [42] et paterno maternoque genere] cett. : et paterno maternoque amore (amore scripsit et delevit) genere B; [44] sed quae a virtute] cett. : sed que a (a add. in marg.) virtute B; [48] non] cett. : non non B; [49] oculi] cett. : oculis ac, oculi pc B; [50] ditari] cett. : dictari ac, ditari pc B; [51] unusquisque] cett. : uniusquisque ac, unusquis pc B; [52] ex iis quae possidetis nec] cett. : non habet B (si tratta di un salto per omoteleuto: ex iis...possidetis nec ex iis...facitis); [53] perpessuros] cett. : perpassuros B; [60] eadem] cett. : eandem ac, eadem pc B. 143 melius regnare poterunt Pi); [60] et quae presente me audienteque dicitis] cett. : et quae presente me et audiente dicitis B; [63] eventura sunt] cett. : ventura sunt B. Altre, invece, sono adiafore – questo è il caso delle inversioni nell’ordine delle parole – o addirittura appaiono leggermente migliorative: Cambi dell’ordo verborum in B: [11] haud iure vobis] cett. (nobis R) : haud vobis iure B; [46] minus michi] cett. (nimis michi R) : michi minus B; [54] in quibus suspitio aliqua] cett. : in quibus aliqua suspitio B; [58] nostram illis amicitiam relinquere] cett. : nostram amicitiam illis relinquere B. [5] conflata sunt] cett. : conflata sint B (eam se rem insectari non sentiant a qua...plurima bona conflata sunt ac profecta Pi) [7] hac et] cett. : et om. B (hac [= eloquentia] et arguimus improbos et bonos laudibus et splendore decoramus Pi) [9] breviter summatimque dicendum] cett. : summatim breviterque dicendum B (si est de hac orationis vi breviter summatimque dicendum Pi) [11] apud vos] cett. : non habet B (sed quod a (ad cett.) me maxime spectet apud vos de his rebus disserere Pi) [13] obtinere] cett. (obtineri Pi) : continere B (Deinde a me hoc regnum non iniuria neque alienum, sed ob patrem maioresque meos et ob me ipsum iuste pieque obtineri (obtinere cett.). Pi) Si noti, in questo caso, che la frase richiederebbe il verbo al passivo. [25] sunt] cett. : sint B (Apparet enim et eos qui sub regibus sunt plurimum potentia valere Pi) [30] permulta commoda et utilitates humanae vitae societati afferre] cett. : vite om. B [50] ex Grecis ac barbaris] cett. : ex Grecis et barbaris B [36] qui horum] cett. : qui eorum B (Nam, cum animadvertissem cunctis hominibus suas coniuges et liberos esse carissimos, eosquedemque (eosdemque cett.) in illos qui horum aliquid violassent vehementer irasci solere Pi) [40] erant...sunt] cett. : sunt...sint B ([societatum] que cum uxoribus institute sunt iura perverterent. Quae eo diligentius conservandae erant quo maiores strictioresque sunt ceteris. Pi) [52] nec aliquid...clausum aut occultum est habendum] cett. : nec aliquid...clausum et occultum est habendum B [53] cum mali aliquid faciunt] cett. : cum quid mali faciunt B È del tutto plausibile che le varianti appena elencate siano opera dell’autore: se così fosse, dovremmo pensare che esse siano state introdotte direttamente in f, l’esemplare di dedica donato al cardinale Condulmer ed evidentemente redatto sotto la sorveglianza dell’autore, ma non annotate sull’archetipo contenente i due opuscoli; insomma, rappresenterebbero uno sviluppo ulteriore ed autonomo della terza redazione dell’opera. Se le varianti fossero davvero autoriali ci aspetteremmo una situazione simile nella tradizione dell’Ad Nicoclem, con qualche variante riconducibile all’autore nel manoscritto B; tuttavia, nel testo dell’Ad Nicoclem B presenta molti interventi banalizzanti, ma molto pochi – se non nessuno – che vadano evidentemente a migliorare il testo. Per 144 questo motivo preferisco non prendere posizione e limitarmi a constatare che potrebbero essersi verificate due situazioni, entrambe potenzialemente sostenibili sulla base dell’osservazione di B: 1) chi si occupò di redigere B – probabilmente un copista dell’ambiente della cancelleria pontificia – si concesse qualche libertà nel copiare dal suo antigrafo (f): alcune delle rielaborazioni furono più felici, risultando in un testo talvolta superiore a quello voluto da Lapo; altre, siano esse state volontarie o dovute a disattenzione, diedero origine a banalizzazioni del testo; 2) accanto ad alcune banalizzazioni generate nel processo di copia, il codice B presenta alcune varianti autoriali ereditate dal suo antigrafo f, l’esemplare per Francesco Condulmer, e concepite unicamente per f; per un caso fortuito, tali varianti sono più abbondanti nel testo di Nicocles e più esigue in Ad Nicoclem. Individuazione di g (R, L, O) Il codice R (Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, SC-MS 47), testimone del terzo stadio redazionale dell’opera, non condivide alcun errore con B; con i manoscritti figli di h (L ed O) presenta invece tre accordi in errore, uno dei quali è abbastanza significativo ma comunque non sufficiente, da solo, a dimostrare la parentela R L O:212 [22] tum latere] V1 : cum latere Pi B P1 M V2 : eum latere R L O (cum latere, in medium prodire Pi) [26] expetamus] V1 V2 B : expectamus Pi P1 M : expectemus L O : spectemus R (nos ita auguramur coniectura atque ea res nobis argumento est ut tyrannidem omnes expectamus Pi). La lezione corretta è expetamus, che per un errore sicuramente poligenetico compare, in alcuni manoscritti, nella forma corrotta expectamus; la lezione di L ed O (expectemus) e quella di R (spectemus) difficilmente si saranno generate a partire da expetamus, ma più probabilmente dalla forma già corrotta expectamus; questo fa pensare che R, L ed O abbiano copiato da un subarchetipo comune. [49] vestrarum] V1 P1 M B V2 : vestrorum Pi R L O (Nec vero mearum rerum minor quam vestrorum cura suscipienda vobis est Pi).213 212 Il testo di R presenta un numero consistente di errori di copia; ne offro qui una selezione, a titolo di esempio: [19] intuentes] cett. : intueres R; [25] et qui bene paucorum nutu reguntur] cett. : paucorum om. R; [27] inter se differant] cett. : inter inter se diferant (differant pc) R; [31] regiam] cett. : regina R; [35] volunt] cett. : nolunt R; [40] suique voluptatibus eas offendunt] cett. : non habet R; [41] pro virili sua] cett. : per virili sua R; [43] duxi] cett. : dixi R; [46] perspicuum est eos perpetuo] cett. : perpetuo om. R; [50] nec vero accipere in lucro] cett. : nec non acciperem lucro R; [52] facturive estis] cett. (Pi ha testo lacunoso) : facturi vestris R; [53] discedant] cett. : cedant R; [53] illos debitas sibi] cett. : illos debitam sibi R; [56] mea fiduciae] cett. : mea fuditiae R; [57] inflammandique] cett. : inflomandique R; [62] libere] cett. : libe R. 213 La lezione di Pi va considerata poligenetica. 145 Sulla base di questi deboli errori congiuntivi, dunque, si rimane in dubbio tra due possibili ricostruzioni stemmatiche: ω3 1) f R h B L O 2) ω3 f g B R h L O I dati di collazione raccolti per la traduzione di Ad Nicoclem, tuttavia, presentano alcuni accordi R L O più significativi; per questo, sono convinta che la ricostruzione migliore sia la seconda di quelle proposte. Dunque il codice R avrebbe copiato il testo delle due traduzioni da g, che è l’antigrafo del codice donato ad Humfrey di Gloucester (h); R tramanda però la versione della dedicatoria per Francesco Condulmer, come B; bisogna dunque ammettere che esso l’abbia copiata da un altro antigrafo che la conteneva, sia esso lo stesso archetipo, f, B o un supporto autonomo. Tutte queste ipotesi sono plausibili: R circolò infatti tra la Romagna e le Marche; Lapo si trovava, in quel periodo, a Bologna, ed anche il committente di B, Giovanni Bacci, era bolognese. 146 Ricostruzione stemmatica della tradizione manoscritta di Nicocles Alla luce di quanto si è detto finora, possiamo ricostruire in questo modo lo stemma codicum della tradizione: O ω1 ω2 ω3 a ω1 ω4 V1 1 f g Pi c B h R V2 e L O P1 M Errori poligenetici Cito infine, per completezza, una serie di accordi che molto facilmente si sono originati per poligenesi in manoscritti che, secondo la ricostruzione che abbiamo proposto, occupano posizioni stemmatiche anche molto distanti. Non potendo essere considerati errori congiuntivi, essi sono del tutto compatibili con lo stemma ipotizzato. Accordi L B: [5] definire] cett. (definite V2) : diffinire L B; [6] possimus] cett. : possumus L B; [18] summae rei publicae] cett. : publice omm. L B. Accordi R B: [57] bona omnia] cett. : omnia bona R B. Accordi L O B: [7] definivit] cett. : definiunt L O B; [21] qui vi et facultate dicendi] cett. : vi omm. L O B. 147 Accordi Pi R: [20] sibi ipsis] cett. : sibi ipsi Pi R; [26] vetustisque] cett. : vetustis Pi R; [35] ad me] cett. : a me Pi R; [35] atqui] cett. : atque Pi R; [55] nec innovandarum rerum] cett. : nec in novandarum rerum Pi R. Accordi c (V2, P1, M) h (L, O): [44] hac sententia conformatus] V1 Pi R B : hac sententia confirmatus P1 M V2 L O; [46] sint] cett. : sunt P1 M V2 L O; [49] domos] V1 Pi R B : domus P1 M V2 L O; [57] si] cett. : sin M V2 L O (Ac, fide iustitiaque probata si fuerint, nostra illis bona omnia erunt communia; sin improbi atque perfidiosi, de suis fortunis in periculum venient. Pi). [In questo caso, dobbiamo pensare che P1 sia arrivato alla lezione si in modo indipendente.] Accordi vari: [8] perscrutamur] V1 V2 O B M (per scrutamur) : perscrutamus Pi (perscruptamus) P 1 R : perscruamur ac, perscrutamus pc L; [10] ex qua possumus] V1 Pi P1 L O : ex qua possimus B R M V2 (ego, quum omnem orationem approbo ex qua possumus aliquid utilitatis percipere, tum eas arbitror pulcherrimas... Pi); [11] spectet] V 1 Pi P1 M R B : spectat V2 L O; [11] non parueritis] cett. : non paruetis Pi P1; [14] delectum] cett. : delictum V2 L; [17] fit] cett. : sit P1 O; [19] illorum opera] cett. : eorum opera Pi V2 L B (illi neminem contempnunt, quum non ignorent eorum opera sibi omnia esse gerenda Pi); [21] multitudinis animos] V1 L : animos multitudinis cett. (qui vi et facultate dicendi ad deliniendos animos multitudinis valeant Pi); [22] devincire sibi] cett. : devincere sibi P1 B; [26] deligunt] V1 Pi R V2 O B : diligunt M L : delegunt P1; [30] comitetur] cett. : committetur R V2; [34] sint] cett. : sunt M V2; [34] he] cett. : hec Pi M; [35] regnarunt] cett. : regnarint L : regnarit B; [35] in multos] V 1 Pi P1 M O B : in multo R : in multis V2 L; [39] sed ii etiam qui] V1 L O : sed etiam hi qui cett. (Decrevi igitur meam in his rebus tollerantiam patientiamque ostendere, in quibus michi non alii tantum concessuri erant, sed etiam hi qui virtute se efferunt. Pi); [40] suique] V1 V2 O : suisque Pi P1 M L B : non habet R (Illos etiam vehementius improbandos putavi qui, quum uxores cepissent communionemque vitae totius instituissent, ab eo postea societatis iure desciscerent, suisque voluptatibus tas (eas cett.) offenderent a quibus nullam ipsi iniuriam pati volunt Pi); [41] dissensionesque] V 1 M R V2 B : dissentionesque Pi P1 : discentionesque L : distencionesque O; [44] non in iis operibus] cett. : non in hiis operis Pi P1; [53] esse] cett. : omm. M V2 (Hos enim putandum est eadem perpessuros esse qui (que cett.) faciunt Pi). 148 3. 4. RICOSTRUZIONE STEMMATICA DELLA TRADUZIONE DELL’ORAZIONE AD NICOCLEM La traduzione dell’orazione Ad Nicoclem è testimoniata dai seguenti sedici manoscritti, su dodici dei quali (quelli segnati da un asterisco) ho potuto condurre una collazione integrale B* London, British Library, Add. 11760 B1 London, British Museum, Royal 10 B IX C Cambridge, University Library, Ll.I.7 D* Dublin, Trinity College Library, D 4.24 L* London, Lambeth Palace Library, MS 341 M * Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924) O* Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 P* Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 259 Par Paris, Bibliothèque Nationale de France, Latin 1616 Pi * Pisa, Bibliotheca Cathariniana, 37 Pi1 * Pisa, Biblioteca Universitaria, 529 R* Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, SC-MS 47 S Subiaco, Biblioteca del Monumento nazionale Santa Scolastica, 281 (CCLXXV) V* Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottoboniano latino 1971 V1 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 3422 V2 * Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vaticano latino 5138 3. 4. 1. RICOSTRUZIONE DELLE QUATTRO FASI REDAZIONALI DELL’OPERA Dal momento che l’impianto stemmatico descritto a proposito del Nicocles risulta confermato anche per l’orazione Ad Nicoclem, pur con le differenze dovute al diverso numero dei testimoni, mi limiterò qui a fornire i dati di collazione che sostengono la ricostruzione, commentandoli soltanto quando sia utile sottolineare alcuni elementi o necessario aggiungere qualcosa a quanto già detto a proposito dell’altra traduzione. L’esame testuale dei testimoni manoscritti porta a questa trafila redazionale: 149 Prima redazione (ω1): manoscritto V1 Seconda redazione (ω2): manoscritto Pi Terza redazione (ω3): manoscritti B, R, D, L, O Quarta redazione (ω4): manoscritti V, V2, Pi1, P, M Testo della prima redazione (V1) Il testo della traduzione nella sua redazione originaria è, con le ovvie cautele dovute ai possibili errori di copia, quello testimoniato da V1; le varianti della prima redazione si potranno dedurre osservando i casi ove V1 si distingua da tutto il resto della tradizione, che saranno riportati nel paragrafo successivo. Varianti redazionali di ω2 (Pi) Come abbiamo già osservato a proposito della traduzione del Nicocles, anche in questo caso è nella seconda fase redazionale che si devono collocare i grandi interventi migliorativi dell’autore. Anche per l’Ad Nicoclem, il testo di ω2 non risulta sempre e indubitabilmente migliore di quello di ω1; tuttavia non mancano casi per i quali la direzione ω1 > ω2 sembra decisamente la più probabile, e grazie a questi possiamo ragionevolmente pensare che anche i casi apparentemente adiafori abbiano in realtà seguito lo stesso movimento. Elenco di seguito, commentandole quando la direzione appaia particolarmente chiara, tutte le varianti redazionali introdotte in ω2: la tipologia degli interventi è uniforme, e rispecchia la volontà dell’autore di rendere il testo più elegante nelle scelte linguistiche, più fuido nell’andamento sintattico o più fedele all’originale greco. Le varianti in base alle quali è più difficile stabilire la direzione degli interventi, e anzi sarebbe spesso impossibile se non disponessimo anche di casi più rilevanti, sono prevalentemente mutamenti nell’ordo verborum o sostituzioni sinonimiche nelle quali il termine di partenza e quello di arrivo sono sostanzialmente equiparabili. [2] optime et civitatem et regnum constituere possis] V 1 : optime et civitatem tuam et regnum constituere possis cett. [3] ex quibus consentaneum est] V1 V : ex quibus omnibus consentaneum est cett. (Accedunt veteres quidam poete, qui precepta vite scripta reliquerunt, ex quibus omnibus consentaneum est illos fieri quam optimos Pi). 150 L’aggiunta di omnes, termine che trova un corrispondente nel testo greco (ὥστ᾽ ἐξ ἁπάντων τούτων εἰκὸς αὐτοὺς βελτίους γίγνεσθαι), sembra essere motivata dalla volontà di allineare quanto più possibile la traduzione all’originale.214 [4] nam plurimis] V1 : nam plurimis hominibus cett. (nam plurimis hominibus illos adire non licet Pi). L’ellissi di homines, pur non risultando in un testo scorretto, lo rende sicuramente meno perspicuo; l’aggiunta, tra l’altro, avrebbe anche il vantaggio di riavvicinare la traduzione all’ipotesto greco (οἱ μὲν γὰρ πλεῖστοι τῶν ἀνθρώπων αὐτοῖς οὐ πλησιάζουσιν), mentre la direzione opposta sarebbe difficilmente giustificabile. [5] nam cum tyrannorum honores et opes ac potentias] V 1 : nam cum honores et opes tyrannorum ac potentias Pi R D L O B : nam cum honores tyrannorum et opes ac potentias Pi 1 P M V V2 (et...et ac, et...ac pc) (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur Pi) [5] arbitrantur] V1 : opinantur Pi P R M V2 V (oppinantur) D L O B : opinamur Pi1 (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur Pi) [6] cuiuslibet] V1: cuiusvis cett. (regnare, veluti sacerdotium inire, cuiusvis hominis esse opinatur, quum ea res omnium humanarum maxima sit Pi) [6] arbitrantur] V1 : opinatur Pi Pi1 R : opinantur P M V (oppinantur) V2 D L O B [6] possit] V1 : queat cett. (quibus aliquis bene atque ex sententia regnum administrare queat Pi) [8] est] V1 : erit Pi Pi1 P R V B M V2 : erunt D L O (Nam qui privatos erudiunt eos tantummodo adiuvant; si quis vero illos qui multitudini presunt ad virtutem incitet atque impellat, utrisque emolumeto (sic) erit, et his qui dominantur et his qui sub eorum iure et imperio sunt; nam illis tutius imperium, hiis mitiores administrationes efficiet. Pi). La variante con il verbo al futuro è superiore, e in effetti trova corrispondenza nell’originale greco, che ha ἂν accompagnato da un ottativo futuro (εἰ δέ τις τοὺς κρατοῦντας τοῦ πλήθους ἐπ᾽ ἀρετὴν προτρέψειεν, ἀμφοτέρους ἂν ὀνήσειε, καὶ τοὺς τὰς δυναστείας ἔχοντας καὶ τοὺς ὑπ᾽ αὐτοῖς ὄντας). [11] est...animus exercendus] V1 : animus exercendus est V D L O B (animum ac, animus pc) : animus exercendum est Pi1 P M V2 : animum exercendum est Pi R (exercendo ac, exercendum pc) (haud athletis tantopere corpus quanto regibus animum exercendum est Pi) [11] pro quibus omnibus] V1 : pro quibus nobis Pi P R M D L O B : pro quibus Pi 1V2 V (nec enim omnes celebritates unam horum premiorum partem proponunt pro quibus nobis quotidie decertandum est Pi) [14] expertem] V1 : inexpertem Pi Pi1 V2 D L O B : inexpertum P M : in expertum R (Illud etiam cogites, te nec poetarum qui probantur nec rhetorum ullius inexpertem et rudem esse decere Pi). Si tenga conto che, in latino, tutte le tre forme (expers, inexpers, inexpertus) sono corrette, ed hanno il significato di “inesperto, ignorante”. [14] debere] V1 : decere cett. (dicere ac, decere pc P) (Illud etiam cogites, te nec poetarum qui probantur nec rhetorum ullius inexpertem et rudem esse decere Pi; cfr. il testo greco: καὶ μήτε τῶν ποιητῶν τῶν εὐδοκιμούντων μήτε τῶν σοφιστῶν μηδενὸς οἴου δεῖν ἀπείρως ἔχειν). La lezione di V1 è quella più vicina al testo greco, il cui verbo corrispondente è δεῖν; questa doveva essere la traduzione originariamente proposta dall’autore. Durante la prima revisione, tuttavia, Lapo preferì sostituire a debere il termine decere, meno fedele all’originale greco ma più elegante nella resa latina. [18] nam et honestum simul et conducibile est regum sententias que iuste sint...esse convenit immobiles] V1 : nam et honestum simul et conducibile est regum sententias que iuste sint...immobiles esse cett. (nam et honestum simul et conducibile est regum sententias que iuste sint ut bene latas leges immobiles esse Pi). Nella versione di V1, in cui il concetto già espresso da honestum...et conducibile est (e corrispondente al greco πρέπει καὶ συμφέρει) è replicato da convenit, si crea un’incoerenza grammaticale; non è inverosimile che l’autore abbia sanato 214 Questo è l’unico caso di accordo V1 V, e pertanto bisognerà pensare che V abbia omesso indipendentemente, per un errore di copia, il termine omnibus. 151 l’errore solo nella fase della seconda redazione dell’opera, mentre sarebbe molto difficile giustificare la direzione inversa, per cui Lapo avrebbe prodotto un testo agrammaticale (cfr. il testo greco: καὶ γὰρ πρέπει καὶ συμφέρει τὴν τῶν βασιλέων γνώμην ἀκινήτως ἔχειν περὶ τῶν δικαίων, ὥσπερ τοὺς νόμους τοὺς καλῶς κειμένους). [19] sunt] V1 : sint cett. (Nec ostentationis et glorie causa in his magnifice sumptum facias que celeriter interitura sint Pi) [20] quam optimum et quam iustissimum exhibeas] V 1 : quam optimum et iustissimum exhibebis cett. (eaque victima optima et cultus maximus iudicandus, si te quam optimum et iustissimum exhibebis Pi). Si noti come l’eliminazione del secondo quam alleggerisca l’espressione. [26] te veram et absolutam] V1 D : veram te et absolutam Pi Pi1 R V2 L O B : veram et absolutam te P M [30] civitas universa] V1 D : universa civitas cett. [32] ante] V1 : multo ante cett. (facturus ne R) (Siquid dicturus facturusve es, multo ante tecum animo (omnia habent cett.) meditere, ut nichil imprudenter et temere fecisse videare. Pi) [32] respiciant] V1 : aspiciant cett. (In aliis studiis, ut reges decet, tollerantia et patientia adhibenda, ut qui te aspiciant aspectu ipso regno te dignum esse arbitrentur Pi). Nonostante respicio e aspicio abbiano significati molto simili, respicio ha alcune sfumature semantiche che implicano la nozione di “guardare con rispetto”, “osservare con attenzione”, che non sono del tutto necessarie per il contesto; qui si fa infatti riferimento all’atto concreto di guardare, meglio descritto dal semplice aspicio (il prefisso ad-, d’altronde, è immediatamente ripreso da aspectu). [35] vivi viri egregii] V1 : vivi egregii viri cett. (nimi ac, nimis pc egregi i viri D) (studia...e quibus vivi egregii viri iudicentur Pi) [35] monumenta relinquere animi] V1 : animi monumenta relinquere Pi P Pi1 (monumentu) R M D L O B : monumenta relinquere V2 (Debes etiam velle, quod ad imagines spectat, animi monumenta relinquere magis quam corporis. Pi). Sebbene si debba sempre usare molta cautela nel valutare casi di questo genere, perché le valutazioni stilistiche dipendono strettamente dal gusto soggettivo, mi sembra che in questo caso la trasposizione di animi prima di monumenta renda la frase più mossa e, dunque, più elegante. [37] eadem sentire quae dixeris] V1 : eadem et sentire et loqui Pi1 P M V2 B : eandem et sentire et loqui Pi R D L O D (Sermones tuos de honestis et liberalibus studiis instituas, ut assuefacias eandem et sentire et loqui Pi; cfr. in greco ὅμοια τοῖς εἰρημένοις φρονεῖν) [37] et quae cogitanti tibi optima esse videantur] V1 B : et quae cogitanti optima tibi esse videantur cett. [37] tibi res gestas] V1 : res gestas tibi cett. (Et quorum gloriam adamaris, eorum res gestas tibi ad imitandum proponas. Pi). Anche in questo caso, mi sembra che la trasposizione di tibi vicino al gerundio contribuisca significativamente all’eleganza ed alla fluidità del dettato. [38] versatos esse] V1 Pi1 P : esse versatos Pi V2 R D L O B : versatos M (nec enim hoc me fugit...quosdam etiam in ipsis esse versatos Pi) [38] ab alijs visa...audita] V1 : ab aliis audita...visa cett. (probe tenebam...ab aliis hec dicta, ab aliis audita, ab aliis dum agerentur visa Pi). Audita...visa è l’ordine presupposto dal testo di Isocrate; in questo caso, la variante sembra quindi motivata dalla volontà, da parte di Lapo, di riavvicinarsi al testo dell’originale. [38] sint] V1 : sunt cett. (Nec ulla te admiratio teneat si ex his preceptis permulta tibi cognita sunt Pi) [38] disponere oratione] V1 : ornare oratione cett. (ei gratiam habendam esse qui ab aliis sparsim dicta colligere in unum eaque ornare oratione possit Pi). 152 Il riferimento della frase è, qui, ai letterati ed ai poeti che hanno saputo riunire le massime degli autori antichi e presentarle in una forma migliore (questo è il senso di φράσαι κάλλιστα, la corrispondente espressione del testo greco): questo significato, e il termine greco κάλλιστα, è espresso molto meglio dal verbo ornare che da disponere. [39] errantes vero imitari malunt] V1 : cum errantes imitari malint Pi Pi1 P M V2 B : cum errantes imitari malunt R D L O (nam illos quidem laudant omnes, eorum tamen precepta contempntunt, quum errantes imitari malint quam qui eos ab errore deterreant Pi) [39] illis] V1 D : eis Pi Pi1 P R M O L B : his eis V2 (Nec illud preterea ignorabam, ea in quibus precepta continentur oppinione omnium poematis (= poematibus) atque hystoriis utilitate prestare, haud tamen auditu illis iocundiora esse solere. Sed eadem eis usu veniunt que legum latoribus... Pi)215 [40] ex omnibus] V1 : ex poetis cett. (Ac si quis deligeret ex poetis egregiis eas quas sententias vocant Pi). L’ipotesto greco corrisponde alla lezione poetis, che in effetti sembra preferibile al generico omnibus. [41] ac] V1 : eosdemque cett. (Nam, si universas hominum naturas considerare velimus, inveniemus plurimos qui non saluberrimis cibis nec pulcherrimis studiis oblectentur, nec etiam ex rebus optimas adament, nec ex disciplinis maxime conducibiles sequantur; sed voluptatis omnino utilitati contrarias consectationes (consectantes cett.), eosdemque specie quidem tollerantes ac laboriosos, re autem vera nichil honeste decoreque agentes. Pi) 216 [42] simplices] V1 : vero simplices cett. (Quoniam (quonam all.) igitur quis pacto...huiusmodi hominibus probare (probari cett.) posset, qui ubi dictum quid fuerit sana mente hominibus invident, amentes vero simplices et apertos arbitrantur? Pi). L’aggiunta di vero, evidenziando l’opposizione, rende più chiara e scorrevole la formulazione. [44] ac res gestas] V1 : et res gestas cett. (Pi1 storpia il testo) [44] illi qui] V1 : his qui Pi : ii qui Pi1 P M V2 D B : ii quidem R : hii qui L O (His exemplis admoventur (admonentur cett.) his (ii cett.) qui auditores demulcere cupiunt Pi) [45] at de illo] V1 : ac de illo cett. [45] hec attigi non arbitratus ex multitudine te esse esse (esse alterum delevit) unum convenire] V1 : hec attigi arbitratus non te ex multitudine unum sed multorum tyrannum convenire cett. (Hec attigi arbitratus non te ex multitudine unum, sed multorum tyrannum, convenire eadem mente esse qua ceteros Pi). 215 Sarà interessante notare che il termine che Lapo, in questo passaggio, traduce con legum latores (“legislatori”) corrisponde, nelle moderne edizioni di Isocrate, a νουθετοῦντας (“coloro che ammoniscono”); è evidente che Lapo traduceva non il verbo νουθετέω, ma νομοθετέω; data l’estrema somiglianza paleografica tra le due forme, non sorprende che il manoscritto greco che l’umanista aveva a disposizione riportasse la seconda invece che la prima. Questa la frase completa in greco: ἐπεὶ κἀκεῖνό μοι πρόδηλον ἦν, ὅτι τὰ συμβουλεύοντα καὶ τῶν ποιημάτων καὶ τῶν συγγραμμάτων χρησιμώτατα μὲν ἅπαντες νομίζουσιν, οὐ μὴν ἥδιστά γ᾽ αὐτῶν ἀκούουσιν, ἀλλὰ πεπόνθασιν ὅπερ πρὸς τοὺς νουθετοῦντας: καὶ γὰρ ἐκείνους ἐπαινοῦσι μέν, πλησιάζειν δὲ βούλονται τοῖς συνεξαμαρτάνουσιν ἀλλ᾽ οὐ τοῖς ἀποτρέπουσιν. 216 Questo è uno dei pochi passaggi della traduzione per cui dobbiamo ipotizzare o che Lapo leggesse un testo isocrateo diverso da quello che conosciamo noi, oppure che non riuscisse ad interpretarlo correttamente. Il passo in questione, infatti, in greco si presenta così: ὅλως γὰρ εἰ ‘θέλοιμεν σκοπεῖν τὰς φύσεις τὰς τῶν ἀνθρώπων, εὑρήσομεν τοὺς πολλοὺς αὐτῶν οὔτε τῶν σιτίων χαίροντας τοῖς ὑγιεινοτάτοις οὔτε τῶν ἐπιτηδευμάτων τοῖς καλλίστοις οὔτε τῶν πραγμάτων τοῖς βελτίστοις οὔτε τῶν θρεμμάτων τοῖς ὠφελιμωτάτοις, ἀλλὰ παντάπασιν ἐναντίας τῷ συμφέροντι τὰς ἡδονὰς ἔχοντας, καὶ δοκοῦντας καρτερικοὺς καὶ φιλοπόνους εἶναι τοὺς τῶν δεόντων τι ποιοῦντας. La traduzione della frase καὶ δοκοῦντας καρτερικοὺς καὶ φιλοπόνους εἶναι τοὺς τῶν δεόντων τι ποιοῦντας (“e scopriremo (εὑρήσομεν) che essi considerano instancabili ed operosi gli uomini che si occupano delle attività necessarie”) in latino, eosdemque specie quidem tollerantes ac laboriosos, re autem vera nichil honeste decoreque agentes, dà invece un altro significato (“e scopriremo (inveniemus) che essi appaiono esteriormente instancabili ed operosi, ma in realtà non fanno niente onestamente e come si conviene”). 153 Il testo di V1 denota un primo stadio interpretativo nel quale il testo greco originale non era stato completamente compreso; il senso della frase viene restituito dall’autore, che probabilmente riprese in mano il testo di Isocrate e ne approfondì l’interpretazione, nel corso della prima revisione (ω 1). [46] nec] V1 Pi1 P V2 : ne Pi R B M D (ne ac, nec pc ) L O (Est enim perspicuum qui sibi ipsi non sapiat ne aliud quippiam prudenter facere posse Pi) [46] valeant] V1 R : valent Pi Pi1 P M V2 D L O B (qui autem prudentia et consilio valent, quique altius quam ceteri perspicere possunt, hi plurimi faciendi ac summa diligentia colendi sunt Pi). La forma indicativa possunt sembrerebbe far preferire lo stesso modo anche per valent.217 [47] quam ementibus pluris constant] V1 : pluris constant quam ementibus cett. (Tu vero ita existimes velim me non tibi solita bona (dona cett.) elargiri, que vobis pluris constant quam ementibus Pi) [47] ac preciosiora] V1 : et digniora Pi : ac digniora cett. (Tu vero ita existimes velim me non tibi solita bona (= dona) elargiri, que vobis pluris constant quam ementibus, sed huiusmodi quibus etsi vehementer utare nec ullum diem intermictas non usu quidem conteres, sed maiora et (ac cett.) digniora efficies. Pi). Si osservi che la variante digniora è più fedele al testo dell’originale greco (ἀλλὰ μείζους καὶ πλείονος ἀξίας ποιήσεις). Per le osservazioni cronologiche già esposte, a proposito della traduzione Nicocles, alle pp. 128- 129 del presente lavoro, dobbiamo supporre la presenza di un manoscritto perduto a, antigrafo di Pi e discendente dall’archetipo nella sua seconda fase redazionale.218 217 Questo è l’unico caso di accordo V1 R, dunque bisogna pensare che R sia arrivato alla lezione di V1 in modo indipendente. 218 Il codice Pi contiene molti errori, dei quali offro qui un campione: [1] vos in primis] cett. : vos in premiis Pi; [2] et quod danti mihi et tibi accipienti] cett. (quid M) : quod om. R : et quod et danti michi et tibi accipienti Pi; [2] maxime conveniret] cett. : maxime conveniat (niret add. supra lineam) Pi; [3] inimicorum] cett. : amicorum Pi; [4] uterentur] cett. : utentur Pi (Ex quo, quum, et opes plurimas et regnum amplissimum consequuti, non recte his facultatibus utentur (uterentur cett.), effectum est ut multi in dubitationem inciderent utra vita privata ne an tyrannorum preferenda esset. Pi); [5] ad metus et pericula] cett. (metas M) : ad metus et ad pericula Pi; [6] ac turbationis] V1 V2 R P Pi1 D L O M B : ac turbationis vis Pi : et turbationis V; [6] omnium humanarum rerum] V 1 Pi1 R V2 V D L O : omnium humanarum Pi : omnium rerum humanarum P M : humanarum omnium rerum B; [7] spe] cett. : sepe Pi; [10] ac rebus] cett.: atque rebus Pi : om. B; [12] adinvenerimus] V1 Pi1 P R V2 V D L O B : id invenerimus Pi : adinvenderimus M; [13] sin minus, quot potes accersendi] cett. : non habet Pi; [14] prudentiam tuam] cett. : tuam prudentiam B : tuam om. Pi; [15] aliis ne iniuria inferatur] cett. : nec aliis iniuria referatur Pi; [19] quae sunt] cett. (que sinat M) : om. Pi; [22] ne a iuris] cett. : ne auris Pi : ne a viris Pi1; [24] prestes] cett. : prestet Pi; [26] indigeas] cett. : indigeris Pi; [30] indicium esto] cett. : initium esto Pi; [41] consectantes] cett. : consectationes Pi; [43] inquinati sunt] cett. : invitati sunt Pi; [43] non utillima] V1 Pi1 R M P (ultima ac, utillima pc) V2 D L O B : non ultima Pi; [44] scribendum atque dicendum] cett. : scribendum dicendum Pi; [45] ac dicant] cett. : ac dicunt Pi. Sono presenti anche quattro varianti, ma ritengo che esse non vadano ricondotte all’autore; una di queste, tra l’altro, è una congettura ope ingenii inserita da una seconda mano su una lacuna lasciata dal copista di Pi: [26] rerum status] V 1 R (statu) D L O B : status rerum Pi1 P M V2 : rerum conditio Pi; [34] nam si memoria preterita tenueris melius futuris prospicies] cett. : nam si memoria preterita retinueris melius futuris proficies Pi; [36] assequutus sis] cett. : consequutus sis Pi; [40] dixerit] cett. : duxerit Pi; [41] ac cogitandum] cett. : at considerari (su lacuna) Pi. 154 Comportamento del codice V1 Oltre alla variantistica appena esemplificata, ci sono tre casi per i quali è impossibile, credo, decidere se si tratti di errori particolari di V1 oppure di errori originariamente presenti nell’archetipo e sanati dall’autore nella fase ω2. Si tratta di passi nei quali la traduzione latina, pur presentandosi in una forma corretta sia dal punto di vista grammaticale che da quello semantico, presenta alcune omissioni rispetto all’originale greco; se pensiamo alla possibilità che questi siano errori d’archetipo, dobbiamo ritenere che Lapo abbia originariamente dimenticato di tradurre alcuni termini del testo greco e che poi, accortosi dell’errore, li abbia reintregati sul manoscritto d’archetipo nel corso della prima revisione dell’opera. [17] latis legibus] V1 : optime latis legibus cett. (Haec omnia optime latis legibus adesse convenit. Pi; cfr. il testo greco: ταῦτα γὰρ ἅπαντα προσεῖναι δεῖ τοῖς καλῶς κειμένοις νόμοις). In questo caso potrebbe trattarsi quanto di un’omissione per errore commessa dal copista di V1, quanto di un errore d’archetipo (ovvero la mancata traduzione di un termine greco) che Lapo avrebbe corretto nella seconda redazione dell’opera. [19] iocundiora] V1 : iucundiora et cariora cett. (nam sumptus huiusmodi et tibi ipsi permanebunt, et ex his quam ex aliis sumptibus iocundiora et cariora posteris relinquentur Pi). In questo caso il confronto con l’ipotesto greco non ci dà indizi sulla direzione della variante, perché la traduzione si distacca dall’originale (καὶ τοῖς ἐπιγιγνομένοις πλείονος ἄξια τῶν δεδαπανημένων καταλείψεις). Tuttavia, mentre si potrebbe spiegare bene l’ampliamento (da iucundiora a iucundiora et cariora), sarebbe molto difficile giustificare il processo contrario, ovvero l’eliminazione di et cariora. È vero però che, dato l’omoteleuto iucund-iora/car-iora, si potrebbe pensare che non si tratti di una variante, ma di un’omissione di V1; per questo è meglio mantenersi cauti, e non considerare questo caso un indizio utile per stabilire la direzione delle varianti. [37] sed qui de maximis] V1 : sed qui bene de maximis dicant Pi1 P R M V2 D B : sed qui bene de maximis iudicant Pi L O (sapientes iudicandi sunt non qui parva de re in contentionem veniant, sed qui bene de maximis dicant Pi). Sebbene il testo latino si regga anche con la variante di V1, la costruzione risulta fortemente ellittica, e in effetti l’ipotesto greco richiede il verbum dicendi (σοφοὺς νόμιζε μὴ τοὺς ἀκριβῶς περὶ μικρῶν ἐρίζοντας, ἀλλὰ τοὺς εὖ περὶ τῶν μεγίστων λέγοντας). È possibile che si tratti di un errore del solo manoscritto V1, tuttavia non è facile pensare che il copista abbia omesso per errore sia bene sia dicant; sarebbe forse più verosimile credere che Lapo abbia inizialmente tradotto in modo brachilogico e poi, rivedendo l’opera e confrontandola con l’originale greco, abbia ampliato il testo, direttamente sul manoscritto d’archetipo, nella fase ω2.219 Si rimane in dubbio anche per altri due casi, per i quali è difficile decidere se si tratti di errori di copia commessi da V1 e poi da lui corretti, oppure di lezioni originarie che sono state modificate dall’autore contestualmente sul manoscritto V1 e sull’archetipo (si ricordi che V1 è un codice idiografo dell’autore); in questo secondo caso, ci troveremmo di fronte a due varianti d’autore. [9] eiusque opes tenues et (tenues et delevit) augere] V1 : eiusque opes augere cett. (Existimo...oportere illos civitatem afflictam et perditam erigere atque confirmare, foelicem vero ac florentem conservare eiusque opes augere Pi; cfr. il 219 Iudicant dev’essere considerato un errore poligenetico, commesso indipendentemente da Pi e da LO. 155 testo greco: οἶμαι...προσήκειν αὐτοῖς πόλιν δυστυχοῦσαν παῦσαι καὶ καλῶς πράττουσαν διαφυλάξαι καὶ μεγάλην ἐκ μικρᾶς ποιῆσαι) [14] excitas ac, excites pc] V1 : excites cett. (talis quam celerrime evades qualem diximus et bonum regem et rectorem civitatis optimum esse oportere, si te ipsum excites atque adhortere, si indignum putes deteriores dominari melioribus et prudentibus amentes insanosque imperare Pi) ac pc [32] ut regem (reges ) decet] V1 : ut reges decet cett. (In aliis studiis, ut reges decet, tollerantia et patientia adhibenda Pi) Il manoscritto V1 presenta poi un piccolo gruppo di varianti che sono state introdotte soltanto in quel codice e in un momento di revisione successivo alla stesura del testo principale; se è vero che, come abbiamo dimostrato sopra (pp. 114 ssgg.), il codice fu copiato sotto la stretta sorveglianza dell’autore, è naturale pensare che queste varianti vadano ricondotte proprio a Lapo; in ogni caso, poiché non furono mai trascritte sull’archetipo esse non si possono definire varianti d’archetipo, ma – come abbiamo visto a proposito della dedicatoria –, fanno parte del movimento interno del codice, da V1 ac a V1 pc. [16] caveant (consulant add. in marg.)] V1 : caveant cett. (caneant R) (quum non ignores quod ex paucorum principatibus et ex aliis rebus publicis eae diutissime durant qui (que cett.) optime multitudini caveant Pi). Il termine consulant, che si trova nel margine del manoscritto V1 all’incirca all’altezza di caveant, è probabilmente una variante che l’autore propose rivedendo il codice, senza però registrarla sul manoscritto d’archetipo. [18] quaestui sint (sint add. i. l.)] V1 : quaestui cett. (questu M) (Artifitia autem eiusmodi statuas ut laborantibus questui, nimium autem curiosis et circa multa occupatis detrimento sint; ut hoc quidem vitent, ad illud studiose ferantur. Pi). [31] a (a add. i. l.) nullo] V1 : nullo modo cett. (et illarum [= divitiarum] mali participes fiunt, illa [= gloria] autem nullo modo preter quam a claris viris participari potest Pi; cfr. il testo greco: τὴν δ᾽ οὐχ οἷόν τε ἀλλ᾽ ἢ τοὺς διενεγκόντας κτήσασθαι). Questo intervento si potrebbe spiegare in questo modo: il copista di V 1 commise un errore, copiando solo nullo in lungo del nullo modo che leggeva sull’archetipo, dal quale copiava; al momento della rilettura del testo, egli o lo stesso Lapo si accorsero dell’errore, e vi posero rimedio aggiungendo tra le righe una a. [37] ut assuefacias te (te add. i. l.)] V1 : ut assuefacias Pi Pi1 P M V2 B : ut assuefias R D L O (Sermones tuos de honestis et liberalibus studiis instituas, ut assuefacias eandem et sentire et loqui Pi). In questo caso, il codice V1 corregge probabilmente un errore d’archetipo; l’archetipo continuerà però a presentare la lezione scorretta durante tutto il processo della trasmissione dell’opera (soltanto il subarchetipo g risanerà il testo, adottando tuttavia una soluzione diversa). [46] eum (eum add. in marg.) qui sibi ipsi non sapiant ac, sapiat pc] V1 : qui sibi ipsi non sapiat cett. (Est enim perspicuum qui sibi ipsi non sapiat ne (nec cett.) aliud quippiam prudenter facere posse Pi) Sebbene il copista di V1 sia in generale molto attento a correggere gli errori che commette, tanto che sul manoscritto sono tanti i casi in cui la stessa mano che copia il testo principale interviene a 156 ripristinare la forma corretta,220 sono tuttavia presenti nel codice alcuni errori, dovuti evidentemente alle normali dinamiche di copia, che non sono mai stati corretti. Naturalmente per questi non si deve parlare di varianti redazionali, ma semplicemente di errori particolari del manoscritto V1. Elenco di seguito tali errori: [5] intuerentur] V1 : intuentur Pi R D L O B V : intuemur Pi1 P M V2 (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur Pi) [17] inventor et sis] V1 V2 : inventor et auctor sis cett. (Da etiam operam ut rerum optimarum inventor et auctor sis Pi). Si tratta in questo caso di un salto per omoteleuto (inven-tor/auc-tor).221 [19] et ut] V1 D : ut et cett. (Nec aliter civitas quam paterna domus disponenda est, ut insuper lectilibus (= in supellectilibus) splendor, diligentia in rebus appareat, ut et proberis simul et (et delevit) ac sufficere possis. Pi; cfr. il testo greco: ἵν᾽ εὐδοκιμῇς ἅμα καὶ διαρκῇς) [21] civium benivolentia contineri] V1 : civium benivolentia et tua prudentia contineri cett. (conteneri D) (Firmissimam et tutissimam tui corporis custodiam putes amicorum virtute et civium benivolentia et tua prudentia contineri Pi). L’omoteleuto benivol-entia/prud-entia rende verosimile pensare che V1 abbia saltato per errore una parte di testo. Anche se il testo isocrateo presuppone la menzione della prudentia, in latino il testo funziona bene, sia dal punto di vista sintattico che da quello semantico, anche senza di essa; è dunque facile supporre che il copista di V 1, pur molto attento nella revisione del testo, si sia lasciato sfuggire l’errore e non l’abbia corretto. [22] non habet] V1 : qualem enim in alios te prestabis tali in te animo erunt Pi Pi 1 P V2 B : quales enim alios te prestabis tali in (in add. i. l.) te animo erunt R : qualem enim te prestabis tali in te animo erunt M : quales enim alios te prestabis tali in te animo erunt D L O (Civium metus auferendus est penitus, providendumque ne hi (ne te ii cett.) metuant qui nullius sceleris auctores sint; qualem enim in alios te prestabis, tali in te animo erunt. Pi). Qui sembra che sia stato il copista di V1 ad omettere il testo per errore; è facile che il suo occhio sia saltato, nel tornare sull’antigrafo, da sint a dopo erunt, tralasciando la pericope di testo contenuta tra le due parole. [34] cognoscendas] V1 : gerendas cett. (Quodcumque scire diligenter cupias (cupis cett.) ex his quae a regibus cognoscenda sunt, id tibi per experientiam ac phylosophiam compares. Phylosophia enim tibi vias et rationes aperiet, eorum vero exercitatio tibi ad res gerendas facultatem parabit. Pi). Perché la frase acquisti un significato completo è necessaria la lezione gerendas; come del resto conferma anche il testo greco, infatti, qui si sta dicendo che la filosofia può aiutare gli uomini sia dal punto di vista intellettuale sia (con l’exercitatio degli strumenti trovati grazie al ragionamento) da quello delle azioni concrete (ad res gerendas facultatem parabit). L’occorrenza del verbo cognoscere a distanza di poche parole, inoltre, rende verosimile che questo caso vada interpretato come un errore particolare di V1, e non come lezione originale di ω1: il copista di V1 deve aver sostituito erroneamente gerendas con cognoscendas, un verbo che gli era, per così dire, “rimasto nella penna”. 220 Riporto, a titolo di esempio, un campione di tali correzioni: [1] soliti sunt (sunt add. i. l.) vestem aut aes aut aut (aut delevit) aurum] V1 : soliti sunt vestem aut aes aut aurum cett.; [1] eiusmodi (eius scripsit et modi add. in marg.) aliud] V1 : eiusmodi aliud V V2 Pi Pi1 R D O L B : huiusmodi aliud P M; [3] flagent scripsit et it add. s. l.] V1 : flagitent cett.; [12] nec esse (esse add. i. l.)] V1 : nec esse cett.; [17] quae nullas re (re scripsit et delevit) ambiguitates inducant] V1 : quae nullas ambiguitates inducant cett.; [18] sed eadem semper ac (ac scripsit et delevit) de eisdem sentias] V1 : sed eadem semper de eisdem sentias cett. (hisdem Pi1 P M V2); [26] ut deminatu ac (dominatu pc)] V1 : ut dominare Pi L : ut dominatus Pi1 : ut dominatu P R M V2 B : ut dominari D O; [28] potestas fa scripsit et cienda est ut add. in marg.] V1 : potestas facienda est ut D O Pi Pi1 P R M V2 B : potestas facienda ut L; [34] parabunt ac, parabit pc] V1 : parabit Pi Pi1 R V2 D L O B : prebebit P : prebebit aliter parabit M; [37] in contionem ac (contentionem pc) veniant] V1 : in contentionem veniant cett. 221 Lo stesso errore sarà stato commesso da V2 in modo indipendente, dal momento che non vi sono altri accordi in errore tra i due manoscritti. 157 [41] adement] V1 : adament cett. (Nam, si universas hominum naturas considerare velimus, inveniemus plurimos qui non saluberrimis cibis nec pulcherrimis studiis oblectentur, nec etiam ex rebus optimas adament Pi) Errori d’archetipo? Sembra che l’archetipo della traduzione di Ad Nicoclem dovesse contenere alcuni piccoli errori, certamente dovuti a lapsus calami dell’autore. La loro natura facilmente poligenetica e la vicinanza paleografica non permette di parlare con sicurezza di errori d’archetipo, anche perché in tutti i casi c’è almeno un testimone della tradizione che trasmette la lezione nella sua forma corretta. In ogni caso li raccolgo qui tutti e quattro, ma essi saranno citati nuovamente, nel corso di questo studio, nel contesto degli errori e delle innovazioni di ciascuna fase redazionale dell’opera. [7] et in poematis] V1 R V L O B : et in poematibus Pi Pi1 P M V2 : et in poematis ac, et in poematibus pc D [29] melior appareas] V1 Pi P M R V2 D B : et melior appareas Pi1 L O (Numquam temere nec sine ratione in colloquium venias, sed assuefacias te ipsum his sermonibus delectari ex quibus ipse utilitatem perspicias (percipias cett.) melior appareas. Pi). Il testo senza la congiunzione et appare difettoso; la lezione corretta si trova tuttavia in tre manoscritti, Pi1 ed i (L, O). [37] ut assuefacias te (te add. i. l.)] V1 : ut assuefacias Pi Pi1 P M V2 B : ut assuefias R D L O (Sermones tuos de honestis et liberalibus studiis instituas, ut assuefacias eandem et sentire et loqui Pi) [39] poematis] V1 Pi R D L O B : poematibus Pi1 P M V2 (poematis atque hystoriis Pi) Varianti redazionali di ω3 (B, R, D, L, O) A questa fase risalgono due tipologie di varianti autoriali: il primo gruppo, molto esiguo ma comunque esistente e confermato da situazioni analoghe anche per quanto riguarda epistola dedicatoria e traduzione di Nicocles, comprende una correzione del testo e un intervento migliorativo, entrambi apportati direttamente sull’archetipo, che vengono quindi recepiti da tutti i manoscritti che copiano a partire da questo momento. [21] ex tuis bonis] V1 Pi : tua bona cett. (Privatarum domorum curam suscipias, existimesque impendentes ex tuis bonis effundere, et qui artifitiis intenti sunt eadem augere: omnia enim bona eorum qui habitant in civitate propria regum optimorum sunt. Pi) [23] mitis autem et mansuetus] V1 : mitis enim et mansuetus Pi : mitem autem et mansuetum cett. (mirum R) (Vehementem te in perquirendo prebeas, nequid te latere videatur; mitis enim et mansuetus in suppliciis minoribus quam delicta flagitent exigendis. Pi). 158 La grammatica richiede che i due aggettivi, retti da te praebeas così come vehementem, siano flessi nel caso accusativo; questo è un esempio di errore autoriale, del quale Lapo si accorse, correggendolo, solo nel momento della terza revisione dell’opera (stadio ω3).222 Il secondo gruppo, anch’esso molto scarno ma con paralleli nella tradizione della dedicatoria e della traduzione di Nicocles, è formato da varianti che dovettero essere inserite dall’autore come lezioni alternative, concorrenti, senza che esse obliterassero la lezione precedente; possiamo immaginare che fossero introdotte nei margini o nell’interlinea del manoscritto. Queste varianti, che dal momento della loro origine rimasero leggibili sull’archetipo per tutto il processo di tradizione, riemergono talvolta in testimoni discendenti da diversi stadi della redazione. [28] sunt et] V1 : sunt etiam et Pi B R D L O : sunt etiam Pi1 P M V2 (Examinandi sunt etiam et qui callide tibi assentiri studeant et qui te cum benivolentia observent Pi). La lezione alternativa etiam viene introdotta all’altezza di ω2; le due lezioni (in realtà concepite dall’autore come concorrenti) vengono copiate entrambe nei manoscritti discendenti dalle redazioni ω 2 (Pi) ed ω3 (B, R, D, L, O), mentre non si ritrovano nei codici che fanno capo ad ω 4 (Pi1 P M V2), o perché nella quarta fase redazionale l’autore decise di eliminare definitivamente (cancellandola o espungendola sul manoscritto) la variante et, o perché fu l’antigrafo comune di Pi1, P, M, e V2 a scegliere di adottare soltanto etiam. [29] atque illos] V1 R : atque eos cett. (atque eos honores verissimos putes non qui per metum exhibentur Pi) 223 [38] atque] V1 P M Pi1V2 : eaque Pi R D L O B (Atque arbitrere ei gratiam habendam esse qui ab aliis sparsim dicta colligere in unum eaque ornare oratione possit. Pi) Varianti redazionali di ω4 (V, V2, Pi1, P, M) Questi cinque manoscritti condividono alcune varianti che sono identiche, per tipologia, a quelle che finora abbiamo attribuito all’autore. Per questo motivo, nonostante la maggior parte di esse non offra in realtà un testo nettamente migliore, ma uno semplicemente alternativo, sono propensa ad attribuire anche questi interventi a Lapo per il numero e per la qualità; la convinzione è confortata dalla constatazione che gli stessi manoscritti (o altri strettamente legati a questi, come P1) si comportano allo stesso modo nella tradizione del Nicocles, dove peraltro gli indizi che si possa trattare di varianti autoriali – perché significativamente migliorative del testo – sono più forti. Bisogna osservare che il codice V (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottoboniano latino 1971) trasmette solo una piccola parte, corrispondente circa al primo terzo, della traduzione di Ad Nicoclem; V si può comunque ricondurre alla quarta redazione dell’opera, perché 222 Il fatto che Pi presenti enim al posto di autem va considerato un suo errore particolare. 223 In questo caso, però, è forse più plausibile che R sia arrivato alla lezione illos in modo indipendente. 159 condivide con gli altri quattro manoscritti alcune varianti. A loro volta P, M, V2 e Pi1 continuano a presentare varianti condivise anche dopo l’interruzione di V. Riporto di seguito le varianti che attribuisco all’autore e che occorrono in presenza di V: [2] quottidie laborare] V1 Pi R D L O B : continuo laborare Pi1 P M V2 V (victus comparandi gratia quotidie laborare Pi) [4] et eos ipsos qui adeunt] V1 Pi R D L O B : et qui adeunt Pi1 P (audeunt ac, adeunt pc M) V2 V (Nam plurimis hominibus illos adire non licet, et eos ipsos qui adeunt ad eorum nutum omnia et loquuntur et sentiunt. Pi) [5] nam cum tyrannorum honores et opes ac potentias] V 1 : nam cum honores et opes tyrannorum ac potentias Pi R D L O B : nam cum honores tyrannorum et opes ac potentias Pi1 P M V2 V (et...et ac, et...ac pc) (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur Pi) [5] circumventum] V1 Pi B : circumventos Pi1 P M V2 V : circumventus D L O R (circunventus) (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur; verum, quum ad metus et ad pericula se animo et cogitatione convertunt...rursus omne vite genus conducibilius ducunt quam his calamitatibus circumventum totius Asie imperio potiri. Pi). La lezione originale è senz’altro circumventum, da cui dovette essersi originato anche l’errore di alcuni testimoni della terza redazione dell’opera (D, L, O, R); la variante circumventos, che migliora il testo in quanto si accorda al soggetto plurale della frase, deve invece risalire alla quarta fase redazionale. [6] permaximam flagitet] V1 Pi R D L O B : maximam efflagitet Pi1 P (a efflagitet) M (afflagitat) V2 V (quum ea res [= regnare] omnium humanarum maxima sit, et que providentiam permaximam flagitet Pi) [7] igitur] V1 Pi D L O B R : autem Pi1 P M V2 V (Utrum igitur hoc munus absolutum huic quod proposuimus responsurum sit, perdifficile sane est ab initio posse cognoscere. Pi) [7] cognoscere] V1 Pi R D L O B : dignoscere Pi1 P M V2 V (Utrum igitur hoc munus absolutum huic quod proposuimus responsurum sit, perdifficile sane est ab initio posse cognoscere. Pi) [11] pro quibus omnibus] V1 : pro quibus nobis Pi P R M D L O B : pro quibus Pi 1V2 V (nec enim omnes celebritates unam horum premiorum partem proponunt pro quibus nobis quotidie decertandum est Pi)224 [12] nihil ad virtutem] V1 Pi R D L O B : ad virtutem nichil Pi1 V2 V : non ad virtutem nichil P M (nobis autem ipsis nichil ad virtutem prodesse possimus Pi)225 Oltre a queste varianti che abbiamo classificato come autoriali, i cinque manoscritti ne condividono una che credo non si possa attribuire all’intervento dell’autore, ma dev’essere una banalizzazione generatasi durante il processo di copia: il testo che ne risulta è infatti inferiore, soprattutto per la ripetizione prudentia...prudentissimi, e proprio la presenza di prudentissimi a poche parole di distanza potrebbe essere stata la causa dell’errore. [13] diligentia] V1 Pi R D L O B : prudentia Pi1 P M V2 V (Sed hoc tibi semper in mente versetur, nostros animos diligentia plurimum et eruditione iuvari. Prudentissimi, si assint, in consuetudine adhibendi Pi) 224 In questo caso, bisogna pensare che P ed M abbiano recuperato la variante d’archetipo nobis grazie ad un’innovazione indipendente di e. 225 Mentre il cambio nell’ordine delle parole si può attribuire all’ultima redazione dell’opera, l’aggiunta di non va considerata un errore del codice padre di P ed M. 160 Se questa non è una variante autoriale ma un errore di copia, inoltre, è lecito ipotizzare che tutti i cinque manoscritti – quindi anche il mutilo V – derivino dallo stesso subarchetipo. Tra le varianti condivise da P, M, V2 e Pi1 in assenza V, invece, credo si debba distinguere con attenzione, valutando il valore stilistico delle singole lezioni, tra quelle che possono essere attribuite all’autore e quelle che sono invece banalizzazioni legate alle normali dinamiche di tradizione testuale. Naturalmente, la valutazione filologica non può ambire ad una completa oggettività, e inoltre sarebbe ingenuo pensare di poter distinguere correttamente tutte le varianti autoriali da quelle di tradizione. Elenco qui di seguito, pertanto, le varianti adiafore e quelle che credo possano verosimilmente risalire a Lapo, mentre citerò in un’altra sede quelle che mi sembrano più evidentemente banalizzanti – e dunque non autoriali. [20] amicis sunt exhibendi] cett. (amicis exhibendi sunt B) : amicis omm. Pi1 P M V2 (primi quidem honores necessitudine tecum imprimis coniunctis amicis sunt exhibendi, verissimis (verissimi cett.) vero his qui sint benivolentia in te maiori Pi). L’omissione di amicis migliora, mi sembra, il testo, alleggerendo una formulazione molto ridondante: i termini necessitudine, coniunctis e amicis ribadiscono infatti lo stesso concetto. [26] rerum status] V1 R (statu) D L O B : status rerum Pi1 P M V2 : rerum conditio Pi [28] sunt et] V1 : sunt etiam et Pi R D L O B : sunt etiam Pi1 P M V2 (Examinandi sunt etiam et qui callide tibi assentiri studeant Pi). In questo caso, già citato supra, l’autore avrebbe scelto tra due lezioni (etiam ed et) che aveva proposto come concorrenti già a partire dalla seconda fase redazionale. [30] ceteris] V1 Pi R D L O B : aliis Pi1 P M V2 (Ad res magnas et arduas intendas animum, nec existimes convenire alios honeste et moderate, reges intemperanter flagitioseque vivere, sed tuam temperantiam et pudicitiam ceteris exemplum proponas; nam regis mores universa civitas imitatur. Pi) [35] perindignum esse existimes] V1 Pi R D L O B : esse omm. Pi1 P M V2 [44] ac] V1 Pi R D L O B : et Pi1 P M V2 [46] ampliatum iri] V1 R D L O B : amplificatum iri Pi1 P M V2 (His vero existimes tuum regnum ampliatum iri qui tuam mentem animumque plurimum iuvare possint Pi) [46] nec] V1 Pi1 P V2 : ne Pi R B M D (ne ac, nec pc) L O (Est enim perspicuum qui sibi ipsi non sapiat ne aliud quippiam prudenter facere posse Pi). Anche in questo caso, non si tratta di una variante introdotta nella quarta redazione dell’opera, ma di due varianti alternative e compresenti sull’archetipo, tra le quali l’autore stesso o il copista di b scelse di adottare la lezione nec. Ci sono infine due casi, analoghi tra loro, per i quali è solo la quarta redazione a restituire il testo corretto: dobbiamo pensare che si tratti di errori d’archetipo, dei quali l’autore si accorse – correggendoli – solo nello stadio finale della revisione della sua opera: [7] et in poematis] V1 R V L O B : et in poematibus Pi Pi1 P M V2 : et in poematis ac, et in poematibus pc D226 226 In questo caso è probabile che il codice Pi abbia corretto, ope ingenii, in modo indipendente. 161 [38] atque] V1 P M Pi1V2 : eaque Pi R D L O B (Atque arbitrere ei gratiam habendam esse qui ab aliis sparsim dicta colligere in unum eaque ornare oratione possit. Pi). Questo è uno dei casi, già trattati nei paragrafi precedenti, in cui nel manoscritto d’archetipo dovevano coesistere due varianti. È possibile che, all’altezza del quarto stadio redazionale dell’opera, l’autore avesse deciso di cassare l’alternativa eaque mantenendo solo atque, ma anche che sia stato il subarchetipo b a scegliere atque tra le due lezioni ancora compresenti. [39] poematis] V1 Pi R D L O B : poematibus Pi1 P M V2 (poematis atque hystoriis Pi) 3. 4. 2. INDIVIDUAZIONE DELLE FAMIGLIE DI MANOSCRITTI Individuazione del subarchetipo b (V, V2, Pi1, P, M) I manoscritti V (Ottoboniano latino 1971), V2 (Vaticano latino 5138), Pi1 (Pisa, Biblioteca Universitaria, 529), P (Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 259) ed M (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924)) discendono, come abbiamo visto, dalla quarta ed ultima fase redazionale dell’opera. Il codice V presenta un testo fortemente mutilo,227 ma, sulla base della banalizzazione che abbiamo precedentemente attribuito ad un errore di copia,228 possiamo dire – in via del tutto ipotetica – che esso fa capo ad un subarchetipo comune agli altri quattro manoscritti; a tale subarchetipo daremo il nome convenzionale di b. Individuazione di c (V2, Pi1, P, M) I quattro manoscritti P, M, V2 e Pi1 condividono, oltre alle varianti autoriali proprie della quarta fase redazionale dell’opera, un gruppo di altre varianti che non migliorano il testo, ma lo banalizzano, e dunque non possono essere attribuite all’autore. Oltre a queste, i codici condividono 227 Il testo di V si intrerrompe al paragrafo 13 (iuvari...). Elenco di seguito, per completezza, tutti gli errori singolari del codice: [2] utilissimumque fore] cett. : utilimum foreque V; [2] quae erudiant] cett. : que erudiunt V; [3] libertas ac licentia] cett. : libertas et licentia V; [5] diis eos equales esse] cett. : diis esse equales esse V; [6] ac turbationis] V1 V2 R P Pi1 D L O M B : ac turbationis vis Pi : et turbationis V; [6] studia ad quae animum intendere et in quibus versari oporteat] cett. : studia versari oporteat R : in om. V; [8] incitet...impellat] cett. (insidet D) : incitat...impellit V; [9] partibus] cett. : pertibus V; [9] existimo autem hoc omnes concessurus esse] cett. : hoc om. V; [10] ac desidiam] cett. : et desidiam V; [10] sese mente animoque parabunt] cett. : sese mente atque animo parabunt V; [11] ut quanto honoribus caeteris praestas hominibus tanto sis virtute superior] cett. : ut quanto honoribus exerceris praestas hominibus tanto sis virtute prestantior (praestantior scripsit et delevit) superior V. 228 [13] diligentia] V1 Pi R D L O B : prudentia Pi1 P M V2 V (Sed hoc tibi semper in mente versetur, nostros animos diligentia plurimum et eruditione iuvari. Prudentissimi, si assint, in consuetudine adhibendi Pi). 162 alcuni errori congiuntivi, grazie ai quali possiamo postulare il codice perduto c, capostipite della famiglia. Elenco di seguito tali errori, distinguendoli in banalizzazioni del testo (che, pur risultando in un testo stilisticamente inferiore, non creano aporie grammaticali o semantiche) e veri e propri errori di copia. Banalizzazioni di P M V2 Pi1: [18] sed eadem semper de eisdem sentias cett. : sed eadem semper de hisdem sentias Pi1 P M V2; [18] sint] V1 Pi R D L O B : sunt Pi1 P M V2; [20] qui sint] V1 Pi R D L O B : qui sunt Pi1 P M V2; [22] auctores sint] V1 R Pi D B : auctores sunt Pi1 V2 L O : sunt auctores P M (Civium metus auferendus est penitus, providendumque ne hi (ne te ii cett.) metuant qui nullius sceleris auctores sint Pi); [23] ac tum appareas alijs quum ipse nactus occasionem fueris] V 1 Pi R B D (attamen pc) : ac tum appareas aliis cum ipse nactus occasione fueris L O : ac ipse tum appareas aliis cum nactus occasionem fueris Pi1 P M V2 (natus ac, nactus pc); [25] profutura sint] V1 Pi R D L O B : profutura sunt Pi1 P M V2; [26] pararint] cett. : parant P M Pi1 V2 (nec hi tibi beati videantur nec imitatione digni qui maximum regnum pararint, sed qui parcto quam optime utantur Pi); [27] quibus cum verseris] V 1 Pi D L O R (quibuscunque verseris) : quibus cum versaris Pi1 P M (conversaris) V2 B (Sunt etiam comitum mores summa diligentia explorandi, quum scias omnes qui te ignorent persimilem illis quibus cum verseris iudicatum ire. Pi); [27] possint] V1 R D L O B : possunt Pi1 P M V2; [27] ignorent] V1 Pi R D L O B : ignorant Pi1 P M V2; [28] studeant] cett. : student Pi1 P M V2; [29] putes] V1 Pi R D L O B : puta Pi1 P M V2; [31] fiunt] V1 Pi R D L O B : sunt Pi1 P M V2; [37] proponas] V1 Pi R D L O B : propone Pi1 P M V2;[40] ac] V1 Pi R D L O B : at Pi1 P M V2; [40] audiant] V1 R D L O : audiunt Pi1 P M (adiunt) V2 B : non habet Pi; [45] de animi exercitationibus] V1 Pi R D L O : de animi exercitatione Pi1 P M V2 : de exercitationibus animi B; [46] illos] V1 Pi R D L O B : omm. Pi1 P M V2 (ex his argumentum sumendum est ac maxime contemplandum eos qui opportune consilium afferunt, sin minus illos qui universis de rebus disputant Pi). Errori di P M V2 Pi1: [5] intuerentur...arbitrantur] V 1 : intuentur...opinantur Pi R D L O B V : intuemur...opinantur Pi 1 (opinamur) P M V2 (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur Pi).229 Questo errore è uno dei due (con il successivo) che occorrono in presenza di V, che però lo evita; per questo motivo colloco il codice V in una posizione stemmatica superiore. Come si è già avuto modo di osservare, comunque, data l’esiguità del testo tramandato dal manoscritto bisogna considerare la ricostruzione della sua posizione nello stemma come puramente ipotetica. Per questo motivo, nello stemma codicum che propongo racchiuderò tra parentesi tonde il siglum del codice. [5] nam cum tyrannorum honores et opes ac potentias...] V 1 : nam cum honores et opes tyrannorum ac potentias...Pi R D L O B : nam cum honores tyrannorum et opes ac potentias...Pi 1 P M V V2 (et...et ac, et...ac pc) [11] est...animus exercendus] V1 : animus exercendus est V D L O B (animum ac, animus pc) : animus exercendum est Pi1 P M V2 : animum exercendum est Pi R (exercendo ac, exercendum pc) (haud athletis tantopere corpus quanto regibus animum exercendum est Pi) [24] quam se ipsos saluti suae consulere] V1 Pi D L O B R : quam saluti suae consulere Pi1 P M V2 (Ac velis princeps esse non crudelitate...sed consilio prudentia que (prudentiaque cett.), quibus omnes abs te vincantur, ac exisitment te melius quam se ipsos saluti sue consulere. Pi) [40] adeo erudite] V1 Pi R D L O B : erudite omm. Pi1 P M V2 229 In questo caso, Pi1 corregge il testo ope ingenii a partire dalla lezione errata di c. 163 [42] quum in privatarum rerum] V1 Pi R D L O B : in omm. Pi1 P M (privatorum) V2 P, M e V2 condividono anche una variante, sicuramente riconducibile al processo di tradizione e non alla volontà dell’autore; in questo caso, dobbiamo ritenere che la variante comparisse in c, ma che Pi1 abbia deciso di non trascriverla: [21] firmissimam et tutissimam] V1 Pi Pi1 R D L O B : firmissimam vero et verissimam aliter tutissimam P M : firmissimam et et verissimam aliter tutissimam V2 (!). (primi quidem honores necessitudine tecum imprimis coniunctis amicis sunt exhibendi, verissimis (= verissimi) vero his qui sint benivolentia in te maiori. [21] Firmissimam et tutissimam tui corporis custodiam putes amicorum virtute et civium benivolentia et tua prudentia contineri Pi). Individuazione di d (Pi1, P, M) Non è facile stabilire quale, tra i codici Pi1 (Pisa, Biblioteca Universitaria, 529) e V2 (Vaticano latino 5138), si collochi in una posizione stemmatica più bassa, e quindi più vicina a P ed M. Essi non sono fratelli, in quanto non condividono errori congiuntivi; d’altra parte, anche l’ipotesi di un rapporto di filiazione tra i due manoscritti è da escludersi, dal momento che ciascuno di essi presenta errori singolari non correggibili ope ingenii. Riporto qui un campione degli errori propri di Pi1 e V2: Errori di Pi1: [4] et institutione] cett. (instutione L) : et institutionem Pi1; [5] arbitrantur] V1 : opinantur Pi P R M V2 V (oppinantur) D L O B : opinamur Pi1; [9] etenim] cett. : enimvero Pi1; [10] in promptu] V1 Pi R V2 V D L O B : in promtum Pi1 : in promptu est P M; [14] inferiorum hominum iudex] cett. : inferiorum iudex Pi1; [17] minime discrepantes] cett. : nume discrepates Pi1; [22] ne a iuris] cett. : ne auris Pi : ne a viris Pi1; [22] civium metus auferendus est penitus] cett. : om. Pi1; [23] in perquirendo] V1 Pi P M V2 D L O B : in inquirendo Pi1 : a inquirendum (inquirendo pc ) R; [25] aggrediantur] V1 Pi P R M D L O B : aggrediuntur Pi1 : egrediantur V2; [25] nec imitatione digni] cett. : nec mutatio ne digni Pi1; [26] sed qui parto] cett. : et qui parto Pi1; [26] ut dominatu] V1 P R M V2 B : ut dominare Pi L : ut dominatus Pi1 : ut dominari D O; [27] arbitrere] cett. : arbitrarere Pi1; [33] contigit] cett. : contingit M : contingat Pi1; [41] contrarias] cett. : contraria Pi1; [45] civilibus] cett. : civibus Pi1; [47] conteres] cett. : conteras Pi1. Errori di V2: [8] emolumento] cett. : emomimerito M : emonumento V2; [14] adhortere] V1 Pi Pi1 P D L O B : adhortare R M : exhortere V2; [25] aggrediantur] V1 Pi P R M D L O B : aggrediuntur Pi1 : egrediantur V2; [26] cum metu periculoque] cett. : cum om. V2; [28] illa tibi] cett. : tibi illa V2; [34] quaeque] V1 Pi Pi1 P M R V2 : que D L O B : quam V2; [35] monumenta relinquere animi] V1 : animi monumenta relinquere Pi P Pi1 (monumentu) R M D L O B : monumenta relinquere V2; [45] qui in philosophia versantur] cett. : in om. V2. I codici V2, P ed M condividono, oltre alla formula di explicit, alcune innovazioni non condivise da Pi1: Oracio Isocratis ad regem Nicodem finit foeliciter P M V2 [16] plurimique faciendum] cett. : plurimique faciendum est P M V2 (Cura etiam tibi suscipienda est multitudinis, plurimique faciendum non invitis et recusantibus, sed volentibus per gratiam imperare Pi) 164 [38] ei gratiam habendam esse] V1 Pi Pi1 R D L O B : esse omm. P M V2 (Atque arbitrere ei gratiam habendam esse qui ab aliis sparsim dicta colligere in unum eaque ornare oratione possit. Pi) Non è tuttavia difficile pensare che si tratti di due varianti introdotte in c ed evitate, per caso, da Pi1. D’altronde Pi1, P ed M presentano quattro accordi in errore, sebbene di piccola entità: [7] huic quod proposuimus] V1 Pi R (hinc) D L O B : huic quod proposui mihi Pi 1 P M : huic quod proposui V2 : huic proposuimus V (Utrum igitur hoc munus absolutum huic quod proposuimus responsurum sit, perdifficile sane est ab initio posse cognoscere. Pi) [26] nec hi tibi beati videantur] V1 Pi R V2 D L O B : nec ii beati videantur Pi1 P M (nec hi tibi beati videantur nec imitatione digni qui maximum regnum pararint Pi) [29] sed cum a liberis et qui tuum animum] cett. : cum omm. Pi1 P M (Atque eos honores verissimos putes non qui per metum exhibentur, sed quum a liberis et qui tuum animum magis quam fortunam admirentur. Pi) [35] et privatim] V1 V2 D L O B : et omm. Pi Pi1 P R M (ut securitati privatim et publice consulas Pi)230 Propendo dunque per collocare il codice Pi1 più in basso nello stemma, ed è questa la posizione che propongo, seppure in via ipotetica. Individuazione di e (P, M) I codici P (Pavia, Biblioteca Universitaria, Fondo Aldini 259) ed M (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. XI 2 (3924)) condividono la stessa formula incipitaria ed una serie di errori congiuntivi: Isocratis oratio ad Nicoclem incipit V1 V : Isocratis oratio de regno per Lapum eundem in latinum conversa expleta superiore alia incipit feliciter Pi : Ad nicodem regem Pi 1 : inicium oracionis isocratis ad regem nicoden P : initium orationis isocratis ad regem nicodem M : isocratis oratio ad nicolem (nicoclem pc) de regno per lapum in latinum conversa incipit feliciter R : isocratis oratio ad regem nicoclem V 2 : isocratis oratio ad Nichoclem de regno incipit D L (ineodem) O (nicodem) : Isocratis oratio ad Nicholem de regno per Lappum in Latinum conversa B [6] atque ex sententia] cett. : atque male ex sententia P M; [10] his qui hanc facultatem habituri sunt] cett. : his omm. P M; [12] nihil ad virtutem] V1 Pi R D L O B : ad virtutem nichil Pi1 V2 V : non ad virtutem nichil P M; [14] ut inferiorum hominum iudex] V1 Pi R V2 D L O B : ut inferiorum iudex Pi1 : ac inferiorum hominum iudex P : at inferiorum hominum iudex M; [14] expertem] V1 : inexpertem Pi Pi1 V2 D L O B : inexpertum P M R (in expertum); [14] sis] cett. : eis P : es M; [16] si nec petulantia] V1 Pi Pi1 R V2 D O B : si nec petulantie P M : sine petulantia L; [22] tum] V1 Pi Pi1 R V2 D O B : tamen P M : tam L; [28] incogniti] cett. : cogniti P M; [29] numquam temere] cett. : numquam te P M; [31] vero] V1 Pi Pi1 V2 D L O B : enim P M : non R; [32] et temere] cett. : et te P M; [38] et privatorum et principum] cett. : et privatorum principum P M; [44] perspecta] V1 R V2 L O B : perfecta Pi D : persuspecta P : suspecta M (quibus quum perfecta (perspecta cett.) hominum natura foret, utramque speciem poesi complexi sunt Pi); [46] qui tuam] cett. : qui quam P M. 230 In Pi ed R, l’errore si è generato in modo indipendente. 165 Oltre a questi errori, P ed M condividono alcune varianti. Di queste, la maggior parte è composta da trasposizioni nell’ordine delle parole e varianti sostanzialmente adiafore, e qualche volta banalizzanti; data anche la bassa collocazione stemmatica dei due manoscritti, è facile classificare tali innovazioni (che elenco di seguito) come normali varianti di tradizione. [1] eiusmodi aliud] cett. : huiusmodi aliud P M [6] omnium humanarum rerum] V1 Pi1 R V2 V D L O : omnium humanarum Pi : omnium rerum humanarum P M : humanarum omnium rerum B [6] vero] cett. : autem P M (Universa vero studia ad que animum intendere et in quibus versari oporteat ego conabor exponere. Pi) [8] administrationes] V1 Pi Pi1 V D L O B : administratores V2 : imperatores P M : administrationis R (imperium ricorre già due volte prima; quindi o è una banalizzazione, o un errore) (Nam qui privatos erudiunt eos tantummodo adiuvant; si quis vero illos qui multitudini presunt ad virtutem incitet atque impellat, utrisque emolumeto (sic) erit, et his qui dominantur et his qui sub eorum iure et imperio sunt; nam illis tutius imperium, hiis mitiores administrationes efficiet. Pi). La variante, che a prima vista potrebbe sembrare migliorativa (e dunque potenzialmente autoriale), provoca tuttavia una pesante triplice ripetizione, nel giro di poche parole, della radice di imperium (imperio...imperium...imperatores); inoltre, proprio l’occorrenza nel contesto di tale parola potrebbe aver indotto la variante di tradizione imperatores. [10] in promptu] V1 Pi R V2 V D L O B : in promtum Pi1 : in promptu est P M (quare (quae cett.) vero in singulos dies incidunt, ad hec omnia referenda sunt; atque illud in promptu his qui hanc facultatem habituri sunt atque rebus tantis consulturi, inhertiam magnopere ac desidiam fugiendam esse Pi) [14] praebeas] cett. : prebens P M (Illud etiam cogites, te nec poetarum qui probantur nec rhetorum ullius inexpertem et rudem esse decere; sed eos tibi discendos proponas, his auditorem te prebeas. Pi) [17] est habenda] cett. : habenda est P M (Rerum autem civilium ac studiorum est habenda ratio diligenter, ut que non recte constituta sunt mutes. Pi) [19] sublevandisque] cett. : levandisque P M (tum in iuvandis sublevandisque amicis Pi) [21] bona eorum] cett. : eorum bona P M B (omnia enim bona eorum qui habitant in civitate propria regum optimorum sunt Pi) [22] auctores sint] V1 R Pi D B : auctores sunt Pi1 V2 L O : sunt auctores P M (Civium metus auferendus est penitus, providendumque ne hi (ne te ii cett.) metuant qui nullius sceleris auctores sint Pi) [23] nequid te latere videatur] cett. : ne quid tibi latere videatur P M [24] nec] V1 Pi R V2 L O B : et Pi1 : aut P M : ac D (Ac velis princeps esse non crudelitate nec asperitate puniendi, sed consilio prudentia que (prudentiaque cett.) Pi) [26] te veram et absolutam] V1 D : veram te et absolutam Pi Pi1 R V2 L O B : veram et absolutam te P M [27] tibi consuetudo] cett. : consuetudo tibi P M [28] qui callide tibi] cett. : qui tibi callide P M [29] sed assuefacias te ipsum his sermonibus delectari] cett. : ipsum omm. P M (Numquam temere nec sine ratione in colloquium venias, sed assuefacias te ipsum his sermonibus delectari ex quibus ipse utilitatem perspicias (percipias cett.) melior appareas. Pi) 166 [38] oratione possit] cett. : possit oratione P M (Atque arbitrere ei gratiam habendam esse qui ab aliis sparsim dicta colligere in unum eaque ornare oratione possit. Pi) [41] omnino utilitati] cett. : utilitati omnino P M [40] deligeret] V1 Pi R V2 D L O B Pi1 (diligeret) : eligeret P M (Ac si quis deligeret ex poetis egregiis eas quas sententias vocant... Pi) [47] ego igitur ea quae] cett. : ego igitur que P M (Ego igitur ea que cognoscebam tibi precipiendum putavi, ac te his quibus passum (possum pc) muneribus afficio. Pi) In due casi, mentre P reca a testo una lezione differente rispetto al resto della tradizione, il manoscritto M riporta le due lezioni presentate come alternative: [24] princeps esse] V1 Pi Pi1 R V2 D L O B : princeps videri P : princeps (esse add. supra lineam) videri M (Ac velis princeps esse non crudelitate nec asperitate puniendi, sed consilio prudentia que (prudentiaque cett.), quibus omnes abs te vincantur, ac exisitment te melius quam se ipsos saluti sue consulere. Pi) Si osservi che il passo corrispondente nell’ipotesto greco corrisponde ad esse, e non a videri: ἀρχικὸς εἶναι βούλου μὴ χαλεπότητι μηδὲ τῷ σφόδρα κολάζειν. [34] parabunt ac, parabit pc] V1 : parabit Pi Pi1 R V2 D L O B : prebebit P : prebebit aliter parabit M (Phylosophia enim tibi vias et rationes aperiet, eorum vero exercitatio tibi ad res gerendas facultatem parabit. Pi) Questa situazione deve riflettere l’assetto testuale di e, l’antigrafo comune dei due codici; e doveva infatti riportare nel corpo del testo le varianti di tradizione (videri e prebebit), ma anche registrare, in sede interlineare o marginale, le lezioni d’archetipo (esse e parabit); di fronte a questa situazione, il copista di P scelse di conservare soltanto quello che leggeva nel corpo del testo, mentre il copista M riportò fedelmente tutto ciò che leggeva; come si può osservare dagli errori singolari di M, numerosissimi e spesso grossolani, il copista di M doveva essere molto fedele, e non particolarmente esperto di latino; questo spiega perché, in questo caso, egli abbia introdotto acriticamente nel testo anche la variante di e con la relativa nota filologica (prebebit aliter parabit). C’è, infine, una variante che a prima vista potrebbe sembrare autoriale, in quanto migliora sensibilmente la qualità del testo: [21] et parari] cett. : et pari P M (his enim presidiis et adiumentis et parari tyrannis et parta retineri potest Pi). Il contesto lessicale, ed in particolare il participio perfetto parta, sembra suggerire che il verbo usato per descrivere l’instaurazione del regime tirannico fosse qui originariamente parĕre, che peraltro è preferibile anche per il significato, e non parare; tuttavia, non è irrilevante notare che una simile potenziale confusione tra i due verbi si riscontra al paragrafo 26: nec hi tibi beati videantur nec imitatione digni qui maximum regnum pararint, sed qui parto quam optime utantur. Se la ricostruzione stemmatica che propongo è corretta, però, è molto difficile ammettere che due codici posti ai rami più bassi dello stemma presentino una variante di mano dell’autore (il quale dovrebbe essere intervenuto addirittura in e). In effetti, per questa variante si possono trovare tre possibili soluzioni, meno estreme, che permettono di mantenere lo stemma ipotizzato: 1) l’autore 167 potrebbe davvero aver scritto e voluto parari; il copista di e, ragionando sul testo e traendo ispirazione dal parta che ricorre subito dopo, potrebbe aver introdotto la felice variante pari; 2) l’autore potrebbe aver scritto parari; il copista di e avrebbe poi omesso per errore una delle due sequenze -ar- successive, creando per un caso fortuito quella che appare come una variante migliorativa; 3) l’autore potrebbe aver concepito la lezione pari, ma aver scritto sull’archetipo, erroneamente parari; poiché la lezione parari offriva un testo tutt’altro che scorretto, essa resistette in tutti i subarchetipi; soltanto e si accorse dell’errore e lo corresse. I codici P ed M sono dunque fratelli, discendenti da un antigrafo comune che chiameremo e; un rapporto di filiazione reciproca tra i due manoscritti si deve escludere, infatti entrambi presentano una serie di errori singolari, alcuni dei quali (in particolare le omissioni di porzioni di testo di diversa entità) non correggibili ope ingenii. Riporto di seguito, per completezza, un campione degli errori singolari di P e di M: Campione degli errori singolari di P: [12] traducamus] cett. : traducimus P; [27] qui te] cett. : qui tibi P; [27] plurimum iuvare] cett. : plurimum que iuvare P; [29] admirentur] cett. : admirantur P; [30] si subditos intueris] cett. : sibi subditos intueris P; [41] qui non saluberrimis cibis] cett. : cibis om. P; [43] exultant] cett. : exultantes P; [43] et rixas] cett. : et rixat P. Campione degli errori singolari di M:231 [1] questuosas artes profitentur cett. : que studiosas artes profitentur M; [3] quidam poete] cett. : quidem M; [4] vitam agunt] cett. : vitam agant M; [4] adire] cett. : audire ac, adire pc M; [9] disseremus] V1 Pi Pi1 V D L O : diseremus P V2 B : differemus R : disceremus M; [9] ac] cett. : atque M; [18] statuas] cett. : status ac, statas pc M; [18] regum] V1 Pi Pi1 P V2 D L O B R (regnum ac, regum pc) : regnum M; [29] exhibentur] cett. : prohibentur (ex add. supra lineam) M; [32] aspectu ipso regno te dignum esse arbitrentur] cett. : aspectu non regno te dignum esse arbitrentur M : ipso aspectu regno te dignum esse arbitrentur B; [33] contigit] cett. : contingit M : contingat Pi1; [33] enim] cett. (eni Pi1) : non M; [34] aperiet] cett. : aperit M; [38] in ipsis] cett. : om. M; [39] atque historiis] cett. : atque historicis M; [47] ac te] cett. : et te M. 231 Si tratta di un manoscritto particolarmente mendoso; in qualche caso, tuttavia, una mano successiva interviene a correggere il testo, per collazione con l’antigrafo o ope ingenii. 168 Lo stemma codicum dei testimoni della quarta fase redazionale dell’opera si può dunque ricostruire in questo modo: ω4 b (V) c V2 d Pi1 e P M Individuazione di f (B) Il codice B (London, British Library, Add. 11760) discende dalla terza redazione dell’opera, e infatti condivide con R, D, L ed O le varianti autoriali che abbiamo attribuito ad ω3. Poiché, tuttavia, con i tre manoscritti citati (e dunque con g, come vedremo tra poco) non condivide alcun errore, bisogna concludere che B rappresenta un ramo indipendente. Per le ragioni già esposte alle pp. 40-41 di questo lavoro, ritengo che tra l’archetipo ed il codice B si debba postulare un manoscritto perduto f, ovvero l’esemplare dedicato da Lapo al cardinale Francesco Condulmer. Il testo di B presenta, naturalmente alcuni errori singolari, dei quali offro l’elenco completo: Errori di B: [1] Nicocles] V1 R V2 : Nicodes V Pi Pi1 P D O M L : Nicoles B; [1] non munus dare] V1 Pi Pi1 P R M V2 D O : non mundare L : non minus rare (dare pc) B; [8] ac relicta perquirere] cett. : et relicta perquire B; [11] tantopere] cett. : tanto tempore B; [16] optime multitudini] cett. : optimi multitudini P : optime multitudinis B; [17] recte 169 constituta] cett. : recta constituta B; [17] quam celerrime] cett. : quod celerrime B; [24] erga te ipsum esse dignum] cett. : erga te ipsum esse maiores (maiores scripsit et delevit) dignum B; [27] qui te...plurimum iuvare possint] cett. : qui te...te plurimum iuvare possint B (Amicos tibi parare contendas...nec quorum tibi consuetudo iocundissima est, sed qui te ad constituendam rem publicam opera et consilio plurimum iuvare possint. Pi); [35] quod ad imagines spectat] cett. : spectat om. L : quod ad imagines animi (animi scripsit et delevit) spectat B; [39] ad eas] cett. : ad eos ac, ad eas pc B; [39] ea in quibus] cett. : eam quibus ac, ea in quibus pc B; [40] pessimas] cett. : peximas B; [47] nec ullum diem intermittas] cett. : ne ullum diem intermittas B. Oltre a questi errori, B presenta una serie di varianti; poiché esse sono adiafore o addirittura banalizzano il testo, ritengo che non si possano far risalire all’autore. Cambi nell’ordo verborum in B: [5] se animo et cogitatione convertunt] cett. : animo et cogitatione se convertunt B; [6] omnium humanarum rerum] V1 Pi1 R V2 V D L O : omnium humanarum Pi : omnium rerum humanarum P M : humanarum omnium rerum B; [8] leges quasdam] cett. : quasdam leges B; [10] perspicuum est enim] cett. : perspicuum enim est B; [14] tanto magis prudentiam tuam exercebis] cett. : tuam om. Pi : tanto magis tuam prudentiam exercebis B; [16] eae diutissime] cett. (te D L O) : diutissime ee B; [19] aspectu ipso regno te] cett. : aspectu non regno te M : aspcum (sic) ipso regno te D : ipso aspectu regno te B; [20] amicis sunt exhibendi] cett. : amicis omm. Pi1 P M V2 : amicis exhibendi sunt B; [24] iniqua aliqua res] cett. : iniqua res aliqua B; [25] nec de omnibus...tibi] cett. : nec de omnibus tibi B; [32] tecum animo omnia] V 1 P R M V2: tecum animo Pi1 D (te cum) L O : tecum omnia Pi : tecum omnia animo B; [38] permulta tibi] cett. : tibi permulta B; [45] animi exercitationibus] V1 Pi R D L O : animi exercitatione Pi1 P M V2 : exercitationibus animi B; [45] ad audiendum se dederint] cett. : se ad audiendum dederint B. Varianti adiafore o banalizzanti di B: [29] nec] cett. : et B (numquam temere nec sine ratione in colloquium venias Pi) [30] flagitioseque] V1 Pi Pi1 P R M V2 D O : flagicibilemque L : et flagitiose B (nec existimes convenire alios honeste et moderate, reges intemperanter flagitioseque vivere Pi) [33] oportune] cett. : et opportune B (optabile est omnia oportune et ex sententia gerere Pi) [33] rerum omnium] cett. : rerum B (difficillimum autem hoc rerum omnium videtur esse Pi) [41] considerare] cett. : enumerare B (Sed quid in singulis enumerandis tempus teram? Nam, si universas hominum naturas considerare velimus, inveniemus... Pi). Enumerare di B crea una sgradevole ripetizione rispetto all’enumerandis che ricorre nella frase appena precedente; più che una variante, questo sembra un’errore di B, proprio causato dalla vicinanza dello stesso verbo. [42] vero] cett. : enim B (sed anguntur vehementer quum in privatarum rerum cogitationem incidunt, letantur vero de alienis sermonem conferentes Pi). Il senso della frase richiede vero e non enim, poiché si stanno contrapponendo le azioni anguntur/letantur. [46] perspicere possunt] cett. : prospicere possint B (qui autem prudentia et consilio valent, quique altius quam ceteri perspicere possunt, hi plurimi faciendi ac summa diligentia colendi sunt Pi) [47] sed eiusmodi quibus et si vehementer utare] cett. : sed eiusmodi quibus si utare B (Tu vero ita existimes velim me non tibi solita bona (= dona) elargiri... sed huiusmodi quibus extsi (etsi pc) vehementer utare nec ullum diem intermictas non usu quidem conteres, sed maiora et digniora efficies. Pi) 170 Individuazione di h (D, L, O) ed i (L, O) I dati di collazione della traduzione dell’Ad Nicoclem confermano la parentela, evidente fin dall’organizzazione del loro contenuto e già discussa a proposito di Nicocles, dei codici L (London, Lambeth Palace Library, MS 341) ed O (Oxford, Bodleian Library, Auct. F.5.26 ), i quali condividono le seguenti innovazioni congiuntive. Si tratta per lo più di errori, qualche volta di trasposizioni nell’ordine delle parole e in un caso (18 feras cett. : proferas L O) di variante, che però sarebbe antieconomico considerare autoriale. Errori LO: [3] delicta insidiose observare] cett. : delicte insidiose observare Pi1 : delicta insidiosa observare L O; [5] vitae genus] cett. : genus vite L O; [10] possint] cett. : possunt V L O (l’errore di V è da considerarsi poligenetico); [14] aliorum] cett. : aliarum L O; [18] feras] cett. : proferas L O; [22] auctores sint] V1 R Pi D B : auctores sunt Pi1 V2 L O : sunt auctores P M (Civium metus auferendus est penitus, providendumque ne hi (ne te ii cett.) metuant qui nullius sceleris auctores sint Pi); [22] habeat] cett. : omm. L O; [22] apud te in honore erunt] cett. (aput B) : in honore apud te erunt L O; [23] nactus occasionem] cett. : nactus occasione L O; [24] sed consilio prudentiaque] V 1 Pi1 P R M V2 D B : sed consilio prudentia quae Pi : sed consilio prudenti at L O; [24] putas] cett. : putes L O; [28] libere loquendi] cett. (loquendi libere Pi) : libere loqui L O; [29] melior appareas] V 1 Pi P M R V2 D B : et melior appareas Pi1 L O;232 [31] ac] cett. : et L O; [37] haud] cett. : aut Pi L O; [39] eorum tamen precepta] cett. : tamen eorum precepta L O; [43] incenduntur] cett. (inceduntur P) : intenduntur L O; [44] transtulit] cett. : omm. L O; [45] illi qui] V1 : his qui Pi : ii qui Pi1 P M V2 D B : ii quidem R : hii qui L O; [45] comparandam esse] cett. : comparanda esse L O. Anche in questo caso, le innovazioni (errori o banalizzazioni) singolari di ciascuno dei due manoscritti impediscono di pensare ad una filiazione diretta tra l’uno e l’altro, dunque dobbiamo concludere che i due codici sono fratelli; riporto l’elenco completo di tali innovazioni singolari. Innovazioni singolari di L: [1] non munus dare] cett. : non mundare L : non minus rare ac, dare pc B; [16] si nec petulantia] V1 Pi Pi1 R V2 D O B: si nec petulantie P M : sine petulantia L; [17] ad haec] cett. : at hec R : ad hoc L; [19] sed tum] cett. : sed tamen L; [22] tum] V1 Pi Pi1 R V2 D O B : tamen P M : tam L; [25] in certamen et contentionem] cett. : in certamen et concionem L; [27] iucundissima est] cett. : est om. L; [28] potestas facienda est ut cett. : potestas facienda ut L; [30] intendas animum] cett. : intuendas animum L; [30] flagitioseque] cett. : flagicibilemque L : et flagitiose B; [31] a claris viris] cett. : ac claris viris L; [35] quod ad imagines spectat] cett. : quod ad imagines L; [36] videare] cett. : videaris L; [38] quosdam etiam] cett. : quosquam L; [40] consuluisse] cett. : cosuluisse L; [47] intermittas] cett. : intromittas L. Innovazioni singolari di O: [22] munera afferunt] cett. : munera offerunt O; [35] oppetere] cett. : oportere ac, opportere pc R : appetere O; [37] opera] cett. : opere O [Si ricordi che, in latino, opus, operis ed opera, operae sono due forme corrette e alternative.]; [37] multis] cett. : multas O. Il solo opuscolo Ad Nicoclem è tramandato anche dal codice D (Dublin, Trinity College Library, D 4.24); questo, pur non condividendo gli errori di L ed O elencati sopra, è legato ai due manoscritti dalla formula incipitaria e da una serie di errori congiuntivi, che elenco di seguito.233 232 L’errore in Pi1 è da considerarsi poligenetico. 233 Il manoscritto D presenta, naturalmente, anche alcuni errori singolari; ne riporto di seguito l’elenco pressoché completo: [3] scripta reliquerunt] cett. : scripta deliquerunt D; [5] quam] cett. : quem D; [7] longe minorem] cett : 171 Isocratis oratio ad Nicoclem incipit V 1 V : Isocratis oratio de regno per Lapum eundem in latinum conversa expleta superiore alia incipit feliciter Pi : Ad nicodem regem Pi 1 : inicium oracionis isocratis ad regem nicoden P : initium orationis isocratis ad regem nicodem M : isocratis oratio ad nicolem (nicoclem pc) de regno per lapum in latinum conversa incipit feliciter R : isocratis oratio ad regem nicoclem V 2 : isocratis oratio ad Nichoclem de regno incipit D L (ineodem) O (nicodem) : Isocratis oratio ad Nicholem de regno per Lappum in Latinum conversa B Errori DLO: [3] accedunt] V1 Pi Pi1 P R M V2 V B : accedant D L O; [4] erudiri] cett. : erudire D L O; [4] utra] V1 P R M V2 (utrum add. i. l.) V B : vera Pi : ultra D (scripsit et delevit) L O; [8] est] V1 : erit Pi Pi1 P R V B M V2 : erunt D L O; [13] quot potes] V1 Pi Pi1 P R M V2 B : om. Pi : quod potes D L O; [16] eae] V1 Pi Pi1 P M R V2 B : te D L O; [26] sed si te ita] cett. : sed si ita te D L O; [28] qui] cett. : que D L O; [32] tecum animo omnia] V1 : omnia omm. Pi1 D (te cum) L O : tecum omnia Pi : tecum animo omnia P R M V 2 : tecum omnia animo B; [26] ut dominatu] cett. (ut dominatus Pi1) : ut dominare Pi L : ut dominari D O (Atque ex eo existimes veram te et absolutam gloriam habiturum esse: non si...sed si te ita institueris ut dominare dignus videare. Pi); [34] quaeque] V1 Pi Pi1 P M R V2 : que B D L O : quam V2 (Et que fieri queque evenire soleant tum privatis tum tyrannis animo contemplare (contemplere pc) Pi);234 [35] ea retinere studia] cett. : ea studia retinere B D L O; [37] consulis] cett. (congulis Pi1) : consules D L O; [39] continentur] cett. : contineantur D L O; [41] conducibiles] cett. : conducibile D L O; [45] de illo omnes] cett. : de illis homines D : de illo homines L O; [47] quae vobis] cett. : quo nobis D L O. Bisogna dunque pensare che L ed O non abbiano copiato da h (il codice appartenuto ad Humfrey di Gloucester) direttamente, ma che da esso siano discesi D ed un altro manoscritto (al quale si assegnerà la sigla convenzionale i), il quale a sua volta ha dato origine ad L ed O. La situazione stemmatica che ne emerge è la seguente: h D i L O minorem longe D; [8] incitet] cett. : incitat V : insidet D; [19] tum in iuvandis] cett. : cum in iuvandis D; [19] splendor] cett. : splendore D; [32] et loquantur et sentiant] cett. : et loquentur et sentiant D : loquantur et sentiant Pi; [36] natura tui] cett. : natura cui D; [40] recte quis] cett. : recte om. D; [45] preclaras] cett. : preclares ac, preclaras pc D; [45] de illo omnes] cett. : de illis homines D : de illo homines L; [46] uti] cett. : ut D. In alcuni casi, una seconda mano interviene sul testo del manoscritto (corretto) introducendo, probabilmente perché non capiva, lezioni errate: [11] quanto regibus] cett. : quanto (quantopere pc) regibus D; [27] ut si tu] cett. : ut ac, ne pc si tu D; [31] divitiae gloria] cett. : divitie (divitie scripsit et delevit) gloria D; [46] summa diligentia] cett. : summa ac, plurima pc diligentia D. 234 Per questo caso e per il seguente, l’accordo con B è da considerarsi poligenetico. 172 Individuazione di g (R, D, L, O) I codici R,235 D, L ed O, testimoni della terza fase redazionale dell’opera, condividono una serie di errori fortemente congiuntivi, oltre a qualche errore meno probante. Elenco di seguito tutti questi errori, commentandoli quando sia necessario: [5] circumventum] V1 Pi B : circumventos Pi1 P M V2 V : circumventus R (circunventus) D L O (Nam, cum honores et opes tyrannorum ac potentias intuentur, diis eos equales esse opinantur; verum, quum ad metus et ad pericula se animo et cogitatione convertunt...rursus omne vite genus conducibilius ducunt quam his calamitatibus circumventum totius Asie imperio potiri. Pi) [6] sigillatim] cett. : singillatim R D L O [16] durant] V1 Pi Pi1 P M V2 B : durat R D L O (quum non ignores quod ex paucorum principatibus et ex aliis rebus publicis eae diutissime durant qui (que cett.) optime multitudini caveant Pi) [22] non habet] V1 : qualem enim in alios te prestabis tali in te animo erunt Pi Pi 1 P M (om. in alios) V2 B : quales enim alios te prestabis tali in te animo erunt R D L O [24] eum] V1 Pi Pi1 P M V2 B : cum R D L O (Eum te inferioribus fortuna civitatibus prestet (prestes cett.), quales maiores erga te ipsum esse dignum putas. Pi) [37] eadem sentire quae dixeris] V1 : eadem et sentire et loqui Pi1 P M V2 B : eandem et sentire et loqui Pi R D L O [37] ut assuefacias te (te add. i. l.)] V1 : ut assuefacias Pi Pi1 P M V2 B : ut assuefias R D L O (Sermones tuos de honestis et liberalibus studiis instituas, ut assuefacias eandem et sentire et loqui; Pi). In questo caso dobbiamo pensare che l’archetipo contenesse – ed abbia contenuto per tutta la sua esistenza – la lezione errata ut assuefacias, che il solo V1 sanò grazie all’aggiunta del pronome te; il progenitore di R, D, L, O (g in questa ricostruzione) si accorse dell’errore e scelse di emendarlo (ope ingenii) per un’altra via, ovvero ponendo il verbo alla forma passiva (assuefias). [39] errantes vero imitari malunt] V1 : cum errantes imitari malint Pi Pi1 P M V2 B : cum errantes imitari malunt R D L O (nam illos quidem laudant omnes, eorum tamen precepta contempntunt, quum errantes imitari malint quam qui eos ab errore deterreant Pi) 235 Il manoscritto R presenta anche una serie consistente di errori singolari, spesso anche molto grossolani, dei quali offro qui un campione: [6] studia ad quae animum intendere et in quibus versari oporteat] cett. : studia versari oporteat R : in om. V; [9] quod sit regnantium opus] cett. : quod sit regnativum opus R; [9] disseremus] V1 Pi Pi1 V D L O : diseremus P V2 B : differemus R : disceremus M; [12] quasdam circa feras] cett. : quasdas circa foras R; [14] amentiam] cett. : mentiam R; [20] victimis] cett. : victrinis R; [22] ius iurandum] cett. : ius curandum R; [23] mitis autem et mansuetus] V1 : mitis enim et mansuetus Pi : mitem autem et mansuetum Pi 1 P M V2 D L O B : mirum autem et mansuetum R; [24] asperitate puniendi] cett. : asperitate te puniendi R; [42] hujusmodi hominibus] cett. : huiusmodi homines R; [42] vehementer] cett. : vehementur R. 173 Lo stemma codicum riguardante la terza fase redazionale dell’opera si può dunque ricostruire in questo modo: ω3 f g B R h D i L O 174 Ricostruzione stemmatica della tradizione manoscritta di Ad Nicoclem Alla luce di quanto si è detto finora, possiamo ricostruire in questo modo lo stemma codicum della tradizione: O ω1 ω2 ω3 a ω1 ω4 V1 f g 1 b Pi h R B (V) c i D V2 d L O Pi1 e P M Errori poligenetici Cito infine, per completezza, una serie di accordi che molto facilmente si sono originati per poligenesi in manoscritti che, secondo la ricostruzione che abbiamo proposto, occupano posizioni stemmatiche anche molto distanti. Non potendo essere considerati errori congiuntivi, essi sono del tutto compatibili con lo stemma ipotizzato. 175 Accordi V1 D: [19] et ut] V1 D : ut et cett. (Nec aliter civitas quam paterna domus disponenda est, ut insuper lectilibus (= in supellectilibus) splendor, diligentia in rebus appareat, ut et proberis simul et (et delevit) ac sufficere possis. Pi; cfr. il testo greco: ἵν᾽ εὐδοκιμῇς ἅμα καὶ διαρκῇς); [26] te veram et absolutam] V1 D : veram te et absolutam Pi Pi1 R V2 L O B : veram et absolutam te P M; [30] civitas universa] V 1 D : universa civitas Pi Pi1 P R M V2 L O B; [39] illis] V1 D : eis Pi Pi1 P R M O L B : his eis V2 (Nec illud preterea ignorabam, ea in quibus precepta continentur oppinione omnium poematis (= poematibus) atque hystoriis utilitate prestare, haud tamen auditu illis iocundiora esse solere. Sed eadem eis usu veniunt que legum latoribus... Pi). Accordi Pi c (V2, Pi1, P, M): [7] et in poematis] V1 R V D (poematis ac, poematibus pc) L O B : et in poematibus Pi Pi1 P M V2; [27] opera consilioque] V1 R D L O B : opera et consilio Pi Pi1 (operam) P M V2 (conscilio); [28] assentari] V1 R D L O B : assentiri Pi Pi1 P M V2. Accordi Pi R: [8] quae preterita sunt] cett. : que preterea sunt Pi R; [29] percipias] V1 Pi1 M V2 D L O B : perspicias Pi R; [47] solita dona elargiri] cett. : solita bona elargiri Pi R. Accordi vari: [3] ex quibus consentaneum est] V1 V : ex quibus omnibus consentaneum est cett.; [5] percurrentesque] cett. : precurrentesque D B; [6] arbitrantur] V 1 : opinatur Pi Pi1 R : opinantur P M V (oppinantur) V2 D L O B; [7] utrum] V1 Pi D L O B P M V2 : verum Pi1 V R; [8] administrationes] V1 Pi1 V D L O B R (administrationis) : administratores Pi V2 : imperatores P M; [9] disseremus] V1 Pi Pi1 V D L O : diseremus P V2 B : differemus R : disceremus M; [12] earum] V 1 Pi Pi1 P R V D B : eorum M V2 L O; [14] si indignum] V1 Pi Pi1 P R V2 D O B : si dignum M L; [14] adhortere] V1 Pi Pi1 P D (adhortare pc) L O B : adhortare R M : exhortere V2; [15] acceperit] cett. : accepit P R; [17] inventor et sis] V1 V2 : inventor et auctor sis cett.; [20] verissimi vero iis] V1 P R V2 D L O B : verissimis vero his Pi Pi1 M; [23] in perquirendo] cett. : in inquirendo Pi1 : a inquirendum (inquirendo pc) R (vehementem te in perquirendo prebeas, nequid te latere videatur Pi); [29] possint] V 1 Pi1 P R V2 D L O : possunt Pi B : possent ac, possint pc M; [31] liberis tuis posse relinquere] V1 Pi P R V2 D (libens ac, liberis pc) L O B : posse liberis tuis relinquere Pi1 M; [33] invenes ac, invenies pc] V1 : invenies Pi Pi1 P M R V2 O : iuvenes B D L (invenies enim plerumque qui severi et tristes sint, eosdem rusticos et molestos esse Pi); [35] ignominioseque] cett. : ignominoseque M L; [37] et quae cogitanti tibi optima esse videantur] V 1 B : et quae cogitanti optima tibi esse videantur cett.; [38] agerentur] cett. : ageretur P V2; [40] anteferunt] cett. : homines anteferunt Pi Pi1; [42] quonam] V1 Pi1 R L B : quoniam Pi P M V2 D O (Quoniam (= quonam) igitur quis pacto aut monendo aut docendo aut utile quippiam dicendo huiusmodi hominibus probare (probari cett.) posset...? Pi); [44] perspecta] V1 R V2 L O B : perfecta Pi D : persuspecta P : suspecta M; [46] valeant] V1 R : valent Pi Pi1 P M V2 D L O B. 176 4. CRITERI ORTOGRAFICI ED EDITORIALI L’edizione critica delle traduzioni Nicocle e A Nicocle di Lapo da Castiglionchio pubblicata in questa sede tiene conto dei risultati ottenuti dalla classificazione dei testimoni manoscritti, da cui emerge una situazione stemmatica ripartita in quattro fasi redazionali dell’opera. Il testo che si è giunti a costituire intende rispecchiare l’ultima volonta dell’autore, ovvero la quarta ed ultima fase redazionale; essa è testimoniata dai codici P (P1), M, V2, Pi1 e V, ma durante la costituzione del testo si è ovviamente tenuto conto anche degli altri testimoni, per stabilire caso per caso la lezione corretta. Il testo è corredato di una doppia fascia di apparato critico negativo: nella prima fascia, un apparato diacronico genetico, sono registrate tutte le varianti riconducibili ad intervento autoriale; nella seconda fascia, un apparato sincronico, sono invece registrate le varianti e gli errori di tradizione; non sono mai registrate le varianti grafiche, a meno che queste non diano luogo ad ambiguità con una forma lessicale autonoma, né le correzioni apportate dai copisti inter scribendum; sono state invece incluse le lectiones singulares. L’estrema varietà ortografica che si riscontra nei testimoni, spesso incoerenti anche al loro interno nelle soluzioni adottate, impone una scelta che renda il testo critico ortograficamente uniforme, e allo stesso tempo rispettoso del contesto storico al quale l’opera appartiene. Nel far questo, e con l’obiettivo di ricostruire e rispettare, per quanto possibile, la volontà e l’uso grafico dell’autore, evitando soluzioni anacronistiche, ho scelto di adottare come base l’ortografia del manoscritto V1, che abbiamo definito come sicuramente idiografo. Gli usi di tale manoscritto, che coincidono in gran parte con quelli descritti da Celenza a proposito del manoscritto Magliab. XXIII, 126, 236 l’unico che si può attribuire con certezza alla mano di Lapo, denotano una forte consapevolezza, seppur ancora incipiente, della norma classica, che l’autore tende per lo più a ripristinare. In mancanza di uno studio specifico e sistematico sull’ortografia di Lapo da Castiglionchio, è comunque possibile ricavare, dall’osservazione del testo di V1, dati sufficienti ad una prima riflessione sugli usi ortografici dell’autore. Si possono dunque stabilire, sulla base del codice V1, alcuni criteri generali seguiti da Lapo: - tendenza, pressoché sistematica, a restituire i dittonghi, in linea con la teoresi ortografica che andava affermandosi, tra gli umanisti italiani, a cavallo della metà del ‘400. Il dittongo -ae- è 236 C. S. Celenza, cit., pp. 97, 100-101. 177 rappresentato talvolta nella forma estesa, talvolta per mezzo della e caudata. Sebbene prevalente, il processo di restauro non è ancora completamente concluso, e infatti compaiono nella forma monottongata i termini comedia e tragedia; compare inoltre regolarmente, fatto del resto molto diffuso negli scriptoria quattrocenteschi, la forma ipercorrettistica caeterus-a-um; - riconduzione all’uso classico dello scambio hii/hi, hiis/his, tipico dell’ortografia medievale e umanistica; - restauro prevalente del nesso -ti- in luogo di -ci- davanti a vocale, sebbene persistano sporadicamente grafie medievali ampiamente diffuse nell’uso umanistico, come per esempio negocia; - assenza di scempiamenti e raddoppiamenti consonantici indebiti; - conformità alla norma classica nell’uso di h, ph ed y nei nomi derivati dal greco, come per esempio tyrannus, con l’eccezione dell’oscillazione grafica tra la forma ipercorrettistica consyderare e considerare; - uso costante delle forme classiche nihil e mihi in lugo di nichil e michi; - uso costante della grafia x in luogo di xs, secondo una tendenza comune a tutta l’ortografia umanistica; - preferenza sistematica per la forma cum rispetto a quum; - alternanza tra le grafie qu- e cu- in parole come consecutus e consequutus; - corretto uso del nesso consonantico -ct- in parole come auctor e auctoritas; - corretto uso delle assimilazioni consonantiche secondo la norma classica, per esempio -mn- e non -mpn-, ad eccezione dell’alternanza tra le grafie promptitudo e prontitudo, probabilmente un ipercorrettismo; - rispetto della regola di Prisciano e di Giovanni da Genova («ante c, d, t, q, f non est scribenda m sed n», eccetto prima dell’enclitico -que). Data l’importanza del codice V1, il suo statuto di manoscritto idiografo (e forse autografo) e il suo comportamento conforme a quello del codice Magliab. XXIII, 126, mi è parso legittimo affidarmi in gran parte alle sue scelte ortografiche. L’ho quindi seguito fedelmente nei casi in cui tali scelte vi siano applicate in modo sistematico; quando invece si rileva alternanza tra grafia classica e grafia medievale, ho deciso di normalizzare anche i pochi casi nei quali la norma classica non sia rispettata, in ossequio alla tendenza predominante dell’autore a restaurare tale norma ed alla sua volontà di perseguire una grafia quanto più coerente. Elenco di seguito i casi per i quali sono intervenuta: 178 - restituzione dei dittonghi -oe- ed -ae- anche nei pochi casi per i quali, nel manoscritto, compare la forma monottongata; - conservazione della grafia ipercorrettistica caeterus-a-um, sistematicamente adottata dall’autore; - estensione del restauro del nesso -ti- prevocalico anche ai pochi casi che, nel manoscritto, presentano indebitamente -ci-; - scelta sistematica della grafia -cu- in luogo di -quu-; - adeguamento alla regola di Prisciano e di Giovanni da Genova, anche negli scioglimenti di abbreviazioni, mantenendo -m- soltanto davanti al -que enclitico. Per quanto riguarda la veste grafica dei nomi propri, a fronte della grande difformità ortografica dei testimoni, ho preferito rispettare in tutti i casi la grafia di V1. Confermando la tendenza generale appena delineata, anche per quanto riguarda i nomi il codice è molto attento alla norma classica, che infatti è rispettata per la maggior parte dei casi (per esempio Dionysius, Amphio, Prometheus, Pythagora e Theognis); fanno invece eccezione, e sono stati conservati in questa forma nel testo critico, Iupiter, Carthaginenses e Phocillidis in luogo degli usuali Iuppiter, Carthaginienses e Phocylides. Un discorso a parte è necessario per l’edizione dell’epistola dedicatoria, per la quale si è deciso di pubblicare separatamente i manoscritti che testimoniano delle tre fasi redazionali, dal momento che ciascuno di essi costituisce un oggetto storico autonomo. La scelta migliore, quindi, è sembrata quella di rispettare l’ortografia dei codici. Per quanto riguarda la prima redazione e la seconda, testimoniate ciascuna da un solo codice (rispettivamente V1 e Pi), ho deciso di attenermi fedelmente, in tutti i casi, all’ortografia dei manoscritti. La terza redazione dell’epistola è invece testimoniata da due manoscritti, B ed R; in questo caso ho usato il criterio di mantenere la grafia dei codici quando sistematicamente condivisa da entrambi, ovvero nella maggior parte dei casi: ho dunque conservato le grafie monottongate, le forme michi e nichil, gli ipercorrettismi caeterus-a-um e phylosophia. Si è reso necessario intervenire soltanto per normalizzare il fenomeno, frequente in B, del raddoppiamento di alcune consonanti.237 Per quanto riguarda i nomi propri citati, ho mantenuto sempre la grafia condivisa dai due codici (quindi, ad esempio, Pithagora ed Amphyo). Nonostante nella maggior parte dei testimoni, ed anche in V1, un unico segno sia usato tanto per rappresentare la u vocalica quanto la u consonantica, in sede critica ho preferito differenziare graficamente la u e la v, seguendo le consuetudini editoriali vigenti per i testi umanistici. 237 Per esempio felliciter e sannari; il fenomeno è probabilmente imputabile alla pronuncia dell’italiano settentrionale (cfr. G. ROHLFS, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti (trad. it. di S. Persichino dall’ed. originale Bern 1949), vol. I. Fonetica, Torino 1966, pp. 321-322. 179 Analogamente, ho scelto di estendere a favore del segno i la distinzione, adottata in V1 soltanto sporadicamente, tra la grafia j per la vocale lunga ed i per la breve. Sia nel testo critico delle traduzioni che in quello dell’epistola dedicatoria ho introdotto i segni d’interpunzione e le lettere maiuscole secondo l’uso dell’italiano, e ho suddiviso il testo in paragrafi. 180 TESTO CRITICO 181 EPISTOLA DEDICATORIA AL PANORMITA (ms. Vat. lat. 3422) [1] Ad doctissimum et eloquentissimum virum dominum 5 Antonium Panormitam poetam clarissimum. Lapi Castelliunculi praefatio in Isocratis orationes incipit feliciter. [2] Permultum ac diu cogitanti, hominumque studia mecum tacito repetenti, perindignum mihi illud videri solet, 10 eruditissime poeta, ut caeterarum rerum artibus tantopere inservirent, bene vivendi vero artem, philosophiam, qua nihil est praestantius hominum generi datum, contemnerent, nec dignam unquam in qua elaborarent arbitrarentur. [3] Nam si ita geniti essent ut quae accepierunt ab initio semina, ut ita dicam 15 virtutum, ea retinere incorrupta ac, naturam ducem secuti, vitae cursum conficere possent, nihil sane ratio et doctrina requirenda esset. [4] Nunc autem, cum adeo malis moribus corrupti et depravati sint ut nusquam naturae lumen appareat, quid esse causae putem cur recuperandae valitudinis gratia nihil 20 praetermittant, animi autem sanandi causa non laborent, praesertim cum pernitiosiores pluresque sint animi morbi quam corporis, et ii ipsi qui animum attingunt eumque solicitant maxime odiosi? [5] Quibus etiam affecti, dum vel impendentia mala formidarent vel angerentur praesentibus, mortem sibi ipsi 25 consciverunt; alii, gloriae immortalitatem sequuti eaque qualis et ubi esset nescientes, vel interierunt ipsi una cum suis vel everterunt funditus suas civitates. [6] Nec vero est ullum tam tetrum facinus, tam immane, ad quod non suspensus metu animus et spe inani et cupiditate incensus tum egritudine 30 fractus, tum exultans et gestiens voluptate facile impellatur; 1,1 doctissimum] elquentissimo ac 2 Panormitam] Panhormitam pc (h add. supra lineam alia manus) 3,2 essent] essent iis scripsit, sed iis del. initio] inito ac 3 secuti] secuuti ac 4 possent] possent iis scripsit, sed iis del. 182 atqui haec mala aut philosophia aut certe nulla re alia sanari tollique possunt. [7] Quare, si nihil in ea prorsus utilitatis inesset, delectatione ipsa et voluptate nos allicere atque attrahere ad se percipiendam deberet. Nam quid dici iucundius 5 aut excogitari queat quam huiusmodi perturbationibus posse carere, nihil cupere, nihil metuere, animum semper eundem eundemque vultum gerere, qualem in Socrate ferunt fuisse? [8] Sed non est ita sterilis nec infecunda philosophia ut nos nihil adiuvare possit, sed ad ludum tantum et iocum inventa esse 10 videatur. Ex ea enim fructus uberrimi et plurimi capiuntur, nec est alia res quae plura commoda in hominum vitam contulerit. Nam hec homines dispersos in montibus in unum convocavit et in urbibus inclusit; deinde eos primum vocis communione, tum necessitudinibus amicitiisque coniunxit; haec eorum mentes 15 deorum metu et religione imbuit; hec leges tulit, iura iudiciaque descripsit; ab hac iustitiam, prudentiam reliquasque virtutes accepimus. [9] Ex quo non sine causa arbitror eos qui, sapientes a veteribus habiti, a Pythagora postea philosophi nuncupati sunt, abiectis divitiis ac voluptatibus omne suum ocium in 20 philosophiae studium contulisse. [10] Nec latuit id sapientissimos poetas, cum fictis fabulis prodiderunt Prometheum finxisse e luto hominem et Amphionem cithara lapides convocasse, quod ii videlicet, suis praeceptis et institutis, hominum mores feros et agrestes ad humanum cultum 25 civilemque traduxissent. [11] Quibus de causis quis non iure miretur in tanta plerosque opinionum vanitate versari ut in aliis rebus parandis acres et diligentes sint, in hac una, sine qua aut esse aut bene morati esse non possunt, negligentes et dissolutos se praebeant, et quam colere summe debeant eam a se incultam 30 et desertam esse patiantur? [12] Verum hae imperitorum 7,2 voluptate] volutate ac 6 Socrate] Socratem ac 8,4 videatur] videamur ac 5 quae] quae inho scripsit, sed inho del. | plura] plura et maiora scripsit, sed et maiora del. 7 primum] primus ac 8 amicitiisque] amicitisque ac 183 mentibus obfusae sunt tenebrae, qui dediti ventri ac desidiae nihil altum, nihil praeclarum suspicere possunt; properantibus autem ad spem beate vivendi haec una res amplectenda est, haec omni studio colenda, haec semper retinenda, hac freti 5 facile quod cupiunt consequentur. [13] Qua quidem in re te unum vel cum paucis, humanissime poeta, inprimis laudandum et admirandum puto; qui, cum a primis temporibus aetatis his te ingenuis artibus dedidisses, non immerito nunc illis ornatus in his amplissimis regis muneribus constitutus esse videris; quae 10 tu ita et geras et gesseris ut cum nec consilium abs te nec industria nec labor desideretur, studia tamen litterarum remiseris tu quidem parumper (nec enim in tanta vitae occupatione fieri aliter potuit), intermiseris vero nunquam; ut si quando tibi ab istis laboribus revocandi animum datur ocium, 15 ad ea te potissimum referas. [14] Quod quum ita mihi persuasum foret, ego et mihi ipsi vehementer gratulatus sum ut qui unus tot iam seculis poeta exortus sit, eo tam nunc tam amicissime utar, et meae erga te fidei et observantiae extare aliquod monumentum volui. [15] Quare, cum permulta essent in hoc 20 genere quod ad institutionem vitae pertinet quoque te apprime delectari intelligo a sapientissimis philosophis scripta divinitus, omissis libris illis maioribus, qui plus ocii et laboris ad interpretationis officium requirebant, has duas Isocratis clarissimi rhetoris orationes delegi ex omnibus; quarum in 25 altera administrandi regni, in altera colendi regis ab eo praecepta traduntur; quae, quod utrumque tibi munus apud tuum regem obeundum foret, non inutilia nec iniucunda tibi fore arbitratus sum. [16] Quod ut ita eveniat cupioque et opto, et te, vir humanissime, oro obtestorque hoc munusculum meum, haud 30 quidem te dignum, ut ab homine amantissimo tibique 13,2 poeta] pater ar 5 quae] quam ar 14,2 foret] honos add. in marg., sed del. | sum] add. supra l. 3 eo] eo tam scripsit, sed tam del. 15,8 apud … 9 regem] add. in marg. 9 tibi] add. supra l. 184 deditissimo accipias, et me si non indignum iudicas eadem qua caeteros humanitate ac benivolentia complectare. 185 EPISTOLA DEDICATORIA (SECONDA REDAZIONE, ms. Pisano Cath. 37 ) [9] phylosophi nuncupati sunt, abiectis divitiis ac 5 voluptatibus omne suum otium ad phylosophiae studium contulisse. [10] Nec latuit id sapientissimos poetas, quum fictis fabulis prodiderunt Prometheum finxisse e luto hominem et Amphyonem cythara lapides convocasse, aut Eginam formicis Eacum complevisse, quod hi videlicet, suis preceptis et 10 institutis, hominum mores feros et agrestes ad humanum cultum civilemque traduxissent. [11] Quibus de causis quis non iure miretur in tanta plerosque opinionum varietate versari ut in aliis rebus parandis acres et diligentes sint, in hac una, sine qua aut esse aut bene morati esse non possunt, negligentes et dissolutos 15 se prebeant, et quam colere summe debeant, eam a se desertam et incultam esse patiantur? [12] Verum haec imperitorum mentibus offuse sunt tenebrae, qui dediti ventri ac desidiae nichil altum, nichil preclarum suspicere possunt; properantibus vero ad spem bene vivendi, haec una res amplectenda est, haec 20 omni studio colenda, haec semper retinenda, hac freti facile quod cupiunt consequentur. [13] Qua quidem in re te unum vel cum paucis, humanissime pater, imprimis laudandum et admirandum puto. Qui, cum a primis temporibus etatis his te ingenuis studiis dedidisses, non immerito nunc illis ornatus 25 summo a pontifice in hoc tam amplissimo dignitatis gradu constitutus esse videaris. Quam tu ita et geras et gesseris ut quum nec consilium abs te nec industria nec labor desidereretur, studia tamen litterarum remiseris tu quidem parumper (nec enim in tanta occupatione vitae fieri aliter potuit), abieceris vero 30 aut intermiseris numquam; ut si quando tibi ab istis laboribus muneribusque datur otium, ad ea te potissimum referas. [14] Quod quum ita michi persuasum foret, ego pro tua summa humanitate ac facilitate, quibus vix visus nedum satis cognitus apud summum pontificem adiutus et commendatus sum, nec 186 erga te benivolentiae fidei et observantiae extare aliquod monumentum volui. [15] Quare, quum permulta essent in hoc genere quod ad institutionem vitae pertinet quoque te apprime delectari audio a sapientissimis phylosophis scripta divinitus, 5 ommissis illis libris maioribus, qui plus otii et laboris ad interpretationis officium requirebant, has duas Ysocratis orationes delegi ex omnibus, quarum ex altera administrandi regni ab eo, in altera colendi regis precepta traduntur; quae, quod utrumque tibi munus obeundum foret, nec inutilia nec 10 iniocunda fore arbitratus sum. [16] Quod ut ita eveniat cupio optoque, et te, pater benignissime, oro et obtestor hoc munusculum meum, haud quidem te dignum, ut ab homine amantissimo tibique deditissimo accipias, desque operam ut eam spem quam michi tuae beneficentiae attulisti tuis offitiis in 15 posterum conservare possim. [17] Ego si haec tibi non ingrata fuisse cognovero maiorum aliquod vigiliarum munus tuo nomine lucubratum ad te quotidie mictendum curabo. Vale. 187 EPISTOLA DEDICATORIA A FRANCESCO CONDULMER (mss. London, British Library, Add. 11760; Rimini, Biblioteca Civica Gambalunga, MS 47) 5 [1] Ad clementissimum virum dominum Franciscum Condolmerium, apostolice sedis camerarium. Lapi Castelliunculi prooemium in Isocratis orationes incipit feliciter. [2] Permultum ac diu cogitanti, hominumque studia 10 mecum tacito repetenti, perindignum michi illud videri solet, humanissime pater, quod ii caeterarum rerum artibus tantopere inservirent, bene vivendi vero artem, phylosophiam, qua nichil est prestantius eorum generi datum, contemnerent, nec dignam unquam in qua elaborarent arbitrarentur. [3] Nam si ita geniti 15 essemus ut quae accepissemus ab initio semina, ut ita dicam, virtutum, ea retinere incorrupta ac, naturam ducem secuti, vite cursum conficere possemus, nichil sane ratio et doctrina requirenda esset. [4] Nunc autem, cum adeo corrupti malis moribus et depravati simus ut nusquam nature lumen appareat, 20 quid esse cause putem cur recuperande valitudinis gratia nichil pretermittant, animi sanandi causa non laboret, presertim cum perniciosiores pluresque sint animi morbi quam corporis, et ii ipsi qui animum attingunt eumque sollicitant maxime odiosi? [5] Quibus etiam affecti, alii, dum vel impendentia mala 25 formidarent vel angerentur presentibus, mortem sibi ipsi consciverunt; alii, glorie immortalitatem secuti eaque qualis et ubi esset nescientes, vel interierunt una cum suis vel everterunt funditus suas civitates. [6] Nec vero est ullum tantum facinus tam immane, tam tetrum, ad quod non suspensus metu animus 30 et spe inani et cupiditate incensus, tum egritudine fractus, tum exultans et gestiens, voluptate facile impellatur; atqui hec mala 1,3 prooemium … orationes] in Isocratis oratione prohemium B 4 incipit feliciter] felliciter (sic) incipit B 2,2 videri] videreri ac, videri pc R 4,6 eumque] cumque R 5,2 ipsi] ipsis R 188 aut phylosophia aut certe nulla re alia sanari tollique possunt. [7] Quare, si nichil in ea prorsus utilitatis inesset, delectatione tamen ipsa et voluptate allicere nos atque attrahere ad se percipiendam deberet; nam quid dici iucundius aut excogitari 5 queat quam huiusmodi perturbationibus posse carere: nichil cupere, nichil metuere, animum semper eundem, eundem etiam vultum gerere, qualem in Socrate ferunt fuisse? [8] Sed non est ita inops nec infecunda phylosophia ut nos nichil adiuvare possit, sed ad ludum tantum et iocum inventa esse videatur: ex 10 ea enim fructus uberrimi et plurimi capiuntur, nec est alia res que plura commoda in hominum vitam contulerit. Nam hec homines dispersos in montibus in unum convocavit et in urbibus inclusit; deinde eos primum in vocis communione, tum necessitudinibus amicitiisque devinxit; hec eorum mentes 15 deorum metu et religione imbuit; hec leges tulit, iura iudiciaque descripsit: ab hac iusticiam, prudentiam reliquasque virtutes hausimus atque expressimus. [9] Ex quo non sine causa arbitror eos qui, sapientes a veteribus habiti, a Pithagora postea phylosophi nuncupati sunt, abiectis divitiis ac voluptatibus 20 omne suum otium ad phylosophie studium contulisse. [10] Nec latuit id sapientissimos poetas, cum fictis fabulis prodiderunt Prometheum finxisse e luto hominem et Amphyonem cithara lapides convocasse, Eacum quoque formicis Eginam complevisse, quod videlicet ii, suis preceptis et institutis, 25 hominum mores feros et agrestes ad humanum cultum civilemque traduxissent. [11] Quibus de causis quis non iure miretur in tanta plerosque opinionum vanitate versari ut in aliis rebus parandis acres et diligentes sint, in hac una, sine qua aut esse aut bene morati esse non possint, negligentes et dissolutos 6,5 nulla re] a nulla re R | alia] def. B | possunt] possint ac, possunt pc B 7,3 attrahere] attrahere nos R 8,3 possit] possis ac, possit pc R 7 tum] cum R 8 devinxit] dexvinxit ac, devinxit pc R 10,2 latuit] latius ac, latuit pc R 3 Prometheum] Promotheum B | finxisse] fixisse B | hominem] hominum B 4 Eacum] ea cum R | formicis] formices B 6 agrestes] agrestis R 11,2 vanitate] varietate ac, vanitate pc B 189 se prebeant, et quam colere summe debeant, eam a se desertam et incultam esse patiantur? [12] Verum he imperitorum mentibus obfuse sunt tenebre, qui dediti ventri ac desidie nichil altum, nichil preclarum suspicere possunt; properantibus vero ad spem 5 beate vivendi hec una res amplectenda est, hec omni studio colenda, hec semper retinenda, hac freti facile quod cupiunt assequuntur. [13] Qua quidem in re te unum vel cum paucis, humanissime pater, laudandum et admirandum puto; qui cum a primis temporibus etatis his te ingenuis studiis dedidisses, non 10 immerito nunc illis ornatus in hoc tam amplissimo dignitatis gradu michi a summo pontifice constitutus esse videris; quam tu ita et geras et gesseris ut, cum nec consilium abs te nec industria nec labor desidereretur, studia tamen litterarum remiseris tu quidem parumper (nec enim in tanta vite occupatione fieri aliter 15 potuit), abieceris vero aut intermiseris nunquam; ut si quando tibi ab istis laboribus muneribusque datur otium, ad ea te potissimum referas. [14] Quod cum ita michi persuasum foret, ego pro tua summa in me humanitate ac facilitate, quibus abs te vix visus nedum satis cognitus apud summum pontificem 20 adiutus et commendatus sum, mee erga te fidei et observantie extare aliquod monumentum volui. [15] Quare, cum permulta essent in hoc genere quod ad institutionem vite pertinet quoque te apprime delectari audio a sapientissimis philosophis divinitus memorie commendata, omissis libris illis maioribus, qui plus 25 otii et laboris ad interpretationis offitium requirebant, has duas Isocratis clarissimi rhetoris orationes delegi ex omnibus; quarum in altera administrandi regni ab eo, in altera colendi regis precepta traduntur. Que, quod utrumque tibi munus et apud summum pontificem et erga eos qui tue administrationi 30 cureque commissi sunt obeundum foret, nec inutilia tibi nec iniucunda fore arbitratus sum. [16] Quod ut ita eveniat cupio 5 desertam] disertam B 13,3 ingenuis] ingeniis B 6 cum] eum R | nec1] nunc ac, nec pc B 8 tanta] tantam ac, tanta pc B 14,2 tua summa] suma tua B 5 extare] extrare ac, extrahere pc R 15,3 apprime] aprime ac, apprime pc R 11 iniucunda] inverenda (sic) R 190 optoque, et te, pater benignissime, oro et obsecro hoc munusculum meum, haud quidem tuo splendore et amplitudine dignum, ut ab homine amantissimo tueque laudi deditissimo accipias, desque operam ut eam spem quam michi tue 5 beneficentie attulisti tuis offitiis in posterum conservare possim. [17] Ego si hec non ingrata tibi fuisse cognovero maiorum aliquod vigiliarum munus tuo nomine lucubratum ad te quotidie mittendum curabo. Vale. 16,2 et2] def. R 3 et] bis habet R 17,1 cognovero] cognoscam R 2 vigiliarum] vigilarum ac, vigiliarum pc R 191 ISOCRATIS NICOCLES Isocratis oratio ad Nicoclem incipit feliciter. [1] Non me fugit esse nonnullos qui invisam eloquentiam 5 habeant eiusque studiosos vituperent, ac dicant illos non virtutis gratia, sed praestandi caeteris cupiditate compulsos in eiusmodi studium disciplinamque incumbere. Ex illis igitur qui ita affecti sunt, libenter audirem cur bene dicendi cupidos improbent, qui vero recte vivere volunt laudibus extollant. Etenim, si 10 praerogativae illos offendunt, plures ac maiores inveniemus ex rebus quam ex verbis proficisci. [2] Illud praeterea absurdissimum est, si ignorant nos deos colere, exercere iustitiam caeterisque virtutibus studere non ut aliis inferiores simus, sed ut plurimis bonis instructi vitam agitemus. Quare, 15 haec res minime reprehendendae sunt quibus aliquis honeste excellere potest, sed homines qui in rebus ipsis delinquunt et verbis ad iniurias deceptionesque abutuntur. [3] Vehementer autem qui in hac sunt sententia soleo admirari quam ob rem non arguant etiam divitias, robur, fortitudinem: nam, si ob mendaces 20 et deceptores verbis succensent, par est eos caetera bona carpere, siquidem perspicuum est quosdam ex his qui ea possident se ad decipiendum convertere ac per ea multis detrimento esse. [4] Verum non, si qui sibi occurrentes caedant, ob hoc iure robur accusatur, neque propter homicidas fortitudo 25 reprehenditur; neque omnino est aequum ad res ipsas hominum 1,2 illos] eos ω1 3 compulsos] impulsos ω1 ω2 ω3 7 illos] eos ω1 4,1 caedant] cedunt ω1 2 propter] ob ω1 3 Isocratis … feliciter] V1 : incipit Ysocratis oratio e greco in latinum per eundem Lapum conversam Pi : oratio Isocratis de regno (ex greco add. supra l. P1) nuper in latinum traducta c: Isocratis oratio de regno per Lapum in latinum conversa incipit feliciter R : Nicodis oratio ad subditos incipit h : Xenophontis oratio Socratis ex greco traducta de institutione subditorum erga dominos per Lappum B 1,1 nonnullos] animo nullos M 3 cupiditate] cupiditati B 4 igitur] ergo e 2,2 colere] colore L 5 haec] eae B O R V1 V2 : hee L 6 ipsis] suis M 3,2 qui] def. R | soleo] solea M : solea ac, soleant pc P1 | quam … rem] quemadmodum e 5 carpere] capere M : capere ac, carpere pc O 4,2 robur] rabur L | propter] per c 192 improbitatem transferre, sed eos tantummodo reprehensione dignos putare qui bonorum usum pervertunt et, quae ad utilitatem nobis tradita sunt, ea ad cladem civium pernitiemque referre conantur. [5] At ii nunc, contemnentes sic singula 5 definire, universam eloquentiam exagitant, tantaque est eorum mentibus erroris offusa caligo ut eam se rem sectari non sentiant a qua – una ex omnibus quae in hominum vita naturaque consistunt – plurima bona conflata sunt ac profecta. Nam, aliis quidem bonis quae habemus nihil reliquis 10 animantibus praestamus; sed, contra, velocitate ac viribus caeterisque corporis commodis longe inferiores sumus. [6] Nacti vero hanc facultatem, qua et suadere et exprimere adinvicem sensa possimus, non solum destitimus a victu cultuque ferarum, sed, in unum quoque coacti, coepimus urbes colere, describere 15 leges, artes invenire, ac fere omnia quae per nos ipsos fabricati sumus praesidio orationis paravimus. [7] Haec enim iusta atque iniusta, turpia quoque et honesta legibus definivit; quae nisi constituta forent, nunquam potuissemus simul habitare; hac et arguimus improbos et bonos laudibus ac splendore decoramus; 20 per hanc imprudentes edocemus prudentesque comprobamus. Nam apte et commode loqui signum et indicium recte sentiendi permaximum esse arbitramur, et gravis prudens perpolitaque 5,1 sic] hoc pacto ω1 2 universam eloquentiam] eloquentiam universam ω1 ω2 ω3 3 sectari] insectari ω1 ω 2 ω3 8 caeterisque] reliquisque ω1 7,1 atque] ac ω1 2 nisi] ni ω1 4 ac] et ω1 ω2 ω3 5 edocemus] instruimus ω2 h : docemus P1 : intruimus edocemus ac, et docemus pc R : instruimus edocemus B 5 quae] def. R 6 nobis] def. e 7 conantur] conantus e 5,1 nunc] minime c | singula] singuli L 2 definire] definite V2 : diffinire B L 3 erroris] def. Pi : erroribus R 4 sentiant] sentiunt c | una] def. c 5 sunt] sint B profecta] perfecta P1 V2 : preferta M 6 nihil] def. c 7 velocitate] velocitatem P1 : felicitate V2 8 corporis commodis] commodis corporis Pi : commodis M | sumus] simus P1 6,3 sensa] sensu Pi | possimus] possumus B L 4 describere … 5 leges] leges describere h 5 artes] arte Pi 7,1 Haec] nec B Pi 2 definivit] definiunt h B 3 nunquam] nusquam Pi et] def. B 6 indicium] indictum B 7 permaximum] permaximam P1 arbitramur] arbitramus e | gravis] gravis vis Pi | perpolitaque] prepolitaque B 193 oratio boni ac fidelis animi simulacrum est. [8] Hac de rebus dubiis disceptamus; hac perscrutamus et pervestigamus incognita. Nam, quibus argumentis dicendo suademus caeteris, iisdem etiam utimur cum de aliis consultamus, eloquentesque 5 illos nuncupamus qui multitudinem queant tenere oratione, prudentes autem eos dicimus qui mente res optime prospicere possint. [9] Quod si est de hac orationis vi breviter summatimque dicendum, nihil unquam factum prudenter sine oratione inveniemus; sed rerum et consiliorum omnium 10 auctorem eloquentiam extitisse, eaque imprimis usos esse illos qui prudentia maxime consilioque valerent. Quare, qui dicendi praeceptores atque oratores vituperare maledicendo ausi sint, pari odio iudicandi sunt ac si deorum signa violassent. [10] Ego vero, cum omnem orationem approbo ex qua possumus aliquid 15 paulatim utilitatis percipere, tum eas arbitror pulcherrimas, maximeque rege dignas et mihi imprimis congruentes, quibus instituta praeceptaque administrandae rei publicae continentur; atque ex his ipsis quae instituunt principes quo pacto multitudine uti deceat, et privatos quonam modo affectos 20 convenit esse in principes. Horum enim intueor civitates felicitate maxime potentiaque florere. [11] Quoniam igitur alia oratione quae regi essent servanda praecepta ab Isocrate 8,2 pervestigamus] investigamus ω2 h B 3 incognita] incognitas ω1 R 6 dicimus] dicimus ac, ducimus pc V2 : ducimus ω1 ω2 R | prospicere] perspicere ω1 ω2 ω3 9,1 orationis vi] vi orationis (vi add. supra l.) ω1 4 eloquentiam] orationem et principem ω1 ω2 ω3 | illos] eos ω1 (add. supra l.)ω2 ω3 7 pari … sunt] pari odio digni iudicandi sunt ω1 ω3 10,8 convenit] conveniat ω1 8,3 suademus] suadeamus Pi 4 iisdem] hisdem P 1 V2 | etiam] et P1 cum] def. R | consultamus] consulamus Pi 5 illos] def. R 6 mente res] res mente e 7 possint] possit P1 9,1 orationis vi] oratione vi R breviter … 2 summatimque] summatim breviterque B 2 unquam] numquam R 4 usos] visos h 6 sint] sunt c L 10,2 vero] def. Pi possumus] possimus B M R V2 | aliquid … 3 paulatim] paulatim aliquid B 3 paulatim] def. Pi | percipere] precipere M | pulcherrimas] pulcherrimis e 4 maximeque] maxime h 5 publicae] def. R 9 felicitate] fellicitati B | maxime] maxima h : maxima ac, maxime pc Pi 11,2 regi] rei h | praecepta … Isocrate] def. B 194 accepistis, hanc illi finitimam, in qua subditorum praecepta traduntur, conabor nunc vobis percurrere; non ut priorem illam exsuperem, sed quod ad me maxime spectet apud vos de his rebus disserere. Nam, nisi ego explicarem quae a vobis servari 5 velim, si quid minus ex mea sententia fieret, haud iure vobis succensere possem; sin autem commonefacienti mihi non parueritis, recte vos accusabo. [12] Opinor autem me sic vos maxime impellere atque adhortari posse ut quae a me dicta fuerint memoria repetatis eisque parere in animum inducatis: 10 non si in consulendo tantum occupatus fuero et his enumeratis discessero, sed si ostendam praeterea praesentem rem publicam omni studio probandam nobis ac retinendam esse, non necessitate solum, nec quod ab ea nunquam discedimus, sed quod optima et praestantissima sit caeterarum rerum 15 publicarum. [13] Deinde a me hoc regnum non iniuria neque alienum, sed ob patrem maioresque meos et ob me ipsum iuste pieque obtineri. His a me declaratis, neminem arbitror fore qui non se ipsum maximo supplicio dignum iudicet si meis consiliis et praeceptis parere recusarit. 20 [14] De rebus igitur publicis, quoniam de his mihi ab initio dicendum proposui, sic statuo ac iudico: iniquissimum esse, in constituendis praemiis, inter bonos et malos nullum esse discrimen neque delectum; iustissimum vero eos secerni, nec dissimiles similia consequi, sed pro meritis honores et praemia 25 singulis exhiberi. [15] Paucorum igitur et populares principatus, 11,6 disserere] dissererem ω3 12,3 repetatis] tenere ω1 14,4 neque] nec ω1 3 in] def. R 4 nunc vobis] vobis nunc e 5 quod] def. R | ad] a Pi R spectet] spectat h V2 | apud vos] def. B | de … 6 rebus] def. Pi 6 disserere] discere e : def. Pi 7 iure vobis] vobis iure B : nobis iure R 8 succensere] succurrere Pi | sin] si P1 9 parueritis] non paruetis P1 Pi 12,2 dicta] dicti e 4 occupatus] occupatius Pi 6 nobis] vobis O retinendam esse] retinendam nobis esse P1 7 ab ea] def. h 13,2 alienum] alie tamen L | iuste … 3 pieque] iusteque pie B 3 obtineri] obtinere g c Pi V1 : continere B 4 consiliis … 5 praeceptis] preceptis et consiliis R 14,3 esse] def. c 4 delectum] delictum L V2 | vero] enim e 5 dissimiles] dissimile Pi 195 eorum ad quos rei publicae administratio spectat aequalitatem desiderant, et hoc apud eos probatur imprimis, si alter altero nulla re superior esse possit – quod quidem improbis conducibile est! At hi in quibus unus dominatur tantum, ut 5 quisque vir optimus est, ita plurimum tribuunt; secundo, ei qui ad illum meritis quam proxime accedit; tertio item, et quarto, ac deinceps eadem ratione. Quod, si non haec ubique serventur, tamen voluntas et sententia rei publicae eiusmodi est. [16] Ac, si oportet hominum naturas studiaque perquirere, 10 tyrannidem omnes comprobare videntur. Nemo enim sana mente optaret eius se rei publicae participem fieri in qua sua virtute nihil plus sit habiturus quam in multitudine obscurum et incognitum volutari. Ad haec, unius administratio eo facilior et mitior est iudicanda, quo facilius est unius obsequi voluntati 15 quam multis ac variis posse placere. [17] Ut igitur iocundior et mansuetior et iustior sit, pluribus locis demonstrare quis posset, sed ex his maxime perspicuum fit; de reliquis vero, quanto unius principatus in capiendo consilio et in re gerenda caeteris praestent, sic opinor optime contemplari poterimus, si, 20 praeclarissimas res gestas invicem conferentes, diligenter examinare nitemur. [18] Hi igitur, cum annuos magistratus habeant, antea dignitate abeunt privatique fiunt quam suspicari aliquid de rebus civitatis possint, earumque usum 15,3 desiderant] desiderat ω1 7 meritis] merito ω1 ω2 B 8 serventur] observentur ac, serventur pc ω1 : servetur ω 2 M : observentur B 9 et] ac ω1 ω2 16,7 ac variis] def. ω1 17,2 posset] possit ω1 ω2 ω3 4 in1 … consilio] et in capiendo consilio ω1 15,2 administratio spectat] spectat administratio e 4 nulla re] nulla res B : in illa re P1 7 illum] bellum c | ac] def. P1, sed alia manus add. supra l. 8 serventur] servetur M Pi 9 sententia] scientia P1 16,1 Ac] at e Pi 4 plus sit] sit plus Pi 5 Ad haec] ad hoc L | eo] et ac, eo pc B 17,2 quis] qui h 3 fit] sit O P1 4 in1 … consilio] est capiendo in consulendo Pi 5 praestent] prestet c 6 praeclarissimas] preclarissimos R | invicem] in civem Pi | diligenter … 7 nitemur] def. M 18,1 Hi … 2 habeant] Qui igitur quidem annuatim inierunt magistratus prius habeant antea dignitate habent alia manus suppl., sed habeant...habent del. Pi | annuos] animos L 2 privatique] privatique ac, privati pc Pi | fiunt] sunt c 3 usum] casum Pi 196 experientiamque percipere; illi autem, cum eisdem perpetuo praesint, etsi natura tardiores sint, experientia tamen multo aliis antecellunt. [19] Quin etiam ii, in se invicem intuentes, negligunt multitudinem; illi neminem contemnunt, cum non 5 ignorent illorum opera sibi omnia esse gerenda. Deinde, ubi res paucorum aut populi arbitrio geritur, homines propter ambitiones contentionesque privatas rei publicae desunt; at in regno, ubi habent neminem cui invideant, pro se quisque summae rei publicae optime consulunt; et hii quidem, plurimum 10 temporis privatis negotiis impediti, opportune rei publicae adesse non possunt, et, cum de re publica convenerint, illos saepius dissidentes et concertantes invenias quam publice consulentes. At illis neque conveniendi locus neque tempora praefinita sunt, sed, dies noctesque rebus gerendis intenti, 15 nunquam opportunitatem aut occasionem temporis pretermittunt, sed singula suo tempore transigunt. [20] Accedit etiam ut cives sibi ipsis plerunque infensi inimicique sint, cupiantque et quibus ipsi in magistratu et qui sibi successuri sunt quam male et flagitiose rem publicam gerere, ut ipsi 20 maximam gloriam consequantur. At reges et tyranni, cum summae rei publicae perpetuo praesint, omne tempus benivolum et amicum animum in rem publicam servant. [21] Sed, quod maximum est omnium, alteri publicis negotiis ut propriis, alteri ut alienis inserviunt; hii audacissimos civium 25 adhibent sibi in consilium, illi lectos ex omni numero prudentissimos accersunt, et apud eos in honore habentur qui vi et facultate dicendi ad deliniendos animos multitudinis valeant, 21,6 animos multitudinis] multitudinis animos ω1 L 19,1 Quin] cum P1 | intuentes] intueres R 3 illorum] eorum B L Pi V2 4 paucorum … geritur] paucorum ac populi arbitrio geritur Pi : paucorum arbitrio geritur aut populi B | aut] ac Pi 5 privatas] def. M 8 opportune] optime M V2 10 dissidentes] dissedentes R | invenias] invenies c quam] qui R 20,2 sibi ipsis] sibi ipsi P1 Pi R 6 publicae] def. B L praesint] presunt P1 21,3 propriis] proprii Pi 4 lectos] def. Pi : electos h 5 accersunt] accersint R | vi] def. h B 6 valeant] valent c 197 apud reges autem qui consilio et sapientia regere et gubernare rem publicam possint. [22] Nec vero solum praestant reges in his quae domi atque in pace fiunt, sed in rebus quoque bellicis nulla ex parte privatis cedere videntur. Nam et comparare 5 exercitum eoque uti; cum latere, in medium prodire; vi hos, illos suadendo mercede, quosdam alios aliis artibus devincire sibi, et facilius et melius tyrannides quam res publicae reliquae possunt. Atque haec ex rebus magis quam ex verbis vera quis iudicet. [23] Nam hoc quidem scimus omnes, rem Persarum 10 adeo potentia et gloria excrevisse non hominum ipsorum prudentia, sed quod Persae magis quam caeterae nationes regale nomen magnum atque sanctum ducerent. Nec latet nos Dionysium tyrannum, cum accepisset reliquam quidem Siciliam desertam et incultam, patriam etiam obsessam, non ipsam 15 instantibus solum periculis liberasse, sed maximam Graecarum urbium reddidisse. [24] Ad haec, Carthaginenses Lacedaemoniosque accepimus, qui administrandae rei publicae disciplina caeteris Graecis prestare existimantur, domi paucorum administrationi summa rerum commissa, militiae 20 regibus uti solitos. Posset etiam quis referre in medium Atheniensium civitatem, tyrannis vehementer infensam, quae cum plures emittit duces offenditur, cum vero uni periculum mandat rem bene et ex sententia gerit. [25] Sed quo pacto clarius quam his exemplis demonstrare quis posset tyrannides plurimi 25 faciendas esse? Apparet enim et eos qui sub regibus sunt 22,4 vi hos] hos vi ω1 ω2 ω3 7 vera] vera esse ω1 | cum] tum ω1 23,2 et] ex ac, et pc ω1 24,4 commissa] permissa ω1 ω2 B R : premissa h 7 offenditur] offendit ω1 ω2 ω 3 7 qui] que h | consilio] concilio V2 22,3 et] eciam O 4 cum] eum g 5 devincire] devincere B P1 6 publicae] def. Pi | reliquae] relinquam M 7 possunt] possint e | magis] magnis ac, magis pc B | ex2] def. B | quis] quisque h 23,1 rem] regem Pi 3 quod] def. M | regale … 4 nomen] def. Pi 6 patriam] patria R 7 Graecarum … 8 urbium] grecorum h 24,4 militiae] militibus et Pi : militia e 5 in medium] incendium Pi 7 cum2] quoniam M 8 et] def. O Pi | et ex] ex O Pi | sententia] sciencia P1 25,1 clarius] clarus Pi 2 posset] possit g B Pi V1 | tyrannides] tyrannidi M 3 sunt] sint B 198 plurimum potentia valere, et qui bene paucorum nutu reguntur quibus ipsi vehementer student: quorum alteri unum tantummodo ducem, alteri regem castris praeficiunt; sed qui tyrannidem oderunt, cum plures duces ad bellum emiserint nihil 5 praeclare gessisse. [26] Ac, si quid ex priscis vetustisque referendum est, dicitur solus Iupiter diis imperare; de quibus si vera feruntur, illi videlicet hunc sibi statum deligunt; quod si id certo nemo novit, nos ita auguramur coniectura atque ea res nobis argumento est ut tyrannidem omnes expetamus: nunquam 10 enim illa deos uti diceremus nisi ipsam opinaremur reliquas dignitate anteire. [27] Ac de civitatum administrationibus, quantumque inter se differant, nemo omnia nec excogitare nec complecti oratione posset; verum tamen ad praesens satis haec me de re ipsa dixisse sit. Quod autem iure regnum obtinemus, 15 deinceps demonstrandum est; quae brevior sed multo probabilior erit oratio. [28] Cui enim non perspicuum est Teucrum, nostrae originis auctorem, una cum aliorum civium maioribus ad has oras navibus appulsum esse, conditaque illis urbe, agrum divisisse? Sed pater Evagoras regnum aliis 20 ademptum magnis periculis recepit, atque id ita immutavit ac stabilivit ut post id temporis Phoenices Salaminem nunquam occuparint, sed obtineant ii quorum regnum ab initio fuerat. [29] Reliquum est igitur ut de me ipso, ut proposui, aliquid dicam, ut cognoscatis eum vos regem habere qui non maiorum tantum 26,2 solus Iupiter] Iupiter ω1 ω2 V2 6 reliquas] reliquis ω1 ω2 ω3 27,3 posset] possit ω1 ω2 B O R 4 dixisse sit] breviter dixisse sit ω1 ω 2 ω3 28,3 appulsum] appulsos ω1 ω2 ω3 4 urbe] urbem ac, urbe pc ω1 5 ac] atque ω1 B 6 Salaminem] Salaminam ω4 7 occuparint] occupaverint ω1 4 paucorum] def. R 6 sed] si h 7 oderunt] oderant M 8 gessisse] egisse h 26,1 vetustisque] vetustis Pi R 2 dicitur] dicetur P1 3 deligunt] diligunt L M : delegunt P1 4 certo nemo] certo nome R : certe nemo Pi : nemo certo h 5 expetamus] expectamus e B Pi : expectemus h : spectemus R 6 opinaremur] opinaremus B 27,1 Ac] at L 2 nemo] ne tunc Pi | omnia] def. c 3 posset] possint L | haec] hoc L 4 obtinemus] possidemus e 28,2 Teucrum] te verum Pi 4 divisisse] divisse Pi : dimisisse V2 | aliis … 5 recepit] def. Pi 7 occuparint] occuparunt M fuerat] fuerit e 29,2 est igitur] ergo est e 3 vos] nos R 199 virtutibus, sed suis etiam dignus est cui maior a vobis quam hic tantus honos habeatur. [30] Puto enim hoc mihi omnes concessuros esse, temperantiam et iustitiam maxime caeteris praestare virtutibus, quippe quae non solum per se ipsas nos 5 adiuvent; sed, si diligenter naturam vimque rerum atque usus contemplemur, inveniemus in quibus non aliquod harum virtutum simulacrum appareat permultas clades pernitiesque importare; quibus vero modestia et iustitia comitetur, permulta commoda et utilitates humanae vitae societati afferre. 10 Quod si qui ex veteribus, hiis ornati virtutibus, in honore habiti sunt, par esse statuo me quoque eandem quam illos gloriam consequi. [31] Iustitiam igitur meam hinc facile intueri potestis: nam, quo tempore regnum adeptus sum, cum offendissem regiam pecuniis exhaustam atque exinanitam, res 15 turbationis plurimae et confusionis repletas et quae diligentia maxima praesidio sumptuque indigerent; cumque complures viderem, in eiusmodi temporum condicione, quo suarum fortunarum statum firmarent multa praeter eorum naturam agere coactos, horum tamen me nihil de vera et recta sententia 20 dimovere potuit; sed in providendis curandisque rebus ita me pie honesteque gessi, ut nihil defuerit quod ad civitatis amplificationem et gloriam pertinere videretur. [32] Tanta enim me in cives mansuetudine et clementia praestiti, ut nec morte quisquam in meo regno nec exilio nec pecuniis multatus sit. In 29,4 maior … vobis] a vobis maior ω1 30,4 naturam] naturas ω 1 ω2 5 harum … 6 appareat] simulacrum harum virtutum appareat ac, harum virtutum simulacrum appareat pc ω1 31,2 regnum … sum] in regno constitutus sum ω1 ω2 ω3 4 repletas] refertas ω1 ω2 ω3 (referas ac, refertas pc R) 5 habeatur] habetur Pi 30,3 ipsas] def. Pi 5 contemplemur] contemplemus P1 6 virtutum] virtutis Pi 7 comitetur] committetur R V2 8 et] def. R | vitae] def. B 9 veteribus] virtutibus M | in honore] in honorem P1 V2 : et honorem M 31,1 igitur] ergo M | intueri] intuere Pi 3 regiam] regina R 4 turbationis] turbationes ac, turbationis pc V1 6 viderem] videres e 9 dimovere potuit] dimovere e : potuit dimovere V2 10 defuerit] defuerat R 200 Graeciam, quae nobis superiori bello clausa erat, aditum patefeci, vosque ipsos, qui antea ob aes alienum praedae ubique eratis, maxima liberavi ex parte; cum his totum, aliis partem dissoluissem; ab aliis precibus ut differrent impetrassem; cum 5 aliis, ut facultas tulit, de iniuriis decidissem. [33] Ad haec, cum haberemus offensos eos qui insulam incolunt, rexque, verbo quidem firmata pace, re vera inimicus foret, haec omnia sedavi incommoda; regem mihi promptitudine, illos iustitia aequitateque devinxi. [34] Tantum enim abest ut aliena per 10 iniuriam in rem meam vertere concupiverim, ut cum alii, si finitimis paulo potentiores sint, agrum eorum occupent et plus aequo habere studeant, ego ne regionem quidem mihi ultro delatam accipiendam putaverim, maluerimque iuste meam obtinere quam duplo ea maiorem iniuria consequi. [35] Sed quid 15 opus est me singula exponendo tempus terere, cum praesertim quae ad me attinent breviter complecti possim? Nemo enim negabit me nulli umquam intulisse iniuriam; in multos autem, tum ex civibus tum ex reliquis Graecis, beneficia contulisse, maioribusque donis utrosque et muneribus quam omnes qui 20 ante me regnarunt affecisse. Atqui decet eos qui se iustitia efferunt et continentes in pecuniis haberi volunt huiusmodi de se praeclara facinora profiteri posse. [36] Attamen, de temperantia modestiaque multo his maiora dicenda supersunt. 34,5 putaverim] putarim ω1 ω2 ω3 | meam] eam ω 1 M | per … 2 meam] in rem meam periuriam ac, periniuriam pc ω1 35,5 tum1 … civibus] add. in marg. ω1 9 facinora] facinore ac, facinora pc ω1 32,4 Graeciam] graciam P1 | bello] bollo P1 | erat] erant h 5 antea] intra Pi | ob … alienum] ob as alienum P1 : obaesatienum R : obesatienum Pi 6 maxima … parte] maxima liberavi ex parte Pi | partem … 7 aliis] def. V2 33,1 haec] hoc L 3 quidem] def. e 34,3 sint] sunt M V2 | occupent] occupant h 4 mihi] def. h 6 quam] qui ac, quam pc M | iniuria] iuria R 35,1 quid] def. P1 2 terere] terrere V2 3 possim] possem e 4 nulli umquam] nulli numquam R : unquam alicui nullam B | in multos] in multo R : in multis L V2 5 tum2] cum R | Graecis] gratis P1 6 maioribusque] maiorisque Pi : def. V2 | muneribus] maioribus e 7 regnarunt] regnarint L : regnarit B | affecisse] effecisse Pi | Atqui] atque Pi R | decet] docet h 8 volunt] nolunt R 9 profiteri] confiteri e 36,2 modestiaque] molestiaque M 201 Nam, cum animadvertissem cunctis hominibus suas coniuges et liberos esse carissimos, eosdemque in illos qui horum aliquid violassent vehementer irasci solere, atque huiusmodi contumeliam multorum malorum causam esse; ad haec multos 5 iam et privatos homines et tyrannos hac de causa esse sublatos; sic has causas evitavi, ex quo regnare coepi, ut appareat me nullius umquam corpus praeter quam coniugis libidinis gratia attigisse. [37] Quippe qui haud ignorarem eos multitudini gratiosos esse solere qui in cives iustitiam servarent, atque 10 aliunde sibi voluptates conquirerent. Itaque statui has suspitiones a me quam longissime amovere, ac simul meam caeteris civibus vitam exemplum proponere, quod intelligebam multitudinem his studiis inservire quibus eorum principes deditos intuerentur. [38] Ad haec, mihi convenire videbatur 15 reges tanto privatis hominibus meliores esse quanto honoribus anteirent, ac eos insuper improbe agere qui reliquis honeste decoreque vivendi necessitatem imponerent, ipsi nihil temperatiores se praeberent. [39] Aspiciebam praeterea caeteris quidem in rebus fere omnes temperantiae curam et diligentiam 20 adhibere, liberorum et coniugum amore indulgentiaque nimia contineri. Decrevi igitur meam in his rebus tollerantiam patientiamque ostendere, in quibus mihi non alii tantum concessuri erant, sed etiam hi qui virtute se efferunt. [40] Illos etiam vehementer improbandos putavi qui, cum uxores 25 coepissent communionemque vitae totius instituissent, ab eo 38,5 se praeberent] se praebeant ω1 39,3 nimia] def. ω1 6 etiam … qui] ii etiam qui ω1 h 4 eosdemque] eosquedemque Pi | horum] eorum B 7 iam] etiam R sublatos] sublevatos L 8 evitavi] evitari M | regnare] regenerare P1 : regenerari M 37,2 servarent] servaret Pi 38,3 honeste … 4 decoreque] honesteque decore h 4 ipsi … 5 temperatiores] ipsi nihil temperati ores M : def. B 5 se praeberent] def. B 39,1 praeterea] propterea h 2 quidem] quid e | fere] def. h | temperantiae] et temperantie h 6 concessuri] concessurum ac, concessuri pc M 40,2 vehementer] vehementius Pi 3 totius] pocius e 202 postea societatis iure desciscerent, suisque voluptatibus eas offenderent a quibus nullam ipsi iniuriam pati volunt; et in aliis quidem societatibus probos aequos religiosos se praestarent, earum autem quae cum uxoribus institutae sunt iura 5 perverterent. Quae eo diligentius conservandae erant quo maiores strictioresque sunt caeteris. [41] Et ipsas regias clam in discordias dissensionesque coniiciunt. Atqui decet eos qui reges boni haberi volunt non modo civitates quibus imperant pro virili sua, verum etiam privatas domos ac locos quos incolunt in pace 10 concordiaque retinere. Haec enim omnia prudentiae ac iustitiae sunt officia. [42] Nec adduci umquam potui ut plurimorum regum de filiorum procreatione sententiae assentirem, nec existimavi umquam hos ex humiliore, illos ex clariore generandos esse; 15 nec alios nothos, legitimos alios relinquendos; sed eandem omnes naturam sortiri oportere, et paterno maternoque genere mortales quidem in Evagoram parentem meum, semideos in Eacidas, deos in Iovem originem suam referre; nec quempiam ex me genitum huius expertem nobilitatis videri. [43] Cumque 20 permulta forent quae me ad haec studia impellerent, tum illud haud minime adhortatum est, quod fortitudinis ac prudentiae 40,4 suisque] suique ω1 O V2 | eas … 5 offenderent] eas offendunt ω1 42,4 nec … relinquendos] def. ω1 | sed … 5 naturam] sed eandem omnes naturae aequabilitatem ω 1 43,3 adhortatum] hortatum ω1 4 desciscerent] destisserent L : descisserent O | suisque] def. R | eas … 5 offenderent] def. R 5 et … aliis] et aliis Pi : et maliis B 7 earum] eorum Pi : ea h 8 erant] sunt B 9 sunt] sint B 41,1 clam in] clamen P1 2 dissensionesque] discentionesque L : distencionesque O | coniiciunt] conveniunt c R 5 concordiaque] concordia R | omnia] def. e 42,1 umquam] numquam R 4 relinquendos] relinquendus L | eandem] eundem P1 5 oportere] oporteret L | genere] amore scripsit, sed del. et genere habet B 6 Evagoram] Evogaram M 8 genitum] genitus Pi expertem] expartem L | nobilitatis] nobilitas V2 43,2 tum] tamen L 3 est] esse Pi 203 bonorum simul atque improborum viderem complures participes esse, temperantiam vero ac iustitiam a bonis tantummodo ac honestis viris possideri. Pulcherrimum igitur et laudabilissimum duxi si quis, caeteris rebus expeditus, his 5 virtutibus servire toto animo posset ad quas improbis aspirare non licet, sed quae certissimae firmissimaeque forent et maxime laudabiles. [44] Hac sententia conformatus, temperantiam ac iustitiam vehementius quam alias virtutes exercui; has voluptatibus anteposui, non in his operibus quae honorem 10 nullum allatura essent, sed quae a virtute et officio profecta esse viderentur. Non enim virtutes omnes in hisdem nec pari ratione probandae sunt, sed iustitia quidem in difficultatibus, in principatibus temperantia, pudicitiaque in iuniorum aetatibus et tolerantia. [45] In his omnibus temporibus, facile est intueri nihil 15 a me esse praetermissum ad quod me mea natura ferre videretur. Nam, cum in difficultate rei frumentariae relictus essem, ita me iustum praebui ut nemini umquam ex civibus detrimento extiterim; potestatem vero quodcumque vellem faciendi licentiamque consecutus, temperantia privatos 20 modestiaque superavi. Haec autem mihi utraque comparavi cum id aetatis forem in qua plurimos invenimus maxime in rebus gerendis delinquere. [46] Atqui haec fortasse apud alios loqui vererer, non quod in his quae gessi minus mihi gloriandum 4 bonorum … complures] : viderem bonorum simul atque improborum ω1 | complures] def. ω1 9 maxime] in primis ω 1 44,7 et … 8 tolerantia] tolerantia ω1 g 45,3 rei frumentariae] rei pecuniariae ω1 ω 2 ω3 4 umquam] me umquam scripsit, sed me del. ω1 4 bonorum … complures] viderem bonorum simul atque improborum complures Pi : bonorum simul atque improborum complures viderem g (atque def. R) B | complures] quam plures V2 5 participes] parcipes V1 | vero] def. h 6 ac] et g B Pi V1 7 duxi] dixi R 44,1 conformatus] confirmatus h c 3 operibus] operis P1 Pi 4 allatura] illatura M 7 in iuniorum] in iunioribos Pi : inimicorum L | et … 8 tolerantia] tollerant Pi : tollerantur B 45,3 cum] def. Pi 4 nemini] memini ac, nemini pc R 5 extiterim] extitui M : fuerim scripsit sed del. et extiterim habet V2 potestatem] potestate h 6 consecutus] consuetus R 7 modestiaque] modestique R | Haec] nec h | mihi] def. e 8 id aetatis] in id etatis c qua] quam L 46,2 minus mihi] nimis michi R : michi minus B 204 putem, sed quod parum fidei mea oratio esset habitura; sed vos mihi omnium testes estis. Qui igitur natura bene morati sint, laude sunt hi quidem atque admiratione digni; sed multo ii magis qui hoc ratione et disciplina consecuti sunt. Qui enim 5 casu, non iudicio et voluntate moderati sunt, fortasse ex ea possent sententia dimoveri; qui autem, naturae muneribus adiuti, hoc quoque animo persuasum habeant, virtutem bonorum omnium maximum ac praestantissimum esse, perspicuum est eos perpetuo in eodem vitae institutu esse 10 mansuros. [47] Ob eam vero causam de me ipso deque caeteris plura dixi, ne ullam vobis excusationem relinquerem si ea quae praecepero queque consuluero vobis libenter et prompte facere recusetis; arbitror igitur unicuique vestrum quae instent prompte diligenterque esse facienda. [48] Nam, ubicumque quid horum 15 defuerit, res profecto recte explicari non poterunt. Nullum igitur horum praeceptorum contemnendum vobis nec despiciendum putetis; rati vero non in his, sed in singulis consistere partibus, id quod totum bene aut male conficere possit, sic ipsis studere debetis. [49] Nec vero mearum rerum minor quam vestrarum 20 cura suscipienda vobis est, nec illis habiti honores qui optime sibi commissos regunt parvi existimandi sunt. Ab alienis manus oculi mentes abstinendae, ut tutius vestras domos incolatis; convenit etiam vos ipsos talis esse in alios qualem me in vos esse vultis. [50] Nec properetis ditari magis quam viros bonos et 25 esse et haberi, cum perspiciatis ex Graecis ac barbaris eos qui 46,5 laude … digni] laudibus atque admiratione digni sunt ω1 47,2 ea] iis ω1 49,3 existimandi] faciendi ω1 | nec] nec vero ω1 4 sint] sunt h c 5 ii] def. Pi 6 hoc] hac P1 : hec M 7 iudicio] in iudicio V2 8 autem] enim V2 10 maximum] maxissimum O 47,2 ullam] ullum Pi 3 praecepero] precepto O 48,2 res] an res R | non] bis habet B poterunt] poterant P1 : potuerit V2 4 rati vero] lacunam sex litterarum et uo habet Pi : rari vero h 49,1 vestrarum] vestrorum g Pi 4 oculi] oculis ac, oculi pc B | ut] et Pi | domos] domus h c 5 talis] talie ac, talis pc V : 1 tales h 50,1 properetis] properetis R | bonos] honos L 2 cum] def. V2 ac] et B 205 maximam ob virtutem gloriam consecuti sunt plurimis se bonis excoluisse atque ornasse. Quaestus autem qui a iustitia declinent existimare debetis non opes vobis esse, sed periculum allaturos; nec vero accipere in lucro, impedere vero in damno 5 reponendum est. Neutrum enim horum semper eandem vim habet, sed, quod oportune et cum virtute agitur, id agentibus proderit. [51] Nec quidpiam vos a me factum magnopere conturbet: quicumque enim vestrum usui quam maximo mihi extiterint, hi suas domos plurimum iuvabunt. Et cuius sibi 10 unusquisque mali conscius sit, id arbitretur nec me ipsum umquam posse latere; ac, si meum minus corpus intersit, mentem tamen atque animum rebus gerendis quotidie interesse. Haec enim vobiscum reputantes animo, sapientius de illis consuletis. [52] Nec aliquid praeterea ex his quae possidetis nec 15 ex his quae facitis facturive estis clausum aut occultum est habendum; cum perspicuum sit ea quae clam occulteque fiunt metu permulto ac sollicitudine fieri. Nec vobis publica negotia astute neque occulte sunt gerenda, sed ita simpliciter et aperte ut nullum cuiquam calumniae locum relinquatis. Examinetis res 20 diligenter, easque improbas esse arbitremini quas cum facitis incognitas mihi esse velitis, optimas vero quibus auditis meliorem de vobis opinionem sim habiturus. [53] Nec vobis reticendus est si quem de meo regno male sentientem cognoscitis, sed deprehensus indicandus, existimandumque 25 eodem supplicio afficiendos esse et qui delinquunt et qui eorum 50,3 sunt] add. supra l. ω1 8 agitur] agetur ω1 B 51,5 minus] munus ac, minus pc ω1 52,8 mihi] def. ω1 53,4 eorum … 5 delicta] delicta eorum ω1 3 gloriam] def. R 5 vobis] nobis R 6 allaturos] illaturos M | vero1] non R 51,3 domos] domus h 4 unusquisque] uniusquisque ac, unusquis pc B 5 umquam] numquam V2 7 animo] anima Pi | sapientius] sapientes Pi 52,1 ex … nec] def. B 2 facturive estis] facturive est et lacunam duorum litterarum habet Pi : facturi vestris R | aut] et B 3 quae] quam P1 4 sollicitudine] felicitudine P1 | vobis] nobis Pi 6 cuiquam] unquam P1 7 easque] exisque P1 9 vobis1] nobis P1 | opinionem sim] sim opinionem M 53,3 cognoscitis] agnoscitis M | deprehensus] reprehensum V2 indicandus] indicandus iudicandus Pi : iudicandus h | existimandumque] existimandum e 206 delicta occulta esse patiantur; nec felices habendi qui latent cum male aliquid faciunt, sed qui nulla in re a virtute officioque discedant. Hos enim putandum est eadem perpessuros esse quae faciunt, illos debitas sibi et meritas gratias reportatum ire. [54] 5 Societates autem et amicitiae nullo modo nisi ex mea sententia coniungendae sunt: hae enim tales conspirationes in caeteris quidem principatibus praevalent, in regno autem admodum periculosae sunt. Nec solum delicta fugienda, sed ea etiam studia in quibus suspicio aliqua necessario insit magnopere 10 cavenda. Ad haec, meam amicitiam tutissimam ac firmissimam esse praesentemque rerum statum omni vobis studio retinendum putetis. [55] Nec innovandarum rerum cupido vos teneat, cum non ignoretis necessarium esse huiusmodi turbationibus et civitates deleri et privatas domos desolari. Ad haec, nemini 15 persuasum sit natura solum tyrannos saevos aut mansuetos esse, sed fieri etiam ex civium moribus: permulti enim, subditorum improbitate, asperius preter eorum voluntatem regnare coacti sunt. [56] Quare, non tantum in humanitate mea fiduciae quantum in vestra virtute ponendum; existimandumque vos ex 20 mea securitate licentiam ac libertatem esse habituros; nam, rebus meis bene constitutis, pari ratione et vestrae in tuto erunt. Humiles ac demissos in conservandis moribus retinendisque 54,4 autem] add. supra l. ω1 55,2 huiusmodi] huius ω1 4 solum] tantum ω1 R V2 | aut] aut ω4 5 sed … moribus] add. in marg. ω1 | permulti … 7 sunt] permulti enim preter eorum voluntatem asperius regnare coacti sunt ω1 | subditorum … 6 asperius] def. ω1 56,5 conservandis] retinendis ω1 ω2 ω3 | retinendisque] conservandisque ω1 ω2 ω3 5 nec] ne Pi | habendi] esse habendi M 6 male aliquid] quid mali B 7 discedant] cedant R | perpessuros] perpassuros B | esse] def. M V2 quae] qui Pi : quam V2 8 debitas] debitam R | meritas] mitas e reportatum ire] reportatum iri P1 54,3 hae] hec M Pi 4 praevalent] prenabent ac, prevalent pc Pi 5 fugienda] fugienda sunt e 6 suspicio aliqua] aliqua suspitio B 55,1 innovandarum] in novandarum Pi R cupido] cupide P1 : cupido ac, cupide pc M 4 natura] naturam Pi tyrannos] in tyrannis Pi | saevos] suos P1 5 civium] civibus Pi 56,1 in humanitate] inhumanitate V2 | fiduciae] fuditiae R 2 existimandumque] existimandum e 5 demissos] dimissos e 207 regis legibus decet esse; in conferendis vero pecuniis rei publicae causa, aliisque muneribus meo imperio obeundis, claros ac magnificos. [57] Ad haec, iuniores ad virtutem excitandi inflammandique, non solum adhortando, sed 5 demonstrando etiam quales viri boni prestare se debeant. Quin etiam erudiendi sunt liberi vestri ut regi obtemperent, assuefaciendoque in eiusmodi disciplina maxime retinendi sunt: si enim ab alio regi didicerint, multo melius regnare poterunt. Ac, fide iustitiaque probata si fuerint, nostra illis bona omnia 10 erunt communia; si improbi atque perfidiosi, de suis fortunis in periculum venient. [58] Maximas vero firmissimasque divitias existimetis relictum iri filiis vestris si possitis nostram illis amicitiam relinquere; miserrimos autem atque infelicissimos eos esse qui fefellerint illos qui se fidei suae commiserint. 15 Necesse est enim huiusmodi homines, animo semper suspenso ac dubio, metuere omnes, nihil amicis magis quam inimicis fidentes reliquum vitae tempus degere. [59] Sint apud vos in admiratione non maximis divitiis affluentes, sed qui integros se ab omni sceleris contagione prestiterint. Hac enim quis fortuna 20 fretus, iocundiorem vitam vivere poterit. Nec existimetis vitium magis quam virtutem conducere, appellationem vero odiosiorem habere; sed qualia res singulae sortitae sunt nomina, talem earum vim esse. [60] Nec invidete illis qui a me praeferuntur caeteris, sed certatim contendite atque enitamini 57,5 eiusmodi] eius habet et modi add. in marg. ω1 6 ab … regi] regi ab alio ω1 58,4 qui1 … illos] qui illos fefellerint ω1 59,3 sceleris] scelerum ω1 6 decet] debet L : debetis O | pecuniis] muneribus c 7 causa] causaque ac, causa pc O | aliisque] aliis V | obeundis] obeundos ac, obeundis pc V 2 2 57,1 virtutem] virtutes e 2 inflammandique] inflomandique R 3 debeant] debent c | Quin] cum P1 4 vestri] nostri M | regi] regis mandatis h 6 didicerint] didicerunt B 7 nostra] vestra O | bona omnia] omnia bona B R 8 si] sin h M V2 | perfidiosi] presidiosi M 58,2 existimetis] def. Pi | vestris] nostris M | illis … 3 amicitiam] amicitiam illis B 7 degere] digerere V2 59,1 vos] nos B P1 R 2 maximis] maximi Pi 4 fretus] fretum M : fretrum Pi 6 sortitae] fortite P1 7 earum] eorum h 60,1 invidete] invide Pi 208 virtute probitateque vos ipsos superioribus adaequare; eosdemque quos rex colendos vobis atque observandos putetis, ut a me ipsi eadem reportetis. Et quae praesente me audienteque dicitis, eadem et de absente sentire debetis. [61] Benivolentia 5 vero erga me vestra rebus magis vobis quam verbis declaranda est. Quibus item affecti ab aliis irascimini, eadem ne in alios committatis providete; et quae vituperare oratione soliti estis, ea in vita magnopere fugienda; atque ut vobis ipsis consulueritis, ita expectate vos vitae cursum habituros. Bonos vero 10 egregiosque viros non laudandos solum vobis putetis, sed etiam imitandos. [62] Et quae a me dicuntur legem vobis vitae esse arbitremini; nec ab illis umquam discedendum, haud nescii ut quicumque vestrum, prompte voluntati meae ut obtemperabunt, his licebit libere et pro voluntate vivere. 15 Sed, ut summatim superius a me dicta complectar: quo animo existimatis in vos vestros esse decere, eodem vos ipsos in me regnumque meum esse oportet. [63] Atqui si haec omnia obieritis, quid mihi de his quae eventura sunt vobis opus est longiori oratione? Si enim me 20 ipsum talem praestabo qualem superiori tempore praestiti, et vos quae vestrae sunt partis exequemini, aspicietis celeriter vitae vestrae accessionem esse factam, meum regnum auctum atque amplificatum, civitatem fortuna ac felicitate florentem. [64] Faciendum est igitur ut nobis expositis praemiis nihil 25 relinquamus, sed quoscumque labores ac pericula subeamus. 61,4 committatis] amittatis ω1 ω2 ω3 62,1 vitae esse] esse vite ω1 ω2 ω3 63,4 exequemini] exequamini ω1 ω2 ω3 5 eadem] eandem ac, eadem pc B | audienteque] et audiente B 6 de] def. h 61,5 ipsis] def. Pi 7 laudandos] laudando h | solum vobis] vobis solum h 62,2 discedendum] discendum O Pi 3 obtemperabunt] obtemperabunt ac, obtemperaverunt pc Pi 4 libere] libe R 5 complectar] contemplar h : complecterer Pi 6 in1] def. h | vos1] nos R | decere] dicere L 63,1 obieritis] abieritis P1 2 eventura] ventura B 3 superiori] superiore Pi 4 vestrae] nostre R 5 regnum] rectum h | auctum] add. in marg. V1 6 felicitate] felicitatem R : felicitaten ac, felicitate pc M 64,1 nobis] his nobis Pi : vobis M 209 Vobis autem licet haec omnia nullo labore ac molestia, sed tantum fide iustitiaque conficere. 210 ISOCRATIS AD NICOCLEM Isocratis oratio ad Nicoclem incipit. [1] Qui vobis regibus, Nicocles, soliti sunt vestem aut aes 5 aut aurum pulcherrime laboratum aut aliquid eiusmodi aliud elargiri quorum ipsi indigent, vos in primis abundatis, hi mihi non munus dare, sed perspicue mercaturam exercere videntur, ac ea multo artificiosius vendere quam qui quaestuosas artes profitentur. [2] Ego vero existimavi munus pulcherrimum 10 utilissimumque fore, et quod danti mihi et tibi accipienti maxime conveniret, si definire possem quibus studiis atque artibus instructus quibusque declinatis rebus optime et civitatem tuam et regnum constituere possis. Nam privatos quidem multa sunt quae erudiant, ac imprimis quod luxuria prohibentur 15 cogunturque victus comparandi gratia continuo laborare; [3] leges praeterea, quibus singuli in civitate obtemperant. Ad haec libertas ac licentia, qua licet et aperte amicos obiurgare et inimicorum delicta insidiose observare. Accedunt veteres quidam poetae, qui praecepta vitae scripta reliquerunt, ex 20 quibus omnibus consentaneum est illos fieri quam optimos. [4] 1,1 sunt] add. supra l. ω1 2,5 tuam] def. ω1 7 continuo] quottidie ω1 ω2 ω3 3,6 omnibus] def. ω1 V 3 Isocratis … incipit] V V1 : Isocratis oratio de regno per Lapum eundem in latinum conversa expleta superiore alia incipit feliciter Pi : ad Nicodem regem Pi1 : initium orationis Isocratis ad regem Nicoden e : Isocratis oratio ad regem Nicoclem V2 : Isocratis oratio ad Nicolem (Nicoclem pc) de regno per Lapum in latinum conversa incipit feliciter R : Isocratis oratio ad Nicoclem de regno incipit h (Nichoclem D, ineodem L, Nicodem O) : Isocratis oratio ad Nicholem de regno per Lappum in latinum conversa B 1,1 Nicocles] Nicodes h d V : Nicoles B 2 aut2] aud i | eiusmodi] huiusmodi e 3 primis] premiis Pi | hi mihi] hi michi ii mi Pi 4 munus dare] mundare L : minus rare ac, minus dare pc B 5 ac] at L artificiosius] artificio suis R | quaestuosas] questiosas Pi1 : que studiosas M 2,2 utilissimumque fore] utilimum foreque V | danti] et danti Pi 3 conveniret] conveniat ac, conveniret pc Pi 4 quibusque] quibus P 6 erudiant] erudiunt V 3,2 Ad] at R | haec] hoc L 3 ac] et V 4 inimicorum] amicorum Pi | insidiose] insidiosa i | Accedunt] accedant h 5 quidam] quidem M | reliquerunt] deliquerunt D 211 At tyrannis nihil eiusmodi est, sed, quos maxime erudiri oportuit, postea quam reges constituti sunt sine cuiusquam monitis et institutione vitam agunt. Nam plurimis hominibus illos adire non licet, et qui adeunt ad eorum nutum omnia et 5 loquuntur et sentiunt. Ex quo, cum, et opes plurimas et regnum amplissimum consecuti, non recte his facultatibus uterentur, effectum est ut multi in dubitationem inciderent utra vita privatane an tyrannorum praeferenda esset. [5] Nam, cum honores tyrannorum et opes ac potentias intuentur, diis eos 10 aequales esse opinantur; verum, cum ad metus et pericula se animo et cogitatione convertunt, percurrentesque inveniunt eorum alios a quibus minime decuit interemptos esse, alios in necessarios atque intimos delinquere coactos, aliis haec utraque contigisse, rursus omne vitae genus conducibilius ducunt quam 15 his calamitatibus circumventos totius Asiae imperio potiri. [6] Huius repugnantiae ac turbationis causa est quod regnare, veluti sacerdotium inire, cuiusvis hominis esse opinantur, cum ea res omnium humanarum rerum maxima sit, et quae providentiam maximam efflagitet. Sigillatim igitur consulere quibus aliquis 20 bene atque ex sententia regnum administrare queat, ac bona 4,4 hominibus] def. ω1 5 qui] eos ipsos qui ω1 ω2 ω3 6 et2] add. supra l. ω1 5,1 cum … 2 potentias] cum tyrannorum honores et opes ac potentias ω1 : cum honores et opes tyrannorum ac potentias ω2 ω3 2 intuentur] intuerentur ω1 3 opinantur] arbitrantur ω 1 | cum … metus] cum se ad metus scripsit, sed se del. ω 1 8 circumventos] circumventum ω1 ω2 B 6,3 cuiusvis] cuiuslibet ω1 | opinantur] arbitrantur ω 1 5 maximam efflagitet] permaximam flagitet ω1 ω2 ω 3 6 queat] possit ω1 4,2 At tyrannis] artyramus Pi1 | erudiri] erudire h 3 oportuit] potuit ac, oportuit pc O | postea] hi postea Pi 4 institutione] institutionem Pi1 agunt] agant M 5 adire] audire ac, adire pc M | adeunt] audeunt ac, adeunt pc M 7 uterentur] utentur Pi 8 utra] ultra h : vera Pi 5,2 intuentur] intuemur c | eos] esse V 3 opinantur] opinamur Pi1 | metus] metas M et] et ad Pi | se … 4 convertunt] animo et cogitatione se convertunt B 4 percurrentesque] precurrentesque B D 7 vitae genus] genus vitae i quam] quem D 8 circumventos] circumventus g 6,2 ac] et V turbationis] turbationis vis Pi | veluti] velut R 3 opinantur] opinatur Pi Pi1 R 4 omnium … rerum] omnium humanarum Pi : omnium rerum humanarum e : humanarum omnium rerum B 5 efflagitet] afflagitat M Sigillatim] singillatim g 6 atque] atque male e 212 quidem retinere, mala autem effugere, ad eos spectat qui quotidie rebus intersunt. Universa vero studia ad quae animum intendere et in quibus versari oporteat ego conabor exponere. [7] Utrum autem hoc munus absolutum huic quod 5 proposuimus responsurum sit, perdifficile sane est ab initio posse dignoscere. Permulta enim saepe, et in poematibus et in soluta oratione, in mentibus auctorum dum sunt magnam de se expectationem praebuerunt, perfecta vero atque aliis edita spe longe minorem laudem consequuntur. [8] Verum tamen, conatus 10 ipse perhonestus quae praeterita sunt ac relicta perquirere, et regibus tyrannisque quasi leges quasdam describere. Nam qui privatos erudiunt eos tantummodo adiuvant; si quis vero illos qui multitudini praesunt ad virtutem incitet atque impellat, utrisque emolumento erit, et iis qui dominantur et his qui sub 15 eorum iure et imperio sunt; nam illis tutius imperium, his mitiores administrationes efficiet. [9] Primum igitur considerandum est quod sit regnantium opus; etenim si summatim rei totius vim hoc loco comprehendemus, melius de reliquis partibus disseremus. 20 Existimo autem hoc omnes concessuros esse, oportere illos civitatem afflictam et perditam erigere atque confirmare, felicem vero ac florentem conservare eiusque opes augere; [10] quae vero in singulos dies incidunt, ad haec omnia referenda 7,1 autem] igitur ω1 ω2 ω3 3 dignoscere] cognoscere ω1 ω2 ω3 poematibus] poematis ω1 ω3 V 8,6 erit] est ω1 9,6 opes] opes tenues et scripsit, sed tenues et del. ω1 8 vero] autem M | ad … 9 quibus] def. R 9 in] def. V 7,1 Utrum] verum Pi1 R V | huic … 2 proposuimus] huic quod proposui mihi d : huic quod proposui V2 : huic proposuimus V 5 spe] sepe Pi 6 longe minorem] longem minorem R : minorem longe D 8,2 praeterita] preterea Pi R | ac] et B | perquirere] perquire B 3 leges quasdam] quasdam leges B 5 incitet] incitat V | impellat] impellit V 6 emolumento] emonumento V2 : emonimerito M | erit] erunt h 8 administrationes] administratores V2 : imperatores e : administrationis R 9,1 regnantium] regnativum R 2 etenim] enimvero Pi1 | summatim] summatum P 3 disseremus] differemus R : disceremus M 4 hoc] def. V 6 ac] atque M 10,2 quae vero] def. R | in … dies] in dies singulos Pi 213 sunt; atque illud in promptu his qui hanc facultatem habituri sunt ac rebus tantis consulturi, inertiam magnopere ac desidiam fugiendam esse, ac cogitandum qua ratione prudentia aliis praestare possint. Perspicuum est enim quales ipsi sese mente 5 animoque parabunt, talia eos regna esse habituros. [11] Quare haud athletis tantopere corpus quanto regibus animus exercendum est; nec enim omnes celebritates unam horum praemiorum partem proponunt pro quibus nobis quotidie decertandum est, ut quanto honoribus caeteris praestas 10 hominibus tanto sis virtute superior. [12] Nec existimare debes diligentiam aliis quidem in rebus conducere, ad virtutem autem et prudentiam comparandam nihil utilitatis afferre; nec esse tam iniquam hominibus vitae conditionem impositam ut cum artes quasdam circa feras adinvenerimus quibus earum animos ad 15 mansuetudinem traducamus presiotioresque reddamus, nobis autem ipsis ad virtutem nihil prodesse possimus. [13] Sed hoc tibi semper in mente versetur, nostros animos diligentia plurimum et eruditione iuvari. Prudentissimi, si assint, in consuetudine adhibendi; sin minus, quot potes accersendi. 10,6 ipsi] ipse ac, ipsi pc ω1 11,2 athletis] est athletis ω1 | animus … 3 est] est...animus exercendus ω1 4 pro quibus] pro quibus nobis ω2 ω3 e nobis] omnibus ω1 12,3 esse] add. supra l. ω1 7 ad … nihil] nihil ad virtutem ω1 ω2 ω3 3 in promptu] in promptu est e : in promtum Pi1 | his] his def. e 4 ac1 … consulturi] atque rebus tantis consulturi Pi : def. B | ac2] et V 5 ac cogitandum] at considerari alia manus suppl. Pi 6 possint] possunt i V est enim] enim est B 7 animoque] atque animo V 11,2 tantopere] tanto tempore B | animus … 3 est] animum ac, animus pc exercendum est B : animum exercendum est Pi R (exercendo ac, exercendum pc) 4 nobis] def. Pi1 V V2 5 caeteris] exerceris V 6 superior] prestantior superior scripsit, sed prestantior del. V 12,4 iniquam] unquam Pi1 5 feras] foras R adinvenerimus] id invenerimus Pi : adinvenderimus M | earum] eorum i M V2 6 traducamus] traducimus P 7 ad … nihil] non ad virtutem nichil e | possimus] possumus V 13,2 diligentia] prudentia b 3 iuvari] def. V : adhibendi iuvare ac, iuvare pc scripsit, sed adhibendi del. M 4 quot potes] def. Pi : quod potes h 214 [14] Illud etiam cogites, te nec poetarum qui probantur nec rhetorum ullius inexpertem et rudem esse decere; sed eos tibi discendos proponas, his auditorem te prebeas. Atque ita te compara ut inferiorum hominum iudex, superiorum concertator 5 sis; hac enim consuetudine et exercitatione, talis quam celerrime evades qualem diximus et bonum regem et rectorem civitatis optimum esse oportere, si te ipsum excites atque adhortere, si indignum putes deteriores dominari melioribus et prudentibus amentes insanosque imperare; quanto enim 10 vehementius aliorum amentiam detestaberis, tanto magis prudentiam tuam exercebis. [15] Hinc est igitur initium capiendum his qui munus suum optime obituri sint. Ad haec, caritas atque amor in patriam maxime retinendus est; nam neque equis neque canibus nec hominibus nec aliis ullis 15 obsequentibus uti quis potest qui non illis oblectetur quos ipse sibi regendos acceperit. [16] Cura etiam tibi suscipienda est multitudinis, plurimique faciendum non invitis et recusantibus, sed volentibus per gratiam imperare, cum non ignores quod ex paucorum principatibus et ex aliis rebus publicis eae diutissime 20 durant quae optime multitudini caveant. Optime autem vulgo prospicies si nec petulantia insolescere sinas nec violatum et oppressum despicias, sed provideas ut optimis viris habeantur 14,1 nec] add. supra l. ω1 2 inexpertem] expertem ω1 | decere] debere ω1 7 excites] excitasac, excitespc ω1 15,2 sint] sunt ω1 16,5 caveant] caveant habet, et consulat add. in marg. ω 1 14,1 cogites] cogetes M 2 nec] ne M | inexpertem] inexpertum e : in expertum R | decere] dicere ac, decere pc P 3 discendos] dicendos R : diccendos ac, discendos pc B | prebeas] praebens e 4 ut] at M : ac P hominum] def. Pi1 5 sis] eis P : es M 8 adhortere] adhortare M R : exhortere V2 : adhortere ac, adhortare pc D | indignum] dignum L M 9 imperare] impetrare ac, imperare pc M 10 aliorum] aliarum i amentiam] mentiam R 11 prudentiam tuam] tuam prudentiam B | tuam] def. Pi 15,2 haec] hoc L 5 uti] ut P 6 acceperit] accepit P R : ac acceperit Pi 16,1 etiam tibi] tibi etiam M 2 faciendum] faciendum est e V2 4 publicis] def. R | eae] te h : et scripsit et del. B | eae diutissime] diutissime ee B 5 durant] durat g | quae] qui Pi | optime] optimi P multitudini] multitudinis B 6 si nec] sine L | petulantia] petulantie e 215 honores, aliis ne iniuria inferatur. Haec enim prima ac maxima elementa optime constitutae rei publicae sunt. [17] Rerum autem civilium ac studiorum est habenda ratio diligenter, ut quae non recte constituta sunt mutes. Da etiam operam ut rerum 5 optimarum inventor et auctor sis; sin minus, ab aliis bene inventa imitere. Leges praeterea tum iustae tum conducibiles perquirendae, et inter se minime discrepantes; ad haec, quae nullas ambiguitates inducant, sed quam celerrime fieri potest civium lites et controversias solvant. Haec omnia optime latis 10 legibus adesse convenit. [18] Artificia autem eiusmodi statuas ut laborantibus quaestui, nimium autem curiosis et circa multa occupatis detrimento sint; ut hoc quidem vitent, ad illud studiose ferantur. De quibus homines ambigunt contenduntque, ipse iudicia feras, non ad gratiam neque inter se contraria, sed 15 eadem semper de eisdem sentias, nam et honestum simul et conducibile est regum sententias quae iustae sint ut bene latas leges immobiles esse. [19] Nec aliter civitas quam paterna domus disponenda est, ut in supellectilibus splendor, diligentia in rebus appareat, ut et proberis simul ac sufficere possis. Nec 20 ostentationis et gloriae causa in his magnifice sumptum facias quae celeriter interitura sint, sed tum in his quae dicta sunt, tum in his quae sunt aspectu pulcherrima, tum in iuvandis sublevandisque amicis; nam sumptus huiusmodi et tibi ipsi permanebunt, et ex his quam ex aliis sumptibus iocundiora et 17,7 nullas] nullas re scripsit, sed re del. ω1 8 optime] def. ω1 18,2 quaestui] quaestui scripsit, et sint add. supra l. ω1 6 de] ac de scripsit, sed ac del. ω1 8 immobiles esse] esse convenit immobiles ω1 19,5 sint] sunt ω1 7 ipsi] ipse ac, ipsi pc ω1 8 et2 … 9 cariora] def. ω1 8 aliis … inferatur] nec aliis iniuria referatur Pi | ac] et habet, et ac add. supra l. V2 17,2 est habenda] habenda est e 3 recte] recta B 4 auctor] def. V1 V2 5 tum1] cum P 6 minime] nume Pi1 7 quam] quod B 18,3 vitent] virent M 5 feras] proferas i 6 eisdem] hisdem c 7 regum] regnum M : regnum ac, regum pc R | sint] sunt c 19,2 in supellectilibus] insupelttibus ac, insupeletilibus pc V1 : insuper lectilibus Pi : in supelitilibus R : ut in supelicilibus D : in supelectilibus O : in supelletilibus B 3 ut et] et ut D V1 | ac] et ac, ac pc Pi 5 tum1] tamen L 6 quae sunt] def. Pi : que sinat ac, sint pc M | tum] cum D 7 sublevandisque] levandisque e 216 cariora posteris relinquentur. [20] In sacrificiis deorum consuetudo a maioribus tradita conservanda est, eaque victima optima et cultus maximus iudicandus, si te quam optimum et iustissimum exhibebis; magis enim sperandum talium virorum 5 votis et precibus quam multis victimis caesis deorum mentes commoveri. Primi quidem honores necessitudine tecum imprimis coniunctis sunt exhibendi, verissimi vero his qui sint benivolentia in te maiori. [21] Firmissimam et tutissimam tui corporis custodiam putes amicorum virtute et civium 10 benivolentia et tua prudentia contineri; his enim praesidiis et adiumentis et parari tyrannis et parta retineri potest. Privatarum domorum curam suscipias, existimesque impendentes tua bona effundere, et qui artificiis intenti sunt eadem augere: omnia enim bona eorum qui habitant in civitate propria regum 15 optimorum sunt. [22] Cura ut ita veritatis studiosus esse appareas ut tua oratio plus fidei quam aliorum iusiurandum habeat. Tum hospitibus et peregrinis tuto civitas pateat, et in contrahendis rebus ne a iuris aequitate discedat. Ex adeuntibus autem te, qui aliquid abs te postulant eis qui munera afferunt 20 praeferendi sunt; nam, si hi apud te in honore erunt, maiorem gloriam ipse apud alios consequere. Civium metus auferendus est penitus, providendumque ne te ii metuant qui nullius sceleris auctores sint; qualem enim in alios te praestabis, tali in te animo erunt. [23] Sed omnibus in rebus ira procul amoveatur, ac tum 20,3 et2 … 4 iustissimum] et quam iustissimum ω1 4 exhibebis] exhibeas ω1 7 coniunctis] coniunctis amicis ω1 ω2 ω3 21,3 et1 … prudentia] def. ω1 5 tua bona] ex tuis bonis ω1 ω2 22,9 qualem … 10 erunt] def. ω1 20,2 a … tradita] tradita a maioribus Pi 5 victimis] victrinis R | caesis] cecis Pi1 : tesis P 6 commoveri] commoneri R | Primi] et primi Pi 7 sunt exhibendi] exhibendi sunt B | verissimi] verissimis M Pi Pi1 sint] sunt c 21,1 tutissimam] verissimam aliter tutissimam e V2 2 et] quod et B 3 benivolentia] benivolentie R 4 parari] pari e 5 existimesque] existimisque P 7 bona eorum] eorum bona e B 22,2 iusiurandum] ius curandum R 3 habeat] def. i | Tum] tam L : tamen e 4 a iuris] auris Pi : a viris Pi1 5 afferunt] offerunt O 6 apud … honore] in honore apud te i 7 Civium … 8 penitus] def. Pi1 8 te ii] ii Pi : ii te i M 9 auctores sint] auctores sunt i Pi1 V2 : sunt auctores e qualem] quales g | in1] def. g M | alios] def. M 23,1 tum] ipse tum c 217 appareas aliis cum ipse nactus occasionem fueris. Vehementem te in perquirendo praebeas, ne quid te latere videatur; mitem autem et mansuetum in suppliciis minoribus quam delicta flagitent exigendis. [24] Ac velis princeps esse non crudelitate 5 nec asperitate puniendi, sed consilio prudentiaque, quibus omnes abs te vincantur, ac exisitment te melius quam se ipsos saluti suae consulere. Bellicosus autem sis scientia et apparatu militari, quietus vero et amator pacis et otii cum iniqua aliqua res bello petitur. Eum te inferioribus fortuna civitatibus 10 praestes, quales maiores erga te ipsum esse dignum putas. [25] Nec de omnibus in certamen et contentionem tibi veniendum est, sed de his quae victori tibi profutura sint. Nec ii abiecti et contemnendi iudicandi qui utiliter vincuntur, sed qui cum detrimento exuperant; nec ii viri fortes et magnanimi qui supra 15 vires aliquid aggrediantur, sed qui et mediocria appetant, et ea ipsa quae aggrediantur transigere queant; [26] nec ii tibi beati videantur nec imitatione digni qui maximum regnum pararint, sed qui parto quam optime utantur. Atque ex eo existimes veram te et absolutam gloriam habiturum esse: non si omnibus 20 hominibus cum metu periculoque domineris, sed si te ita 23,3 perquirendo] inquirendo ω1 ω2 | mitem … 4 mansuetum] mitis autem et mansuetus ω1 : mitis enim et mansuetus ω2 26,4 veram … absolutam] te veram et absolutam ω1 D 2 ipse] def. c | nactus] natus ac, nactus pc V2 | occasionem] occasione i 3 perquirendo] inquirendum ac, inquirendo pc R | te2] tibi e | mitem] mirum R 4 quam] quem ac, quam pc D 24,1 velis] velis ac, velut pc D esse] videri P : videri scripsit, et esse add. supra l. M 2 nec] et Pi1 : aut e : ac D | puniendi] te puniendi R | prudentiaque] prudentia quae Pi : prudenti at i 3 vincantur] vincant D | se ipsos] def. c 5 otii] otium Pi cum] def. Pi | aliqua … 6 res] res aliqua B 6 Eum] cum g 7 praestes] prestet Pi | maiores] minores D | putas] putes i 25,2 omnibus] omnibus tibi B | in] inter ac, in pc Pi | contentionem] contentione ac, contentionem pc V : concionem L | tibi] def. B 3 sint] sunt c 6 aggrediantur] 2 ggrediuntur Pi1 : egrediantur V2 26,1 tibi] def. d 2 imitatione] mutatio ne Pi1 | pararint] parant c 3 sed] et Pi1 | existimes] te existimes scripsit, sed te del. B 4 veram … absolutam] veram et absolutam te e 5 hominibus] def. Pi1 | cum] def. V2 | periculoque] periculosoque ac, periculoque pc M | te ita] ita te h 218 institueris ut dominatu dignus videare. Et, ut praesens status rerum postulat, mediocria concupiscas, nec ullius rei indigeas. [27] Amicos tibi parare contendas non omnes qui in amicitiam tuam insinuare velint, sed qui dignitati tuae convenire 5 videantur, nec quorum tibi consuetudo iocundissima est, sed qui te ad constituendam rem publicam opera consilioque plurimum iuvare possint. Sunt etiam comitum mores summa diligentia explorandi, cum scias omnes qui te ignorent persimilem illis quibus cum verseris iudicatum ire. Talibus ea negotia mandes 10 quae tibi per alios gerenda sunt, ut si tu infamiam eorum quae ipsi gerant subiturus sis. Nec eos tibi fidos arbitrere qui omnia tua dicta et facta approbent, sed qui errata obiurgent. [28] Prudentibus libere loquendi potestas facienda est, ut in his probandis qui tibi incogniti sunt adesse possint. Examinandi 15 sunt etiam qui callide tibi assentari studeant et qui te cum benivolentia observent, ne plus apud te improbi quam boni viri valeant. Diligenter etiam illa tibi audienda sunt quibus adinvicem homines invehuntur, et simul loquentes qui et quales sint cognoscendi, et de quibus verba faciant. Et qui falsa 20 crimina in alicuius vitam coniciant, hisdem suppliciis quibus delinquentes puniendi sunt. [29] Tibi vero ipsi nihil minus quam caeteris imperes, atque illud munus imprimis regium esse 6 status … 7 rerum] rerum status ω1 ω3 28,4 etiam] et ω1 : etiam et ω2 ω3 6 dominatu] deminatu ac, dominatu pc V1 : dominare L Pi : dominatus Pi1 : dominari D O | status … 7 rerum] rerum conditio Pi 7 nec] ne P ullius] illius R | indigeas] indigeris Pi 27,3 tibi consuetudo] consuetudo tibi e | est] def. L 4 opera] operam Pi1 | consilioque] et consilio c Pi plurimum] te plurimum B 5 summa] summa ac, plurima pc D 6 explorandi] exploranda ac, explorandi pc V2 | te] tibi P | ignorent] ignorant c | persimilem] per similem L 7 quibus … verseris] quibus cum versaris B P Pi1 V2 : quibuscunque verseris R : quibus conversaris M 8 ut] ut ac, ne pc D 9 arbitrere] arbitrarere Pi1 28,2 libere loquendi] loquendi libere Pi | loquendi] loqui i | est] def. L 3 qui] que h incogniti] cogniti e | sunt] sint ac, sunt pc R 4 callide tibi] tibi callide e assentari] assentiri c | studeant] student c 5 quam] qui Pi1 6 illa tibi] tibi illa V2 7 homines] hominibus ac, homines pc V2 | invehuntur] invehantur R : invehantur ac, invehuntur pc V2 | et2] def. R 29,1 quam … 2 caeteris] def. R 219 iudices, si nullis voluptatibus sis obnoxius, sed cupiditatibus tuis non minus quam civibus domineris. Nunquam temere nec sine ratione in colloquium venias, sed assuefacias te ipsum his sermonibus delectari ex quibus ipse utilitatem percipias et 5 melior appareas. Neque in his rebus gloriam quaeras quae facere etiam improbi possint, sed in virtute solum, ad quam non licet illis aspirare. Atque eos honores verissimos putes non qui per metum exhibentur, sed cum a liberis et qui tuum animum magis quam fortunam admirentur. Quod si contingat ut turpi 10 aliqua re aliquando leteris, cave ne te id alii facere sentiant. [30] Ad res magnas et arduas intendas animum, nec existimes convenire alios honeste et moderate, reges intemperanter flagitioseque vivere, sed tuam temperantiam et pudicitiam aliis exemplum proponas; nam regis mores universa civitas imitatur. 15 Atque illud tibi bene administrandi inditium esto, si subditos intueris et locupletiores et modestiores tua diligentia factos. [31] Ac pluris facias optimam famam quam multas divitias liberis tuis posse relinquere; nam hae quidem periturae sunt, illa immortalis erit; ac gloriam consequuntur divitiae, gloria vero 20 divitiis emi non potest; et illarum mali participes fiunt, illa autem nullo modo praeter quam a claris viris participari potest. [32] In vestitu quoque reliquoque cultu corporis splendor et magnificentia retinenda est. In aliis studiis, ut reges decet, tolerantia et patientia adhibenda, ut qui te aspiciant aspectu ipso 29,9 eos] illos ω1 R 30,4 aliis] caeteris ω1 ω2 ω3 5 universa civitas] civitas universa ω1 D 31,6 nullo modo] a nullo (a add. supra l.) ω1 32,1 In] add. supra l. ω1 3 aspiciant] respiciant ω1 3 sis … cupiditatibus] def. R 4 temere] te e | nec] et B 5 in] def. R ipsum] def. e 6 percipias] perspicias Pi R | et] def. e B D Pi R V1 V2 8 possint] possunt B Pi : possent M 9 putes] puta c 10 exhibentur] prohibentur ac, exhibentur pc M | cum] def. d 11 admirentur] admirantur P 12 id] ad R 30,2 intendas] intuendas L 4 flagitioseque] flagicibilemque L : et flagitiose B 6 inditium] initium Pi | si] sibi P 31,2 liberis] libens ac, liberis pc D | liberis … 3 posse] posse liberis tuis M Pi1 4 vero] enim e : non R 5 fiunt] sunt c 6 a] ac L 32,1 splendor] splendore D 2 reges] regem ac, reges pc V1 3 aspectu ipso] ipso aspectu B 220 regno te dignum esse arbitrentur, et hi qui te norunt ob animi robur idem de te et loquantur et sentiant. Si quid dicturus facturusve es, multo ante tecum animo omnia meditere, ut nihil imprudenter et temere fecisse videare. [33] Optabile est omnia 5 oportune et ex sententia gerere; sed postquam hoc minime contigit, pati satius est aliquid de suo iure et commodo detrahi quam de excellentia certare; mediocritates enim in penuria quam in abundantia potiores sunt. Urbanitate gravitas condienda est; haec enim tyrannidi convenit, illa adeuntibus 10 accommodata est. Difficillimum autem hoc rerum omnium videtur esse: invenies enim plerunque qui severi et tristes sint, eosdem rusticos et molestos esse, et qui urbanitatem sequuntur humiles et abiectos apparere. Quare utraque species adhibenda est, et quae illis insunt incommoda evitanda. [34] Quodcunque 15 scire diligenter cupis ex iis quae a regibus cognoscenda sunt, id tibi per experientiam ac philosophiam compares. Philosophia enim tibi vias et rationes aperiet, eorum vero exercitatio tibi ad res gerendas facultatem parabit. Et quae fieri quaeque evenire soleant tum privatis tum tyrannis animo contemplare; nam, si 20 memoria preterita tenueris, melius futuris prospicies. [35] Perindignum existimes privatos homines mortem oppetere ut laudis fructum consequantur, reges autem ea retinere studia non audere e quibus vivi egregii viri iudicentur. Debes etiam velle, 6 multo] def. ω1 34,5 gerendas] cognoscendas ω1 35,2 Perindignum] perindignum esse c 4 egregii viri] viri egregii ω1 4 regno te] non regno te M 5 et1] def. Pi | loquantur] loquentur D 6 tecum … omnia] tecum animo h Pi1 : tecum omnia Pi : tecum omnia animo B 7 temere] te e 33,2 oportune] et opportune B 3 contigit] contingit M : contingat Pi1 | satius] satis R 4 enim] non M 7 accommodata] commodata R | omnium] def. B 8 invenies] iuvenes B D L : invenes ac, invenies pc V1 | qui] sui ac, qui pc M | sint] sunt B D P 10 abiectos] abectos M 11 est] def. Pi1 34,2 cupis] cupias Pi | quae] quaeque d Pi R V1 : quam V2 | id] def. R 3 ac] et i 4 rationes] ratios ac, rationes pc V1 | aperiet] aperit M 5 parabit] parabunt ac, parabit pc V1 : prebebit P : prebebit aliter parabit M 7 tenueris] retinueris Pi prospicies] proficies Pi 35,2 oppetere] oportere ac, opportere pc R : appetere O | ut] et Pi 3 ea … studia] ea studia retinere h B 4 vivi] nimi ac, nimis pc D 221 quod ad imagines spectat, animi monumenta relinquere magis quam corporis. In eo vero magnopere laborandum, ut securitati et privatim et publice consulas; quod si quando ad periculum coactus accesseris, cum dignitate potius moriendum est quam 5 turpiter ignominioseque vivendum. [36] Omnibus in rebus regiae dignitatis memineris, curamque adhibeas ne quid indignum eo honore gessisse videare. Nec committas ut natura tui simul universa intereat, sed, cum mortale corpus animumque immortalem assecutus sis, enitere animi memoriam 10 sempiternam efficere. [37] Sermones tuos de honestis et liberalibus studiis instituas, ut assuefacias te eadem et sentire et loqui; et quae cogitanti optima tibi esse videantur, ea re et opera prosequare. Et quorum gloriam adamaris, eorum res gestas tibi ad imitandum proponas. Quae liberis tuis consulis, eadem ipse 15 retinere debes; iis quae praecepta sunt utere, aut conquiras meliora. Sapientes iudicandi sunt non qui parva de re in contentionem veniant, sed qui bene de maximis dicant; nec qui polliceantur se aliis felicitatem daturos cum ipsi multis difficultatibus premantur, sed qui modice de se ipsis loquantur, 20 et in rebus atque inter homines versari possint; quique haud turbentur vitae mutationibus, verum qui moderate didicerint secunda simul et adversa ferre. [38] Nec ulla te admiratio teneat si ex his praeceptis permulta tibi cognita sunt; nec enim hoc me fugit, verum probe tenebam, cum permagna et privatorum et 5 animi … relinquere] monumenta relinquere animi ω1 37,2 liberalibus] liberabus ac, liberalibus pc ω1 | assuefacias te] assuefacias te (te add. supra l.) ω1 | et1 … 3 loqui] sentire quae dixeris ω 1 3 optima tibi] tibi optima ω1 B 4 res … tibi] tibi res gestas ω1 8 contentionem] contionem ac, contentionem pc ω | bene] def. ω 1 1 38,2 sunt] sint ω1 5 imagines] imagines animi scripsit, sed animi del. B | spectat] def. L animi] def. B V 7 et1] et def. d Pi R 8 moriendum] movendum R 36,3 videare] videaris L | Nec] ne B 4 tui] cui D | sed] se Pi 5 assecutus] consequutus Pi 37,2 eadem] eandem g Pi 3 opera] opere O 5 proponas] propone c | Quae] inque Pi | consulis] consules h 6 iis quae] his quae Pi : hisque Pi1 : hiis qui M 8 dicant] def. V1 : dicant c B D R : iudicant i Pi 9 ipsi] ipsis Pi1 | multis] multas O 11 haud] aut i Pi 38,2 ex] et Pi1 | permulta tibi] tibi permulta B 3 et2] def. e 222 principum multitudo foret, ab aliis haec dicta, ab aliis audita, ab aliis dum agerentur visa, quosdam etiam in ipsis esse versatos. Verum novitas in iis quae ad vitae institutionem spectant minime requirenda est; in quibus nihil inopinatum, nihil 5 incredibile, nihil abhorrens a comuni sensu licet invenire. Atque arbitrere ei gratiam habendam esse qui ab aliis sparsim dicta colligere in unum atque ornare oratione possit. [39] Nec illud praeterea ignorabam, ea in quibus praecepta continentur opinione omnium poematibus atque historiis utilitate praestare, 10 haud tamen auditu illis iocundiora esse solere. Sed eadem eis usu veniunt quae legum latoribus: nam illos quidem laudant omnes, eorum tamen praecepta contemnunt, cum errantes imitari malint quam qui eos ab errore deterreant. [40] Cuius rei signum esse Hesiodi, Theognidis ac Phocillidis poesim recte 15 quis dixerit: etenim ferunt hos viros optime hominum vitae consuluisse; suas tamen amentias eorum monitis anteferunt. Ac si quis deligeret ex poetis egregiis eas quas sententias vocant, in quibus ii plurimum studii et operae posuerunt, eodem modo ad eas animati forent: libentius enim comedias vel pessimas 20 audiant quam quae adeo erudite praecepta traduntur. [41] Sed quid in singulis enumerandis tempus teram? Nam, si universas hominum naturas considerare velimus, inveniemus plurimos qui non saluberrimis cibis nec pulcherrimis studiis oblectentur, nec 4 audita] visa ω1 5 visa] audita ω 1 | esse versatos] versatos esse ω1 P Pi1 10 atque] eaque ω2 ω3 | ornare] disponere ω1 39,3 poematibus] poematis ω1 ω3 4 eis] illis ω1 D 6 cum errantes] errantes vero ω1 7 malint] malunt ω1 g 40,5 poetis] omnibus ω1 5 agerentur] ageretur P V2 | in ipsis] def. M | esse] def. M 6 quae] qui ac, que pc M 9 arbitrere] arbitrare Pi1 | esse] def. e V2 10 oratione possit] possit oratione e 39,2 ea in] eam ac, ea in pc B | continentur] contineantur h 3 historiis] historicis M 4 eis] his eis V2 6 eorum tamen] tamen eorum i | contemnunt] concemant R : contempnant M 40,2 ac] et scripsit et ac add. supra l. V2 | recte] def. D 3 dixerit] duxerit Pi 4 anteferunt] homines anteferunt Pi Pi1 | Ac] at c 5 deligeret] eligeret e : diligeret Pi1 7 eas] eos ac, eas pc B 8 audiant] audiunt c (adiunt M) B : def. Pi | erudite] def. c 41,3 considerare] enumerare B 4 cibis] def. P | studiis] cibis scripsit, sed del. et studiis habet R 223 etiam ex rebus optimas adament, nec ex disciplinis maxime conducibiles sequantur; sed voluptatis omnino utilitati contrarias consectantes, eosdemque specie quidem tolerantes ac laboriosos, re autem vera nihil honeste decoreque agentes. [42] 5 Quonam igitur quis pacto aut monendo aut docendo aut utile quippiam dicendo huiusmodi hominibus probari posset, qui ubi dictum quid fuerit sana mente hominibus invident, amentes vero simplices et apertos arbitrantur? Atque ita in rebus ipsis a veritate abhorrent, ut ne sua quidem cognita habeant; sed 10 anguntur vehementer cum in privatarum rerum cogitationem incidunt, laetantur vero de alienis sermonem conferentes, mallentque corpore aegrotare quam de aliqua re necessaria cogitantes animo laborare. [43] Invenias quoque eosdem in coetu hominum contumeliose loqui aut ipsos contumeliam pati, 15 in solitudine vero haud in capiendo consilio occupatos, sed epulis intentos esse. Sed haec non de omnibus loquor, sed de iis qui huiusmodi flagitiis inquinati sunt. Ex quo illud perspicuum est, oportere eos qui aliquid agere aut scribere iocundum multitudini student non utillima, sed maxime fabulosa 20 conquirere; haec enim audientes exultant gaudio, cum vero certamina contemplantur et rixas incenduntur. [44] Quam ob rem et Homeri poesim et primos inventores tragediarum admiratione dignos puto; quibus cum perspecta hominum natura foret, utramque speciem poesi complexi sunt; nam hic 41,7 eosdemque] ac ω1 42,4 vero] def. ω1 44,2 et2] ac ω1 ω2 ω3 5 adament] adement V1 6 conducibiles] conducibile h | sequantur] sequuntur R | omnino utilitati] utilitati omnino e 7 contrarias] contraria Pi1 | consectantes] consectationes Pi 8 laboriosos] laboriores Pi1 | vera] vero ac, vera pc V1 42,2 Quonam] quoniam e D O Pi V2 3 hominibus] homines R | probari] probare Pi 4 sana mente] sonamente P 7 vehementer] vehementur R | in] def. c 8 vero] enim B | sermonem] sermones P Pi1 : sermonibus R 43,5 inquinati] invitati Pi 6 aliquid] aliqui R 7 utillima] ultima Pi : ultima scripsit, sed li add. supra l. P 8 exultant] exultantes P 9 rixas] rixat P | incenduntur] intenduntur i : inceduntur P 44,3 perspecta] perfecta D Pi : persuspecta P : suspecta M 224 semideorum bella ac certamina ad fabulas transtulit, alius in certamina et res gestas fabulas contulit; quare non modo audiendi nobis, verum etiam spectandi sunt. His exemplis admonentur ii qui auditores demulcere cupiunt admonitione 5 abstinendum esse, illa autem scribendum atque dicendum quibus in multitudine excitetur plausus. [45] Haec attigi arbitratus non te ex multitudine unum, sed multorum tyrannum, convenire eadem mente esse qua caeteros, nec res praeclaras nec homines sapientes voluptatibus, 10 sed ex rebus utilibus approbare, praesertim cum de animi exercitationibus ambigent disserantque ii qui in philosophia versantur, ac dicant eorum alii ex contentiosis sermonibus, alii ex civilibus, alii item ex aliis prudentiores fieri eos qui illis ad audiendum se dederint. Ac de illo omnes una et mente et voce 15 consentiunt, ex horum singulis ingenue erudito homini bene consulendi facultatem comparandam esse. [46] Omissis igitur dubitationibus, ad id quod concessum sit et probatum accedenti, ex his argumentum sumendum est ac maxime contemplandum eos qui opportune consilium afferunt, sin minus illos qui 20 universis de rebus disputant; et qui nihil ex his quae facienda sunt teneat, improbandum. Est enim perspicuum qui sibi ipsi non sapiat nec aliud quippiam prudenter facere posse; qui autem prudentia et consilio valent, quique altius quam caeteri 5 in] add. supra l. ω1 6 et] ac ω1 8 ii qui] illi qui ω1 45,1 arbitratus … 2 tyrannum] hec attigi non arbitratus ex multitudine te esse esse (esse alterum del.) unum ω1 8 Ac] at ω1 46,6 qui] eum qui (eum add. in marg.) ω1 7 nec] ne ac, nec pc D : ne ω2 ω3 8 valent] valeant ω1 R 5 ac] et M | transtulit] def. i 8 admonentur] admoventur Pi | ii qui] his qui Pi : ii qui c B D : ii quidem R : hii qui i | admonitione] a monitione P : admonitionem ac, admonitione pc M 9 atque] def. Pi 10 excitetur] exciter ac, excitetur pc V1 45,3 praeclaras] preclares ac, preclaras pc D 4 de … 5 exercitationibus] de animi exercitatione c : de exercitationibus animi B 5 disserantque] deserantque V2 | in] def. V2 6 dicant] dicunt Pi | alii1] aliis R 7 civilibus] civibus Pi1 | ad … 8 se] se ad audiendum B 8 de … omnes] de illis homines D : de illo homines L 9 consentiunt] sentiunt ac, consentiunt pc R 10 comparandam] comparanda i 46,3 argumentum] argumentis R 4 illos] def. c 6 perspicuum] perspicuunt Pi1 225 perspicere possunt, ii plurimi faciendi ac summa diligentia colendi sunt, cum manifestum sit optime consilio uti rem unam esse quae utilitate omnium principatum teneat. His vero existimes tuum regnum amplificatum iri qui tuam mentem 5 animumque plurimum iuvare possint. [47] Ego igitur ea quae cognoscebam tibi praecipiendum putavi, ac te iis quibus possum muneribus afficio. Tu vero ita existimes me non tibi solita dona elargiri, quae vobis pluris constant quam ementibus, sed huiusmodi quibus etsi 10 vehementer utare nec ullum diem intermittas non usu quidem conteres, sed maiora ac digniora efficies. 12 amplificatum] ampliatum ω1 ω3 47,3 pluris … 4 ementibus] quam ementibus pluris constant ω1 6 digniora] preciosiora ω1 9 perspicere] prospicere B | possunt] possint B 10 uti] ut D : utili ac, uti pc Pi 12 tuam] quam e 13 plurimum] plurimumque P | possint] possunt c 47,1 igitur … quae] ergo quae e 2 ac] et M 3 dona] bona Pi R | quae vobis] quo nobis h 4 etsi] si B 5 nec] ne B | intermittas] intromittas L 6 conteres] conteras Pi1 | ac] et Pi 226 APPENDICE 227 APPENDICE: CINQUE EPIGRAMMI ATTRIBUITI AL PANORMITA NEL CODICE VAT. LAT. 3422 Offro di seguito la trascrizione dei cinque epigrammi, ancora inediti, presenti sui fogli di guardia del codice Vat. Lat. 3422 e attribuiti al Panormita dal De Nolhac. Gli epigrammi non compaiono nell’elenco alfabetico dei componimenti inediti del Panormita, corredato da incipit ed explicit,1 e neppure negli Initia carminum del Walther.2 La trascrizione rispetta l’ortografia originale; mi sono limitata ad introdurre le lettere maiuscole ed i segni di interpunzione. Alla c. I’r: 1. Cum puerum bello fugientem vidit inermem in patriam celerem ferre Lacena pedem obvia correpto transfixit pectora telo, addidit et fuso mascula verba super: «Indignum Sparcta» dixit «genus, effuge ad umbras 5 degener o patria, degener atque domo». 2. Quatuor exercent grata certamina sacri totque homines hominum sunt duo totque deum: Archemori Phoebique Iuvisque Palaemonis; illis est apium pinus mala oleaster honos.3 1 A. CINQUINI – R. VALENTINI, Poesie latine inedite di Antonio Beccadelli detto il Panormita, Tipografia Giuseppe Alassia, Aosta 1907. 2 H. WALTHER – H. ALFONS, Initia carminum ac versuum Medii Aevi posterioris Latinorum. Alphabetisches Verzeichnis der Versanfänge mittellateinischer Dichtungen, Göttingen, 1959. 3 Cfr. Auson. eclog. 12, 3 (de lustralibus agonibus): Quattuor antiquos celebravit Achaia ludos. Caelicolum duo sunt et duo festa hominum: Sacra Iovis Phoebique Palaemonis Archemorique, serta quibus pinus malus oliva apium. Il poemetto è la traduzione di un breve componimento dell’Anthologia Palatina, attribuito al poeta Archia (AP 9, 357). Il tema dovette essere particolarmente caro agli umanisti; dell’epigramma abbiamo infatti anche la traduzione di Giorgio Merula e quella del Poliziano (edita in F. PONTANI, Angeli Politiani Liber epigrammatum Graecorum, Roma 2002, p. 176): 228 3. Tela capit tamen quam texit aranea muscas; «Sic capit exiguos lex» Anatharsus ait. Alla c. I’r: 4. Impia zelotipum vult perdere moecha maritum, nec satis una putans bina venena parat. Mixtaque dum certant et colluctantur utrinque - quod mirum est - vires prodit utrunque suas; noxia quae fuerant pacata et mitia fiunt. 5 Sed tu ne pereas, docte marite, cave!4 5. Non est qui posthac mireris, maxime vatum, si mea tam parvum carmina pondus habent. Olibani assuerunt perflare cacumina venti nec firmum quicquam nec grave stare sinunt: una Eurusque Nothusque ruunt, et recta per auras 5 dissicijunt; et tu carmina stare putes? Utantur nervis, utantur pondere et arte Quattuor exercet certamina Graecia sacra, mortali duo sunt et duo sacra deo. Sunt Iovis et Phoebi atque Palaemonis Archemorique, pinum, oleam atque apium malaque victor habet. È probabile che anche il Panormita si sia basato, per comporre gli epigrammi 1 e 4, non sul testo di Ausonio, ma sulle versioni originali greche tramandate nell’Anthologia Palatina. 4 Cfr. Auson. epigr. 10: Toxica zelotypo dedit uxor moecha marito, nec satis ad mortem credidit esse datum; miscuit argenti letalia pondera vivi, cogeret ut celerem vis geminata necem. Dividat haec si quis, faciunt discreta venenum; 5 antidotum sumet qui sociata bibet. Ergo inter sese dum noxia pocula certant, cessit letalis noxa salutiferae, protinus et vacuos alvi petiere recessus, lubrica deiectis qua via nota cibis. 10 Quam pia cura deum! prodest crudelior uxor, et cum fata volunt bina venena iuvant. 229 cum locus aut aetas aut sua musa favet; nam me doc (doc scripsit, sed delevit inter scribendum) blandiloquae iam deferuere camaenae museusque latex obrutus est senio. 10 At tu cui constant vires, cui laeta iuventa est, intende et nervos et grave pondus (carmen scripsit supra lineam) habe. 5 5 Se, come è probabile, questo epigramma fu composto intorno al 1436 (quando il Panormita entrò in possesso del codice Vat. Lat. 3422), il poeta, nato nel 1394, doveva avere quarantadue anni. 230 RINGRAZIAMENTI Giunta al termine del mio lavoro di tesi, desidero ringraziare alcune persone. Prima di tutto ringrazio il mio relatore, il prof. Paolo Pontari, per avermi guidata nel mio percorso di ricerca (per ben tre anni di seguito!); la sua supervisione, la sua esperienza e i suoi consigli mi sono stati indispensabili per riuscire ad instradare le mie scelte, impostare al meglio il lavoro e risolvere gli innumerevoli dubbi e incertezze che sono sorti lungo il percorso. Lo ringrazio, di cuore, anche per aver ascoltato con grande sensibilità e apertura i miei progetti e le mie incertezze sul mio futuro professionale, e per avermi incoraggiata a scegliere l’argomento della tesi affidandomi al mio gusto e alle mie inclinazioni, cosa per nulla scontata. Insieme a lui ringrazio la professoressa Gabriella Albanese, che mi è stata preziosa non solo in quanto seconda relatrice, ma anche e soprattutto per il suo importante contributo sul Super Isocrate di Bartolomeo Facio. Ringrazio poi il prof. Antonio Carlini, prima di tutto perché è un suo mirabile articolo giovanile, il risultato di un seminario del prof. Campana alla Scuola Normale, che ha suscitato la mia curiosità sulle vicende redazionali dell’opera di Lapo, permettendomi di partire da basi solidissime e di avere una pista da seguire per arricchirle. Grazie alla gentilezza ed alla disponibilità del professore, ho anche avuto l’opportunità di avere con lui un utile ed emozionante confronto e di fargli leggere il mio lavoro. Un grandissimo ringraziamento va alla prof.ssa Giulia Ammannati, che mi ha offerto il suo prezioso aiuto per orientarmi nell’intricata selva delle redazioni d’autore dell’epistola dedicatoria. Il mio debito nei suoi confronti è però molto più grande, perché devo ai suoi corsi di paleografia alla Scuola Normale gran parte delle conoscenze filologiche che ho acquisito in questi anni, nonché l’amore per la materia. Inoltre, non è frequente trovare racchiuse in una sola persona, e in così alto grado, qualità intellettuali, didattiche ed umane. Durante questi anni ho potuto apprezzare l’efficienza della signora Laura Baschieri, della biblioteca della SNS, che è riuscita a procurarmi le riproduzioni dei manoscritti più lontani. Un ringraziamento collettivo va anche ai bibliotecari della Vaticana, della Marciana, della Biblioteca Universitaria e della Cathariniana di Pisa, e infine della Biblioteca Universitaria di Pavia. Ringrazio tanto Ilaria Morresi, la mia base alla Vaticana, per la sua disponibilità a ricontrollare alcune lezioni sul Vat. lat. 3422, e in generale per i tanti saggi consigli che mi ha dato in questi 231 mesi. Allo stesso modo ringrazio gli amici Francesco Busti, Paolo Pezzuolo, Luca Calzetta e Camilla Poloni per aver aggiunto ciascuno un piccolo ma indispensabile tassello a questa tesi. Come sempre, e per sempre, ringrazio tutti gli amici Latine loquentes, per aiutarmi a tenere sempre vivo l’amore e l’uso del sermo Latinus (e Graecus!); sarebbe impossibile elencarli qui tutti, quindi mi limito a citare Luigi Miraglia e l’architetto Joannes Carolus con la Sodalitas Latina Mediolanensis. Non ringrazierò mai abbastanza la fantastica Ivana Milani, la mia professoressa di latino e greco del ginnasio ed ora amica, guida e modello; se non l’avessi incontrata, niente di tutto questo sarebbe successo, e io sarei una persona completamente diversa. Per ultimo, ma certo non meno importante, ringrazio immensamente Giovanni per l’indispensabile supporto tecnico durante le fasi di formattazione del testo critico, ma soprattutto per avermi incessantemente e pazientemente sostenuta, con la sua fede, la sua saggezza e il suo amore, durante questi mesi di impegni per me sovrastanti e frenetici. So che lui saprà aiutarmi a fare dell’amore per la cultura, per la ricerca e per la conoscenza uno dei pilastri della famiglia che stiamo per diventare. 232 BIBLIOGRAFIA - EDIZIONI DELLE OPERE DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO C. S. CELENZA, Renaissance Humanism and the Papal Curia. Lapo da Castiglionchio the Younger’s De curiae commodis, Ann Arbor 1999 - EDIZIONI DELLE EPISTOLE DI LAPO DA CASTIGLIONCHIO F. P. LUISO, Studi su l’epistolario e le traduzioni di Lapo da Castiglionchio iuniore, «Studi italiani di filologia classica» 8 (1899), 205-299 M. MIGLIO, Storiografia pontificia del Quattrocento, Bologna 1975, pp. 31-59 M. 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