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ARNHEIM Rudolf Arnheim (Berlino 1904- Ann Arbor, Michigan 2007) è RUDOLF Nel cuore degli anni Trenta Rudolf Arnheim fu tra i principali ani- I baffi di Charlot stato uno dei maggiori pensato- matori del dibattito italiano sul ri del Novecento nel campo della cinema. Le tracce di quella fuga- psicologia dell’arte. Laureatosi a ce ma intensa stagione, segnata Berlino sotto la guida dei fonda- da una rocambolesca fuga a cau- tori della Psicologia della Gestalt, sa delle leggi razziali, rischiavano ha esordito come critico cinema- di andare perdute. Questo volu- tografico in Germania alla fine me riporta alla luce un consisten- degli anni Venti. Dopo la pubbli- te corpus di articoli e saggi ap- cazione di Film als Kunst (1932) parsi sulle più importanti riviste è approdato in Italia per lavorare specializzate dell’epoca, a testi- al progetto incompiuto dell’Enci- monianza del significativo ruolo clopedia del cinema. Fra il 1935 che Arnheim ebbe nel panorama e il 1938 ha collaborato alle più culturale del nostro paese e del- importanti riviste italiane di ci- l’importanza che la sua parabola nema e pubblicato La radio cerca italiana ricoprì nella maturazione la sua forma (1937). Nel dopo- del successivo lavoro. Ad emerge- guerra ha insegnato a Harvard e re è un volto inedito di Arnheim, alla University of Michigan. Fra acuto osservatore della produzio- le sue opere più importanti, oltre ne cinematografica internaziona- RUDOLF ARNHEIM alla nuova versione di Film come le e ponderato divulgatore degli arte (1957, tradotto in italiano nel aspetti psicologici e tecnologici 1960), Arte e percezione visiva dell’arte delle immagini in movi- (1954) e Pensiero visivo (1969). mento. Una voce autonoma, origi- nale e diretta che ancora oggi può parlare agli studiosi e agli appas- sionati di cinema. I baffi di Charlot Adriano D’Aloia (Milano 1980) è dottorando di ricerca in Culture Scritti italiani sul cinema 1932-1938 della Comunicazione all’Univer- sità Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Collabora alle attività di ri- cerca e didattica del Dipartimento di Scienze della Comunicazione e a cura di Adriano D’Aloia k฀a฀p฀l฀a฀n dello Spettacolo dello stesso ate- neo. Suoi saggi sulla storia e la teoria del cinema sono apparsi in ISBN 978-88-89908-37-2 prefazione di Leonardo Quaresima volumi collettanei e sulle riviste «Bianco e Nero», «Cinéma&Cie», «E|C» e «Fata Morgana». € 25,00 k฀a฀p฀l฀a฀n Archivi della teoria del cinema in Italia ARNHEIM La collana “Archivi della teoria del cinema in Italia” è resa possibile da un finanziamento da parte del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali RUDOLF – Direzione Generale della Cinematografia. Un ringraziamento particolare al dott. Gaetano Blandini. La collana è collegata alle attività del Permanent Seminar on History of Film Theories, un network internazionale di studiosi coordinati da Jane Gaines (Columbia University) e da Francesco Casetti (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano/Yale University). Per il Permanent Seminar, si veda http:// museonazionaledelcinema.it/filmtheories/ La collana è diretta da un comitato scientifico composto da: Francesco Casetti (coordinatore), Dudley Andrew, Sandro Bernardi, Paolo Bertetto, Antonio Costa, Roberto De Gaetano, Ruggero Eugeni, Giorgio De Vincenti, André Gaudreault, Vinzenz Hediger, Leonardo Quaresima, David Rodowick, Phil Rosen. Veronica Pravadelli cura la segreteria del progetto. I baffi di Charlot Scritti italiani sul cinema 1932-1938 a cura di Adriano D’Aloia The series “Archivi della teoria del cinema in Italia” is published with a support from the Ministero dei Beni e delle Attività Culturali – Direzione prefazione di Leonardo Quaresima Generale della Cinematografia. Special thanks to Dr. Gaetano Blandini. The series is linked to the activities of the Permanent Seminar on History of Film Theories, an international network of scholars directed by Jane Gaines (Columbia University) and Francesco Casetti (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milan/Yale University). For the Permanent Seminar, see http://museonazionaledelcinema.it/filmtheories/ The series is directed by a scientific board formed by: Francesco Casetti (coordinator), Dudley Andrew, Sandro Bernardi, Paolo Bertetto, Antonio Costa, Roberto De Gaetano, Ruggero Eugeni, Giorgio De Vincenti, André Gaudreault, Vinzenz Hediger, Leonardo Quaresima, David Rodowick, Phil Rosen. Veronica Pravadelli follows the organizative aspects k฀a฀p฀l฀a฀n of the series. Rudolf Arnheim Indice I baffi di Charlot. Scritti italiani sul cinema 1932-1938 a cura di Adriano D’Aloia 9 Con imperterrita cura 15 Prefazione. I baci di Mae Murray di Leonardo Quaresima 25 Introduzione. La parabola italiana di Rudolf Arnheim di Adriano D’Aloia Antologia. Rudolf Arnheim e il cinema nelle riviste italiane In copertina Rudolf Arnheim nella redazione di «Cinema», Roma 1938 Gli antecedenti (Deutsches Filminstitut – Frankfurt am Main) 96 Soggettista e direttore artistico (1932) 98 Arte riproduttiva (1933) 101 Contrappunto sonoro (1933) Il lavoro all’IICE 104 Nostro pane quotidiano (1935) 107 Espressione (1935) 113 Vedere lontano (1935) 127 L’Enciclopedia del cinema (1935) 132 Espressione (1935) 137 Espressione (1935) 142 Espressione (1935) 147 Espressione (1935) 152 Espressione (1935) © 2009 edizioni kaplan 155 Il critico cinematografico di domani (1935) Via Saluzzo 42bis 160 Espressione (1935) 10125 Torino 164 Espressione (1935) Tel. e fax 011-7495609 167 Espressione (1935) info@edizionikaplan.com Il contributo a «Cinema» www.edizionikaplan.com 173 Perché sono brutti i film a colori? (1936) ISBN 978-88-89908-37-2 177 A proposito del cinema a colori (1936) 180 Polarizzazione. La lotta contro i riflessi (1936) L’editore è a disposizione degli aventi diritto 182 Danza macabra (1936) con i quali non è stato possibile comunicare. 183 La mano del regista (1936) 5 184 L’uomo invisibile delle attualità (1936) Rubrica “Bianco e Nero” (1937) 185 Lux e lumen (1936) 279 Vigilia d’armi 186 Montaggio senza montaggio (1936) 280 È arrivata la felicità 187 Senza parola (1936) 281 Voglio essere amata 188 Psicologia del “Gag” (1936) 281 L’imperatore della California 191 Una notte sul Monte Calvo (1936) 282 Il sentiero della felicità 193 Dominatrici (1936) 282 Lo studente di Praga 194 Uno zio del cinematografo (1936) 283 Amore tzigano 196 Cinema “in persona prima” (1936) 284 L’amato vagabondo 198 Uno spettro in tre versioni (1937) 284 I nostri parenti 201 Analisi d’una ignota (1937) 285 Maria di Scozia 203 Gli occhi del cervello (1937) 286 I cavalieri del Texas 206 Dettagli che non sono dettagli (1937) 287 Il mio amore eri tu 209 Televisione. Domani sarà così (1937) 288 La carica dei 600 212 Espressione e bellezza (1937) 289 La donna del giorno 214 La luce in movimento (1937) 290 Il paradiso delle fanciulle 216 Resurrezione del Cineasta? (1937) 291 Ramona 220 Il paesaggio ispiratore (1937) 291 La bambola del diavolo 223 Ma che cosa è questo cinema? I. Sonoro e muto? (1937) 292 Seguendo la flotta 226 Un mondo più colorato (1937) 292 Contessa di Parma 227 Ma che cos’è questo cinema? II. Bisogna seguire il gusto delle masse? (1937) «Bianco e Nero» 229 Orizzonte perduto (1937) 231 Una signora mai vista (1938) 295 Principi del montaggio (1938) 232 Il cifrario del successo (1938) 298 Il film come opera d’arte (1938) 234 Il formato ridotto diventerà formato normale? (1938) 322 Nuovo Laocoonte (1938) 237 La loro vita privata (1938) 240 L’attore e le stampelle (1938) Appendice bibliografica 244 Il nuovo sistema italiano per la cinematografia a colori naturali (1938) 349 Scritti sul cinema di Rudolf Arnheim nelle riviste italiane 249 Il detective soggettista (1938) 358 Storia di un libro. La vicenda editoriale di Film come arte 252 Un lettore ci domanda (1938) 359 Estratti da Film als Kunst/Film/Film come arte in Italia 253 Il cinema documentario e i popoli (1938) 360 Arnheim, Cinema, Italia. Bibliografia secondaria Le rubriche di «Cinema» 365 Appendice iconografica 258 Rubrica “Capo di Buona Speranza” (1937/1938) 385 Indice dei nomi Rubrica “Scienza e tecnica” 393 Indice dei film 264 Pesci d’aprile. Le meraviglie della tecnica (1937) 268 Le leggi del colore (1937) Rubrica “Fotografia” 272 Memorie della camera oscura (1937) 275 Esame di coscienza (1938) 6 7 Con imperterrita cura Un sogno, un incontro e molti ringraziamenti Ridere davvero non può che l’uomo d’ingegno, perché lui solo conosce il manchevole e l’errato1. Fumi di lava vulcananica fuoriescono da fori sparsi ovunque sul ter- reno. Sulla vetta dell’altopiano, esausto ma incolume, un uomo proce- de camminando tra lingue di fuoco rasenti il suolo. Una donna – sua moglie – lo esorta a esser cauto. Ma lui non si scotta, il suo corpo non brucia tra le fiamme. È un fuoco freddo, lo si può persino attraversare a piedi nudi. La donna gli domanda il motivo per cui non voglia sco- starsi dalle fiamme. Ma non vi è motivo di sottrarsi a vampe che non ustionano. Certo quel fuoco avrebbe potuto – almeno crede, ma non saprebbe dire per quale ragione – essere pericoloso per il futuro. Nell’ultima pagina del diario italiano di Rudolf Arnheim, datata mar- tedì 13 dicembre 1938, è trascritto, in tedesco, questo sogno, nello stile narrativamente confuso e incoerente che contraddistingue la logica delle visioni oniriche e il loro ricordo. Non occorrono gli strumenti dell’inter- pretazione psicoanalitica per scorgere in quella vaga paura per il futuro, simbolizzata dalle lingue di un “fuoco freddo” che inspiegabilmente non hanno effetto alcuno sul corpo, l’ombra inquietante che i regimi europei della prima metà del XX secolo avevano allungato sull’Europa e sulla vita di molti. La vicenda ultracentenaria di Arnheim, nato nel 1904 a Berlino in una famiglia di origini ebree e per questo costretto alla fuga per i primi trentacinque anni della sua vita – dalla Germania all’Italia e poi negli Stati Uniti con passaggio da Londra –, si è nutrita di una biografia ap- passionata e appassionante, sia sul fronte personale sia su quello profes- sionale, segnata dall’alternarsi di momenti di fitta oscurità e di fulgido bagliore e conclusa all’incredibile età di oltre 102 anni, il 9 giugno 2007 ad Ann Arbor, Michigan. Arnheim è sopravvissuto a chiunque, a tutti i coetanei che già alla fine degli anni Venti si erano avventurati come lui nel territorio della psicologia percettiva, a tutti i componenti della sua famiglia, alla sua seconda moglie Mary (sposata nel 1953), e persino a se stesso, lungo l’ultimo ventennio di vita, trascorso modestamente in una residenza immersa nella natura del Michigan, non lontano dall’universi- tà e dalla città che avevano ospitato l’ultima stagione del suo lavoro. Da molti – certo non dai suoi più vicini colleghi e amici – fu dimenticato e da alcuni, che pure negli anni erano venuti in contatto con lui o con le 9 sue idee, era dato per morto, nonostante i suoi articoli e i suoi libri conti- templazione, un’unica esperienza vitale fondata sulla pregnanza della nuassero a essere ripubblicati e tradotti in tutto il mondo. Come del resto realtà nel suo darsi alla percezione e l’onestà di uno sguardo consapevole tuttora. delle proprie limitazioni. Sulla scia della rinnovata attenzione esplosa nel 2004 in occasione del C’è qualcosa di profondamente umano in questo approccio, qualco- suo centesimo compleanno e nel 2007 per la sua scomparsa, Arnheim è sa che non solo era mirato a elidere la separazione fra mente e natura tornato a essere una figura interessante fra le molte che hanno abitato e se- riformulando le basi teoriche della loro relazione di coesistenza, ma in- gnato l’universo culturale del XX secolo. Una figura di cui è necessario rac- dirizzato anche a sviluppare un “pensiero visivo”, uno strappo di natu- contare di nuovo la storia, una vera e propria parabola, soprattutto nel suo ra epistemologica che non riguarda tanto gli oggetti dell’investigazione, tratto italiano, di cui le fasi di ascesa e declino purtroppo sono molto ravvi- quanto il formarsi di un inedito paradigma che consenta di illuminare di cinate. Arnheim fu accolto in Italia a braccia aperte, e fu cacciato senza rico- luce nuova – una insight – la relazione fra una scienza e il suo oggetto. noscenze. L’inscindibilità di fatti personali e fatti professionali lo ha segnato Riguarda, insomma, le modalità con cui esploriamo, percepiamo, com- sin dagli anni dei suoi esordi berlinesi come critico cinematografico, primo prendiamo, viviamo il mondo. ad applicare ai mezzi di comunicazione di massa e alle arti della Modernità Lo stesso strappo si è verificato nel percorso di ricerca che ha por- – la fotografia, il cinema, la radio – gli assunti della psicologia della Gestalt tato alla pubblicazione di questo volume. Il giorno in cui, un pomeriggio appresi direttamente dai suoi fondatori Max Wertheimer e Wolfgang Köhler. dell’agosto 2005, ho incontrato di persona Rudolf Arnheim, qualcosa è I baffi di Charlot che danno il titolo al volume vogliono essere un esplicito cambiato nell’idea e nella percezione che avevo di tale percorso. Quell’ora rimando a quell’“unicità biografica” in virtù e a causa della quale persino un trascorsa nella sua stanza alla Glacier Hills Retirement Community di articolo troppo allusivo alla somiglianza fra i baffi di Charlie Chaplin e quelli Ann Arbor ha dato una svolta non tanto agli obiettivi della ricerca, quan- di Adolf Hitler e le implicazioni psicologiche di tale corrispondenza sul piano to al piglio con cui, subito dopo essermi congedato, ho ripreso a cercare, dell’espressione poté costringerlo all’esilio. studiare e scrivere. Benché la sua età avanzata – aveva all’epoca appena Quando nel 1933 scese in Italia, per lui quasi una seconda patria compiuto 101 anni – non permise uno scambio di opinioni e non servì e certamente un terreno di maturazione professionale e personale, non in senso puramente scientifico, l’incontro con la sua persona riformulò poteva certo immaginare che un’altra beffa lo stava attendendo quasi in il campo entro cui ho poi continuato a lavorare attorno alla sua “vicenda fondo allo sciagurato eppure così fervido decennio dei Trenta. Gli anni cinematografica”. roventi del sole romano, durante i quali diede un grande contributo al Con mia grande sorpresa, e nonostante le difficoltà che qualsiasi al- contesto culturale del nostro paese e strinse profonde amicizie – cui si tra persona tanto anziana si sarebbe trovata ad affrontare, riuscimmo a diceva “disperatamente attaccato”2 – che avrebbe poi dovuto amaramen- dialogare in italiano. Faticò non poco a comprendere le ragioni di quella te troncare, cominciarono troppo presto a bruciare anche sotto il profilo visita, ma accolse l’ospite con vivo interesse. In quei pochi momenti ho politico. L’estate del 1938, come nel suo sogno premonitore, raggelò la avuto modo di apprezzare direttamente quell’umanità che avevo intuito penisola, divenuta d’un colpo razzista e antisemita. Il paese che lo aveva ma non ancora saggiato attraverso le letture e lo studio. Nonostante gli accolto con grandi onori gli era divenuto d’un tratto ostile e lo costrinse stenti nell’udito e nella vista, riuscì a comunicarmi la nostalgia per un alla fuga, intrapresa dopo mille esitazioni nel maggio del 1939. lavoro di cui era innamorato e che non poteva più portare avanti. Fra i Con la fiduciosa rassegnazione che lo contraddistinse in ogni epoca – molti piccoli eventi, il cui racconto può apparire banale per via del modo ma che al contempo celava il fermento interiore che gli ha dato la forza di quasi infantile con cui i vecchi tornano a scoprire la realtà, ho avuto vivere per oltre cent’anni –, pur di fronte a eventi dolorosi, anche famiglia- l’onore di ricevere un suo autografo sulla mia copia di Film as Art (e con- ri, ricominciò la propria vita tre volte azzerata: Berlino, Roma, Londra… servo gelosamente una fotografia di ricordo). Con grande attenzione volle dal cuore ammalato del suo amato continente sino all’altra sponda del- ascoltare in italiano il testo della lettera con cui gli anticipavo la mia visi- l’Atlantico, nel 1940, per una vita nuova nella Nuova York, come ancora ta, dando prova dell’amore e della costanza quasi maniacale con cui nel era in uso chiamare l’avamposto che per lui e molti suoi compagni di corso di lunghi decenni aveva mantenuto corrispondenze con centinaia, sventura fu approdo sicuro e opportunità di risalita. Il resto – la sua car- forse migliaia, di colleghi, amici, studenti e studiosi. Scrivere era per lui riera accademica ebbe il suo culmine a Harvard negli anni Settanta – fu un’attività naturale e istintiva. Non passò un giorno, neppure durante le l’attuarsi di un destino segnato, ma non scritto. Guadagnato con tenacia ferie, senza che avesse scritto, a mano o a macchina, almeno una lettera e grande lucidità, sempre a cavallo fra la passione umanistica per le arti a un amico, steso appunti per una lezione o un libro, contattato un edi- e il rigore dei suoi convincimenti teorici, fra percezione audio-visiva e tore o un traduttore, chiosato un testo, abbozzato un saggio o trascritto comprensione del mondo, in un unico sforzo intuitivo basato sulla con- un pensiero sul proprio diario. Ogni giorno, con imperterrita cura. I molti 10 11 archivi in cui sono conservate le sue carte sono spaventosamente colmi ticata o inesplorata, talvolta ignorata, di tale apporto, con numerosi e rile- di tanta costanza e passione. vanti elementi di novità. L’acquisizione di nuovi materiali che testimoniano Più di tutto però mi colpirono gli istanti di silenzio dopo una doman- il ruolo decisamente attivo di Arnheim nelle vesti di pubblicista-divulgatore da o una frase, durante i quali il suo sguardo limpido si fermava, fisso cinematografico può rilanciare l’indagine sull’effettiva entità dell’influenza nel vuoto che separa gli occhi di due dialoganti, a cercare una risposta o della sua teoria rispetto al panorama culturale del nostro paese fra le due un’interpretazione a qualcosa che sembrava svanito dalla memoria, una guerre, nonostante la sua formazione per così dire “esogena” rispetto al- parola non capita o non udita bene. “Immagine” è per Arnheim ciò che l’idealismo crociano abbia contribuito a farne uno “spirito libero”. comunica un significato attraverso l’esperienza sensoria, il mondo fisico Archivi ben nutriti di documenti sono stati esplorati, da questa e degli oggetti, fra cui anche le opere d’arte e dunque il film; ma è anche ciò quella parte delle Alpi e su entrambe le sponde dell’Atlantico, centinaia che si dà alla visione interiormente: i pensieri, le invenzioni, le fantasie, di lettere e documenti sono stati consultati e molti rapporti epistolari i ricordi, immagini sensoriali non prodotte dalla presenza degli oggetti sono stati ricostruiti, studiosi di diversa generazione e nazionalità sono fisici. In entrambi i casi, le immagini partecipano a un movimento di stati interpellati, decine di periodici di varia natura sono stati consultati. continuo «andare e venire»3. In questo flusso ininterrotto è indispensabile Progressivamente e costantemente si sono aperte nuove ipotesi e un certo che ci siano immagini significative a offrire un contrappeso all’inevitabile numero di piste è stato seguito, fiutando le tracce, rincorrendo i riman- logorio dovuto al tempo e all’incuria. Occorrono le immagini durevoli e di, ricostruendo percorsi. Il risultato somiglia al restauro di un antico stabili dell’arte, che offrono un deposito di significato senza il quale sa- mosaico insidiato dal tempo e da molti scossoni. Un mosaico ampio e remmo irrimediabilmente esposti al «volo degli avvenimenti transitori»4. complesso, nel suo insieme davvero degno di ammirazione, ma che come Nella mente di Arnheim, nel suo “cinema cerebrale”5 fatto di pensieri e ogni opera restaurata ha subito un certo trattamento e forse manca di ricordi, le immagini non si erano ancora fermate e gli occhi sembravano qualche tessera. È pur sempre il recupero di un’opera che avrebbe potuto ancora seguirne la scia. Dimenticare è come chiudere gli occhi – avrebbe deteriorarsi irreparabilmente. detto –, «la memoria ritorna in tempo, ma rimane il sospetto che alla fine Questo lavoro di restauro non sarebbe stato possibile senza l’aiuto morire sarà semplicemente dimenticasi di vivere»6. Una consapevolezza attento, prezioso e decisivo di molte persone, in varie fasi del lavoro e a di- che sembrava averlo reso immortale. verso titolo. Su tutte Margaret Nettinga-Arnheim, con estrema gentilezza, Negli oltre cento anni di una vita incredibilmente longeva, Rudolf mi ha concesso l’incontro con suo padre, mi ha permesso di intervenire Arnheim ha esplorato con rigore e inesauribile passione i vasti territori del- al Memorial Meeting organizzato in suo onore il 31 settembre 2007 ad lo sguardo. La sua avventura attorno alle coordinate del visibile maturò Ann Arbor e con eccezionale disponibilità mi ha fornito preziose informa- durante quella breve ma intensa e “fervida stagione italiana”7 – stretta fra zioni e documenti privati durante l’intera ricerca. il 1933 e il 1938 – in cui il vivo interesse per i fenomeni della percezione e Molti esimi professori mi hanno supportato durante il percorso. lo studio dell’espressione erano totalmente inscritti nei confini del cinema. Francesco Casetti ha supervisionato l’intero lavoro consigliandomi sa- Metafora assoluta dello sguardo e dei suoi limiti, il cinema sembrò da subito pientemente. Massimo Locatelli mi ha costantemente dato preziosi sug- ad Arnheim il miglior oggetto artistico e comunicativo su cui provare la te- gerimenti e coadiuvato per le traduzioni dal tedesco. Ho la grande op- nuta della teoria. Il cinematografo costituiva un campo perfetto di applica- portunità di collaborare con loro presso il Dipartimento di Scienze del- zione dei principi gestaltici – applicazione poi estesa all’intera gamma delle la Comunicazione e dello Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro manifestazioni artistiche. Cuore di Milano. Il colpo di fulmine fra Arnheim e il cinema era già scoccato in terra te- Ringrazio Helmut H. Diederichs (Fachhochschule, Dortmund) per i desca alla fine degli anni Venti, ma l’amore maturò in Italia nel cuore degli materiali forniti attraverso il forum on-line8, sui quali la ricerca ha basa- anni Trenta. Nella certezza che possa essere uno strumento utile per stu- to le sue prime mosse, e per avere accolto e dato risposta alle mie tante denti e studiosi di teoria e storia del cinema, questa antologia di scritti sul domande. Desidero ringraziare per la loro disponibilità anche Giuseppe cinema di Rudolf Arnheim sulle riviste italiane vuole ricostruire e soppesare Mazzotta della Yale University e Giorgio Bertellini della University of più obiettivamente il suo apporto teorico e divulgativo al panorama cultu- Michigan. Roy R. Behrens (University of Northen Iowa) ha contribuito rale (non solo cinematografico) del tempo, nel tentativo di porre rimedio al- alla costruzione dell’apparato iconografico, in cui appaiono per la prima l’inaccuratezza e alla parzialità delle bibliografie esistenti. Una ricostruzione volta fotografie che risalgono agli anni italiani di Arnheim. Per i preziosi filologica il più possibile attenta e completa della produzione critica e scien- consigli ricevuti ringrazio Giulia Carluccio, Antonio Costa, Raffaele De tifica di Arnheim durante il suo periodo di permanenza e lavoro a Roma ha Berti, Federico di Chio, Ruggero Eugeni, Lucia Pizzo Russo, Leonardo consentito di colmare molte lacune e di riportare alla luce una parte dimen- Quaresima, Antonio Somaini. 12 13 Ringrazio l’organizzazione e la giuria del XXVI Premio “Adelio Ferrero” (2006) – in particolare Lorenzo Pellizzari e Nuccio Lodato – per il ricono- scimento e il contributo che mi sono stati concessi. I responsabili e il personale degli archivi e degli istituti che ho visitato in Italia e all’estero hanno fatto molte eccezioni al regolamento, permet- tendomi di acquisire materiale altrimenti inaccessibile. Infine, fra i molti amici che mi hanno aiutato a vario titolo, ma tutti in modo determinante, ringrazio soprattutto Marco Muscolino, Roberta Busnelli e Lavinia Tonetti. Francesca Gambaro non solo mi ha assisti- to in molte fasi del lavoro, ma ne è stata testimone fin dall’incontro con Rudolf Arnheim. Adriano D’Aloia Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 13 giugno 2008 NOTE 1 Rudolf Arnheim, Nostro pane quotidiano, «Intercine», 1, 1935, p. 16. 2 Rudolf Arnheim, Fedele d’Amico, Eppure, forse, domani. Carteggio (1938-1990), Archinto, Milano, 2000, p. 24. 3 Rudolf Arnheim, The Coming and Going of Images, «Leonardo», 3, 2000, p. 167. 4 Ivi, p. 168. 5 Edmondo De Amicis, Cinematografo cerebrale, in «L’Illustrazione Italiana», 1 dicembre 1907, pp. 532-533, poi in Ultime pagine di Edmondo De Amicis, 3. Cine- matografo cerebrale: bozzetti umoristici e letterari, Treves, Milano, 1909. 6 Questa frase fu scritta da Arnheim sul proprio diario il 26 aprile 1972 e riporta- ta in Rudolf Arnheim, Parables of Sunlight. Observation on Psychology, the Arts, and the Rest, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1989 (tr. it. Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma, 1992, pp. 173-174). 7 L’espressione è mutuata da Ernesto G. Laura, La fervida stagione italiana di Rudolf Arnheim, «Filmcronache», 1, 2005, pp. 14-21. 8 Il forum è attualmente lo strumento più aggiornato e completo sulla vita e il la- voro di Arnheim. È consultabile all’indirizzo http://www.sozpaed.fh-dortmund. de/diederichs/arnheim.htm. 14